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Una storia di IvanBerardi

La ballata di Polly Sun

Una vacanza nella campagna inglese. Presenze. Realtà o suggestione?

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Pubblicato il 01 ottobre 2017 in Horror

Tags: brughiera Inghilterra lgbt poltergeist soprannaturale

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La ballata di Polly Sun Capitolo 1

Era da alcuni mesi che avevano programmato quella vacanza. A chi le guardava con perplessità quando dicevano che sarebbero andate a fare una settimana in un cottage nel mezzo della campagna inglese - a novembre-, rispondevano con un adagio tipicamente britannico: sbatti un attimo le sopracciglia e l'estate è passata, per sottolineare la fugacità della bella stagione in quel di sua Maestà.

E poi a loro non importava: Leonarda sarebbe stata contentissima col camino acceso ed una tempesta che infuriava sulla brughiera; s'era portata qualche romanzo e, comunque, c'era sempre la possibilità di ritirarsi in cucina e rilassarsi così. La località isolata in cui si trovava il cottage sarebbe stata il perfetto antidoto al perenne andirivieni che regnava nel suo locale in città. Michela, come al solito, era quella che si era preparata di più, con mappe, bussola e thermos, comunque anche lei si era presa il portabile così che avrebbe potuto continuare a lavorare sul suo reportage per il Bresciaoggi nel caso il tempo avesse deciso di essere consono alla stagione.

Dopo il volo, avevano passato due giorni da Luke e Sergio: gli amici di Londra. Quindi avevano noleggiato l'auto con cui si sarebbero dirette verso il Peak District e Winster: il villaggio più vicino alla loro destinazione.

"Allora, avete tutti i dettagli. Le chiavi le trovate alla Clifton Farm. Vi aspettano per le due, dovreste farcela in meno di quattro ore, comunque se ritardate il numero di Mrs Clifton è sul foglio." Luke indicò il pezzo di carta sul cruscotto ed abbracciò Leonarda. Michela era già al volante, il baule pieno di provviste ed Annie Lennox che ripeteva "...here comes the rain again..." dalla radio programmata su 'Absolute 80's'. Le due donne partirono agitando le mani in segno di saluto, mentre Luke e Sergio le guardavano allontanarsi. Sergio s'era portato un fazzoletto agli occhi fingendo di asciugarsi le lacrime per poi sventolarlo drammaticamente verso le amiche che cominciarono a ridere poi, imitando una cornetta con le dita vicino all'orecchio, ricordò loro di fare un colpo quando sarebbero arrivate.

Trovare quel cottage, il Nine Ladies, era stata una botta di culo, Leonarda si era espressa così con le amiche: mesi prima aveva mandato un'email a Sergio dicendogli dell'idea di passare qualche giorno in Inghilterra e che avrebbe cercato un affitto su Airbnb o qualcosa di simile. Questi le aveva risposto dopo poche ore informandola che una collega di Luke, essendosi trasferita a Londra da poco, aveva messo un annuncio sulla bacheca del lavoro per l'affitto vacanze del suo cottage nel Peak District. Essendo un annuncio interno, il prezzo si era rivelato un affare. Dopo una veloce ricerca in rete per controllare la zona, Michela e Leonarda già si vedevano attorno a quel camino o sorseggiando una pinta nel pub più vicino al cottage dopo una lunga camminata sotto le intemperie.

La ballata di Polly Sun 2

Quasi istantaneamente, nel prendere la B5057 passato Matlock, la strada cominciò a salire cingendo colline arrotondate coperte da pascoli. Le pecore che li punteggiavano continuavano a brucare incuranti della pioggia che aveva accompagnato le ragazze da quando si erano lasciate Derby alle spalle. Leonarda guardò Michela, era intenta a guidare con gli occhi puntati davanti a sè, alla sua destra il terreno cominciava a scendere rapidamente formando una vallata stretta coperta da una folta boscaglia per poi risalire dall'altro lato, dove avrebbero potuto vedere colline più alte non fosse stato per il muro d'acqua che si stava versando sulla loro Mini.

Leonarda si domandò se alle pecore piacesse tutta quell'acqua; magari le rinfrescava, certo che la lana doveva essere bella pesante così inzuppata. Stava per chiedere a Michela se le pecore fossero dei ruminanti, ne era quasi certa, quando sentì un tonfo provenire da qualche parte sotto i suoi piedi, quindi venne sbalzata contro il finestrino, una, due, tre volte mentre l'auto perdeva il controllo scivolando senza presa sull'asfalto bagnato riuscendo a fermarsi solo una cinquantina di metri più avanti. Era successo tutto così in fretta, eppure le era sembrato di viverlo al rallentatore, come se fosse stata una spettatrice piuttosto che la protagonista. Soprattutto il momento in cui un'auto stava venendo verso loro dall'altro lato; i fanali accesi come due occhi di gatto, il clacson appena udibile sotto il martellare della pioggia contro il metallo della vettura. Poi passò, veloce sparendo dietro ad una curva.

Restarono in silenzio prendendosi istintivamente le mani. Grazie alle cinture non era successo nulla di drammatico: Michela non aveva perso il controllo dell'auto ed erano ancora tutte d'un pezzo. Fu Leonarda a chiedere alla sua ragazza cosa fosse successo, la voce ancora tremante dopo lo shock.

"Un animale; una volpe credo, ho visto qualcosa di rosso, me lo sono ritrovato davanti all'improvviso, un attimo prima non c'era niente ed il momento dopo era piazzato lì senza muoversi. Di sicuro l'ho beccato, hai sentito il botto, no?" Rispose Michela districandosi dalla cintura di sicurezza e girandosi per prendere la giacca a vento.

Senza aspettare risposta aprì la portiera e si portò davanti all'auto per ispezionare eventuali danni. Rientrò dopo un attimo, "Quantomeno la macchina è a posto." disse mettendola in moto. Riuscì a fare un'inversione e guidò l'auto per qualche centinaio di metri nella direzione da cui erano venute. Non c'era nulla, nulla che indicasse la presenza di un animale morto o ferito, nulla che facesse da testimone a quel momento di paura, nulla se non la pioggia incessante che ora cadeva ancor più insistente.

Le due donne proseguirono verso Winster cercando di lasciarsi alle spalle quel che era appena accaduto e che comunque sembrava difficile scrollarsi di dosso: la tensione, e l'adrenalina che aveva generato, era ancora palpabili nello spazio ristretto dell'auto.

Raggiunsero il villaggio in pochi minuti attraversandolo lungo la strada principale che lo tagliava in due. Come si ricordavano dalle foto viste in rete, vecchie case eleganti in pietra grigia si affacciavano sulla 'high street', il loro tono severo veniva addolcito dalla naturale sfumatura rosa della pietra e dalle finestre incorniciate da telai a quadri, che donavano loro una qualità fiabesca. A parte le auto parcheggiate, la via era deserta. L'unico segno di vita era la l'illuminazione che usciva dal piccolo negozio d'alimentari -l'unico-, che malgrado la pioggia esibiva ancora delle cassette con frutta e verdura precariamente protette dalla tenda verde che copriva l'ingresso.

Proseguirono. Passato Winster, Leonarda rilesse le direzioni per Clifton farm, che teneva strette in mano. Malgrado la pioggia e l'incidente erano ancora in anticipo: l'orologio sul cruscotto segnava le 13.35.

Attraversarono l'incrocio con la B5056, quindi fecero attenzione per non mancare la sterrata sulla destra che le avrebbe portate alla cascina, ma non dovevano preoccuparsi: dopo circa un chilometro videro l'apertura nella siepe ed un cartello che indicava con caratteri rustici: 'Clifton Farm'. La stradina proseguì per un centinaio di metri fino ad aprirsi su un'aia fangosa. L'abitazione in sè aveva le stesse caratteristiche delle case di Winster: una piacevole contraddizione tra l'austero ed il fiabesco; invitante ma non troppo. Dalle finestre buie non filtrava nessuna luce.

Una jeep ed un trattore erano parcheggiati sotto il capannone che limitava un lato del cortile dandogli un'apparenza utilitaria che contrastava con l'aspetto formale della casa. Parcheggiarono il più vicino possibile all'ingresso e, coprendosi, uscirono dall'auto per andare a bussare. Una busta bianca era stata attaccata alla porta, protetta da una pensilina, su questa lessero i loro nomi in pennarello nero e quindi l'aprirono. Poche righe in inglese, Michela lo parlava benissimo, Leonarda con qualche difficoltà ma si poteva arrangiare.

Il biglietto era firmato Mrs Clifton, senza nome. La Signora Clifton si scusava per l'assenza citando un imprevisto ed aveva disegnato una mappa rudimentale con cui raggiungere il cottage 'Nine Ladies'. Le chiavi erano all'interno della busta con la raccomandazione che le ragazze, quando sarebbe venuto il momento di tornare a casa le mettessero nella buca della posta del cottage.

Sorprese, Michela e Leonarda tornarono verso la macchina e, sebbene non lo dissero, entrambe avevano la netta sensazione che qualcuno le stesse osservando da una delle finestre buie.

La ballata di Polly Sun Capitolo 3

Le direzioni lasciate dalla Signora Clifton erano chiare: ritornarono sulla strada da cui erano venute e proseguirono attraversando il borgo di Elton. Winster, a confronto, sembrava una vibrante metropoli. Il piccolo borgo era costituito da una chiesa apparentemente chiusa dietro la quale si vedevano le croci celtiche di un piccolo cimitero; un pub, anch'esso chiuso del cui nome, verniciato sul muro in caratteri gotici dorati, restava solo "..OL.. SU. " ed una manciata di case sparse lungo la strada, tra le quali spiccava una dimora elegante meticolosamente curata.

Le due donne trovarono la strada secondaria che le portò nel fitto della campagna: la Nine Ladies Road. La seguirono per mezzo chilometro finchè questa terminò dove un recinto in legno delimitava un ampio pascolo. Un cancelletto, anch'esso in legno, interrompeva il recinto ed accanto ad esso un segnale puntava verso il pascolo con la scritta: NINE LADIES.

"Eccole finalmente!" Commentò Leonarda eccitata quando riuscì ad intravedere le sagome del cerchio di pietre che si ergevano tra l'erba, quasi come se stessero confabulando tra loro, custodi di un antico segreto.

"Ecco, con noi sono undici le ladies adesso, certo che con un tempo così, al cerchio non mi aggiungo di certo!" Scherzò Michela rincuorata dal fatto che alla sua sinistra si apriva una stradina, in fondo alla quale, dopo un centinaio di metri, s'intravvedeva la loro destinazione finale. All'imbocco della carreggiata infatti, su una stele di pietra grezza, qualcuno aveva dipinto la piacevole immagine di una casetta di campagna, con un cielo azzurro ed un sole ridente sotto la quale si leggeva Nine Ladies Cottage.

Parcheggiarono l'auto sullo spazio lastricato che portava vicino all' ingresso del cottage, rimisero le giacche e presero l'ombrello che Luke aveva loro prestato. Leonarda andò ad aprire la porta, per controllare che la chiave fosse giusta, e quindi tornò alla macchina per aiutare Michela con le valigie e le provviste. Si tolsero le scarpe sullo zerbino, lasciandole accanto alle borse e, solo allora, valutarono la stanza in cui si trovavano camminando in calzettoni sul pavimento di legno antico levigato dal tempo.

Le pareti erano per lo più di pietra grezza verniciata di bianco, alcuni tratti erano stati invece intonacati creando un'atmosfera contemporanea, un'attenzione al dettaglio da arredatore d'interno. Un camino, anch'esso di pietra, dominava una delle pareti, accanto ad esso c'erano due alcove occupate da mensole sulle quali posavano una collezione vintage di guide del Peak District, delle ciotole di ceramica, rustiche ma con un'aria da design ed un candelabro di legno dal tocco Nordico. Anzi, più si guardavano attorno più l'intera stanza sembrava emanare questa raffinatezza, contenuta e modesta, tipica degli interiori scandinavi. Un divano grigio, stile retro, invitava a sedersi verso la parete col televisore a schermo piatto, due poltrone, invece, guardavano verso il camino. Un ampio tappeto verde salvia copriva gran parte del pavimento e travi a vista, anch'esse verniciate di bianco, correvano lungo il soffitto basso.

Qualcuno, probabilmente la Signora Clifton, aveva lasciato il riscaldamento acceso per loro: il termosifone, ultrapiatto che quasi non si vedeva, scottava al tatto. Dei ceppi di legno erano stati attentamente arrangiati nel camino, pronti per essere accesi.

Le due donne si abbracciarono: dopo la brutta avventura in macchina e la desolazione che le aveva accolte nei villaggi, non sapevano cosa aspettarsi e si erano preparate al peggio; quello che avevano trovato, invece, superava ogni aspettativa.

Il comfort della stanza d'ingresso continuava nella cucina che, seppur piccola, era stata anch'essa arredata con attenzione: un equilibrato gioco tra l'antico e il moderno. Sul tavolo trovarono una bottiglia di vino rosso e due bicchieri con un biglietto su cui era scritto: welcome. Aprirono la bottiglia e versarono il vino nei due bicchieri rilassandosi dopo il primo sorso, il viaggio sembrava ormai un lontano ricordo ed il picchiettio della pioggia contro la finestra della cucina aveva ora un effetto confortante.

Il cottage era pulitissimo e si domandarono se la misteriosa Signora Clifton avesse qualche forma di ossessione compulsiva con l'ordine, comunque meglio così: aveva fatto un ottimo lavoro; decisero che le avrebbero lasciato una mancia prima di partire.

Presero le valigie per continuare l'esplorazione del cottage al piano superiore. La scala, coperta da una moquette beige, saliva lungo una delle pareti del soggiorno. Michela stava dicendo a Leonarda quanto avesse voglia di farsi un bel bagno caldo quando si interruppe di colpo: a metà scala, nel mezzo di un gradino, c'era un sonaglio per bambini, uno di quelli con un tamburello, due palline attaccate a stringhe ed un piccolo manico da far girare nelle mani per far sbattere le palline contro il tamburo.

"E questo cosa ci fa qua?" si domandò sorpresa, quasi avesse trovato una falla nell'impeccabile rigore della Clifton. Leonarda le sgusciò accanto cercando di vedere a cosa si stesse riferendo. Quel sonaglio non era di certo un qualcosa che un bambino avrebbe usato: ne aveva avuto uno anche lei da piccola, ma questo era chiaramente antico, forse di secoli, il manico era tarlato e la pelle del tamburo aveva una fragilità che solo il passare di molti decenni le avrebbe potuto donare. Su entrambe le facce del tamburo erano state dipinte le Nine Ladies; la pelle al centro del cerchio era logorata dal battere delle palline.

Senza potersi dare una spiegazione Michela prese il sonaglio e continuò a salire. La loro camera era perfetta, ormai non si aspettavano altro che conferme sul buon gusto della collega di Luke. Come ulteriore tocco, una finestra sulla parete accanto al letto, dava sul piccolo giardino incorniciato da alberi ed in lontananza sulle Nine Ladies che ormai, tra la pioggia e l'incombente oscurità erano pressochè invisibili.

Andarono ad esplorare l'altra stanza, la più piccola, quella che non avrebbero usato e dove avrebbero lasciato le valigie. Qui c'era un letto singolo affiancato da una finestra da cui in lontananza, si potevano vedere le luci di Elton; quasi volessero dimostrare che, dopotutto, il villaggio era abitato. Completavano la stanza una piccola cassettiera ed alcune mensole sulle quali si trovava una collezione di artefatti che, ancora una volta, mescolavano con gusto il passato con il presente. Fu qui, sulla mensola più alta, che trovarono un tamburello, anch'esso antico e con le Nine Ladies dipinte sulla pelle tirata, accanto a questo c'era uno spazio vuoto da dove era ovvio che il sonaglio che Michela aveva in mano provenisse. Lo mise immediatamente al suo posto.

"Come cazzo ha fatto a finire sulle scale?" Leonarda rubò le parole di bocca a Michela che si grattò la testa in cerca di una spiegazione. "Forse la Clifton ha sbattuto la porta nell' uscire e le vibrazioni l'hanno fatto cadere e rotolare giù dalle scale..." nessuna delle due credette a questa spiegazione: il cottage era solido e poi era impossibile che il sonaglio avesse potuto rotolare così lontano; qualcuno ce l'aveva messo su quel gradino.

"Te lo dico io cosa è successo", Leonarda ebbe una rivelazione: "La Clifton è venuta a fare le pulizie e si è portata dietro il figlio o la figlia. Dopo un po' il bambino si stufa e cerca qualcosa con cui giocare, trova il sonaglio e lo prende. La mamma finisce le pulizie, sa che tutto è in ordine e dice che è ora di andarsene, il bambino non vuole far perdere tempo alla mamma e così anzichè mettere il sonaglio a posto lo lascia sulle scale. Mistero risolto!"

"Hai visto dov'è la mensola?" le chiese Michela indicando il fatto che quella con il sonaglio fosse la più alta di tutte.

