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Una storia di IvanBerardi

Passi

Un brivido invernale per l'estate

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Pubblicato il 09 agosto 2018 in Horror

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Paolina uscì dalla Cattedrale. Il servizio era stato... com'era stato? Per la verità non vi aveva prestato troppa attenzione: qualcosa che il sacerdote aveva detto durante la predica aveva fatto sì che i suoi pensieri avessero preso una direzione tutta loro.

Si era venturata in luoghi dove in quegli ultimi anni non aveva voluto soggiornare troppo: faceva ancora male ma lei era una donna forte, sarebbe sopravvissuta.

E adesso si stava stringendo quel visone nuovo attorno al collo con le mani perfettamente calzate da guanti in morbida pelle. Anche pelliccia e guanti, a modo loro, erano il frutto di quel che era successo in quegli ultimi anni, da quel fatidico giorno in piazza. Non tutti i mali... pensò Paolina accendendo una sigaretta.

Così rimase a guardarsi attorno. Da lì, in cima ai gradini che davano al Duomo Nuovo, poteva permettersi una panoramica della piazza. Sembrava notte fonda sebbene non fosse ancora l'ora di cena: la piazza era pressoché deserta, e stava indubbiamente nevicando .

Quando era entrata a messa non aveva ancora cominciato, ma adesso stava scendendo pesante ed aveva già attecchito. Paolina si guardò i piedi ed imprecò contro la scelta di scarpe. Certo che però erano belle. Coccodrillo, anche quelle erano costate un occhio della testa. Non che fossero soldi suoi!

Facendo attenzione a non scivolare scese i gradini dirigendosi verso i portici dall'altro lato della piazza.

Da qualche parte, lontano, proveniva il suono melanconico di una cornamusa e le illuminazioni natalizie riflettevano la loro luce azzurra contro la geometria rigida dell'hotel Fidelis.

Attraversò il Quadriportico trovandosi difronte la distesa di piazza Vittoria, vide dei percorsi già tracciati nella neve e prese quello che portava alla stazione della metro.

A metà strada, nel mezzo della piazza, un'altra donna stava seguendo lo stesso percorso venendo verso di lei.

"Io non mi sposto" pensò Paolina imprecando contro la neve questa volta. Si accorse che la donna la stava guardando scuotendo la testa. Quando furono vicine la sconosciuta si spostò sulla neve per farla passare. Paolina rispose con un gelido grazie e continuò dritta verso la stazione.

Che si fosse accorta che era lei? Sembrava proprio di sì giudicando da quello scuotere di testa, però almeno l'aveva fatta passare.

Paolina invece l'aveva riconosciuta subito anche se erano già passati tre anni, certo: era apparsa anche in TV e sui giornali, con quei suoi capelli rasati e quell'aria spavalda.

Lei invece no, da allora aveva tenuto un profilo basso, si era anche accorciata e tinta i capelli. E, con Mario, avevano cambiato casa. Abitavano in periferia adesso.


Il treno giunse alla fermata Europa e Paolina si diresse con passi attenti verso la sua villetta. Avrebbe corso, se avesse potuto: la neve le stava già inzuppando i capelli ed aveva speso una fortuna dalla pettinatrice proprio quel sabato! Non si era nemmeno portata un foulard nella borsetta. Anche il traffico in viale Europa andava a rilento, le luci dei fanali formavano una catena che brillava ad intermittenza con lo schiacciare dei freni.

Sembrava che girando l'angolo per prendere la via di casa, Paolina fosse entrata in un mondo diverso, uno in cui i suoni la raggiungevano distanti, fievoli. Qui la neve si era accumulata sul marciapiede poco trafficato e quindi dovette prestare più attenzione aggrappandosi di tanto in tanto alle ringhiere dei condomini circostanti.

Poteva vedere le sagome di chi era negli appartamenti disegnate contro le tende chiuse, c'era chi stava cucinando, chi guardava la TV e chi mangiava già. Tutto questo vivere attorno a lei, ma le sembrava di essere in una bolla di vetro, o forse di guardarvi dentro. Si domandò se Mario fosse già tornato a casa.

Le grida di un litigio fra gatti interruppero quel suo divagare, almeno pensava fossero gatti. Era insistente, un soffiare seguito da lunghi sibilii e ringhia arrabbiate. Poi vide quell'ombra, alcuni metri dietro di lei: si era voltata nella direzione delle grida giusto in tempo per vedere una massa pelosa scomparire veloce tra i cespugli di un giardinetto.

