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Una storia di Hollielost

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L'Ultima Cena di Rivolta d'Adda.

Un affresco ancora poco conosciuto.

Pubblicato il 30 settembre 2015

La basilica di Rivolta d'Adda, dedicata alla Vergine e a san Sigismondo, è stata spesso oggetto di studi in quanto uno dei pochi esempi di Romanico Lombardo, seppur sottoposto a forti rimaneggiamenti all'inizio del XX secolo, che l'hanno riportato al suo aspetto medievale*.

L'edificio, nel suo interno diviso in tre navate concluse ciascuna da un'abside, presenta lacerti di affreschi di diversi periodi, che sono riemersi durante i restauri di cui si è detto e che non risultano essere stati analizzati in modo approfondito**.

Nello specifico, nell'abside maggiore, si trova un'Ultima Cena che viene datata alla fine del XIII secolo e di cui, purtroppo, non rimangono che i personaggi, poiché le vettovaglie sono andate perdute. Il motivo di questa perdita è che quanto si trovava sul tavolo (stoviglie e cibo) era stato realizzato con la tecnica “a secco”, per cui la pittura si è polverizzata nel corso dei secoli.

Dell'anonimo autore non si sa niente ed in questa sede si vorrebbe tentare di definire il profilo stilistico e culturale dell'artista, partendo dall'analisi dell'interessante dipinto.

L'autore ha raccontato l'esatto momento in cui viene rivelato da Gesù che uno dei suoi Apostoli lo avrebbe tradito: il messaggio non arriva a tutti i commensali, ma viene recepito, almeno inizialmente, dai santi Pietro e Giovanni, seduti rispettivamente alla destra e alla sinistra di Cristo. Se Pietro si volta verso Giuda, indicato dal tradito, e lo guarda con attenzione, Giovanni si accascia sul tavolo, in preda alla disperazione. Gli altri commensali continuano con il loro banchetto, come se non stia succedendo niente. Tracce della cena si possono osservare sul tavolo a sinistra, dove compaiono delle bacche rossastre con calici e piatti. La tovaglia non copre tutta la tavolata, perciò è possibile vedere i piedi con i calzari dei personaggi. A differenza di altre rappresentazioni simili, l'Ultima Cena di Rivolta non è inserita in una cornice decorativa, ma in un semplice contorno rosso e bianco, di cui rimane traccia nella parte superiore.

Rappresentazioni simili non sono difficili da trovare: in un'analoga posizione è riscontrabile l'Ultima Cena nella chiesa di Santa Maria del Gradaro a Mantova***, di cui rimane una porzione datata al 1270 circa; questo affresco, scoperto attorno alla metà del XIX secolo, è però ancora legato a schemi compositivi bizantineggianti, ispirato ad una cultura veneta, ancora lontana per quanto riguarda lo specifico caso di Rivolta. Secondo chi scrive è necessario cercare vicino, più precisamente in terra bergamasca.