"Ma sì, che ne so, avrà preso la sedia che abbiamo in camera nostra...", quella era una possibilità, forse Leonarda aveva ragione. Fatto sta che erano arrivate, il cottage era favoloso e la bottiglia di rosso attendeva di essere finita.

Michela cominciò a far scorrere l'acqua nella vasca da bagno, accese le candele profumate che aveva trovato nel mobiletto sotto il lavandino e le sparse per la piccola stanza. Leonarda scese a prendere bottiglia e bicchieri, mandò un veloce messaggio a Sergio dicendogli che erano arrivate e tutto era perfetto e quindi tornò di sopra per unirsi alla sua ragazza in un bagno rilassante.

Così, mentre erano intente a godersi il comfort di quel piccolo bagno sorseggiando vino francese, ascoltando la pioggia che batteva ancora senza dar tregua, le due donne non sentirono l'avvicinarsi del veicolo che si fermò lungo la Nine Ladies Road o la figura che ne uscì coperta da un lungo impermeabile nero. O che questa raggiunse il cottage a piedi fermandosi per qualche minuto ad osservarlo nascosta dietro ad uno degli alberi del giardino finchè decise di tornare all'auto promettendosi che sarebbe ritornata un'altra volta .

La ballata di Polly Sun 4

Quella sera le due donne andarono a letto presto: era stata una giornata lunga e la bottiglia di vino rosso, combinata al bagno caldo, aveva contribuito al generale senso di rilassatezza. Mentre Leonarda si accingeva a preparare una cena veloce, Michela accese il fuoco nel camino, trovò la password per il wifi e cercò la pagina dei Cigarettes after Sex su Spotify. La voce androgina del cantante, perfetta per quella serata autunnale, riempì immediatamente la stanza con quelle note cristalline e malinconiche. Quindi Michela si mise a studiare la mappa escursionistica che aveva comprato in Italia.

Il cottage era situato nella posizione ideale da cui partire per camminate sulle colline circostanti: sulla mappa erano chiaramente visibili i tracciati dei sentieri che solcavano l'area offrendo una miriade di possibilità. Ovviamente la meta più vicina erano le Nine Ladies, ma anche Robin Hood's stride, una formazione rocciosa tipica del Peak District, Castle Ring, una fortificazione dell'età del ferro o il villaggio di Birchover che, situato in cima ad una collina, avrebbe offerto panorami eccezionali. Certo, tutto dipendeva dalla pioggia e, anche se fosse uscito il sole, di certo i prati sarebbero stati delle mezze paludi. Non c'era che aspettare l'indomani e sperare per il meglio.

Dopo cena si sistemarono sul divano davanti alla TV, Leonarda seduta e Michela sdraiata con la testa poggiata sul grembo della sua ragazza. Alle 21.00 guardarono le previsioni del tempo sulla BBC, sembrava che la situazione dovesse migliorare e per i prossimi giorni era attesa un'ala di alta pressione che avrebbe portato cieli tersi ma con temperature in caduta libera. Leonarda si rese conto che Michela si era addormentata, resistette un'altra mezz'ora e quindi svegliò la sua ragazza suggerendole di andare a letto.

Crollarono subito, facilitate da quel materasso comodo, sotto il piumone soffice, cullate dal ritmo della pioggia contro i pannelli della finestra.

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Polly Sun

My Sun

They took you away

They'll die in a bad way

Questo bisbiglio riuscì ad intrufolarsi con forza nel sonno di Michela, dapprima come un'eco distante, un frammento di sogno tra i mille in un letto nuovo a cui non era abituata. Poi si fece più pressante, più reale, tanto che Michela, in questa zona grigia, tra sogno e dormiveglia, si stupì del fatto che stesse sognando in inglese. Ma quei pochi versi non cessavano di ripetersi, quasi si stessero rincorrendo, ed ogni volta diventavano più lucidi, sembrava che qualcuno li stesse sussurrando nel suo orecchio, sentì un soffio gelido accarezzarle il lobo con ogni sillaba. Aprì gli occhi, il bisbiglio era ancora lì. Sulla sedia contro il muro in fondo al letto vide la sagoma di una figura, una donna con la testa china, il cui busto continuava a dondolare avanti e indietro come in un lamento, come se la figura fosse straziata da un lutto incolmabile, seguì un colpo forte, che le fece saltare il cuore in gola, e qualcos'altro, un grattare contro la finestra.

Per la verità Michela non poteva giurare che le cose fossero andate veramente così: non era certa se il colpo fosse venuto alla fine o fosse stato invece ciò che l'aveva svegliata in primo luogo, a pensarci bene sembrava che tutto fosse avvenuto allo stesso tempo. Certo che adesso anche Leonarda era sveglia accanto a lei, il colpo si ripetè seguito da quel grattare. Leonarda accese la lampada sul comodino, Michela la guardò terrorizzata, 'che sia stato tutto un incubo?', pensò venendo riportata alla realtà da un altro colpo. Si voltarono verso la finestra, da dove proveniva il fracasso. Era un grosso ramo che, con frequenza quasi regolare, sbatteva contro la sbarra di metallo messa a proteggere i pannelli di vetro, dopo un attimo questo botto veniva seguito dal picchiettare dei rametti più piccoli che, invece, il vetro lo raggiungevano. Era salito un forte vento, Leonarda andò alla finestra osservando che uno spicchio di luna illuminava il cielo notturno mentre nuvole argentee correvano via veloci.

"Se va avanti così mi sa che ci conviene andare nell'altra stanza altrimenti non dormiamo più, certo che saremo meno comode... va beh, vorrà dire che saremo più intime!", disse scherzando.

Michela, che di solito avrebbe risposto con finte proteste dicendo che dormire in un letto singolo con Leonarda era pressochè impossibile, rimase invece in silenzio con gli occhi fissi verso la sedia.

Leonarda intuì che c'era qualcosa che non andava: Michela non era di certo quella che si faceva spaventare da un ramo. Le chiese delle spiegazioni, Michela rispose di spegnere la luce. Adesso poteva vedere la parete in fondo al letto illuminata dal chiar di luna, i rami degli alberi lanciavano un groviglio d'ombra che si dondolava con la regolarità dettata dal vento.

Michela raccontò a Leonarda della sagoma che aveva visto cullarsi sulla sedia e poi le descrisse il sogno, non che ci fosse molto da descrivere: solo quei versi che si ripetevano e quella sensazione di gelo. Che strani quei versi in inglese: Polly Sole, il mio Sole, ti hanno portata via, faranno una brutta fine.

Doveva essere stata tutta la tensione accumulatasi quel giorno, la tranquillizzò Leonarda abbracciandola. Visto che il ramo non la cessava di sbattere le due donne decisero che, davvero, sarebbe stato meglio chiudere la porta ed andare nell'altra stanza.

Quando accesero la luce della cameretta; sul letto, come se fosse stato appoggiato lì con cura, reclinato su un lato, trovarono il sonaglio che avevano sistemato sulla mensola solo qualche ora prima.

La ballata di Polly Sun Capitolo 5

Ci mancava solo il sonaglio a rovinargli del tutto la notte. Doveva esserci una spiegazione logica, c'era sempre una spiegazione logica: il ramo contro la finestra, l'ombra sulla parete e adesso quel sonaglio sul letto. Aveva tutta l'innocenza di uno scorpione.

Le due donne ispezionarono le pareti della cameretta per individuare eventuali crepe che potessero giustificare un'infiltrazione d'aria che avrebbe potuto scostare il sonaglio dalla mensola facendolo cadere sul letto, era una possibilità. Ma non trovarono nulla.

Leonarda si mise a saltare nel mezzo della stanza, Michela la guardò stupefatta mentre il suo generoso seno balzava su e giù sotto la camicia da notte. Niente, non successe proprio niente: gli altri oggetti sulle mensole non si scostarono di un millimetro. Come avevano già appurato quel cottage era solido. Ci doveva essere una ragione ma, per il momento, non riuscivano a trovarla.

Così, stanche ma allerte, senza dirselo, decisero entrambe che per quella notte la cameretta non sarebbe stata particolarmente allettante. Leonarda tornò nella camera matrimoniale seguita da Michela che non voleva restare da sola. Presero il piumone ed i cuscini e scesero da basso. Accomodarono le due ampie poltrone una difronte all'altra, accanto al divano. Leonarda che era la meno alta delle due si sarebbe sdraiata lì, Michela sul divano. Prima di coricarsi accesero la lampada che si trovava in un angolo della stanza. La luce soffusa illuminò la stanza donandole un'ingannevole intimità. Controllarono il cellulare, erano da poco passate le due.

Al contrario di quanto avessero previsto, il sonno non tardò ad arrivare: il tepore che emanava dalle ceneri nel camino, la luce soffice e quella piccola fortificazione che avevano costruito con il divano e le poltrone furono sufficienti a cullarle verso un meritato riposo.

L'indomani, un raggio dorato si riflesse contro il vetro di un dipinto appeso alla parete opposta alla finestra del soggiorno; appropriatamente si trattava di un acquarello delle Nine Ladies. La stanza s'illuminò così, svegliando del tutto Michela che già stava emergendo dal sonno sentendo i movimenti di Leonarda in cucina a farsi un caffè.

"Buongiorno", le urlò con la bocca ancora stropicciata dal sonno.

"Ben tornata tra noi!", rispose Leonarda uscendo dalla cucina con due tazze in mano.

"Indovina, sono le nove e mezza!", continuò senza che Michela avesse una mezza possibilità d'indovinare, posando la tazza sul tavolino accanto al divano.

Michela prese un sorso e disse "Sai, ho pensato a ieri notte, a quel dannato sonaglio... è probabile che io, su quella mensola, non l'abbia mai messo. Volevamo disfare le valigie, eravamo stanche, magari l'ho messo io sul letto con l'intenzione di posarlo poi sulla mensola e invece l'ho lasciato lì. Può essere no?"

"Certo è possibile...", rispose Leonarda ricordandosi invece che Michela su quella mensola l'aveva messo, eccome! Possibile che magari l'avesse ripreso per dargli un'occhiata e poi lasciato sul letto, chissà, una di quelle cose che si fanno in automatico senza pensarci, come chiudere una porta a chiave ed essere invece sicuri di essersene dimenticati... quante volte Leonarda era tornata al suo locale per accertarsi di averlo fatto!

Comunque non voleva pensarci più: oggi era un giorno nuovo, il sole autunnale splendeva ancora basso nel cielo d'un blue così intenso da sembrare viola e lei aveva già preparato i panini che si sarebbero gustate durante l'escursione che le aspettava.

Fecero colazione, la doccia, riempirono il thermos di tè ed armate di mappa, zaini e scarponi si misero in cammino.

La prima meta dovevano ovviamente essere le Nine Ladies; così vicine! Raggiunsero il cancello di legno e seguendo il sentiero tagliarono attraverso il pascolo. Un gregge era sparpagliato sul prato, le pecore erano intenti a brucare a testa bassa; Leonarda aveva trovato la risposta alla sua domanda. Solo quelle più vicine al sentiero si degnarono di notare le due donne correndo via agitate, un velo di condensa si alzava nell'aria fredda con il loro belare.

Le due donne raggiunsero presto il cerchio di pietre. Il sentiero, seppur fradicio era ben battuto consentendogli di non inzupparsi, lo stesso non si poteva dire per il resto del pascolo.

Le steli formavano un semicerchio che terminava contro un muretto in pietra grezza; un albero, carico di bacche rosse, cresceva nel centro di quello che sarebbe stato il cerchio completo. La prima cosa che le colpì fu il fatto che le Nine Ladies fossero in realtà solo quattro, si avvicinarono al muretto e videro che dall'altra parte due steli giacevano orizzontalmente sul prato, delle altre nessuna traccia. Quelle che restavano erette raggiungevano al massimo il metro e mezzo d'altezza. La cima delle steli, approssimativamente appuntita, donava alle rocce un parvenza di figura umana, non era difficile capire perchè venissero chiamate ladies.

Michela e Leonarda concordarono sul fatto che, nove ladies o quattro che fossero, di sicuro i druidi avevano scelto un luogo magico in cui erigerle. L'intero pascolo formava infatti una sorta di piattaforma elevata da cui era possibile avere una panoramica a 360 gradi delle colline circostanti che si seguivano fino all'orizzonte. Pascoli cinti da muretti di pietra o da fitte siepi tappezzavano l'intero paesaggio punteggiati da greggi e venendo, qua e là, interrotti da boschi che ostentavano ancora gli ultimi colori autunnali. Sotto quel cielo così blue i colori assumevano una qualità quasi psichedelica. Le due donne non tardarono a prendere fotografie passeggiando tra quelle pietre magiche.

"Nine whores really, but the tourists don't know it!", le due donne si voltarono in direzione di quella voce che, sebbene Leonarda non avesse capito il significato delle parole, portava con sè un tono sarcastico.

Un uomo anziano con berretto di lana e la faccia solcata dall'età e dal clima le stava guardando dall'altra parte del muretto poggiandosi ad esso.

Michela lo salutò cercando di decifrare quello che avesse detto: nove puttane, altro che signore; ladies. Cercando di mascherare la sorpresa, Michela si avvicinò seguita da Leonarda. L'uomo gli chiese da dove venissero. Quando gli spiegarono che erano italiane e che stavano al cottage Nine Ladies l'uomo le guardò accentuando, se possibile, il sarcasmo e la generale aria di padronanza: "Nice place!", bel posto! Sembrava che le stesse sfottendo.

Senza aspettare una risposta l'uomo continuò il suo monologo. Michela dovette sforzarsi per capire il suo accento e tradurre per Leonarda alla stesso tempo.

"Quelle", disse l'uomo puntando alle steli, "nell'anno del Signore 1703, erano le nove puttane più famose dei dintorni, da Bakewell a Winster, fino a Matlock, addirittura! Ce n'era una per tutti i gusti: la grassa, la alta, quella con le tette grosse, la porca che faceva tutto e la santa che lo faceva solo alla missionaria." Si mise a ridere gustando la scelta di vocabolario, sapeva che avrebbe messo le donne a disagio. Voleva metterle a disagio. Continuò: "Quell' inverno cominciò a nevicare che non la smetteva più. In primavera la neve divenne pioggia. Giorno dopo giorno. Altro che gli angioletti che facevano la pipì... la gente cominciò a credere che fosse il Diavolo che stesse pisciando. Sì, che stesse pisciando su di loro perchè si stava annoiando a morte, giusto per intrattenersi un po'.

Un gruppo di abitanti del villaggio, assieme al Lord del posto, venne qui e chiese al Diavolo cosa fare perchè la smettesse. Gli offrirono delle vergini al chè il Diavolo si mise a ridere, rise talmente forte che la pioggia si trasformò in tempesta, un vento freddo si aggiunse al maltempo abbattendo case ed alberi, anche le pecore volavano via! No, il Diavolo disse che non voleva delle vergini, che non sapevano nemmeno da che parte cominciare; no, voleva delle puttane, le migliori puttane del posto. Per giorni e giorni il Lord ed i suoi uomini vagarono per i villaggi alla ricerca dell'ambito dono. Il Diavolo ne aveva chieste dieci, ma il Lord decise di tenere la più bella tutta per sè.

Quando raggiunsero questo prato le donne vennero messe in cerchio, il Diavolo arrivò poco dopo sistemandosi nel mezzo dove adesso c'è questo albero", indicò il centro del cerchio,

"Ancor'oggi lo chiamiamo the Devil's tree. Il Diavolo guardò il suo bottino strofinandosi le mani voglioso, cominciò a contare e quando chiese perchè ce ne fossero solo nove il Lord rispose che i villaggi erano abitati da persone semplici e virtuose e non era stato possibile trovare più di nove puttane. Il Diavolo lo guardò diffidente ma sembrò credere a quella menzogna. Le puttane, che non sapevano che avrebbero dovuto scoparsi il Diavolo, cominciarono a piangere cercando di scappare. Il Diavolo, scocciato, colpì le prime cinque, che caddero a terra, trasformandole in pietra. Le altre quattro, non volendo fare la stessa fine si calmarono accettando tremanti il loro destino. Il Diavolo ordinò al Lord di avvicinarsi a lui nel centro del cerchio. Quando questi seguì l'ordine, il Diavolo lo prese per il collo stringendolo forte finchè cominciò a sanguinare. Quando fu sicuro che il Lord fosse ormai morto lo lasciò lì trasformando anche lui in una pietra", l'uomo puntò al masso che si trovava ai piedi dell'albero.

"Vedete quelle bacche? Prendono il colore dal sangue del Lord! Il Diavolo si portò via le quattro puttane rimaste esigendo che quando sarebbe tornato gli abitanti dei villaggi portassero la decima che il Lord aveva nascosto. Passò un mese in cui il diavolo si sbizzarrì con le puttane rimaste, mantenendo la promessa e facendo cessare la pioggia. Alla data convenuta ritornò qua con le puttane attendendo il suo ultimo dono. Nel vedere la nuova arrivata le chiese il nome e lei rispose "Polly" guardando il Diavolo dritto negli occhi. Il Diavolo se ne innamorò immediatamente, ormai annoiato dalle altre quattro trasformò pure loro in pietra, concedendogli però l'opportunità di restare erette. Vedete?" Cominciò ad indicare le pietre una ad una "c'è la grassa, la alta, la porca e la santa, che sembra abbia un velo. Quindi il Diavolo prese Polly e se la portò via, all'inferno, dove vissero per sempre felici e contenti!"