Paolina accelerò il passo tenendosi sempre vicina alla ringhiera della palazzina. La siepe di alloro ornamentale che si trovava dall'altro lato della ringhierà aveva cominciato a scuotersi. Il tremore, forte abbastanza da fare cadere la neve che si era depositata sulle foglie, era partito alle sue spalle, per un po' l'aveva affiancata mentre allungava il passo e poi, con sollievo, Paolina lo notò allontanarsi da lei procedendo verso l'altro capo della siepe.

Paolina si fermò: se quell'animale avesse deciso di saltare nuovamente in strada una volta raggiunta la fine della siepe sarebbe stato meglio che lei gli stesse lontana, magari andando sull'altro marciapiede. Ma che si trattasse davvero di un gatto? Certo che doveva essere grosso per far scuotere così l'alloro. Quando gli era passato accanto l'aveva sentito stridere, se poteva descrivere così quel suono acuto, non dissimile da quello di una porta che ha bisogno d'essere oliata, e poi sibilare ancora arrabbiato. Quello l'aveva spaventata. E se invece di essere un gatto fosse stato un cinghiale? Certo che da come l'aveva visto sparire tra i cespugli non sembrava proprio, ma ormai sembravano essere ovunque... O forse una volpe, quello sarebbe stato più probabile.

Paolina valutò la situazione: dall'altro lato della strada c'era un parchetto, un quadrato di verde con qualche cespuglio illuminato da un lampione. In teoria la meta ideale per quell'animale che ora sembrava fosse scomparso.

Tutto quello che doveva fare era camminare dritta ancora per cinquanta metri, poi girare a sinistra e la villetta sarebbe stata lì, poco più avanti.

I piedi adesso erano bagnati, o forse era solo il freddo. Scosse la testa per pulire i capelli dalla neve e prese un'altra sigaretta dalla borsetta. Fece fatica ad accenderla sotto quei fiocchi pesanti e la cartina si era già bagnata, ma quando vi riuscì inalò una boccata soddisfatta. La nicotina la calmò subito e quasi si mise a ridere pensando a come si fosse fatta suggestionare. Strinse bene il visone attorno a sé e decise di proseguire.

Il visone; mancavano ancora due settimane a Natale, ma Mario aveva già cominciato con i regali: doveva tenersela buona se non voleva che facesse una sceneggiata e finisse una volta per tutte quello scherzo che si ostinavano a chiamare matrimonio. Vivevano ancora assieme, o forse sarebbe stato meglio dire, nella stessa casa, ma ciò, più o meno, era tutto quello che avevano in comune.

Sigaretta in una mano e l'altra pronta ad afferrare la ringhiera in caso di perdita d'equilibrio, Paolina stava per raggiungere il punto dove la palazzina finiva e la prossima cominciava.

E lì notò quella cosa scura che si stava riversando sulla neve intatta.

Prima pensò che si trattasse di un macchia che colava dai mattoni del muretto, poi questa macchia cominciò ad allargarsi con un movimento viscoso, semifluido. Avrebbe potuto essere petrolio, ma quest'ipotesi era altrettanto bizzarra di quella del cinghiale. Forse lì, in fondo, c'era la stanza servizi del condominio e si trattava di una perdita di kerosene, vernice, olio che cosa ne sapeva lei, mica era un ingegnere!

Si avvicinò rendendosi conto solo allora che questa macchia stava producendo gli stessi striduli suoni che l'avevano spaventata un attimo prima. Qualsiasi cosa fosse, si stava allargando a macchia d'olio difronte a lei, sembrava che la perdita provenisse proprio dal muretto alla base della ringhiera.

E poi si rese conto che la macchia non era una macchia, ma un insieme di corpi; tanti, forse topi, come li aveva visti nei film quando abbandonano una nave: compatti, sincronizzati, quasi che fossero un'entità sola con una mente sola. O forse ratti.

Poi quella massa cambiò direzione, o meglio, si fermò distribuendosi lungo il marciapiedi davanti a lei.

Paolina poteva distinguere i corpi che si muovevano lucidi nella notte con il pelo bagnato dalla neve, come se stessero galleggiando su un'onda.

Non erano topi: adesso si stavano alzando sulle zampe posteriori, restando così, eretti bilanciandosi sulle loro code pelose; fissandola.

Le grida stridule si fecero più acute, quasi gli animali; non sapeva ancor cosa fossero, stessero scambiandosi delle informazioni eccitati. Quindi cominciarono ad avanzare verso di lei, prima lentamente, poi correndo agili sulle loro zampe corte.

Paolina cercò di salire sul muretto aggrappandosi alla ringhiera, invece scivolò al suolo, sul marciapiede innevato. Non sapendo cos'altro fare si chiuse su sé stessa, alla riccio, usando la pelliccia come riparo; aspettando.

