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Una storia di Nikolay

L'importanza di crescere con Eddie Guerrero

La generazione di "Viva la Raza!"

Pubblicato il 07 gennaio 2018 in Giornalismo

Tags: eddieguerrero passione spettacolo sport wrestling

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In una vita piena di ‘nfamità, abbiamo fatto bene a convincerci, sin da bambini, della necessità di tenere ‘n eroe da idolatrare.

Ed in particolare per noi nati verso la fine del secolo scorso, scegliere è stato abbastanza facile. Erano anni in cui ormai gente come Superman o Batman quasi non si portavano più, pure perché avevamo già raggiunto una maturità tale da sapere che erano personaggi inventati, e nei film ciò che li vedevamo fare non poteva corrispondere a realtà. Fu per questo che il nostro eroe doveva essere vero, un uomo in carne ed ossa.

Un eroe che ha plasmato in noi le sue gesta poco alla volta, puntualmente ogni sabato pomeriggio. Quando io mi trovavo a casa di nonna Rafilina e non avendo la playstation a portata di mano, finivo per guardare lo show di “SmackDown!” trasmesso in televisione.

Tra le ramanzine delle zie di turno, le quali rimproveravano a mammà il fatto che lei non avesse cura di cosa guardasse il figlio.

“Quelle so’ cose poco educative, stanno la gente che si picchiano, etc...Va a finire che ti cresce violento pure lui”.

‘Na teoria che, per sfortuna loro, non ha trovato applicazione poiché in vent’anni, vi giuro, pur avendo amato il wrestling, non ho mai pigliato tarantelle con nessuno.

Dicevo quindi, ogni sabato pomeriggio i nostri occhi venivano rapiti dal programma del momento.

Accompagnato dalla voce di Ciccio Valenti, che i nomi delle mosse eseguite dai vari atleti se le inventava per evidente impreparazione, e che, come noi, si esaltava al risuonare nell’arena di quella musichetta d’entrata.

E poi la macchina che saltava, con le sospensioni idrauliche che se ti acchiappano a te le guardie, è ‘na multa che ti devi vendere la casa per pagare.

Era proprio lui, era Eddie Guerrero.

Che faceva infiammare il pubblico, dandogli come unico dubbio, nel corso del match, la modalità con cui avrebbe vinto.

Perché che Eddie vincesse, era risaputo ancor prima che partisse il gong. Ma ogni volta succedeva con un imbroglio fatto in maniera diversa.

Colpendo l’arbitro per evitare il conteggio, lanciando addosso all’avversario un oggetto contundente per poi lasciarsi cadere al tappeto per finta, dando un pugno alle parti basse quando gli altri erano distratti.

Magagne tali per cui, uno come Eddie, doveva sulla carta essere odiato dai fans della disciplina, perché facente parte dei cattivi.

Sulla carta, appunto.

Perché ciò che lo rendeva unico nel suo genere era proprio questo.

Perché imbrogliava ma lo amavano tutti quanti.

Perché il suo motto era "We lie, we cheat, we steal!" ("Mentiamo, inganniamo, rubiamo!"), eppure nessuno smetteva di esaltarsi quando, in un modo o nell’altro, riusciva a far cadere l’avversario di turno in uno dei suoi tranelli.

In uno sport-spettacolo come il wrestling, per dirla alla buona, ‘na sorta di “Beautiful votato alla lotta” (penso proprio non lo si possa riassumere meglio di così, volendo utilizzare solo quattro parole), lui era stato capace di spezzare le regole del sistema.

Eddie era inclassificabile rispetto agli altri, rappresentava ‘na categoria di lottatore a parte, totalmente unico nel suo genere.

Ed era inevitabile che, per rafforzare in noi spettatori la convinzione che lui fosse il migliore di tutti, dovettero cambiare i copioni in corso d’opera ai piani alti della WWE (la più famosa compagnia di wrestling al mondo).

Perché aggiungiamola sta postilla, prima che arrivi il fenomeno di turno a farci la critica. Tale sport è predestinato, ed ogni atleta sale sul ring consapevole di dover recitare una parte.

Ma noi bambini non lo sapevamo ancora, per questo a differenza di Superman o Batman, nasceva ogni settimana in noi la convinzione che Eddie fosse invincibile veramente.

‘Na convinzione che parve realtà quando, il 15 febbraio 2004, il nostro eroe sconfiggeva per conteggio un certo Brock Lesnar, colosso fino a quel momento quasi imbattibile, che solo a vederlo ti faceva paura. Fu la conquista del suo primo ed ultimo titolo di campione del mondo. Un Davide contro Golia che si riconcretizzava, ma stavolta non ci azzeccava proprio niente la chiesa.

Tutto meraviglioso insomma.

Poi arrivò quel 13 novembre 2005.

Mattinata di scuola a fare geografia, la maestra che ti mette alla lavagna per segnare chi fa il cattivo mentre lei deve pigliarsi il caffé, il commento sulla puntata di Dragonball del pomeriggio precedente durante la ricreazione. ‘Na giornata come tante, finché non torni a casa.

“Uh, è morto quello che ti vedi il sabato, come si chiama? Lo sta dicendo mo’ proprio il telegiornale”, fece mammà.

Nel servizio scorrevano le immagine di Eddie mentre eseguiva le sue migliori mosse, accompagnate dalla voce del cronista. Era stato stroncato, poche ore prima, da un arresto cardiaco.

L’ultimo suo utilizzo di steroidi, come accertato, risaliva all'anno 2001. Eppure per i giornali fu l’occasione giusta per denigrare questo sport-spettacolo che in Italia aveva da poco iniziato a decollare.

D'altronde, il potere in mano al mondo dell'informazione è proprio questo: se si vuole far passare un certo messaggio, pure se è 'na stronzata, stai sicuro che la gente ci crede perché si fa condizionare facilmente.

Fatto sta che di lì a poco nel nostro paese scomparì il wrestling (perché non fu più trasmesso sulle reti Mediaset) e così pure la nostra passione.

Ma Eddie no, lui non se ne mai andato veramente.

E solo la morte, vista la sua invincibilità sul ring, potette fermare il mito dell'eroe.

Imbroglione, codardo, strano, ma capace di pigliarci il cuore ogni volta.

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