L'uomo, soddisfatto dalla sua narrativa, finì con una risata grezza, una risata che aveva un qualcosa di primitivo, quasi carnale.

Aggiunse un: "See you later, ladies" sottolineando quel ladies come per rimarcare il fatto che, secondo lui, tutte le donne fossero puttane. Quindi se ne andò attraversando il prato da cui era venuto senza aspettare risposta.

Michela e Leonarda restarono senza parole. In ogni altra circostanza quell'incontro avrebbe offerto un episodio interessante da raccontare una volta tornate dagli amici a Brescia: una scoperta rara, un frammento di folklore locale offertogli da un vecchio del posto, un segreto che pochi turisti conoscevano. Invece le due donne si sentirono sporche ed in qualche modo umiliate. E non solo per sè stesse: era come se quell' uomo, con quel narrare crudo, avesse macchiato l'intero paesaggio, avesse deliberatamente rubato l'innocenza del cerchio di pietre e la purezza di quella giornata autunnale.

Quasi per scusarsi, le due donne si avvicinarono alle steli e, una ad una, le accarezzarono lasciando che la pietra, fredda e grezza, scivolasse sotto i loro palmi.

A Michela non era sfuggito quel nome: Polly. Una coincidenza?

Il sogno della notte prima, o era forse un incubo, cosa ripeteva quella voce? 'Polly Sun, il mio Sole, ti hanno portata via, faranno una brutta fine' e Michela lo ripetè, più volte, sottovoce per non farsi sentire da Leonarda.

Continuarono la camminata, attraversarono boschi, prati e colline. Pranzarono sedendosi su un tronco abbattuto, sorseggiarono il tè caldo dal thermos e presero tante foto. Ma per quel giorno la magia era stata rubata.

Tornarono al cottage quando il sole cominciò a calare dietro le colline, così presto a quelle latitudini. . Senza ammetterlo entrambe trovarono una scusa per passare dalla cameretta ed entrambe tirarono un sospiro di sollievo nel trovare il sonaglio al suo posto sulla mensola. Quindi una dopo l'altra fecero una doccia calda, quasi bollente, strofinanando la pelle fino a farla diventar rossa e cercando di lavar via il ricordo di quell'incontro.

Quella sera mangiarono presto, guardarono un documentario e, visto che non c'era vento, decisero che avrebbero provato a dormire ancora nella stanza con il letto matrimoniale.

La ballata di Polly Sun Capitolo 6

La notte passò senza che accaddesse nulla di particolarmente rimarchevole. Michela si alzò una volta per andare in bagno. Pur sapendo che avrebbe potuto disturbare Leonarda, accese tutte le luci lungo il breve percorso: la luce sul comodino, quella sul pianerottolo ed infine quella del bagno.

Avevano chiuso la porta dell'altra stanza e Michela dovette sforzarsi per non guardare in quella direzione. Una volta in bagno si convinse che nell'uscire avrebbe trovato il sonaglio difronte alla porta o, perchè no, sul letto. Invece niente, tutto era come prima. Corse in camera chiudendo la porta dietro di sè: Leonarda stava ancora dormendo indisturbata ed il letto era esattamente come l'aveva lasciato.

Michela si stava domandando come potesse essere successo che in quei due giorni si fosse trasformata in quella matassa di nervi scoperti. Proprio lei che non aveva mai avuto paura, o si era mai interessata, di ciò che fosse legato al paranormale. Non aveva mai capito perchè alla gente piacessero tanto gli X Files, lei li aveva sempre trovati ridicoli.

Da bambina aveva partecipato ad una seduta spiritica con le amiche in una cascina abbandonata. Il bicchiere su cui avevano poggiato le dita si era mosso sulle lettere scrivendo più volte la parola MORIRAI.

Le amiche erano scappate terrorizzate e lei era rimasta lì da sola, in quella stanza fatiscente, a chiedersi come fosse successo, dove fosse l'inganno. Aveva alzato la tavola ouija per vedere se ci fosse un meccanismo o un magnete o un qualche cosa del genere, ma non trovò nulla.

Quando raggiunse le amiche sull'aia della cascina, queste avevano formato un gruppetto dal quale provenivano ancora delle grida isteriche. Nel vederla si azzittirono scrutandola, quasi s'aspettassero che si fosse trasformata in uno zombie. Michela quindi urlò un "BUU!" che le fece saltare dalla paura, poi cominciarono a sgridarla domandandole se fosse scema e scoppiarono tutte a ridere, lei inclusa.

Qualche giorno dopo Elena le confidò che era stata lei a spingere il bicchiere. Elena; povera Elena, era morta pochi mesi dopo quello scherzaccio, una caduta da cavallo. Era una vita che Michela non pensava a quella amica d'infanzia, le vennero i brividi, si coprì col piumone ed abbracciò Leonarda che continuava a dormire.

Si svegliarono riposate, era presto e quando guardarono dalla finestra della camera, il giardinetto di sotto era tutto un gioco di ragnatele ricamate dalla brina.

Avevano programmato il riscaldamento per le sei ed ora il cottage era già bel caldo. Michela si offrì di preparare il caffè e portarlo a letto, Leonarda si rimise sotto il piumone e cominciò a leggere uno dei gialli che aveva comprato in Italia: Dieci piccoli indiani; le era sembrato una scelta consona ad una vacanza anglosassone.

Avevano deciso che quel giorno sarebbero andate verso Youlgrave e, se non fossero state troppo stanche, da lì avrebbero continuato fino a Bakewell.

Provarono a controllare in rete se Youlgrave avesse un pub dove avrebbero potuto pranzare, ma l'internet non funzionava, e neppure i cellulari. Sembrava che quel giorno non ci fosse campo, dopotutto erano nel mezzo del nulla, così decisero di preparare degli altri panini e si misero in cammino rabbrividendo nell'aria gelida di quella splendida mattinata.

Il brutto incontro del giorno prima era stato, per il momento, dimenticato e si diressero con nuova grinta verso la formazione rocciosa di Robin Hood's Stride su cui salirono per godersi il panorama. Le rocce levigate sembravano essere state accatastate di proposito, ma le due donne sapevano bene che si trattava invece di una formazione naturale. A Leonarda ricordarono la famosa Hanging Rock del classico mistery australiano. Di sicuro loro lì un picnic non l'avrebbero fatto!

Presero un'antica via romana che seguendo il contorno di una collina le portò alla loro prima destinazione: Youlgrave.

Il villaggio si allungava attorno alla strada che lo attraversava dirigendosi poi verso Bakewell. Il sole, illuminando le facciate in pietra delle abitazioni, donava loro un'accoglienza che Winster e, tantomeno, Elton non avevano saputo generare. Un'aria festiva sembrava avvolgere il paese sebbene fosse solo mercoledì, forse perchè, con l'eccezione dello spiacevole incontro del giorno prima, le due donne si imbatterono nei primi esseri umani da quando avevano lasciato Londra: signore anziane che chiacchieravano fuori dal piccolo post office, un gruppo di donne che si salutavano dopo essere scese dal bus con le borse della spesa belle rigonfie ed anche altri escursionisti che, come loro, erano riconoscibili da mappe, zaini e da una generale aria di non appartenenza.

Trovarono il pub. Anche se non avesse offerto cibo si sarebbero fatte, se non una pinta, almeno mezza.

Accanto al camino acceso, su una lavagna, il menu del giorno era scritto con una calligrafia curata; avrebbero salvato i panini per la merenda. Altri avventori erano già seduti ai tavoli di legno sparpagliati per la stanza, chi bevendo birra da bicchieri a forma di vaso e chi già stava mangiando. Della musica folk usciva dalla radio dietro al bancone. Anche qui c'era un'atmosfera vivace, di sicuro il pub sembrava più frequentato di quanto le dimensioni del villaggio potessero far presumere.

Nessuno sembrò prestare particolare attenzione alle due donne, un altro segno che la gente del posto era abituata all'avvento di turisti.

Fu solo quando Michela andò ad ordinare che, incuriosita dall'accento, la ragazza dietro al banco le chiese da dove venisse.

Sentendo la risposta di Michela l'uomo seduto su uno degli sgabelli riposti lungo il banco bar, che fin lì era sembrato intento a leggere il Daily Mail, alzò gli occhi dal giornale e si rivolse a lei.

"Mi scusi, se mi intrometto; sa, non ce ne sono molti di turisti italiani, specialmente a novembre...". Michela lo guardò, sembrava avesse la sua stessa età, sulla quarantina e brizzolato, con un accento inglese del nord ma non troppo pesante, era vestito casual ma allo stesso tempo aveva un'aria formale. Michela decise che fosse un veterinario, ce l'avrebbe visto bene con un camice addosso.

"Prego, si figuri!"

"Non è che per caso sta al cottage Nine Ladies?"

"Sì..." Michela rispose esitando, si stava preparando al peggio aspettandosi un altro piccolo aneddoto folkloristico non desiderato.

"Jasmine me l'aveva detto che ci sarebbero state due donne italiane. Piacere di conoscervi, sono Gregor, suo cugino." L'uomo le strinse la mano sorridendo.

Jasmine, quel nome solleticava la memoria di Michela senza che riuscisse però a metterlo a fuoco. Gregor notando l'indecisione chiarì: "Jasmine è la proprietaria del Nine Ladies, si è trasferita a Londra da poco, l'ho sentita al telefono qualche giorno fa, sa siamo cresciuti assieme, come fratelli quasi."

Ma certo! Adesso si ricordava, Sergio le aveva accennato il nome della proprietaria. Tirando un sospiro di sollievo Michela gli contraccambiò il sorriso.

"Abitavate assieme qua a Youlgrave?" gli chiese, incuriosita da questo uomo affabile.

"No, ad Elton, abito ancora là, nella Elton Hall, non so se ci siete passate, è la casa grande, era il palazzo signorile una volta, ma adesso è divisa in quattro appartamenti. Sono qua per lavoro, sto aspettando una collega. Sono un architetto." Finì quasi imbarazzato.

La teoria del veterinario venne messa così a giacere per sempre. Le due pinte che la barista aveva messo sul bancone stavano sudando con la condensa, quindi Gregor si scusò per averla intrattenuta terminando con: "la faccio tornare dalla sua ragazza che si starà domandando cosa le sia successo al bar..." si strinsero nuovamente la mano. Evidentemente quell'ultima informazione doveva essere arrivata a Gregor tramite Jasmine e a questa tramite Sergio o, più probabile ancora, Luke. Le fece piacere notare come anche qui, in un villaggio perso tra le colline inglesi, anni luce da Londra, il fatto che due donne fossero assieme non facesse battere ciglio a nessuno. Michela tornò verso il tavolo dove Leonarda si stava infatti domandando cosa le fosse successo e le raccontò dell'incontro.

Le due zuppe che avevano ordinato arrivarono poco dopo accompagnate da fette di pane di segale tostato. Il pub si riempì con il culminare dell'ora di pranzo. Ogni volta che qualcuno apriva la porta, un soffio d'aria gelida riempiva la stanza creando un contrasto con il calore emanato dal camino che non risultava del tutto sgradevole.

Prima di uscire dal pub videro Gregor intento in una discussione con una donna bionda con uno scialle tartan sulle spalle. Dei fogli con disegni tecnici erano sparsi davanti a loro sul bancone. Michela e Leonarda decisero di non disturbarli ed uscirono senza ulteriori saluti.

Durante l'ora che avevano passato nel pub una nebbia pesante era scesa sul villaggio, i lampioni accesi la perforavano con un'aureola giallastra. Riuscivano a malapena a vedere l'altro ciglio della strada e gli unici suoni sembravano provenire dal pub da cui erano appena uscite facendolo sembrare una meta allettante, un faro nella nebbia lattea.

Non avrebbe avuto senso continuare per Bakewell ed il prossimo bus per Elton sarebbe stato in due ore, comunque, poi avrebbero dovuto camminare da Elton al cottage, quindi decisero che, invece, avrebbero seguito il sentiero da cui erano venute: la vecchia via romana fino a Robin Hood's stride che, quantomeno, conoscevano già.

Contrariamente alle peggiori aspettative quella passeggiata, inghiottite dalla nebbia, si trasformò in uno dei momenti migliori del loro soggiorno. Certo che avevano paura, era facile suggestionarsi ma, proprio per quello, si sentivano giustificate nel vivere quelle sensazioni: come eroine nella trama di un romanzo, quello che provavano era un disagio che dipendeva dalla loro situazione attuale, dall'essere lì, in quel momento, una paura palpabile creata dalle circostanze atmosferiche e pertanto meno terrificante.

In un'ora raggiunsero la formazione rocciosa di Robin Hood's stride. Così, offuscati dalla nebbia, i massi sembravano una fortezza con tanto di torre; si poteva quasi immaginare che qualcuno, da un momento all'altro, s'affacciase da quella torre e suonasse un allarme vedendo le due donzelle avvicinarsi.

Invece l'unico allarme lo diede Leonarda quando comunicò che doveva fare pipì:

"Fammi sapere se viene qualcuno.", disse rivolgendosi a Michela ed allontanandosi dal sentiero.

"Tanto con questa nebbia chi ti vede?" la rassicurò e poi, era da quando avevano lasciato il pub che non avevano incontrato nessuno.

Michela si avvicinò alle rocce assaporando quell'essere sola nella nebbia, quel sottile confine tra emozioni diverse. Sebbene Leonarda fosse a pochi metri di distanza, era come se esistesse solo lei in tutto l'universo. I suoi pensieri tornarono a quelle ombre nella camera, a quel sonaglio sul letto a quei versi sussurrati nel suo orecchio, adesso sì che aveva paura, eppure sembrava che non potesse smetterla di tornare a quei momenti. La lingua batte dove il dente duole.

Una brezza fredda fece oscillare i rami degli alberi che crescevano aggrappati ad un lato delle rocce, il loro frusciare riportò Michela alla realtà, ma questa si rivelò più terrificante della quasi trance in cui era caduta. Quella voce cristallina e gelida era tornata a bisbigliare nel suo orecchio, o forse veniva da dentro di lei?

Polly Sun

My Sun

For twelve years I loved you

They stole my own heart

Under our feet

weeds wild and afar

Our hands

Making magic

Under the stars

Polly Sun

My Sun...

Non era possibile, non le stava accadendo veramente. Il gelo le si depositò addosso eppure si sentiva bruciare. Cominciò a vomitare, almeno quell'odore acre nella bocca aveva un'essenza di realtà che era quasi confortante. Chiamò Leonarda, una due, tre, mille volte girando su sè stessa, in tutte le direzioni, la testa girava, le rocce giravano, dovette sedersi sull'erba fradicia.

"Leo!, Leo!!" chiamò ancora, stava piangendo.

"Mamma mia che insistenza! Almeno dammi due minuti!", la figura di Leonarda emerse dalla nebbia, adesso Michela poteva vedere la sua giacca a vento rossa venire verso di lei.

Leonarda stava per dire qualcosa di stupido a proposito di non avere avuto neppure il tempo di allacciarsi la cintura quando si accorse che c'era qualcosa che non andava con la sua ragazza. Si mise in ginocchio accanto a lei prendendo il suo viso tra le mani e spostando i capelli bagnati per guardarla negli occhi arrossati.

"Sei bollente", disse posando la mano sulla sua fronte.

"È tornata Leo, la voce è tornata..."

"Quale voce? Dai che dobbiamo continuare verso il cottage che hai la febbre."

"La voce, quella dell'altra notte, di quella donna."

"Mi sa che stai delirando, dobbiamo tornare prima che venga scuro."

Michela non aveva la forza per spiegarle cos'era successo, l'avrebbe fatto poi quando sarebbero arrivate al cottage.

Leonarda l'aiutò ad alzarsi, si fecere metter un braccio sulle spalle lasciando che Michela si appoggiasse a lei, quindi le due donne si avviarono lentamente verso casa.

Due sagome colorate in quell'oceano di vuoto.

Arrivate al cottage Leonarda aiutò Michela a svestirsi. La fece sdraiare sul divano coprendola con il piumone, le diede un bicchiere d'acqua, del neurofen che si era portata in valigia e quindi s'indaffarò ad accendere il fuoco. Michela s'addormentò immediatamente.

Quando aprì gli occhi, un paio d'ore più tardi, la stanza era illuminata dalla luce tremola del fuoco e dalla lampada accesa accanto alla poltrona dove Leonarda stava leggendo il suo romanzo.

"Sono ancora tra i vivi", esordì scherzando anche se non era sicura si trattasse di uno scherzo.

Leonarda le sorrise prendendole la mano, "Stai meglio? Ti ho toccato la fronte, non scotti più."

"Leo? Non sto quello che mi sta succedendo..."

"Dev'essere stata un'indigestione o qualcosa del genere. Sei crollata appena ti sei sdraiata."

"Da dove veniva quella..." cos'era? Una poesia, una filastrocca? Non lo sapeva.