Avvertì il peso dei primi animali, le loro zampe che disegnavano tracciati sul suo corpo con passi veloci. Li sentiva inalare inspirando pesantemente, sembrava che la stessero studiando cercando di capire cosa lei fosse. Poi sentì il picchiettare dei loro musi contro il pelo della pelliccia e la sua pelle nascosta sotto di esso, quasi volessero intrufolarsi; scavare una tana. Ed il loro peso andava aumentando con l'arrivo di altri animali ancora.

Paolina si sentì soffocare sotto quella matassa di corpi sguizzanti, insistenti, arrabbiati. Sembrava che avessero capito dov'era nascosta la sua testa e che lì avessero deciso di gridare di più, con più urgenza ed aggressività.

Non riusciva più a respirare, animali o non animali avrebbe dovuto emergere dalla pelliccia per prendere una boccata d'ossigeno o l'alternativa sarebbe stata quella di soffocare.

Chissà cosa avrebbero detto i suoi vicini se l'avessero trovata morta così, in mezzo alla strada?

Vittima di una rapina, per un visone che non erano riusciti a portarle via?

Il suo cervello stava pensando già alla sua reputazione post-decesso. Forse era la deprivazione d'ossigeno, così come lo era quella voce che ora stava ripetendo: 'Signora! Signora mi sente?'

Almeno i sibilii degli animali erano scomparsi.

È così che funzionava quando si muore? Era Dio che la stava chiamando, impaziente di averla nella Sua congregazione dopo tutto quello che aveva fatto per Lui?

'Signora? Respira? Sta bene?'

Qualcuno le aveva sollevato una spalla ed ora una mano stava spostando la pelliccia dove le copriva il volto.

Non era Dio, ma il signor Alberti, il dirimpettaio del numero 23, quello con i capelli rossi.

Con delicatezza l'Alberti la stava spostando contro il muretto così che potesse poggiarvi contro. Poi si chinò e la fissò negli occhi per accertarsi che la donna fosse ancora capace di intendere.

'La ringrazio, stavo correndo verso casa e sono caduta come una per cotta... di sicuro non ho scelto le scarpe più adatte"

L'Alberti guardò verso i piedi della donna notando come uno fosse completamente scalzo, la stessa rivelazione discese su Paolina che si pentì immediatamente di avere attratto l'attenzione dell'uomo sui suoi mocassini di coccodrillo.

Il Signor Alberti si guardò attorno e finalmente riuscì a localizzare la scarpa sotto una macchina parcheggiata qualche metro più in là.

Cercando di non bagnarsi, la estrasse da dove era finita offrendola alla donna in una poco romantica reinterpretazione di Cenerentola.

Al Signor Alberti Paolina non era mai piaciuta, con quella sua aria formale e la puzza costantemente parcheggiata sotto il suo naso disapprovante. Dal canto suo Paolina era convinta che il Signor Clerici, con cui l'Alberti abitava, fosse ben altro che un semplice coinquilino e di conseguenza aveva subito preso i due in antipatia.

Passarono un paio di minuti in cui entrambi, una volta appurato che Paolina stava bene, cercarono il modo meno evidente per evitare di camminare assieme verso le rispettive abitazioni.

Paolina, essendo finalmente riuscita a liberarsi del suo soccorritore, con la scusa di volersi riprendere un attimo sedendosi sul muretto, cominciò a guardarsi attorno.

Aveva sentito quei denti aguzzi infiltrarsi tra la pelle di coccodrillo della scarpa e la caviglia, freddi e bagnati, come tante lame, quindi il piede scalzo contro la neve del marciapiede e poi quel sentirsi soffocare, quel nodo alla gola. Eppure, attorno a lei non c'era nulla che facesse da testimone a quanto le fosse accaduto. A parte la neve scompigliata dove si era arrotolata su sè stessa, il resto della coltre era ancora pressoché intatto: poteva vedere le sue impronte e poteva vedere quelle del Signor Alberti che poi si confondevano con le sue ed infine attraversavano la strada per proseguire verso casa.

Ma dov'erano finite quelle dei suoi assalitori, saranno state almeno una quarantina di bestie, possibile che non avessero lasciato nessuna traccia?

E poi neanche l'Alberti sembrava essersi accorto di niente credendo alla sua versione dei fatti, possibile che non le avesse viste scappare?

Rimase seduta e prese il pacchetto di sigarette dalla borsetta, lo aprì ed annusò il contenuto. Puzzava di tabacco, niente di più esotico o meno legale: per un momento aveva pensato che qualcuno le avesse fatto uno scherzo, magari al lavoro, quel radical-chic del Piovani.

