scrivi

Una storia di GianlucaDiMatola

3

Peppino Gagliardi

Pubblicato il 17 ottobre 2016

Giù al rione boschetto, dove viveva da quando le riviste porno rappresentavano ancora il maggior fatturato di ogni edicola del paese, lo conoscevano tutti come Peppino Gagliardi. Ma Gaetano Attanasio, anni quarantasette, delle qualità canore dell’allora giovane Gagliardi aveva ben poco. Nello stile, però, nel modo di portare due grossi basettoni e le giacche anni sessanta era identico al cantautore di origini napoletane.

Nel passato di Peppino c’erano più ombre che riflettori. Negli anni settanta aveva partecipato attivamente ai movimenti extraparlamentari che scossero, a colpi di mitra e bombe, tutta quanta l’Italia.

A differenza degli altri partecipanti alla cosiddetta lotta armata, le idee di Peppino erano meno radicali di quanto si potesse pensare. Sì, fondamentalmente era di sinistra, piuttosto comunista per le eredità familiari. Suo nonno paterno si era unito ai partigiani e durante gli anni dell’adolescenza aveva annegato Peppino di ricordi. Da lì in poi nacque nel giovane ragazzo l’interesse per quel gruppo militante che si muoveva e firmava sotto al simbolo di una stella a cinque punte. Peppino era fondamentalmente un romantico. Si nutriva di passioni.

Peppino un brigatista? Non esageriamo. A lui interessava soltanto l’azione. L’adrenalina che gli iniettava di sangue vivo i bulbi oculari. La progettazione, le mille fasi degli appostamenti lo facevano sentire il padrone di un gesto che, nel breve termine, avrebbe cambiato il mondo.

Le questioni interne al movimento, invece, gli incontri con i capi e la logica della compartimentazione, lo irritavano. “È roba da battaglioni militari,” diceva. Tanto che Peppino, nonostante le raccomandazioni lo spingessero ad una severa clandestinità, non aveva mai smesso di rinunciare ai suoi appuntamenti col Karaoke.

A dispetto di un vita tormentata, questo secondo amore di Peppino non si era mai offuscato. In tutta la turbolenza che lo travolse neppure per un minuto, perfino con le pallottole che gli fischiavano ad un millimetro dalla testa, aveva smesso di coltivare l’attaccamento per la musica. Ma non la musica in generale, quella di Peppino Gagliardi.

Ogni venerdì sera, e non c’erano Santi che lo trattenessero altrove, Gaetano Attanasio alias Peppino Gagliardi, con indosso il suo completo gessato che gli calzava a perfezione, ne aveva uno per ogni giorno della settimana, entrava nella saletta fumosa del club Divina di Via Chiaia a Napoli per esibirsi nel suo quarto d’ora di repertorio. Due canzoni in totale. Microfono a filo di bocca. Una mano che sfiorava le note a taglio nell’aria. Un sorriso ammiccante per le mature in prima fila: “che vuole questa musica stasera” e “settembre.” I suoi pezzi.

Lui era Peppino Gagliardi, nessuno doveva dimenticarlo.

Quando il periodo delle turbolenze sociali scemò sotto i colpi della repressione di Stato pure Peppino pagò il suo conto con la legge. Per diversi anni fece avanti e indietro da un penitenziario all’altro dello stivale. Aveva trent’anni.

In breve tempo rimase a secco d’azione. E per lui, che ne aveva fatto l’erezione del primo mattino, le giornate iniziarono ad apparirgli appannate, senza mordente. Allora iniziò a vivere di espedienti. Un lavoro vero, ordinario, non se l’era mai tenuto stretto per più di due giorni. Avrebbe dovuto rinunciare alle sue giacche, alle scarpe lucide. Una follia che non poteva permettere.