"Penso che tu stessi delirando e basta, il cervello ci gioca dei brutti scherzi, sai?"

"Ma me la ricordo perfettamente, come se la sapessi da sempre"!

Michela ripetè quello che aveva sentito traducendolo in italiano e spiegò a Leonarda che era la stessa voce di due notti prima.

Polly Sole

Il mio sole

Ti ho voluto bene per dodici anni

Mi hanno rubato il cuore

Sotto i nostri piedi

Erbe selvatiche fino all'orizzonte

Le nostre mani

Facevano magie

Sotto le stelle...

Leonarda ascoltò attenta, ancora una volta cercando una spiegazione razionale. La più credibile era quella del delirio febbrile.

Certo che come delirio non avrebbe potuto essere più lucido.

Leonarda accese il televisore. Giusto per sentire un'altra voce.

La ballata di Polly Sun Capitolo 7

Malgrado le vicissitudini della giornata, o forse proprio per quelle, le due donne riuscirono ad addormentarsi facilmente. Esauste, dopo una cena leggerissima ed un po' di TV, si trascinarono in camera cadendo in un sonno profondo.

La mattina il sole le svegliò con particelle di polvere che danzavano nella luce biancastra. Restarono sotto il piumone a godersi quel momento di tranquillità; un nuovo inizio.

Alzandosi, toccarono i vetri della finestra bagnati di condensa: faceva più freddo del giorno prima e le colline circostanti sembrava fossero sbucate da un dipinto fiammingo; "Paesaggio invernale".

Uscirono dalla stanza e lo videro subito. Sullo stesso gradino dove l'avevano trovato il primo giorno, poggiato su un lato come se qualcuno lo avesse posato lì. Il sonaglio sembrava volesse sfidarle ad un gioco, uno che avevano già perso. Adesso non potevano più pretendere che non stesse succedendo nulla di strano.

Tornarono in camera d'istinto, controllarono i telefoni, ma niente: niente campo, niente internet, proprio come il giorno prima.

Leonarda urlò: "C'è qualcuno!?", lo ripetè più volte, aprendo la porta avvicinandosi a tentoni verso la scala. Ma solo il silenzio rispose.

Michela, dietro di lei, non voleva e non poteva stare da sola. Era terrorizzata. Senza sapere come o perchè sentiva di essere l'interlocutrice di questa forza che stava prendendo controllo della loro vita.

Lentamente scesero al piano di sotto, quando raggiunsero il gradino con il sonaglio si appiattirono contro il muro per evitare di camminarvi sopra, quasi potesse balzare in aria e morderle.

Leonarda si era armata con il ferro da stiro che aveva trovato nell'armadio in camera, un'arma improbabile contro un nemico effimero.

Nel raggiungere il salotto le accolse quella che sembrava potesse essere stata un'esplosione in una libreria: la collezione di guide vintage del Peak District, che fino al giorno prima si trovava ordinatamente sistemata sulla mensola accanto al camino, era ora sparpagliata ovunque. Sul divano, per terra, sul davanzale della finestra. Le copertine dalla bordatura arancione con fotografie sbiadite formavano una massa disordinata e completamente fuori posto in quell'immacolato cottage.

Solo un fascicolo della collezione era rimasto sulla mensola. Aperto, quasi le stesse sfidando. Proprio come il sonaglio, sembrava che qualcuno l'avesse messo lì apposta; per loro.

Michela si avvicinò, una falena attratta dalla luce che brucerà le sue ali.

Pagina 18.

The ballad of Polly Sun.

Polly Sun

My Sun

For twelve years I loved you,

They stole my own heart

Under our feet

weeds wild and afar

Our hands

Making magic

Under the stars

Polly Sun

My Sun

My child

My flower

My strengh

My tower

My little girl

They took you away

They lied

They betrayed

For twelve years I loved you,

They stole my own heart

Under our feet

weeds wild and afar

Our hands

Making magic

Under the stars

They took you away

I died that day

Michela si trovò stranamente tranquillizzata nel leggere quelle parole, le stesse che aveva sentito sussurrare, come un brivido, nel suo orecchio. Una conferma che non stava diventando pazza. Si voltò verso Leonarda che stava cercando di tradurre quello che stava leggendo.

"Ci sono dei versi nuovi, che non era riuscita a dirmi", le disse Michela quasi stesse riportando i dettagli di una telefonata con un'amica. Una strana calma era scesa su di lei, mentre per Leonarda la pazzia cominciava solo ora.

"La mia bambina

Il mio fiore

La mia forza

La mia torre

La mia piccolina

Ti hanno portata via

Hanno mentito

Hanno tradito

Ti hanno portata via

Sono morta quel giorno"

Continuò a spiegare Michela tralasciando i sonetti che le aveva già tradotto.

"Manca una parte però: they'll die a bad way; faranno una brutta fine". Se lo ricordava bene quel verso: era quello che più l'aveva terrorizzata quando quella voce si era fatta spazio tra i suoi pensieri.

Rimasero in silenzio senza sapere cosa fare con quel fascicolo che invece reclamava la loro più completa attenzione.

Quindi Michela venne attratta dal titolo della rubrica. Le era sfuggito.

Local legends and folklore by Angela Clifton. Clifton? Quel cognome.

Stava per voltar pagina quando un tamburellante bussare alla porta del cottage le fece tornare di prepotenza nella dimensione reale: erano lì, in un cottage vero, solido, con una porta vera, solida e qualcuno che stava bussando. Per quanto ne sapessero le entità battevano un colpo, ma non bussavano. Si sentirono rassicurate, ma Leonarda riprese il ferro da stiro.

Nel voltarsi videro un foglio di carta ripiegato più volte che qualcuno aveva ovviamente fatto cadere dalla buca della posta ricavata nel legno della porta. Leonarda se lo mise in tasca senza leggerlo e si preparò ad aprire.

Si trovarono di fronte la faccia sorridente di Gregor il quale reggeva a malapena, nel braccio piegato contro lo stomaco, due cestelli di cartone con sei bottiglie di birra ciascuno.

"Non che insista che le beviate adesso!" Scherzò in inglese passando i cestelli alle due donne.

Queste li presero sorprese invitando Gregor ad entrare. La distanza tra ciò che le aveva accolte solo pochi minuti prima e la situazione in cui si trovavano adesso era talmente surreale da sembrare quasi comica. Eppure il terrore e la sensazione di essere pedine in un gioco di cui non conoscevano le regole erano rimasti.

Gregor fraintese la reazione delle due donne e si scusò pensando di essere arrivato troppo presto e di averle disturbate, ma appena i suoi occhi si abituarono alla relativa oscurità della stanza non potè fare a meno di notare le riviste sparpagliate ovunque.

"Mi spiace sono arrivato al momento sbagliato..." disse sembrando convinto di aver interrotto un litigio fra le due donne di cui le riviste erano le ovvie vittime, "Volevo solo darvi un po' di birra, la faccio io nel mio piccolo birrificio artigianale, un hobby più che altro... vado..." ormai era imbarazzato.

"No, no venga. Magari ci aiuta a fare chiarezza." Michela lo fece accomodare sul divano, Leonarda le chiese di seguirla in cucina mentre preparava il caffè. Non voleva restare da sola, anche se la cucina era appena nella stanza accanto. Quando furono pronte con caffè e biscotti tornarono in salotto dove trovarono Gregor indaffarato a raccogliere le riviste da terra formando una pila ordinata. "Non preoccupatevi, non lo dirò a Jasmine" sdrammatizzò. Solo allora Michela si decise a narrare gli eventi che le avevano messe in quella situazione.

Cominciò dal primo giorno, dal sonaglio, ma quello era in qualche modo spiegabile. Gregor fornì le stesse plausibili circostanze che le due donne si erano già date: una distrazione della donna delle pulizie, un sovrappensiero. Quando Michela gli raccontò della Ballata di Polly Sun sussurrata nell'orecchio, divenne più difficile trovare delle spiegazioni razionali. Anche Gregor cominciò a guardarsi attorno, quasi potesse trovare un indizio sulle pareti del cottage, le mani sudaticce.

"Non è che le era capitato di leggere di questa ballata da qualche parte, se n'era dimenticata e quando è venuta qua la memoria è riaffiorata sotto forma di incubo?", plausibile.

Ma no, Michela era sicura, non era mai venuta in contatto con quella ballata. E poi come spiegare il sonaglio quella mattina, di nuovo sul gradino? Sonnambulismo? Forse, e le riviste sparse ovunque? Anche quelle? Aveva fatto tutto lei? Nel sonno? Non era da escludere, certo che per quanto ne sapesse, lei sonnambula non lo era mai stata.

"Comunque grazie per le birre, davvero non doveva"

"Mi fa piacere, fatemi sapere cosa ne pensate! Vi lascio il mio numero, fatemi un colpo se succede qualcosa o se avete bisogno di una mano, mi raccomando!" Gregor si alzò dal divano preparandosi ad andarsene.

"I telefoni non funzionano e neppure l'internet, sono due giorni ormai che non c'è campo" spiegò Michela.

"Strano, di solito non ci sono problemi," Gregor prese il suo dalla tasca, ma anche lì non c'erano barrette, "ad Elton funziona tutto, deve avere a che fare con una linea di connessione, comunque se avete bisogno passate pure dalla Hall, lavoro spesso da casa." Gregor estrasse un biglietto da visita. "Gregor Clifton, flat 2 Elton Hall, 7 Elton High street"

Clifton, ancora quel cognome. Non scappò a Michela che gli chiese: "Clifton. È parente di Mrs Clifton di Clifton Farm?"

Gregor le sorrise corrugando la fronte, "No, i Clifton di Clifton Farm non hanno niente a che fare con noi, ma nella notte dei tempi, chissà, eravamo un po' tutti imparentati" C'era quasi un tono di disprezzo nella sua voce, poi aggiunse: "Brava donna delle pulizie, ma quella è un po' matta! Bè devo andare adesso."

"Non l'abbiamo ancora incontrata. Certo che questa vacanza è partita col piede sbagliato, pensi che prima di arrivare a Winster quasi siamo uscite di strada. Mi sono ritrovata qualcosa difronte alla macchina, poi è scomparsa, era rossa, una volpe credo..."

Gregor si fece serio, una goccia sulla tempia brillò nella luce del mattino.

"Sì, una volpe probabilmente, ce ne sono tante da quando quegli stupidi hanno voluto abolire la caccia. Sono dei parassiti. Fate attenzione."

Senza aggiungere altro uscì dalla stanza lasciando le due donne sole nel cottage.

"Certo che è stato gentile...". Leonarda, con l'aiuto di Michela era riuscita a seguire la conversazione. Prese una delle birre dal cestello e lesse l'etichetta:

"Elton's Blood, Real Ale"

"Il sangue di Elton" tradusse Michela "è una birra rossa". Sull'etichetta erano disegnate le immancabile Nine Ladies illuminate da una luna piena.

Leonarda posò la birra e mise la mano in tasca per estrarre il biglietto che aveva trovato per terra. Michela si avvicinò.

"Mi spiace non avervi potuto incontrare all'arrivo. Ho provato a chiamarvi senza molto successo. Vi sarei grata se poteste passare da me oggi, al più presto, sarò a casa tutto il giorno. Mrs Clifton"

Al più presto. Quelle poche righe avevano tutta l'aria di un'urgenza. Cos'aveva così importante da dirgli questa misteriosa Signora Clifton? Era la stessa Clifton che aveva curato la rubrica sulla rivista con la Ballata? Certo che doveva essere anziana allora, quei fascicoli avevano almeno 50 anni!

Adesso che Gregor se n'era andato, quella strana tregua che aveva interrotto la sensazione di ostilità che aleggiava nel cottage si era interrotta. Le due donne si trovavano sole in un casa nemica che le sembrava scrutare. Andarono velocemente a cambiarsi, presero la rivista con la Ballata di Polly Sun e si diressero alla macchina.

Nel fare manovra l'attenzione di Michela cadde sulla stele che dava accesso al vialetto del cottage, quella con il piccolo dipinto di una casetta di campagna e la scritta Nine Ladies Cottage. Qualcuno l'aveva imbrattata con della vernice rossa. Il messaggio era chiaro: GO AWAY!, Andate via!

La ballata di Polly Sun Capitolo 8

Il breve tragitto tra il cottage ed Elton fu un susseguirsi di ipotesi azzardate e domande che non riuscivano a trovare risposte. Con chi o cosa avevano a che fare? Chi non le voleva in quel cottage e perchè? E la scritta sulla stele? Quello non poteva neppure essere un poltergeist, i poltergeist non scrivevano. No?

Era incredibile che ormai fossero giunte a dare per scontato il fatto che si trovassero al centro di eventi paranormali e dovessero scremare le manifestazioni più tangibili da quelle più prettamente esoteriche: le voci.

Restava il problema che in quel cottage avrebbero dovuto tornare se non per altro per prendere la loro roba ed andarsene per sempre.

Raggiunto Elton si fermarono difronte alla Elton Hall, suonarono il campanello dell'appartamento 2 e dopo un attimo la voce di Gregor rispose dicendo loro di entrare con uno scatto della porta automatica.

Avevano bisogno di parlare con qualcuno che potesse capire la loro situazione e non sapevano ancora cosa aspettarsi dalla Signora Clifton.

Ad aspettarle sulla soglia dell'appartamento, c'era una ragazzina in maglietta; pallida come il marmo e, come il marmo, con venature bluastre che scorrevano lungo le sue braccia magre. Potevano vedere Gregor al telefono nella stanza in fondo al corridoio, l'uomo si voltò verso di loro accennando che le avrebbe raggiunte appena possibile.

"È una telefonata di lavoro" le informò la ragazzina aggiungendo: "Volete del tè?". le due donne dissero di no. Dopo un attimo Gregor si unì a loro e la ragazzina sgattaiolò nel salotto per sedersi sul divano dove cominciò a picchiettare sul cellulare.

"Che bella che è sua figlia, come dite qua...?" Michela ci pensò un attimo "ah sì, una tipica Rosa Inglese!"

Gregor rise scuotendo la testa "Amy non è mia! È la figlia della mia collega. Ha saltato scuola: non sta bene molto bene oggi e Sandy, la mia collega, è fuori tutto il giorno per lavoro per cui la tengo d'occhio io. Uno di quei mali di stagione..." come per confermare le parole di Gregor Amy starnutì più volte.

Dopo queste due chiacchiere Michela saltò subito al dunque fornendo a Gregor gli ultimi aggiornamenti sulla stele imbrattata. L'uomo l'ascoltò attentamente, preoccupato.

"Bisogna informare la polizia, cose del genere non sono mai successe da queste parti." Stava già prendendo il telefono, ma Michela lo fermò.

"Non adesso. Stiamo andando dalla Clifton; ci ha lasciato un messaggio dicendoci di raggiungerla al più presto. Voglio sentire quello che ha da dirci, magari sa qualche cosa che noi non sappiamo." Gli spiegò Michela.

"Oh la Clifton... non datele troppa retta, davvero. Mi spiace dirlo, ma non c'è con la testa. Ve ne renderete conto." Gregor sembrava rassegnato a questa inutile missione delle due donne ovviamente sotto stress, poi aggiunse: "Mia cugina l'ha presa come donna delle pulizie per farle un favore. Voleva aiutarla dopo quello che è successo a sua figlia...", cambiò discorso "A proposito di Jasmine, forse è meglio che la chiami io per spiegarle i problemi che avete avuto e poi decide lei se contattare la polizia o meno. Che ne dite?"

"Sembra una buona idea, dopotutto è casa sua..."

Le donne ringraziarono Gregor per l'aiuto e quindi tornarono verso l'auto. Malgrado la giornata di sole il villaggio non era riuscito a scrollarsi di dosso l'aria di desolazione che le aveva accolte qualche giorno prima. Sembrava fosse passata un'eternità. Le strade erano ancora deserte.

Mentre Michela guidava Leonarda riuscì a chiamare Sergio lasciando un messaggio sulla segreteria. Non sapendo quanto rivelare disse solo che avevano bisogno di sentirlo e di mettersi in contatto con Jasmine, se avesse potuto.

Poi si rivolse a Michela e le chiese: "Cosa credi che Gregor abbia voluto dire a proposito della figlia della Clifton?"

"Non ne ho la più pallida idea. Bè qualche indizio potremmo trovarlo subito..." rispose Michela ammiccando davanti a lei: avevano raggiunto l'aia della Clifton Farm e nel sentire l'auto una donna s'era affacciata alla porta della casa asciugandosi le mani nel grembiule.

La signora Clifton era un uccello, o meglio, se lo fosse stata sarebbe stata un merlo.

I capelli lunghi e neri, divisi da una linea netta in mezzo alla fronte, cadevano su di un cardigan scuro parzialmente coperto dal grembiule, anch'esso nero. Indossava pantaloni neri di lana ed aveva i piedi scalzi. La pelle del viso era arrossata, solcata da capillari, come quella di chi lavora all'aperto o beve troppo. Gli occhi; un verde così tenuo da sfumare nel giallo, sorrisero alle due donne mentre la signora Clifton allungò le braccia verso di loro per stringere le mani.

