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Una storia di Jelena

3

I ricordi sono una maschera di ...c'era .

Pubblicato il 26 maggio 2017

Un unico pensiero: martellante, perenne, invadente.

C'era nell'ultimo faticoso battito di ciglia della sera, nel sospiro rivolto allo specchio la mattina appena sveglia. C'era tra i fogli perfettamente ordinati sulla scrivania, tra le pagine di un libro letto decine di volte. Presente nelle gocce d'acqua sul finestrino dell'auto, nell'odore prima pungente e poi rassicurante del caffè, era l'ossimoro perfetto: una presenza completamente assente.

Quell'idea sbatteva tra le pareti della mia testa e del mio stomaco, avanti e indietro senza sosta. Una carica elettrica con intensità costante, così crudele da non essere nè abbastanza dolorosa nè troppo discreta. Una falena che sbatte ripetutamente sul vetro di una finestra pur avendo un enorme porta aperta poco distante, convinta si lancia a tutta velocità verso quell'ingannevole trasparenza, una, due, tre, dieci volte. Stremata resta a terra, e lo sa, lo sa che può uscire dalla porta, che ha una via d'uscita sicura. Ma continua a farsi del male, a cercare una falla in quel muro fatto di inutili speranze, per interminabili giorni.

Chiudevo gli occhi e cercavo di allontanarlo ma quel pensiero tornava sotto forma di colori, prima il giallo della contentezza iniziale, poi il rosso della passione, a seguire un viola pesante come la piega che aveva preso la nostra relazione ed infine il grigio di una noia indigesta e inevitabile. Cercavo un colore neutro, un bianco che riportasse tutto a zero, una nuova tela da dipingere, una nuova canzone da ascoltare, che non facesse sussultare il mio cuore alla prima nota. Ma lui c'era anche nella musica, c'era nei vibrati, nei bassi, nelle parole che arrivavano dritte al cervello e lo facevano tentennare come un bambino davanti ad un muretto troppo alto da cui saltare. Le canzoni aprivano il varco al vuoto che sentivo e che cercavo di reprimere, lo portavano a spasso tra i miei dubbi e le mie ragioni, tra le mie poche convinzioni e le mie troppe paranoie, perciò finivo per cercare rifugio nella l'unica cosa che non mi aveva mai tradita: il silenzio.

Era lì, pur essendo qualche chilometro distante e parecchi anni luce lontano dal mio cuore. Era un pensiero con nome e cognome, un doloroso identificativo, un insieme di banalissime lettere che solleticavano la mia mente e ridavano la forza a quella maledetta falena di andarsi a schiantare di nuovo verso quella barriera di illusioni, di discorsi immaginati e di abbracci mancati. C'era un amore corrisposto a metà, c'erano notti troppo brevi e giorni interminabili, c'erano le mie lacrime e la sua indifferenza.

C'era lui, ma non c'ero più io.

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