Certo, che adesso che si stava calmando, l'idea di trovarsi lì da sola non le sembrava più così allettante, anche la compagnia dell'Alberti sarebbe stata meglio.

Si alzò preparandosi con l'accendino in mano, l'unica arma in caso di un nuovo attacco, e si diresse verso casa.

Tutte le luci erano spente. Si affrettò ad entrare sbattendo la porta dietro di sè. Andò in cucina dove trovò un messaggio sul tavolo: "Sono uscito, torno tardi M."

Per una volta che avrebbe gradito la sua presenza...

Paolina tornò nell'ingresso e si tolse il visone che lasciò sull'appendiabiti, sfilò sgraziatamente le scarpe ed andò verso il bagno: dopo quell'esperienza voleva farsi una doccia per riscaldarsi un po' e per tornare in sè. Ancora non era sicura di cosa le fosse successo, avrebbe chiamato Guido: suo figlio, dopo la doccia.

Invece passò dalla camera, dove si svestì ed indossò la vestaglia: aveva cambiato idea, anzichè una doccia si sarebbe fatta un bagno caldo. Tornò in cucina dove prese una bottiglia di vino bianco dal frigorifero, si fermò a metà bicchiere, poi, ripensandoci lo riempì, prese un sorso abbondante, un altro ancora e quindi decise di portare la bottiglia in bagno.

Fece scorrere l'acqua nella vasca aggiustando il miscelatore e versando del bagnoschiuma e sali da bagno alla lavanda.

Mentre la vasca si stava riempendo Paolina decise di darsi un'occhiata allo specchio e mettere un mollettone nei capelli che non voleva bagnare più di quanto non lo fossero già.

L'immagine che la stava studiando non era quella che si ricordava: quella della Paolina di una volta; invincibile. No, adesso davanti a lei c'era una donna stanca, esausta addirittura, la bocca chiusa con la determinazione di sempre, ma ormai circondata da tanti piccoli solchi, come il delta di un fiume.

Alzando il braccio per mettersi il mollettone, la vestaglia scivolò verso le spalle lasciando che la luce dello specchio cadesse libera sul suo corpo. Solo allora notò un cerchio violaceo attorno al collo. Girò la testa verso una spalla e poi verso l'altra sempre osservandosi nello specchio, quel cerchio sembrava continuare tutto attorno al collo, come se qualcuno le avesse legato un laccio tirandolo stretto. Quindi tornò al momento in cui si era sentita soffocare sotto il peso degli animali, non era stato solo quello: si era sentita letteralmente strangolare, si ricordava bene adesso.

Portò una mano su quella striscia violastra sentendo la pelle rovinata sotto le dita eppure non le faceva male, avrebbe potuto essere un trucco, del makeup. Ma era tutto troppo reale.

Paolina guardò il piede che le era rimasto scalzo in strada, la caviglia stava sanguinando, niente di particolarmente allarmante, anzi la ferita si stava già cicatrizzando. La toccò con un dito che poi portò alla luce dello specchio, indubbiamente sangue, il suo. Senza sapere perchè, mise il dito in bocca succhiandolo, provò a muovere la caviglia sorprendendosi ancora dalla completa assenza di dolore .

Avrebbe potuto chiamare suo figlio subito, avrebbe potuto chiamare il pronto soccorso o addirittura attraversare la strada e suonare il campanello dell'Alberti. Invece decise che si sarebbe fatta il bagno e avrebbe svuotato la bottiglia.

Ci mancava solo che la prendessero per pazza.

L'acqua nella vasca aveva raggiunto il livello desiderato coperta da una coltre di schiuma spessa.

Paolina stava per sfilarsi la vestaglia quando invece fece un salto nell'udire l'improvviso frastuono che provenne dall'ingresso. Un rumore metallico, freddo. I sensi di Paolina, già allertati, erano ormai tesi come corde di violino che sembravano voler suonare solo melodie stonate.

Attese in silenzio e quindi chiamò: 'Mario sei tu?'

Non rispose nessuno, comunque non s'attendeva nessuna risposta.

Cercò velocemente tra le cose da bagno ed il meglio che riuscì a trovare furono delle forbici e la lacca spray.

Spense la luce del bagno e lentamente, ascoltando, uscì dalla stanza. Niente.

Tenendosi contro il muro passò davanti alla porta della camera, che era chiusa, e quindi raggiunto l'angolo spiò verso l'ingresso.

Questi era immerso nella semi ombra creata dall'illuminazione stradale che proveniva da un ampio rettangolo di vetro smerigliato dal design anni '70.