Magrissima, con le spalle curve, se fosse stata un merlo sarebbe stata un merlo ferito.

Fece accomodare le donne in salotto, vicino al fuoco e senza chiedere nulla le raggiunse dopo un attimo con una tèiera, tre tazze ed un bricco di latte. Poi si sedette sulla poltrona accanto al divano.

"I am sorry, I didn't tell you my name. It's Carol!"

Così si chiamava Carol, il mistero era stato finalmente risolto. Ovviamente non era la Angela Clifton che aveva curato la rubrica sulla Ballata di Polly Sun. Infatti la donna seduta lì, come loro, doveva essere attorno ai 40 anni, 45 se li avesse portati proprio bene.

L'interno della casa non avrebbe potuto essere più diverso da quello del cottage in cui stavano loro: i mobili del salotto erano un poco riuscito assemblaggio di cassettiere, credenze, tavolo, divano e poltrone appartenenti a decadi diverse e che non sembravano aver trovato un filo conduttore. L'attenta scelta di libri ed ornamenti che dava immediatamente al cottage un'aria di stile e ricercatezza era qui sostituita da una profusione di oggetti di poco valore accumulati nel tempo. Qui non c'erano lampade che emanavano una soffice aurea, solo un tubo neon -spento-, il fuoco e la luce del giorno che filtrava da un'ampia finestra.

Come il cottage, però, la stanza era immacolata: non un filo di polvere che si fosse depositato su una delle tante foto incorniciate, non una ragnatela che fosse scappata all'attenzione della Clifton, nulla che fosse fuori posto.

'Dev'essere un incubo tenere questa stanza pulita', pensò Leonarda.

"Piacere di conoscerla Carol. Grazie!" Disse Michela accettando la tazza di tè, "Nel suo biglietto ci ha detto di venire al più presto, sembrava quasi che sapesse che ci stava succedendo qualcosa in quel cottage. È così?" Michela aveva deciso di essere diretta.

Carol le sorrise ancora, Michela non aveva mai visto un sorriso più triste.

"Devo cominciare da qualche parte, per cui comincio dal vostro arrivo. Mi spiace non avervi incontrato, ero qui sapete? Vi ho viste da questa stanza, da dietro le tende ma non ho avuto il coraggio di presentarmi. Avevo paura che se l'avessi fatto non sarei riuscita a mentirvi. E non volevo spaventare le prime ospiti della mia Jasmine, mandarvi via... Jasmine è sempre stata così carina con me..."

"Perchè ci avrebbe spaventate incontrandoci?"

"Perchè vi avrei detto la verità!" Un altro di quei sorrisi tristi, Carol posò la sua tazzina e cominciò a sfregarsi le mani, poi chiuse le braccia attorno al seno come per proteggersi dal freddo.

"Avevo pensato: 'se le incontro devo dirgli tutto, meglio aspettare e vedere cosa succede'. Sapete, quella sera, dopo qualche ora, ero venuta al cottage per controllare che fosse tutto tranquillo. Sembrava di sì, ero rimasta lì per un po' sotto gli alb...Ahhh aahh"

La testa della Signora Clifton cominciù a piegarsi nervosamente verso il collo come se in preda ad un attacco epilettico, le spalle si alzarono velocemente per poi ricadere altrettanto svelte, l'intero corpo vibrava incoerentemente al ritmo di una scossa elettrica che non c'era. Solo il viso sembrava rilassato, a parte quel suono che usciva stridulo dalla bocca della donna. Michela, presa di sorpresa, rovesciò la tazzina sul pavimento e balzò verso il lato del divano dove era seduta Leonarda. Le due donne restarono così, impietrite, finchè qualche secondo dopo Carol si calmò. Aprì gli occhi, si voltò lentamente verso di loro. Ora erano due specchi smeraldo scuro che le guardavano.

Carol cominciò a cantare, la voce non era la sua, ma Michela la riconobbe subito, riconobbe immediatamente quel tono cristallino, quel suono glaciale che tagliava l'aria come un rasoio. Ascoltarono trattenendo il fiato questa performance della Ballata di Polly Sun che in ogni altra circostanza avrebbe meritato un applauso ed un'alzata in piedi, ma non oggi, non lì. Ascoltarono immobili finchè Carol o chiunque fosse davanti a loro in quel momento ripetè gli ultimi fatidici versi:

Polly Sun

My Sun

They took you away

They'll die in a bad way... " faranno una brutta fine".

Poi il silenzio. Poi una boccata d'aria come quando si trattiene il fiato fino a non farcela più. Poi Carol era tornata, ancora con quel sorriso che ti faceva morire.

"È stata qui vero?" Chiese alle due donne che solo allora si resero conto di aver cominciato a respirare ancora.

"Sì" rispose Michela, "È già successo altre volte?" mentre parlava con Carol, strinse Leonarda a sè.

"Sì, all'inizio sentivo le parole e basta, di notte soprattutto".

"Le ho sentite anch'io" affermò Michela.

"Poi cominciai a canticchiarla, così, mentre facevo le pulizie o ero nei campi, finchè mi accorsi che non ero più io a cantare, non era la mia voce, ero lì ma non c'ero. Per la verità non sto mai così bene come quando Frances mi prende, quando divento Frances. Non si preoccupi per la tazza, ne ho tante." Aggiunse distrattamente notando i cocci per terra.

'...non c'è con la testa... è un matta' Certo che se Michela non avesse vissuto la stessa esperienza sarebbe stato facile giungere a queste conclusioni. Anzi Gregor, se sapeva delle "voci", era stato magnanimo a descriverla così: c'erano tutti i sintomi di una severa schizofrenia. Possibile che non la stesse aiutando nessuno? Michela decise di essere maleducata e glielo chiese.

"E a lei? L'aiuta qualcuno?" Rispose Carol senza offesa, anzi non avrebbe potuto essere stata più logica. Michela dovette ammetterlo: 'se questa è matta lo sono anch'io'.

"Lo sanno in paese di queste voci? L'ha detto a qualcuno"

"Sì, qualcuno lo sa e poi, il paese è piccolo, si figuri... Mi hanno addirittura sentita cantare mentre lavoravo nel campo, ma va bene: danno tutta la colpa all'incidente..."

Ecco, un altro tassello da chiarire, ma prima un altro ancora: Frances. Come faceva a sapere che questa... cosa? Entità? Persona? Si chiamava Frances?

"Semplice: perchè Frances era la mamma di Polly!"

Senza farla continuare Michela prese la rivista del Peak District dalla borsetta e l'aprì alla pagina 18.

"Angela Clifton; la conosce?" le chiese.

"La conoscevo, sì," la guardò sospirando, "era mia nonna, quella rivista è del 1969 l'ho anch'io da qualche parte. Ha notato che mancano i versetti finali? Sono i primi che Frances mi sussurrò nell'orecchio"

"Così anche per me, l'avevo notato subito." Questa donna cominciava a piacere a Michela, c'era una connessione forte, faceva le domande giuste. Controllò Leonarda per assicurarsi che riuscisse a seguire la conversazione poi continuò:

"Chi erano queste Polly e Frances?"

"Allora non ha letto il resto della rubrica sul fascicolo?"

Michela spiegò che non aveva avuto tempo e quindi Carol si offrì di fare un riassunto.

"Clifton Farm era di mia nonna, appartiene alla famiglia da secoli. Era rimasta vedova giovane, come me e come me aveva tirato avanti da sola. La conoscevano tutti, aveva finanziato una piccola biblioteca per il villaggio, aperta solo i weekends, ma al tempo era già progresso. Si era sempre interessata alla storia e al folklore locale, e grazie al suo impegno civico era riuscita ad avere accesso agli archivi di Winster ed anche a quelli personali dei Clifton di Elton Hall, sapete la nostra famiglia è la stessa, è solo dalla seconda metà del 1600 che il mio ramo ha lasciato la hall e si è spostato qua, fuori dal paese."

'Gregor questo non lo sa' pensò Michela.

"Mia nonna contribuiva regolarmente a queste edizioni locali, con piccole storie ed aneddoti ormai dimenticati da tutti. La Ballata di Polly Sun è stata l'ultima delle sue ricerche ad essere pubblicata.

Angela lo spiega sulla rivista: questa ballata risale al diciassettesimo secolo. Racconta la storia di una madre e di sua figlia, a narrarla è la madre stessa. Frances e Polly vivevano fuori dal villaggio in uno dei cottage dei contadini, quello in cui adesso state voi."

Michela inspirò velocemente stringendosi ancor più a Leonarda.

"La gente del posto aveva bisogno di loro perchè queste due donne conoscevano le erbe e i medicamenti per curare gli acciacchi più comuni ma le temevano anche, ricordatevi che stiamo parlando dei tempi in cui circolavano tutte quelle storie di stregoneria e poi il cottage era così vicino alle Nine Ladies... Eppure questo dono, questa saggezza erboristica, aveva garantito alle due donne un'esistenza tranquilla, addirittura quelle alchimie avevano dato loro accesso alla Clifton Hall. Soprattutto Polly, sembrava che Lord Harold Clifton non potesse fare a meno di lei, se non era il mal di testa era l'indigestione, se non l'indigestione era un attacco di diarrea e così via. Polly era di casa alla Hall.

Fino al giorno in cui Polly, solo dodicenne, venne sorpresa a vomitare per strada. C'era chi giurò che avesse vomitato un liquido nero come la notte, altri aggiunsero che oltre che a vomitare Polly avesse più volte invocato il demonio.

Lord Clifton stesso, a malavoglia dovette ammettere che Polly nelle ultime settimane era cambiata, che le sue ricette erano più amare del solito ed aveva assunto delle arie; una superbia, che non avrebbe dovuto permettersi.

Il passo fu breve da lì all'accusa di stregoneria, le voci si moltiplicarono sembrava che tutti, chi in un modo chi nell'altro avessero visto Polly in circostanze compromettenti.

Non ci fu neppure un processo: Polly era troppo pericolosa, solo due giorni dopo venne bruciata viva nel centro delle Nine Ladies. Gli abitanti del villaggio vennero invitati a contribuire al falò offrendo ceppi di legno secco, alcuni non lo fecero ma altri presero parte con un entusiasmo raramente riscontrato da queste parti.

Mentre la figlia ardeva viva Frances venne rinchiusa nel cottage sola e disperata.

Quando finalmente la fecero uscire non era più la stessa donna. Chi lo sarebbe?"

La Clifton pose la domanda interrompendo la narrazione, le sue mani tremavano mentre si portò la tazzina alla bocca. Poi continuò:

"Da quel giorno le uniche parole che uscirono dalla sua bocca erano quelle che adesso troviamo nella ballata. Una madre distrutta, Frances andava in giro per i villaggi, per i pascoli, nei campi ripetendo gli stessi versetti all'infinito, poi cantandoli, evitata da tutti. Due anni dopo, Frances fece la stessa fine della figlia, ma questa volta senza che gli abitanti del villaggio, terrorizzati, vi partecipassero. Fu un ragazzino condannato a morte per violenza carnale, che dovette mettere assieme il falò in cambio della sospensione della sentenza: la profezia della ballata sembrava stesse verificandosi ad un ritmo sorprendente, e tanti, tra coloro che avevano contribuito al rogo di Polly, erano già andati ad incontrare il loro Creatore in circostanze orribili. Tra questi lo stesso Lord Harold Clifton che era morto soffocato da un osso di pollo dopo mezz'ora di intensa agonia.

In quanto al ragazzino che fece il falò? Lo trovarono decapitato il giorno dopo!

Alcune di queste informazioni, le più lugubri, non le trovate nella rivista, credo che mia nonna non abbia riportato i versetti finali per una questione di rispetto e per non offendere troppo gli abitanti del villaggio. Però, anni dopo, quando ero bambina, le piaceva raccontarmi queste storie, non voleva che andassero perdute e a me raccontò anche i dettagli che aveva tralasciato!"

Carol si alzò andando verso la credenza, aprì un cassetto ed estrasse un faldone consumato dal tempo, all'interno c'erano diversi fogli e documenti ormai giallastri battuti con macchina da scrivere e li passò alle due donne.

"C'è tutto qui, o quasi..." aggiunse quel quasi come fosse un ripensamento.

"Clifton Farm è il risultato di quegli eventi: Lord Harold ed il fratello più giovane, Edmund, ebbero un litigio enorme al tempo del rogo di Polly, si dice che le urla si sentirono fino a Winster. Edmund lasciò Elton Hall e si trasferì qui dove costruì la casa, la stessa in cui siamo adesso. Da quel giorno i due rami della famiglia non si sono più incrociati. Non sono nemmeno sicura che i Clifton di Elton Hall sappiano che siamo gli stessi! C'era stata anche la Guerra Civile a confondere tutto con alleanze e battaglie fratricide all'interno delle famiglie nobili, alla fine i Clifton, entrambe le parti persero quasi tutto, ci era rimasta solo la Hall, la Farm e un po' di terra. Sempre meglio che per la maggior parte della gente! Andiamo."

Carol scattò in piedi prendendo delle chiavi poggiate sul tavolo. Michela stava finendo di tradurre dei dettagli a Leonarda sorpresa da questo improvviso slancio energetico.

Uscirono di casa dirigendosi verso la jeep della Clifton parcheggiata nell'aia.

L'aria fredda urtava le narici delle donne facendole però sentire incredibilmente vive. Il racconto di Carol era stato affascinante. Più parlava, meno sembrava pazza agli occhi delle sue interlocutrici.

Ma dove stavano andando?

La Ballata di Polly Sun Capitolo 9

La Clifton stava guidando verso Elton, sarebbero arrivate in cinque minuti. Come sembrava ormai routine, il cielo azzurro era andato a nascondersi dietro ad una coltre di nebbia che lasciava a mala pena intuire dove si trovassero. Avrebbero potuto essere ovunque.

Michela prese l'occasione per spiegare meglio a Carol cosa era successo nel cottage in quei pochi giorni: il sonaglio, le voci, le riviste gettate ovunque. Tutte, tranne quella che aveva portato con sè e che aveva trovato aperta alla pagina della Ballata.

"No, non l'avevo lasciato io sul gradino", le confermò Carol, "Il sonaglio e il tamburello... erano di Polly. Son sicura che siano gli originali: nei registri della Elton Hall mia nonna aveva trovato il catalogo con tutte le entrate e le uscite, erano molto metodici, veniva trascritto tutto. Erano stati dati come regalo da Lord Clifton a Polly per il suo ottavo compleanno. È tutto in quel faldone." Con un cenno all'indietro della testa Carol indicò il plico che ora stava accanto a Leonarda sul sedile posteriore dell'auto.

La presenza di Polly e Frances stava diventando sempre più tangibile. Michela e Leonarda non solo stavano nello stesso cottage abitato dalle due donne secoli prima, ma addirittura avevano toccato gli stessi oggetti con cui la bambina aveva giocato. Avevano messo le mani dove Polly aveva impugnato il sonaglio.

'Chissà com'era contenta quando lo aveva ricevuto in regalo.' Pensò Michela,

'Ignara di quello che l'avrebbe attesa da lì a pochi anni; ma, dopotutto, non lo siamo tutti? Ignari?'

La jeep si fermò bruscamente riportando Michela alla realtà. Si trovavano accanto al muretto che costeggiava il cimitero; sotto una fila di ippocastani spogli. Una parte del campanile, dietro di loro, era tutto quello che riuscivano a vedere della chiesa, che altrimenti non sembrava altro che un'ombra più scura soffusa in quel grigiore.

Scesero dal mezzo e seguirono Carol che, dopo aver aperto il cancelletto di ferro, si diresse verso una sezione del cimitero dominata dalla sagoma ingombrante di un tasso centenario. Facendosi strada fra i monumenti tombali in diverso stato d'abbandono notarono alla loro destra un'area in cui, invece, spiccavano tombe moderne con steli di marmo lucido e croci d'ottone.

'Polly's row', 'La fila di Polly' disse Carol con un ampio movimento della mano che abbracciò una quindicina di sepolcri allineati sotto quell'albero enorme.

"Li hanno sepolti qua, sotto il tasso, l'albero che rappresenta l'immortalità dell'anima. Che sia un segno di rispetto o una dannazione lo lascio decidere a voi..." continuò Carol. Le tombe erano illeggibili: il tempo e l'umidità avevano contribuito a donare la pietà dell'anonimato a chi vi era stato sepolto. Alcune date, però, erano ancora visibili, solcate nella pietra grigio verdastra: March 1648, July 1648, August 1648 l'ultima era datata June 1649.

"Sono tutti vittime della maledizione di Frances, morti uno dietro l'altro, come mosche. Chi annegato nel fiume, chi tralciato da un carro, chi sepolto dal crollo di un fienile e così via. Ovviamente c'è anche lui," Carol indicò una tomba dall'aspetto monumentale leggermente separata dalle altre. "Lord Harold Clifton ed il suo pollo! Neppure il titolo nobiliare era bastato per assicurargli la sepoltura in chiesa. Chi aveva partecipato al falò di Polly era ormai trattato con la stessa diffidenza riservata ad un contagiato di peste. Come con la peste, meglio stargli lontano.