Miklós Boskovits****, nel saggio sulla pittura bergamasca duecentesca, sostiene che la cultura figurativa del nord Italia in generale, nel XIII secolo, sia interessata da due tendenze: la prima, che si pone cronologicamente nella prima metà del secolo, è caratterizzata da un abbandono del linguaggio bizantino in favore di uno stile più austero e semplice, con riferimenti alla cultura locale. La seconda tendenza vede l'apertura dei linguaggi locali a quello gotico, che comincia a manifestarsi non solo nei cicli pittorici, ma anche nelle miniature. Per quanto riguarda l'odierna provincia di Bergamo, l'autore fa riferimento ai cicli di Sant'Antonio in Foris***** e gli affreschi di Sant'Anna Metterza per la prima tendenza e a quello dell'Aula della Curia****** per la seconda. Da quest'ultimo ciclo, datato da Fabio Scirea fra il 1295 e il 1309, si può partire per un piccolo confronto con l'affresco di Rivolta: nella pittura rivoltana è possibile osservare tutti gli Apostoli seduti a fianco di Cristo, al centro della tavolata, mente nell'Aula della Curia Giuda, leggermente più piccolo degli altri personaggi, si trova isolato sul lato opposto del tavolo rispetto agli altri convitati. Nel primo caso Giuda non ha l'aureola, elemento che permette di riconoscerlo subito. Il dinamismo presente nel ciclo di Bergamo, espresso dai movimenti dei presenti (dita puntate, un apostolo che brandisce un coltello, un altro che prende per la tunica un compagno) non si trova nell'abside: i personaggi, intenti a confabulare e a continuare il loro pasto, sembrano bloccati nella loro posizione. Il centro della vicenda è anche il punto più dinamico della composizione, animato dalla gestualità di Cristo, di Pietro e Giovanni. I personaggi sono ben delineati nello spazio e questo dettaglio permette di trovare un punto d'incontro con il ciclo di Bergamo, le cui figure sono ben delineate nello spazio grazie ad una linea di contorno piuttosto marcata. Gli occhi dei personaggi, in entrambi i cicli, tradiscono l'appartenenza del loro autore ad una cultura figurativa locale, già lontana da quella bizantina di cui si diceva prima. Boskovits sosteneva che il ciclo di Bergamo fosse stato realizato da un artista sicuramente locale, ma non ritardatario o provinciale, anche se con un linguaggio più arcaico rispetto a quello che si stava sviluppando a Milano nello stesso frangente; per quanto riguarda l'Ultima Cena di Rivolta, l'anonimo pittore si pone cronologicamente nello stesso periodo dell'Ultima Cena di Bergamo, anche se il suo linguaggio risulta essere più semplificato, quasi in accordo con la prima tendenza artistica del secolo. Purtroppo nell'abside di Rivolta non ci sono altri lacerti dello stesso periodo, poiché l'affresco era stato nascosto da almeno due campagne decorative; non è possibile quindi stabilire con certezza la presenza di un ciclo pittorico più vasto, ad esempio scene cristologiche. Ad oggi non è possibile stabilire se questo autore abbia lavorato in altri punti della fabbrica, ma si confida che questo piccolo elaborato incuriosisca e che si avvii una ricerca sistematica relativa al complesso decorativo della basilica.

*La basilica, insieme al complesso di Agliate (Carate Brianza, MB) costituisce uno dei più complessi esempi di “restauro stilistico” di un monumento romanico lombardo nonché, sotto alcuni aspetti, del tutto moderno. Suddiviso in tre navate, la principale è voltata, nelle prime due campate, con volta a crociera costolonata, nella terza con una volta a botte. Le navate laterali sono voltate a crociera ma non sono costolonate. Ogni navata si conclude con un'abside semicircolare: quella maggiore, all'esterno, è caratterizzata da archetti disposti a fascia nella parte superiore e da una loggia su colonnine. Le absidi laterali sono molto più piccole e non hanno decorazione scultorea, se si escludono dei rilievi nell'abside destra che rappresentano uccelli becchettanti. In facciata il pronao è stato aggiunto nel 1906. In origine vi era solo il portale centrale come unica via d'accesso alla chiesa, successivamente sono state aperte le porte laterali. Da un documento di dubbia autenticità si riteneva la basilica già esistente nell'XI secolo, ma secondo recenti studi è più plausibile che la fabbrica abbia avuto inizio nei primi anni del XII secolo, presumibilmente dopo il terremoto che devastò il Nord Italia nel 1117. Secondo la studiosa Jane Mckinne, che relazionò la basilica rivoltana con quella di Sant'Ambrogio a Milano, la prima sarebbe stata realizzata sia da maestranze pavesi, che partirono nella costruzione dalle absidi, a cui si sostituirono maestranze milanesi, che conclusero l'edificio entro il secolo. La decorazione scultorea venne realizzata dai mastri comacini.