Ma Peppino era un tipo risoluto. Si rimboccava le maniche prima di piangersi addosso. E pensò bene di offrire la sua professionalità a chiunque ne avesse bisogno. Le prestazioni a cottimo nell’ambito della criminalità organizzata furono una strada obbligata. Un senso unico. Di solito si trattava di camorra. Quella di buon livello. I camorristi avevano sempre bisogno di un sicario fuori dagli schemi. Tra gli anni ottanta e i novanta pure il crimine, paradossalmente, aveva dei valori che oggi, purtroppo, sono divenuti come la merda di cane sui marciapiedi. Su questo presupposto di romanticismo Peppino si era ricucito uno spazio ideale che non andasse in collisione con la moralità da vecchio gangster.

Intanto l’altalena era lì. Nella sua ossatura d’acciaio e bulloni ossidati. Campeggiava al centro della piccola piazzetta del rione boschetto tra due robusti abeti.

Quanto era bello il primo amore di Peppino. L’unico vero amore. Quello che gli faceva brillare gli occhi celesti e acquosi. Peppino la osservava da lontano. Dall’alto del suo terrazzo al terzo piano di un modesto condominio di operai metalmeccanici. Lo faceva con lo sguardo degli amanti che non possono dimenticare.

Era esile, Rebecca. Aveva un corpicino che le ossa erano la loro parte predominante. Quanta sofferenza in quei pochi anni di vita, vero, Rebecca? Contro il destino ce la mettesti tutta: “voglio andare sempre più in alto, papà. Spingimi forte. Le scarpe devono toccare il cielo, papà.” E Peppino accelerava. Lo faceva fin quando le braccia non diventavano cemento dalla stanchezza. Davanti a Rebecca, però, ai suoi occhiali tondi e fucsia non esisteva male fisico. Peppino non conosceva affanni che la sua anima non potesse sopportare.

Rebecca era fragile. La SMA l’aveva attaccata brutalmente. Lei cresceva, voleva farlo. Cercava di svilupparsi all’interno di gonne a fiori e scarpette ortopediche, ma quell’incubo dentro di lei correva più veloce del tempo e dei suoi teneri compleanni.

Peppino si era ritrovato padre all’improvviso. Rebecca era stato il frutto di una vita a fuggire. Di lampeggianti blu che setacciavano i vicoli di una metropoli ancora al buio.

La gente, sul conto di Peppino, avrebbe potuto dire di tutto, tranne che non avesse onore o che non fosse un uomo dalla solida parola. Per questo, quella bambina dai capelli neri e crespi come l’Africa più bollente, non l’aveva mai rinnegata, anzi. Se n’era subito attribuito la paternità.

“Papà, canta. Cantami quella canzone, papà.” Glielo chiedeva mentre lei, Rebecca, stringeva le sue mani alle catene dell’altalena. Allora Peppino si allargava il bavero della camicia, gonfiava il petto con l’orgoglio di un canarino in gabbia e saliva sulle note più basse che aveva: il mondo intorno non esisteva, per la felicità che tu mi davi, che me ne faccio ormai di tutti i giorni miei se nei miei giorni non ci sei più tu. “Spingimi, papà.” La sentiva ancora. Lo incitava. Ma la sua voce era sempre più sottile: che vuole questa musica stasera, che mi riporta un poco del passato, che mi riporta un poco del tuo amore, che mi riporta un poco di te. Che me ne faccio ormai di tutti i giorni miei se nei miei giorni non ci sei più tu. Poi quella voce spariva, lì, distante, tra i filamenti di un cielo che, stracciandosi, riconsegnava un’altalena vuota e barcollante.

Alla fine fu una pioggia autunnale, una di quelle sottili che non bagna nemmeno l’asfalto ma che odora l’aria di terra amara a portarsi via Rebecca. Quattro anni soltanto.

A Peppino non restò che un repertorio di due canzoni. Un quarto d’ora di basi musicali. In un cassetto, poi, una Beretta calibro nove da scaricare contro chiunque lo avesse pagato per farlo.

Musica e piombo.

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×