Certo che al giorno d'oggi non ci crede più nessuno -coincidenze- direbbero. È normale, non ci crederei neppure io se non fosse per Frances e le sue visite..."

Carol tirò un sospiro e continuò:

"Quando avrete tempo di sfogliare i documenti e gli appunti di mia nonna, vedrete tutti i dettagli, tutti i nomi e le date. Come coincidenze sono sorprendenti!"

La voce di Carol, leggera ed ovattata dalla nebbia, sembrava appartenere ad una persona anziana, ed anche laddove si poteva intuire un accenno di sarcasmo o l'entusiasmo per qualche dettaglio storico, l'impressione dominante era quella che a parlare fosse qualcuno che in qualche modo avesse rinunciato all'idea di un futuro sereno.

"Da quanto tempo sente la voce di Frances?", fu Leonarda a chiederlo con il suo inglese stentato.

Carol ci pensò un attimo portando una mano arrossata dal freddo verso la bocca.

" Sono passati sette anni. All'inizio sentivo solo qualche stralcio della ballata, magari un verso o due. Pensavo fosse solo un sogno ricorrente. Non sapevo neppure cosa significasse perchè era passato talmente tanto tempo da quando mia nonna me ne aveva parlato. Poi i versi cominciarono a diventare più lunghi, ad avere senso, fu allora che mi ricordai della Ballata di Polly Sun e cominciai a cercare il faldone tra le cose di mia nonna, sapevo che l'avrei trovato da qualche parte." Carol si fermò ancora, poggiò la mano sulla tomba più vicina e fece un sospiro profondo. Poi disse: " La sento da circa due mesi prima dell'incidente di mia figlia. Non mi ero confidata con lei e poi, quando mi ero quasi decisa a dirglielo... bè era troppo tardi."

Senza aggiungere altro Carol si spostò dalla tomba incamminandosi verso la sezione nuova del cimitero, prese una fila e si diresse verso il fondo fermandosi difronte ad una piccola lapide di marmo bianco. Su di questa, in lettere e numeri metallici era scritto:

Mary Clifton June 1996 - October 2010 RIP

Senza una croce, un lumino o fiori. La lapide e basta.

"Era una splendida giornata d'ottobre, un sabato. Mary aveva deciso di andare a fare una passeggiata verso Oldfield Wood: sapeva che c'erano dei cervi in quel bosco e voleva vedere i maschi combattere tra di loro, è la stagione in cui le femmine vanno in calore. Le dissi di stare attenta, che poteva essere pericoloso, ma mi fidavo di lei: conosceva bene gli animali, sapeva di non andargli vicino e s'era portato il binocolo..." Carol si portò la mano agli occhi "Voleva diventare una zoologa e studiare le tigri in India. Me lo diceva sempre."

Ancora quel sorriso triste,

"Poi nel pomeriggio mi arrivò la telefonata... era stata investita: qualcuno l'aveva trovata sul ciglio della strada statale, più o meno dove l'avrebbe raggiunta dalla scarpata che scende al bosco. Chi l'aveva investita non s'era fermato e non è mai stato trovato. La gente del paese dice che da quel giorno sono diventata pazza, ma non sono pazza. Solo distrutta."

Michela e Leonarda si strinsero attorno a Carol in un abbraccio caldo come un fuoco acceso in quella gelida giornata, in quel cimitero deserto.

Carol si asciugò gli occhi e si ricompose, poi affondò una mano nella tasca del giaccone e prese il telefono.

Vederla con quel cellulare in mano; era un ultimo modello la cui mela sul retro rifletteva quella poca luce che c'era, creava una strana sensazione di incongruenza. Un po' come quando aveva guidato la jeep: Carol Clifton, non sembrava appartenere al presente o, per la verità, a nessuna epoca specifica. Era come immaginarsi Giulio Cesare al computer o Maria Antonietta davanti al televisore, forse possibile in un universo parallelo, ma non in questa dimensione. Eppure Carol in quel momento stava facendo scivolare le dita sul telefono finchè raggiunse la schermata che voleva.

La fece vedere alle due donne che si ritrovarono di fronte il viso sorridente di una ragazzina appena adolescente incorniciato da una chioma rossa e ribelle.

'Un po' come i miei capelli' pensò Leonarda.

Seguirono altre foto: Mary con la divisa di scuola, con una torta con scritto 'Happy birthday Mum'. Un selfie di Mary e Carol con un angolo della Torre Eiffel dietro di loro ed un altro con Notre Dame. Un'altra vita, una vita felice.

"Eravamo andate a Parigi quella primavera, per un weekend lungo, era la prima volta per tutte e due."

Carol fece passare altre foto finchè si fermò su quella che cercava.

"Questo è l'ultimo ricordo che ho di lei. Gliela avevo fatta quel giorno, prima che uscisse di casa perchè era ridicola! Si era quasi offesa perchè a lei quella cuffia piaceva troppo..."

Nella foto Mary indossava pantaloni scuri e una giacca a vento rossiccia. Aveva uno zainetto ed attorno al collo la stringa del binocolo, ma quello che la rendeva buffa era la cuffia che indossava con la convinzione di una modella: era di lana arancione con, al di sopra delle tempie, due grosse protuberanze che erano state lavorate a forma di orecchie di volpe con tanto di lana bianca e punta nera.

"...la volpe era il suo animale preferito, dopo la tigre..." stava continuando Carol, ma Michela aveva smesso di ascoltarla e la interruppe.

"Mi fa vedere sulla mappa dove si trova il luogo dell'incidente, per favore?" malgrado quel 'per favore' si poteva sentire il senso d'urgenza nella voce di Michela.

Senza fare domande sul perchè, Carol picchiettò ancora sullo schermo finchè la mappa apparve difronte alle tre donne. Una gocciolina rossa indicava il punto sulla strada corrispondente alla ricerca di Carol. Michela si aggrappò a Leonarda e cominciò a vomitare, solo un liquido marrone e rancido dal momento che non aveva mangiato altro che i biscotti in mattinata.

Carol guardò Leonarda sorpresa cercando spiegazioni. Leonarda aveva capito e rispose "È esattamente il punto dove siamo quasi uscite di strada al nostro arrivo!"

Mentre Michela cercava di riprendersi Leonarda fece un veloce resoconto di quello che era successo con quel suo inglese approssimato. Carol l'ascoltò rapita.

Michela riuscì a sollevarsi. Come a Robin Hood's Stride si sentiva bollente mentre allo stesso tempo sembrava che il gelo le stesse ghiacciando il sangue.

"Leo!", esclamò guardando la sua ragazza, ma includendo Carol nella conversazione, "Non era una volpe che mi aveva fatto uscire di strada. Era il corpo di Mary che avevo visto! Ricordi no? Che non ero convinta di cosa fosse era durato un attimo... adesso è chiaro: la giacca rossiccia e quella cuffia, è stata la cuffia a farmi pensare ad una volpe, poi con la pioggia non era facile vedere bene..."

Le tre donne rimasero in silenzio valutando l'enormità di quello che Michela aveva appena detto. Sì perchè se avesse avuto ragione le cose cambiavano prospettiva, non era più solo Frances ad essersi messa in contatto con lei: anche Mary aveva cercato in qualche modo di comunicare qualcosa; di avvertirle, forse? Ci doveva essere un filo conduttore che univa le due entità.

Oppure era tutta una coincidenza facilitata dalla suggestione. Ma forse quella era diventata una coincidenza di troppo per poter essere considerata tale.

La Ballata di Polly Sun Capitolo 10

Carol decise che sarebbe stato meglio tornare alla Clifton Farm: Michela aveva bisogno di riprendersi dallo shock e lei avrebbe cucinato qualcosa per le due donne; avevano ancora tante cose da chiarire.

Tornando verso la jeep Michela e Leonarda non mancarono di notare come la Signora Clifton, con le ultime rivelazioni, avesse ritrovato un certo ottimismo. Non era difficile spiegarsi il perchè: sebbene l'apparizione di Mary, come descritta da Michela, non era stata altro che un insieme di immagini confuse, durate un attimo, essa significava tuttavia che anche sua figlia, quella figlia che le era stata portata via tanti anni prima e la cui scomparsa era andata impunita; bene, anche sua figlia o, quantomeno, la sua presenza continuava ad esistere in un'altra dimensione. Forse una dimensione con cui anche lei un giorno avrebbe potuto mettersi in contatto. Per ora, dopo sette lunghi anni, Michela era l'unico anello che la legava a Mary, ma le andava bene così.

Guidò la vettura verso la high street e si fermò all'incrocio con la piazzetta nell'improbabile caso ci fosse una macchina di passaggio.

Michela si ritrovò a guardare il pub chiuso, quella scritta sulla porta: "..OL.. SU.", giocò un attimo con quelle lettere combinandole fra loro, sembrava ovvio.

"Polly Sun!". Il nome del pub doveva essere Polly Sun! Lo chiese a Carol che nel frattempo si era rimessa lentamente in marcia.

Davanti alla Elton Hall, sull'altro lato della piazzetta, videro Gregor mentre si apprestava a salire in macchina seguito da Amy che aveva quell'aria scocciata che sembra il comun denominatore di tutti gli adolescenti . L'uomo alzò lo sguardo nel sentire il mezzo arrivare e sollevò la mano in saluto quando vide che a bordo c'erano Michela e Leonarda.

Rispondendo alla domanda di Michela, Carol disse:

"Sì, si chiamava 'The Polly Sun', ma è chiuso da anni. E comunque non è la nostra Polly, o meglio non proprio..."

Doveva fare attenzione alla strada: la nebbia era sempre più fitta e quella poca luce che filtrava andava diminuendo col passare dei minuti.

"La Polly Sun del pub confonde le idee a tutti, o meglio le confondeva prima delle ricerche di mia nonna. E comunque adesso non se ne interessa più nessuno, è passato così tanto tempo..."

Michela e Leonarda la seguivano attente.

"Dopo il rogo di Frances le cose nel villaggio si calmarono. Sembrava che avendo eliminato chi faceva la profezia avessero eliminato la profezia stessa. Col passare del tempo gli eventi che erano accaduti in quei due anni cominciarono a sfocare, o vennero abbelliti, riuscendo a farsi spazio e a mescolarsi con altri racconti del folklore locale. C'erano sempre state delle leggende sulle Nine Ladies: ai bambini si raccontava che fossero creature dei boschi che sarebbero venute a prenderli di notte se non si fossero comportati bene. I pastori dicevano che erano fate che proteggevano le greggi, altri ancora che si trattasse di streghe che attendevano l'arrivo del demonio. Una leggenda in particolare diceva che fossero delle vergini - o delle prostitute- a seconda di chi la raccontava, che nella notte dei tempi erano state radunate lì per rappacificare il demonio che, annoiato, stava facendo infuriare una tempesta dopo l'altra. In tutte queste versioni c'era sempre una delle Ladies, forse una strega, che era più bella o con più poteri delle altre e che, in un modo o nell'altro, riusciva ad affascinare il demonio ed a farlo calmare. Da lì il passo è breve per immaginarsi che qualcuno abbia cominciato a chiamare questa lady..."

"Polly Sun!" la interruppe Michela ricordandosi il nome uscire dalle labbra del vecchio pastore.

"Eravamo alle Nine Ladies l'altro giorno e questo tizio è sbucato dal nulla e ci ha raccontato la leggenda. Per la verità ci ha rovinato la giornata, non era la leggenda in sè, ma il modo in cui la raccontava, sembrava ci provasse gusto a denigrare le donne."

"Ah! Old Clifton!" Erano arrivate nell'aia della Clifton Farm. Carol aveva fermato la jeep ed ora stava guardando Michela con un'aria di esasperazione, "così avete già fatto la sua conoscenza!"

"Chi è, un pastore? Un suo parente?", chiese Michela aggiungendo mentalmente un altro Clifton alla lista.

"No e no! Lord Anthony, Andrew, Raymond Clifton; Old Clifton, è l'attuale Lord Clifton di Elton Hall, diretto discendente di Harold, quello del pollo!"

Leonarda e Michela non potevano crederci: l'uomo che avevano avuto la spiacevole disavventura d'incontrare non poteva essere più lontano dall'immagine che si erano create di come un Lord dovesse sembrare. Forse era stata colpa di Downton Abbey o dei romanzi della Austen, ma quel signore anziano con la pelle rugata dal tempo e l'indecenza della sua misoginia faticava a passare per tale.

"Un Lord? È sicura che stiamo parlando della stessa persona?"

"Cappello piatto da pastore, stivali di gomma e l'abitudine di dire -puttane- ogni due parole? Non ci sono dubbi, è lui!"

Michela e Leonarda provarono nuovamente la sensazione di trovarsi in una realtà alternativa: sembrava quasi impossibile che la parola whores, puttane, potesse uscire dalla bocca della donna che stava difronte a loro.

Quasi le avesse lette nel pensiero Carol sorrise e si scusò: "Era solo per essere sicura che stessimo parlando della stessa persona!"

Entrate in casa Carol invitò le due donne ad accomodarsi nel salotto, chiese se sapessero accendere il fuoco e Leonarda si offrì di farlo. Il riscaldamento era acceso, ma le fiamme nel camino contribuirono ad offrire un po' d'intimità alla stanza che riverberava sotto la luce clinica del neon.

Mentre attendevano che Carol si unisse a loro Michela e Leonarda riandarono sugli ultimi sviluppi. L'enormità di quello che stava succedendo era tale da far sembrare addirittura surreale il fatto che potessero parlarne normalmente o che, malgrado quello, ci fossero le altre necessità dell'essere 'vive' che richiedevano la loro attenzione: erano affamate e solo ora, vicino al fuoco, sentivano il loro sangue cominciare a sciogliersi e tornare a scorrere.

"Sei sicura che fosse Mary... quello che avevi visto per strada?" Leonarda doveva chiederglielo anche a rischio di offenderla.

"Non ci sono dubbi." Michela si stava massaggiando le tempie, quasi si stesse concentrando, "Se non avessi visto la foto non lo potrei garantire, ma quella cuffia... anche la giacca rossastra... è esattamente quello che ho visto. Era accasciata sull'asfalto, la testa piegata, ma quelle grosse orecchie appuntite stavano su dritte..."

Carol tornò nella stanza con il necessario per preparare la tavola, Michela si offrì d'aiutarla e cinque minuti dopo le tre donne si trovarono sedute difronte a piatti colmi di toast, fagioli in salsa rossa e uova.

"Breakfast!" esclamò Carol, "...alle quattro del pomeriggio, ma meglio tardi che mai!"

Ormai era scuro. Prima di cominciare a mangiare Carol si alzò per chiudere le tende e servire il tè.

Tè con uova e fagioli. Chissà cosa avrebbero pensato i clienti del suo locale? Eppure ci stava bene, magari lo avrebbe proposto per una British Night, stava pensando Leonarda riprendendosi un po'.

Tra una forchettata e l'altra arrivarono nuove delucidazioni: Old Clifton era ancora il proprietario di Elton Hall e viveva in uno dei quattro appartamenti in cui l'aveva divisa, suo figlio: Gregor, in un altro. Leonarda e Michela faticarono a credere che il Lord e Gregor potessero essere padre e figlio.

"Gregor è una brava persona" le rassicurò Carol, "Per la verità sono anni che non ci parliamo tranne che un saluto quando magari ci si incrocia... sapete, sono una mezza eremita qui alla farm: ho i miei campi che mi tengono occupata e poi da quando mi sentono cantare la ballata..." fece un sorriso che era uno sbuffo. S'era alzato il vento, lo sentirono soffiare ed insinuarsi in spifferi tra i telai di legno delle finestre facendo danzare le tende. La luce del neon fluttuò per un attimo, quasi come un battito di ciglia.

"Nessuno sa come prendermi, non sanno se sia meglio evitarmi o compatirmi. Non è vero, anzi, Jasmine è un'eccezione, mi è sempre stata vicina. Era lei a tenermi al corrente sulle ultime dal villaggio. Come potete immaginare... non che ci fosse molto da riportare!" Scherzò Carol.

"Jasmine e Gregor sono sempre stati inseparabili anche se lei è di dieci anni più giovane. Jasmine era la figlia della tata di Gregor. Quando aveva appena due mesi, sua mamma si suicidò e la bambina venne adottata dalla sorella di Old Clifton, nessuno sa chi fosse il padre, si dice fosse uno dei ragazzi della scuderia che era svanito al momento più opportuno. Ma sono solo rumori. Ho imparato a non farci troppa attenzione."

Le due donne la ascoltavano cercando di visualizzare il quadro familiare che si stava facendo più complesso. C'erano i due rami della famiglia Clifton, anzi tre: Old Clifton e Gregor, la sorella del Lord e Jasmine ed infine, ma rimossa, Carol Clifton che stava lì seduta difronte a loro lasciando che prendessero tempo per elaborare tutte le nuove informazioni.

"Ci aveva detto che i Clifton di Elton Hall e voi di Clifton Farm non siete più in contatto anzi, che la generazione più giovane forse non sa neppure che un tempo eravate la stessa famiglia, eppure Jasmine è la persona che le è stata più vicina dopo la morte di Mary?" La domanda di Michela era implicita.