**Il primo rimaneggiamento effettuato risale al XVIII secolo e venne realizzato da Marcellino Segré; che adattò il tempio al gusto barocco corrente. All'inizio del XX secolo Cesare Nava, già autore della facciate delle chiese di San Lorenzo e di San Sepolcro a Milano, intervenne per riportare l'edificio rivoltano al suo aspetto medievale. Fu aiutato in quest'opera dallo scarpellino cassanese Giuseppe Varischi, che recuperò ottimamente i capitelli mutilati, e dal pittore Enrico Rusca, già collaboratore di Luca Beltrami nella Sala delle Assi del Castello Sforzesco.

***La chiesa di Santa Maria del Gradaro fu costruita a Mantova a partire dall'anno 1256, con l'aggiunta del convento nel 1260. Il termine Gradaro è riconducibile alla parola latina cretarium, ossia cumulo di creta, che descriverebbe la particolare caratteristica del terreno dove sorse l'originaria sede di culto. La tradizione vuole che il luogo della chiesa sia lo stesso dove fu martirizzato san Longini, il centurione romano che portò a Mantova il Preziosissimo Sangue di Cristo. In età paleocristiana vi fu edificata una chiesa denominata Santa Maria in Campo Santo. Le fonti informano che la chiesa sia stata costruita, come già detto, nel 1256 ad opera dei Canonici Regolari di San Marco, ordine religioso mantovano. Nel 1454 subentrarono gli Olivetani su richiesta del marchese Ludovico III Gonzaga e della moglie Barbara di Brandeburgo Il complesso religioso degli Olivetani subì gli effetti delle soppressioni teresiane a partire dal 1771, per concludersi definitivamente nel 1175, quando divenne magazzino militare. Durante la seconda guerra mondiale gli edifici dell'ex complesso religioso furono trasformati in campo di concentramento e in campo profughi. Da qui furono prelevati i dieci soldati italiani internati dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, che per rappresaglia furono fucilati dai tedeschi alla Valletta dell'Aldriga. Dal 1952 fu affidata alle Oblate dei Poveri di Maria Immacolata, che nel convento annesso hanno istituito la loro casa generalizia.La chiesa, già di proprietà del Ministero della Pubblica Istruzione, nel 1952 fu acquisita dal comune di Mantova che ne promosse il restauro vero e proprio nel 1962. Nel 1966 fu istituita la parrocchia dedicata all'Annuncizione della Beata Vergine Maria. La facciata assunse quasi certamente l'odierno aspetto a capanna parallelamente alla costruzione del portale, periodo a cui va riferita anche l'apertura del rosone con ghiera ad intreccio. L'interno, a tre navate scandite da archi ogivali, ha copertura a capriate in quella centrale, mentre nelle laterali si sono conservate le cinquecentesche volte a crociera. A metà circa dell'edificio si trovano i resti di un muro, decorato con un motivo a velario, che fungendo da iconostasi e separava la parte riservata ai religiosi dell'attiguo convento, da quella destinata ai fedeli. L'attuale abside ricurva visibile solo dall'esterno, è frutto di un'aggiunta cinquecentesca ed è stata innestata sull'originale a pianta quadrata. In quest'ultima vennero alla luce attorno alla metà dell'Ottocento preziosi affreschi: sulla parete destra un cospicuo frammento con l'Ultima Cena, sulla sinistra tre Santi vescovi e quattro Profeti. La scena principale, con gli Apostoli seduti presso la preziosa tavola riccamente imbandita, è incorniciata superiormente da una phalera (motivo decorativo dalle molteplici varianti ampiamente diffuso in Lombardia nel XIII e XIV secolo). Qui è costituito da dischi in cui sono alternativamente inseriti soggetti zoomorfi e fitomorfi. Si snoda dall'abside lungo tutta la navata fino alla controfacciata dove, con andamento obliquo, indica l'originaria altezza della navata laterale. Gli affreschi sopracitati, a cui si aggiungono i Santi e un Angelo dipinti nel sacello alla sinistra dell'abside, anche se eseguiti da mani diverse, presentano la medesima cifra stilistica improntata a staticità, ripetitività dei gesti e linearismo nel panneggio, che suggerisce stretti collegamenti con la pittura veronese di fine XIII secolo . Questa datazione è avvalorata anche dal fatto che lungo la navata corrono altre fasce decorative, allo stesso livello di intonaco, che vengono bruscamente interrotte nella controfacciata dalla struttura del portale, come abbiamo visto datato al 1295. È possibile quindi stabilire con sicurezza il termine ante quem, 1295, per la loro esecuzione, mentre per il termine la definizione è più complessa. Infatti lungo il margine inferiore della Crocifissione è visibile, anche se abrasa, un'altra fascia decorativa appartenente ad un intonaco precedente. Questa puo' dunque riferirsi o ad una prima decorazione immediatamente successiva al trasferimento in città dei monaci (1268), e quindi precedente , anche se di poco, quella appena ricordata, oppure sarebbe un'ulteriore conferma dell'esistenza di un edificio preesistente su cui si intervenne a partire dal 1268.