Per terra, lungo il pavimento di ceramica Paolina poteva vedere la silhouette sottile dell'appendiabiti e sotto di quella la massa voluminosa della pelliccia di visone.

Si mise a ridere: che stupida, non ci aveva pensato! Era ovvio che il visone, essendo l'unico indumento appeso al mobile lo avrebbe potuto sbilanciare e adesso infatti si ritrovava sul pavimento. Rincuorata si diresse verso l'ingresso accucciandosi per sollevare pelliccia ed appendiabiti.

Fece per prendere la pelliccia quando questa cominciò a muoversi disintegrandosi difronte ai suoi occhi increduli: prima furono le maniche a tornare in vita, staccandosi dal resto dell'abito sgattaiolando via, poi gli animali del collo e quindi tutto il resto. Paolina si ritrovò nel mezzo della stanza accanto all'appendiabiti circondata da una quarantina di animali che la stavano guardando con occhi umidi, mostrando i denti e sibilando arrabbiati.

Non topi, non gatti, non volpi non ratti.

Quaranta visoni stavano chiudendo il cerchio attorno a lei, Paolina afferrò l'appendiabiti scagliandolo contro gli animali che erano difronte a lei, questi ruppero le file giusto per ricompattarsi un attimo dopo. La cacofonia che stavano creando con quei sibilii e quelle grida era assordante, ancora una volta Paolina si chiuse a riccio, ma questa volta la pelliccia non poteva proteggerla, tutt'altro: la stava attaccando.

Paolina chiuse gli occhi e si portò le mani alle orecchie per cancellare quel rumore stridente che si faceva sempre più chiassoso. Poteva assaporare il sapore metallico del suo sangue in bocca ed il cerchio viola sul collo che ora pulsava col battere impazzito del cuore.


Aprì gli occhi, era mattina e si trovava nel suo letto. Le mani strette a pugno, il corpo chiuso su se stesso, sudata. Emerse da sotto il piumone pesante portando d'istinto le mani al collo. Il tatto non tradiva nulla d'insolito. Stava respirando affannosamente e si sentiva bruciare. Ma a parte questo era viva e questo era già qualcosa.

Poggiò i piedi scalzi sul pavimento freddo, quasi non osò guardare, ma quando finalmente si decise non poté che emettere un sospiro di sollievo quando si trovò difronte due piedi intatti e come al solito perfettamente curati.

Una luce grigia filtrava dalle tende: aveva lasciato le tapparelle alzate perché non le piaceva più dormire al buio. Andò alla finestra e scostando la tenda guardò sorpresa il giardino della villetta coperto di neve, un albero di Natale già illuminato le ammiccava dal giardino della vicina.

La sveglia faceva le 6.35, era lunedì, ma aveva tempo.

Andò in cucina per farsi un caffè, ormai quel sogno era diventato un garbuglio confuso che si stava dissolvendo alla luce del giorno.

Sul tavolo di noce era poggiata una voluminosa busta di carta bianca, le maniglie tenute assieme da un fiocco rosso.

Accanto ad essa c'era una bigliettino. L'aprì.

"Che cominci il Natale. M."


Paolina strinse il biglietto in una palla e lo buttò nella spazzatura.

Accese la macchina del caffè, attese qualche attimo, introdusse la capsula e schiacciò il pulsante. C'era qualcosa di rassicurante in questo rituale.

Bevve il caffè restando in piedi davanti al lavello. Dalla finestra poteva vedere l'Alberti nella sua cucina illuminata; sembrava che anche lui stesse preparando del caffè. All'improvviso qualcuno si mise dietro all'uomo, abbracciandolo. L'Alberti si voltò ridendo, dando un bacio al suo "coinquilino".

'Ci avrei potuto giurare!' Imprecò Paolina versando il resto del caffè nel lavello.

Tornò verso il tavolo, la giornata ormai già rovinata.

Prese le forbici dal cassetto e tagliò il fiocco rosso, all'interno della busta c'era un pacco di carta dorata, all'interno qualcosa di soffice e voluminoso.

Paolina sorrise, prese il pacco e lo portò in camera. Lo mise sul letto e con attenzione cominciò a districarne il contenuto.

Si guardò allo specchio, era bellissima. Quella sera a messa le altre sarebbero morte d'invidia! Indossò la pelliccia danzando difronte allo specchio del guardaroba, passando le mani sul pelo morbido tutta compiaciuta.

Da qualche parte nel giardino sentì quelle che sembravano delle grida di gatti: dei sibilli striduli ed acuti. Le ricordarono qualcosa, ma Paolina decise di non farci caso.

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