"Perchè Jasmine era la sua insegnante, educazione civica, alla scuola di Matlock. Le dava spesso un passaggio in auto quando avevano gli stessi orari. Si erano venute a conoscere bene e poi al tempo Jasmine aveva, che ne so, 22 o 23 anni. Era ancora fresca dall'università, trattava Mary un po' come fosse la sorella minore. A volte la portava a casa sua: ad entrambe piaceva fare passeggiate sulle colline e partivano da lì. A volte invece si fermava qui per una tazza di tè e due chiacchiere, mi diceva che Mary avrebbe navigato senza problemi verso l'università. Invece..." Carol si fermò e guardò le due donne con occhi lucidi.

"Dopo l'incidente fu l'unica a restarmi vicino, non ho nessun altro. Quando sarà il mio turno lascerò tutto alla Save The Tigers Association, Mary approverebbe."

Sorrise piegando il tovagliolo di carta tra le dita, poi chiarì:

"Comunque neppure Jasmine è a conoscenza dei dettagli sulle nostre famiglie. Vedete, dopo la guerra civile, i Clifton di Clifton Farm persero tutti titoli nobiliari. Quelli di Elton Hall non avevano nessun interesse a mantenere i rapporti con noi, tutt'altro. Come vi ho detto entrambi i rami uscirono dalla guerra civile con tante perdite, anche chi aveva mantenuto il titolo si era visto dimezzare i beni, dopotutto Elton Hall, per quanto elegante non è nulla a confronto di altre dimore nobiliari. Comunque molta terra è ancora nelle mani della loro famiglia e così anche i vecchi cottage dei pastori che pian piano sono stati risistemati. Alla fine, quello in cui abitavano Polly e Frances, era finito a Jasmine. Ha abitato lì fino a tre mesi fa quando si è trasferita a Londra per lavorare alla BBC."

Carol sperava di essere riuscita a spiegare la situazione con la maggior chiarezza possibile. Non era facile: c'erano tante cose che aveva dovuto tralasciare: informazioni che lei stessa aveva trovato solo dopo aver riscoperto il faldone di sua nonna. Ma per ora era sufficiente, se le sue interlocutrici avessero voluto, avrebbero potuto leggerlo in un secondo tempo. Magari l'indomani avrebbe fatto delle fotocopie.

"Volete dell'altro tè?" Chiese alzandosi per prendere i piatti ormai vuoti.

Invece di rispondere Michela le fece un'altra domanda, Carol si risedette:

"Una cosa che non capisco è perchè, già da prima che arrivassimo, lei si preoccupava che ci sarebbe potuto succedere qualcosa che ci avrebbe fatto cambiare idea a proposito di stare nel cottage? E poi questa mattina, con il biglietto che ha lasciato sotto la porta, come ha fatto a sapere che, effettivamente stava succedendo qualcosa?"

Carol sospirò,

"Voi siete le prime ospiti del cottage. Quando Jasmine si è trasferita a Londra mi aveva chiesto se mi sarebbe andato di darci un occhio e fare le pulizie prima dell'arrivo degli ospiti. Ovviamente mi avrebbe pagato, mi disse; non che mi servano i soldi o il lavoro, ne ho già abbastanza con i campi, fortuna che mi aiutano degli stagionali polacchi, ma accettai. Tipico di Jasmine: sembrava che io le stessi facendo un favore enorme, ma in realtà sapeva benissimo che il favore lo stava facendo lei a me, tenendomi occupata, e poi con la scusa del cottage avrebbe potuto tenersi in contatto e controllare che non facessi qualcosa di 'stupido': le voci della mia 'pazzia' erano arrivate anche a lei e si stava preoccupando.

Ci abbiamo messo un po' di tempo per ottenere tutte le certificazioni necessarie ed a sistemare il giardino che era in uno stato pietoso quando finalmente mi arrivò la chiamata della vostra prenotazione, la prima, essendo la bassa stagione!

Non so quante ore ho passato a pulire quel cottage, assicurarmi che tutto fosse in ordine. Perfetto per i primi ospiti. Più tempo ci passavo più mi sembrava di non essere lì da sola. La sentivo. Ovviamente ero ormai abituata alle visite di Frances, ma quando ero al Nine Ladies queste divennero immancabili e più intense. Era una sensazione unica, di sdoppiamento: non solo diventavo Frances, ma allo stesso tempo, per la prima volta potevo vederla. Sempre seduta, su una sedia, sul divano, o sul letto, una volta addirittura sul muretto del giardino. Sempre dondolandosi avanti ed indietro con le mani nei capelli ed il volto straziato da cui usciva un urlo inudibile mentre nel frattempo recitavo la ballata".

Leonarda guardò Michela stringendole la mano: la descrizione di Frances combaciava esattamente con quello che Michela aveva visto la prima notte ai piedi del letto.

Carol continuò:

"Quando raggiungevo la fine della ballata, Frances spariva ed io tornavo me stessa trovandomi seduta dove era apparsa.

Un giorno, ero nel mezzo di una di queste visioni, Frances era seduta sullo schienale del divano, alzò la testa e guardò fuori dalla porta aperta. Ero io che guardavo adesso. Vidi una bambina, appena ragazzina, venire verso di me lungo la sterrata, guardava in basso, attenta a dove metteva i piedi, non potevo vederle il volto, ma sapevo che era triste. Aveva le mani sul ventre come se lo stesse accarezzando, le corsi incontro, ma la distanza fra noi due restava la stessa, non potevo raggiungerla. Allo stesso tempo cantavo la ballata e Frances si dondolava. Mi svegliai sdraiata sullo spiazzo fuori dalla porta, bagnata dalla pioggia."

Carol guardò le due donne alzando le sopracciglia, "Ecco perchè ero preoccupata per voi. Per voi ed anche per Jasmine: se si fosse sparsa la voce che la casa era infestata sarebbe stata la fine del suo progetto. Pensai che se non vi fosse successo nulla significava che le apparizioni non avevano niente a che fare con il cottage, ma solo con me e quindi non c'era bisogno di preoccuparsi troppo. Ma non volevo vedervi: se vi avessi viste vi avrei avvertite...come vi ho già detto..."

Carol lasciò la sentenza sospesa. Un colpo di vento particolarmente forte fece volar qualcosa di pesante il cui rumore metallico andò scemando in lontananza mentre rotolava via nell'aia. Le donne guardarono verso la finestra sorprese e preoccupate.

Carol si alzò ed andò a controllare spostando le tende, la nebbia si era sollevata e la luna illuminava il cortile e le sagome degli alberi che ondeggiavano arrabbiate con riflessi metallici.

Tornò al tavolo,

"Poi, negli ultimi giorni, dopo il vostro arrivo, i fenomeni si sono intensificati anche qua, ma quello che continuavo a vedere era il cottage. Ero lì, Frances era lì, si girava, mi giravo, e la vedevo passare fuori dalla finestra: Polly, con la sua faccia sempre malinconica. Poi, anche lei si voltò e guardò dentro il cottage. L'espressione non era più triste, ma all'improvviso terrorizzata. Sì, Polly aveva paura, non eravamo più sole c'era qualcun altro nel cottage, una presenza negativa, sporca. La sensazione che avevo era proprio quella di sporcizia, come se una macchia nera avesse imbrattato il cottage e chi c'era dentro, quasi vivesse lì, nascosta in un angolo, pronta a saltar fuori al momento più propizio. È per quello che vi ho chiesto di raggiungermi qua, volevo portarvi via dal cottage."

Carol sospirò, finalmente aveva raccontato la sua storia, tutta tranne un dettaglio che non sapeva se volesse condividere con le due donne. Un dettaglio che non aveva nulla a che fare con Frances e Polly eppure... eppure c'era qualcosa che insisteva affinchè lo facesse affiorare da dove l'aveva tenuto nascosto ed accudito per gli ultimi sette anni. Sospirò ancora,

"Mary era incinta quando venne investita. Quasi al terzo mese. Non l'ho detto a nessuno, neppure a Jasmine. Io non lo sapevo, fu la polizia a dirmelo dopo l'autopsia. Come vedete non ero solo io quella ad avere un segreto..."

Per un istante Carol sorrise, malinconica. Poi il sorriso divenne uno sbuffo e lo sbuffo un incontrollabile tremore che si sparse a tutto il corpo quando finalmente si lasciò andare in un pianto senza vergogna ed inibizione. Il pianto di una madre che aveva perso tutto.

Un altro colpo di vento, questa volta più forte ancora, le tende vennero sollevate fino a che raggiunsero un paio di foto incorniciate poggiate sul tavolo facendole cadere sul pavimento di pietra. Il vetro andò in frantumi.

Il neon si spense ancora, prima un fibrillazione, poi del tutto. Quindi si riaccese iniziando una danza ad intermittenza. La finestra cominciò a scuotersi, a rantolare finchè si spalancò con una forza improvvisa, il neon finalmente cedette, sarebbero rimaste al buio non fosse stato per il fuoco nel camino che anzichè morire trovò nuova vita con l'impeto d'aria che lo raggiunse. Poi la videro. Nel corridoio.

Polly camminava verso di loro. Come Carol l'aveva descritta, si accarezzava il grembo con le mani, quasi proteggendolo. Accanto a lei c'era un'altra figura; i riccioli rossi faticavano a restare compatti sotto a quella cuffia con orecchie di volpe. Mary ripeteva lo stesso gesto mentre si avvicinava al tavolo dove Carol e Frances erano diventate una e la stessa persona dondolandosi disperate sulla sedia.

Poi, quell'altra presenza, quella che Carol aveva riassunto come una macchia nera, c'era anche quella, non si vedeva, ma era lì, si stava avvicinando alle due bambine, sì, perchè erano ancora bambine. Quella presenza fece sentire Michela e Leonarda così come si erano sentite dopo l'incontro con Old Clifton: sporche. Quella macchia veniva a rubare l'innocenza.

"Don't touch my child! You fucking bastard"

- Non toccare la mia bambina! Fottuto bastardo!-

Quel verso animale, con l'energia di un branco di lupi, era uscito dal corpo di Carol che aveva smesso di piangere ed ora si era alzata correndo verso il corridoio.

Ma non c'era più niente: il corridoio era vuoto ed il neon si era riacceso. La finestra era rimasta aperta come uno sbadiglio sull'aia, ora silenziosa. Da lì l'aria gelida entrava posandosi sulle tre donne e sul camino spento.

La ballata di Polly Sun 11

Michela, Leonarda e Carol restarono così, in silenzio, sotto la luce fredda del neon che le avvolgeva con quel suo riverberare crudo.

Carol spostò i capelli neri che le erano rimasti appiccicati alla fronte e tornò verso la finestra, inspirò l'aria fredda che espulse poi con un lungo soffio, quasi si stesse sgonfiando. Chiuse la finestra e raccolse le due fotografie che erano cadute con il gioco delle tende facendo attenzione a non tagliarsi con il vetro in frantumi.

Leonarda, forse per la prima volta dall'arrivo al cottage, sentì di essere divenuta parte di ciò che stava accadendo. Certo, aveva visto il sonaglio e le riviste sparse ovunque, ma sin lì, le manifestazioni più ovvie di queste presenze l'avevano evasa. Fino a quel momento aveva dovuto aver fiducia nella sanità mentale della donna che amava e di quest'altra vulnerabile sconosciuta. Adesso no: adesso Polly, Mary e Frances stessa erano diventate una realtà tangibile nella sua fuggevolezza.

Leonarda aveva smesso d'essere una spettatrice. Spettatrice di cosa? Fenomeni paranormali? Fantasmi? No, Leonarda non ne era convinta o almeno non era convinta che la definizione tradizionale di -fantasmi- si addicesse a ciò cui aveva appena assistito.

In teoria avrebbe dovuto essere terrorizzata. Lei che era famosa tra il gruppo di amiche per essere quella che dopo aver visto Paranormal Activity non era più scesa da sola nella cantina del suo locale per due mesi. Invece no, terrore non era la parola con cui avrebbe definito il suo stato d'animo, piuttosto curiosità e forse gratitudine. Sì, gratitudine perchè ora anche lei possedeva la chiave che dava accesso a questo mondo parallelo.

Non sapeva perchè ma la parola che le giocava in testa era -'memoria'-.

Michela la stava guardando incredula, cercando conferma che anche lei avesse assistito agli stessi fenomeni, che davvero non fosse sola, con Carol, a far da testimone a questa surreale sequenza di eventi.

Carol tornò al tavolo con le due cornicette in mano,

"È la prima volta che vedo Mary dall'incidente," tremava. Posò le foto ed incrociò le dita quasi cercasse di fermare questa scossa che l'attraversava, "era proprio vestita così quel giorno. L'avete vista anche voi, vero?"

Le due donne annuirono lasciando che Carol continuasse, "La mia bambina, vuole dirci qualcosa. Vogliono dirci qualcosa. Avete avvertito anche voi l'altra presenza? Un'ombra o una macchia?"

Michela le spiegò come si fosse sentita sporca nel percepire quella presenza e lo stesso Leonarda. Le spiegarono anche che quello era esattamente come si erano sentite dopo l'incontro con Old Clifton; come, appena tornate al cottage, avevano avuto l'immediato bisogno di farsi una doccia e lavarsi via il ricordo di quel vecchio.

Delle due cornici che Carol aveva posato sul tavolo una era rimasta intatta. Lì in una foto in bianco e nero, una ragazzina in calzoncini corti ed un sorriso grande abbracciava una vecchietta tutta rughe seduta davanti ad un trattore.

"Sono io con mia nonna Angela. Dovevo avere sui sedici anni...", la foto sembrò tranquillizzarla, la posò. Poi, facendo attenzione, liberò l'altra dalla cornice festonata da scaglie di vetro aguzzo.

"Quella è Jasmine", disse Carol indicando un bella ragazza dai capelli castani raccolti in una coda di cavallo. Accanto a lei c'era Mary, qualche anno più piccola rispetto alle foto che avevano già visto, ancora più bambina. Dall'altro lato una versione di Gregor, trentenne forse, guardava l'obiettivo della macchina fotografica sorridendo con la solita affabilità con cui Michela e Leonarda erano ormai familiari.

"Non sapevo che Gregor conoscesse sua figlia" disse Michela studiando la foto.

"Bè, non si poteva conoscere Jasmine senza conoscere Gregor, ve l'ho detto che erano inseparabili! Comunque credo che Gregor preferisse lasciarle da sole quando erano assieme... 'tra noi donne', Jasmine mi diceva così, scherzando."

Il cellullare di Carol cominciò a squillare, una suoneria allegra che poco si addiceva a Carol e completamente fuori luogo con ciò a cui avevano appena assistito.

"La canzone preferita da Mary" disse Carol quasi giustificandosi prima di rispondere.

Era Jasmine, Michela e Leonarda cercarono di interpretare la conversazione seguendo gli Yes e NO di Carol assieme alle spiegazioni che questa cercava di fornire alla donna all'altro capo della linea.

Quindi Jasmine chiese di parlare con Michela, voleva scusarsi per quello che era successo. Le spiegò che Luke le aveva detto di contattarla, ma che, prima, aveva deciso di sentire la Clifton per vedere se ci fossero dei problemi con il cottage. Michela intuì subito che, a Jasmine, Carol non aveva rivelato altro che la stele imbrattata con quel 'GO AWAY' -ANDATE VIA-, tralasciando tutto il resto.

Jasmine continuò a ripetersi in una profusione di scuse offrendo addirittura di pagare alle donne il soggiorno in un altro cottage o B&B nel caso non si sentissero sicure nel Nine ladies.

Michela la rassicurò dicendole di non preoccuparsi e che probabilmente si trattava solo di uno scherzo di pessimo gusto. Quindi la conversazione finì lasciando le tre donne in silenzio a ponderare sul da farsi.

Fu Leonarda a rompere il ghiaccio, parlando lentamente per assicurarsi che Carol capisse il suo inglese fortemente accentato.

"Dobbiamo tornare al cottage..."

Carol la interruppe subito: "Ma non scherzate! Da adesso state qua con me, ce n'è di spazio! Non riuscirei a perdonarmelo se dovesse succedervi qualcosa..."

Leonarda guardò Michela la quale colse immediatamente l'offerta della Clifton: aveva la sensazione che presto sarebbe successo qualcosa ed era importante che stessero tutte assieme. Poi aggiunse rivolgendosi a Carol:

"Però dobbiamo tornare a prendere le nostre cose e poi voglio vederlo ancora, il cottage, magari con lei, se vuole accompagnarci."

Carol guardò il cellulare, non erano neppure le diciotto sebbene sembrasse notte fonda, "Andiamo allora, prendo la mia jeep".

Ancora una volta sembrava che Elton diventasse vivo solo con il calare dell'oscurità, quando la presenza di abitanti veniva confermata dalle luci accese nelle poche case del borgo. La jeep passò Elton Hall, la cui unica fonte d'illuminazione proveniva dall'appartamento di Old Clifton, come spiegò Carol indicando il piano superiore dell'edificio.