****Consultare la bibliografia.

*****È una chiesetta duecentesca con affreschi sul portale del 1220. La ex chiesetta di Sant' Antonio è ancora posta fuori dall’antica omonima porta, all’imbocco di Borgo Palazzo; detta così per distinguerla dalla chiesa di Sant' Antonio Abate, poi San Marco, venne fondata agli inizi del XIII secolo. Oggi è adibita a negozio ed ufficio e conserva solo un affresco in loco. La chiesa e l'ospedale annesso ebbero notevole importanza fino al 1457, quando fu fondato il nuovo ospedale che assorbì gli undici della città: allora i locali e l’attiguo chiostro ebbero altre destinazioni, mentre la chiesa continuò a funzionare fino al XIX secolo, quando venne sconsacrata e quindi utilizzata come magazzino. Dopo lavori di sistemazione interna che ne hanno in parte snaturato le forme, suddividendola in due piani, come già detto, il locale è utilizzato come attività commerciale. La semplice navata unica della chiesa è ancora oggi scandita in tre campate da due arconi ogivali in pietra impostati su semipilastri; era coperta da tetto a falde in vista. La facciata presenta un oculo ed un semplice portale con stipiti in pietra. Sul fianco si apriva un portale, ora murato, con lunetta affrescata nel XIII secolo. La decorazione ed affresco, con una Madonna con Bambino fra due santi ed una serie di teste entro tondi nell’arco, venne scoperta nel 1937, quando si avvertì la necessità di notificare l’edificio alla società immobiliare proprietaria, anche per il rinvenimento di affreschi all’interno. Bisogna aspettare gli anni Cinquanta del secolo scorso perché si torni ad interessarsi della chiesa: nel 1954 Angelini ritrova all’interno un altro affresco del secolo XIII con la Natività e consiglia di strapparlo. Subito dopo vengono rinvenuti altri affreschi frammentari nella chiesa ed uno nella sacrestia e, nel febbraio 1955, come risulta anche da scritta sul verso dei singoli pezzi, lo strappo avviene a spese del proprietario ad opera di Allegretti o di Arrigoni. Dei dipinti, sedici si trovano oggi nell’Accademia Carrara, in deposito dal Palazzo della Ragione, dove è rimasto il più grande, di cui si era persa memoria della provenienza. Della decorazione affrescata di Sant' Antonio in Foris si conservano oggi diciassette dipinti trasportati su tela con supporto rigido, ed uno in loco, nella lunetta del portale laterale murato della ex chiesa. Quest’ultimo, rappresentante una Madonna in trono col Bimbo, con un monaco ed un santo vescovo, è stato studiato poco dopo la sua riscoperta da Angelini, che lo assegnò a scuola bergamasca dell’inizio del XIII secolo, ritenendolo eseguito subito dopo il 1208, anno in cui un documento attesta la scelta del luogo di edificazione della chiesetta e dell’ospedale di Sant' Antonio. Tra gli affreschi strappati i più leggibili sono la Natività, l’unico superstite con soggetto narrativo, la Madonna del latte con santa, strettamente collegato al precedente e il gruppo con due figure nimbate, di cui quella coronata a destra, l’unica ormai leggibile, è assai somigliante alla Vergine della lunetta. Tutti questi dipinti sono quindi accomunati dai caratteri fortemente bizantineggianti ed arcaici delle figure, i cui volti sono definiti seguendo convenzioni ancora proprie alla pittura romanica, anche se in una interpretazione un po’ ritardata e provinciale. Ancora trecenteschi, a parte un frammento di figura con veste ed uno con una decorazione geometrica, sono tre dipinti legati, oltre che da analoga cronologia, anche da parentela iconografica; si tratta di due busti con Sant' Antonio Abate, di cui uno gravemente lacunoso, ed un gruppo, anch’esso frammentario, di una Vergine con Bimbo e sant' Antonio. Nel dicembre 1937, quando si intendeva, secondo un progetto di totale rifacimento dello stabile, demolire la storica chiesetta poi laboratorio, posta in una piazzetta fiancheggiante la via ex Rocchetta all’imbocco di Borgo Palazzo, ad un primo scrostamento di intonaco in corrispondenza ad una traccia di porta sul fianco dell’edificio, vennero in vista, oltre al completo contorno romanico dal portale, una lunetta affrescata soprastante all’architrave. Informata la Sovrintendenza ai Monumenti di Lombardia, questa dispose per l’inscrizione fra le opere di importanza storico-artistica, ponendo pertanto il veto alla proposta demolizione. Le tre figure bizantineggianti aureolate apparse subito e in seguito ripulite con lievi restauri, la Madonna seduta col Bimbo in braccio e ai lati un santo vescovo e un santo monaco, denotarono nella loro ieratica rigidità il carattere tipico della pittura duecentesca. Tutt’intorno poi, sull’arco di pietra intonacato che chiude la lunetta, si vide apparire un curioso motivo decorativo formato da quindici tondi accostati uno a seguito dell’altro, racchiudenti teste di santi di tono grigio roseo, in parte consunti e in parte anche mancanti. Al valore degli affreschi come espressione d’arte è da aggiungere il pregio della rarità. All’infuori di frammenti coevi, scoperti or sono pochi anni nella chiesa e nella cripta di San Michele al Pozzo Bianco e di esemplari di note pitture della chiesa di San Giorgio, in Almenno, e alla bifora dipinta nell’Aula della Curia, non v’erano presso di noi altri saggi di così lontana età.

******Ambiente quadrangolare rialzato stretto fra la basilica di Santa Maria Maggiore e l'antico Palazzo Vescovile, era utilizzato come sede per funzioni civiche, come l'amministrazione della giustizia. I resti di affreschi che coprono le pareti sono quanto è ancora visibile della decorazione che si snodava su tutte le pareti della stanza, partendo dal ciclo cristologico anticipato da un'Annunciazione, ai temi escatologici, fino a concludersi con una riflessione sulla Fortuna. Fabio Scirea sostiene che l'opera sia stata realizzata da un'unica bottega con due personalità guida e che il ciclo sia stato realizzato alla fine del XIII secolo, più precisamente fra il 1295 e il 1309, periodo di episcopato di Giovanni da Scanzo, qui rappresentato in abiti vescovili.

Bibliografia.

- Pittura a Mantova. Dal Romanico al Settecento, a cura di Mina Gregori, Milano, Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, 1989, p. 210.

- I pittori bergamaschi dal XIII al XIX secolo. Raccolta di studi a cura della Banca Popolare di Bergamo. Le origini, Bergamo, Edizioni Bolis, 1992, pp. 67-70.

- Scirea, Fabio, I dipinti murali dell'Aula della Curia di Bergamo. Vicenda e temi iconografici, « Atti dell'Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo » LXVI (2002-2003), Bergamo, 2004, pp. 119-142.

- Lombardia romanica. Paesaggi monumentali, a cura di Roberto Cassanelli e Paolo Piva, Editoriale Jaka Book, 2011, pp. 260-267.

Webgrafia.

- Sulla chiesa di Santa Maria del Gradaro a Mantova:

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/MN360-01047/ .

- Sulla chiesa di sant'Antonio in Foris a Bergamo http://territorio.comune.bergamo.it/PGT/VarPGT_2/IBCAA/IBCAA_00130.pdf .

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