Mentre la Clifton guidava la jeep infiltrandosi nell'oscurità della country lane: la stradina senza lampioni che portava ai pascoli, Leonarda tornò a giocare con quella parola che da qualche parte cercava di farsi spazio tra i suoi pensieri: memoria. Poi un'altra a cui non riusciva a dare una ragione: omeopatia. Il suo filo di pensieri venne interrotto quando la jeep raggiunse la fine della strada curvando in quella d'accesso al cottage. Per un attimo i fari illuminarono la lugubre scritta sulla stele. La vernice rossa, bagnata dalla condensa gelida, brillò con una sconcertante qualità organica.

Parcheggiarono la jeep ed entrarono nel cottage. La prima fu Michela, con la mano raggiunse automaticamente l'interruttore della luce. Le altre due la seguirono immediatamente ed immediatamente videro quella parola, quella parola ormai così distintiva da sembrare un marchio e che ora imbrattava il muro davanti a loro: WHORES. PUTTANE.

La vernice rossa era stata applicata con mano pesante, diversi rigoli cadevano dalla base delle lettere raggiungendo il pavimento dove si raccoglievano in piccole pozzanghere dense. Altrove la vernice era stata scagliata sul muro come un spruzzo, trasformandolo in un Pollock monocromatico. Le riviste che Gregor aveva riordinato erano state lanciate su ogni superficie e così le birre che aveva portato in mattinata: frammenti di bottiglie rotte erano sparsi sul tappeto e sul pavimento di legno, il loro contenuto versato ovunque, inzuppando così le pagine delle riviste vintage e la lana del tappeto. Il cottage puzzava come un pub in un sabato sera.

Senza perdere tempo Michela e Leonarda salirono al piano di sopra. Il sonaglio era sul gradino, ma ormi se lo aspettavano, non ci fecero quasi caso.

Non si fa caso ad un buchino nel muro quando l'intera casa sta crollando.

Le stanze erano come le avevano lasciate, misero tutte le loro cose nella valigie senza preoccuparsi se fossero di una o dell'altra e tornarono veloci di sotto.

Carol non era più in salotto, andarono in cucina dove la trovarono seduta accanto al piccolo tavolo. Non era più Carol, bensì quella strana entità che era anche Frances, però non stava cantando la ballata, solo dondolando avanti e indietro, avanti e indietro con quell'espressione straziante sul viso. La porta d'ingresso cominciò a sbattere: tonf, tonf, tonf... come in una contraria, ma l'avevano chiusa, ne erano certe. Si voltarono e le videro avvicinarsi alla cucina: Polly e Mary, una accanto all'altra. Se nella prima apparizione, a Clifton Farm, erano sembrate delle entità eteree qua invece avevano tutta la solidità di due ragazzine in carne e ossa, solo il pallore argenteo tradiva la loro vera natura. Come prima, però, le due figure avevano portato le mani al grembo accarezzandolo. Ma certo era ovvio adesso!

Carol, o Frances che fosse, rimase seduta, smise di dondolare ed alzò le braccia verso le due ragazzine che le andarono in contro. Entrambe bisbigliarono qualcosa nel suo orecchio una da un lato, una dall'altro. Poi svanirono; la loro solidità sfumando via come nebbia. Al loro posto subentrò una sensazione di risucchio, come se quella stanza si trovasse sotto vuoto. Un piccolo cubo in un universo di nulla.

Poi il silenzio. Poi, ancora una volta, una boccata d'aria come quando si trattiene il fiato fino a non farcela più. Carol aprì la bocca, l'espressione stupita giustificata da ciò che ne uscì:

"Whores. Mi hanno detto: whores!"

Nel parlare Carol notò il pezzo di vetro curvo che teneva in mano "E questo da dove viene? Non l'avevo in mano prima, ve lo giuro!" Lo mostrò alle altre due donne. Il 'Sangue di Elton': era un frammento di una delle bottiglie di birra che Gregor aveva portato con sè, l'etichetta era rimasta attaccata ed ora le guardava con tutta la gravità di un lugubre presagio.

La ballata di Polly Sun 12

Il “Sangue di Elton”. La scritta in caratteri gotici alla Dracula da B-movie, andò a pizzicare quel pensiero che Leonarda aveva intrattenuto a momenti alterni durante la serata.

E adesso si ricordava quale fosse l’anello che univa la parola -memoria- all’omeopatia.

Qualche tempo prima; un lunedì, si ricordava perchè era solo di lunedì che poteva concedersi di guardare la TV del pomeriggio, Leonarda era capitata su uno dei tanti dibattiti urlati che ne riempivano i palinsesti. La tematica in questione era ‘Omeopatia, cura o placebo?' Ovviamente c’erano i due campi a confronto, entrambi intenti a fare in modo che si capisse il meno possibile. Ma, tra i tanti interventi a più voci sovrapposte, uno era riuscito a rendersi quasi comprensibile. Il signore barbuto che lo propose spiegava come, durante la preparazione dei prodotti omeopatici, si prendesse in considerazione il principio di memoria dell’acqua ovvero la capacità dell’acqua di ‘mantenere un ricordo’ delle sostanze con cui era venuta a contatto e di conseguenza di comportarsi in modo diverso a seconda di ciò cui era stata esposta.

Ovviamente tale affermazione aveva causato una bagarre, Leonarda aveva perso interesse e cambiato canale ma pur essendo scettica, quel concetto di memoria dell’acqua le era piaciuto, se non altro perchè aveva un qualcosa di poetico.

E se l’acqua poteva avere una memoria, allora perchè non i luoghi? Perchè non quel cottage? O quel tratto di strada in cui Mary era stata investita?

Che tutte queste presenze non fossero altro che memorie accumulate che per qualche motivo erano riemerse solo ora? Forse, come Carol aveva sostenuto, volevano dir loro qualcosa. Avvertirle?

‘Sangue di Elton’ pensò Leonarda, ‘può avere tante interpretazioni…’

E poi le fu chiaro, anzi, per un attimo le era già stato chiaro durante l’apparizione:

“Erano tutte e due incinta!”

Leonarda, aveva usato l’inglese -pregnant- con diffidenza: nel dialetto bresciano i contadini usavano la stessa parola per riferirsi, di solito, agli animali gravidi.

Stefania e Carol la guardarono attendendo ulteriori informazioni che delucidassero come fosse giunta a questa conclusione.

“Le mani sul grembo così” Leonarda portò le sue sul ventre copiando il gesto delle due entità bambine, “L’ho visto fare chissà quante volte dalle mie amiche in gravidanza. Spesso ancor prima che la pancia sia visibile.”

Era vero, ormai Leonarda lo usava come uno dei suoi tre parametri per stabilire se qualche sua conoscente stesse covando un segreto: se una delle sue clienti ordinava un acqua tonica anziché, per esempio, un pirlo al campari, o non usciva più quei cinque minuti per fare un tiro, ci mancavano solo le mani sul grembo per rassicurarla che i suoi sospetti erano fondati.

“Ma certo, che stupida! Come ho fatto a non pensarci prima!” Michela, a cui di solito sfuggiva poco, non poteva credere di non averci fatto caso. “E poi c’è un’altra fonte di corroborazione: Polly. Si era messa a vomitare per strada e da lì sono iniziati tutti i suoi guai… non che non ci potessero essere delle altre ragioni, certo che quadra con quel che sappiamo fin qua,”

“Sì, ma a dodici anni?...”, la interruppe Carol.

“Bè, non sarebbe la prima volta… e poi è strano no? Una bambina vomita e subito circolano le voci che sia in combutta con il demonio. Ed il rogo? Così alla svelta solo due giorni dopo, senza nessun processo. Ci deve essere stato dietro lo zampino di qualcuno. Qualcuno a cui la presenza di Polly era scomoda.”

“Lord Harold Clifton!” Esclamò Carol “Certo! Era stato lui a metterla incinta, quel porco! In un certo senso fu lui a fomentare i pettegolezzi: da un lato faceva finta di essere dispiaciuto e sorpreso dai cambiamenti che aveva notato in Polly, ma allo stesso tempo era proprio lui a renderli pubblici. Un vigliacco!”

“Certo che restano solo supposizioni. Frances non aveva mai fatto alcun riferimento al fatto che sua figlia fosse incinta; nemmeno nella ballata. Giusto?” Chiese Michela.

Carol annuì.

La mente di Michela stava lavorando velocemente, “A meno che Polly non le avesse tenuto tutto nascosto!”

“Forse nemmeno Polly sapeva di essere incinta: era solo una bambina dopotutto.” Propose Leonarda per poi contraddirsi subito: “ No, non può essere: se la nostra teoria è giusta, Lord Clifton sapeva che Polly stava aspettando un bambino da lui e l’unica a poterglielo aver detto era Polly stessa. Ma allora perchè mantenere il segreto con sua mamma? Fino alla fine?”

“Per amore!” Quelle parole uscirono dalla bocca di Carol senza un attimo d’esitazione, “Polly era innamorata di Harold Clifton e gli ha creduto fino alla fine. Immaginiamoci la scena: una bambina abituata a vivere in un cottage in campagna all’improvviso trova che la sua saggezza erboristica la fa divenire indispensabile nella casa signorile. Il Lord sembra non poter vivere senza le sue cure, la fa sentire importante, le fa regali; che ne so, magari è anche affascinante questo Harold. Polly è sul ciglio dell’adolescenza, il Lord le dice quello che lei vuole sentirsi dire, le promette che non la lascerà mai, che un giorno vivranno assieme, per sempre felici e contenti, se solo lei… Praticamente Lord Harold Clifton la stava coltivando, le aveva creato attorno una gabbia dorata di cui era diventata prigioniera volontaria. È ovvio quale fosse stato il prezzo d’ingresso...”

Quella sensazione di sporcizia che le aveva assalite prima tornò a farsi sentire. Le tre donne rabbrividirono istintivamente come per scrollarsela di dosso.

“Questo spiegherebbe la macchia nera, quella presenza sporca che abbiamo avvertito nella stanza. Qui stiamo parlando di predatori sessuali a cui piacciono le ragazzine!”

Mentre parlava Michela stava rielaborando tutte le informazioni che aveva a sua disposizione: “Ma allora cosa c’entra la scritta sulla parete? PUTTANE e quell’ Andate Via sulla stele? Quelle ovviamente non sono le bambine, o Frances...”.

“Bè no, dev’essere quella presenza negativa o, diciamocelo pure… qualcuno che non ci vuole qui, qualcuno che non vuole che troviamo l’anello che unisce Polly a Mary: il Sangue di Elton!” Leonarda riuscì a farsi comprendere da Carol con l’aiuto di Michela che quasi non sapeva più quali fossero le sue parole e quali quelle della sua ragazza, infatti concluse aggiungendo:

“Old Clifton! Dev’essere per forza Old Clifton: il sangue di Elton, lo stesso sangue dei discendenti di Harold Clifton. È per quello che le apparizioni le hanno sussurrato la parola Whores" disse rivolgendosi a Carol, "è la parola più usata da Old Clifton. Deve essere stato lui ad aver, mi scusi Carol… ad aver abusato Mary!”

Si aspettavano che Carol facesse un salto, o imprecasse o quantomeno mostrasse qualche forma di reazione di fronte a questo plausibile scenario.

Invece no, tornò a sedersi guardandole e scuotendo il capo.

“Old Clifton non l’avrebbe mai fatto! Non sono stata del tutto onesta con voi, anzi, vi ho mentito: non sono vedova, era lui il padre di Mary!”

Leonarda e Michela si guardarono assimilando quest’ultima rivelazione: Carol Clifton, la donna seduta di fronte a loro, questo pacchetto di nervi e melanconia aveva avuto una relazione; con chi? Il suo distante cugino, Old Clifton? Old di sicuro, abbastanza vecchio da poter essere suo padre!

Certo si poteva intuire che Carol, prima della morte di Mary, fosse una donna affascinante, anzi l’avevano visto dalle fotografie sul cellulare, con quei lunghi capelli neri e gli occhi verde/gialli. Ma lei cosa ci aveva visto nel vecchio Lord? A meno che…

“Oh mio Dio! È stata... non so come chiederglielo...l’ha violentata?”

Ma Carol scosse ancora la testa

“È la stessa storia. Come con Polly.” Carol sembrava rassegnata.

“Avrò avuto quattordici anni la prima volta che Old Clifton mi degnò di uno sguardo. Mi ricordo che andavo ancora a scuola. Eravamo solo io e mia nonna alla farm, mi ha cresciuta lei: i miei genitori sono morti quando ero bambina. Ero nei campi ed un giorno me lo son visto venire incontro, aveva parcheggiato la sua auto e camminava verso di me, tutto elegante. Veniva da un meeting in città, mi spiegò, mi disse che ero cresciuta dall’ultima volta che mi aveva vista. Che ero proprio una bella ragazza! Oh i complimenti a quell’età…”

Carol sorrise, un sorriso dedicato a se stessa, non per un'audience.

“Mi scusi, capisco che stiamo parlando di tanti anni fa ma, Old Clifton?”

Michela lasciò la frase così, una domanda aperta: non poteva immaginarsi che quell’uomo burbero e malconcio che avevano incontrato nei pascoli avesse mai potuto esercitare una qualsiasi forma di fascino, soprattutto su un’adolescente.

Carol la osservò, questa volta il sorriso era per lei.

“Sì, Old Clifton! Difficile a credersi, vero? Una volta era diverso, carismatico, attraente. Sapete? Ha trent’anni più di me! Lo so cosa state pensando, eppure era come un magnete: irresistibile. I Clifton di Elton Hall, oltre al titolo, si sono arricchiti nel settore dell’edilizia, proprio grazie all’acume di Old Clifton, Anthony, il suo vero nome è Anthony, ricordate? E lui mi aveva aperto uno spiraglio su un mondo a me completamente precluso: i vestiti eleganti, le auto di lusso, i weekend a Londra o Manchester. Fingevo di essere sua figlia! A sua moglie diceva che era via per lavoro ed io, a mia nonna, che passavo la notte da qualche amica di Derby. Sembra superficiale vero? Ma avevo quattordici anni e mi ero invaghita, pensavo di aver trovato il principe azzurro, e lui sapeva benissimo cosa stava facendo: stava creando la stessa gabbia dorata che aveva intrappolato anche Polly tanti secoli prima ed il prezzo era lo stesso.” Carol sospirò, si fermò un attimo combattendo forse la vergogna e poi proseguì: “Stavamo attenti, ovviamente, mi aveva fatto promettere di non dire nulla a nessuno altrimenti sarebbe stata la fine.”

Era tutto come da copione: il predatore trova la preda, le offre un mondo di possibilità nuove, le promette un futuro che farebbe invidia ad ogni principessa e, perchè no? Anche le prime emozioni, le prime scoperte di un corpo che si sta svegliando, non importa se a svegliarlo è un rapace che dovrebbe conoscere la differenza tra amore ed abuso, tra passione ed ingenuità. Poi segue il ricatto, il segreto e la vergogna quando alla fine il gioco stanca e c’è bisogno di carne fresca.

Carol continuò: “Ed io ovviamente ubbidivo, sempre aspettando il giorno in cui finalmente saremmo stati solo noi due, io ed il Lord. Me lo prometteva sempre. Pensandoci adesso è strano che non si fosse liberato di me prima, di solito lo fanno. Invece no: come me, sembrava che anche lui non potesse vivere senza ‘la sua bambina’, mi chiamava così: My little baby, ironico no?”

C’era poco da ridere. Michela e Leonarda continuavano a seguire questo racconto, questa love story andata a male tanti anni prima, i cui tentacoli si stavano diramando fino a raggiungerle lì, in quel cottage infestato da presenze bambine.

“E così restammo assieme, la relazione clandestina continuò finchè a diciassette anni restai incinta. All’inizio non gli dissi nulla. Sapevo come l’avrebbe presa, anche se una parte di me sperava che sarebbe stato entusiasta alla notizia. Sapevo che avrei corso il rischio di farlo infuriare e che magari mi chiedesse di abortire o, peggio ancora, mi lasciasse! Io invece quel bambino che avevo in pancia lo volevo, per me, per Anthony e perchè sarebbe stato il primo passo per costruire la nostra famiglia. Diciassette anni ed ero ancora una bambina!

Quando ormai era troppo tardi e la pancia si cominciava a notare glielo dissi. Come avevo previsto andò su tutte le furie, ma ormai sapeva che non si poteva più tornare indietro. Mi disse che da quel momento tra noi era finita e di non azzardarmi a raccontare della nostra storia perchè mi avrebbe rovinata, che non ero altro che una little whore, una puttanella che lo aveva incastrato. La sua parola contro la mia, indovinate a chi avrebbero creduto…”

“Ma sua nonna non aveva notato niente? Non le aveva fatto delle domande?”

Le chiese Leonarda.

“Nonna era vecchia ormai, era nella casa di riposo di Winster. Ero io, adesso sola con il mio pancione, a fare andare avanti la farm. Però qualcosa era rimasto; per Anthony, forse l’orgoglio paterno, anche se aveva già avuto Gregor da sua moglie.” Carol fece un respiro profondo,“Sebbene da quel giorno, tra noi, fosse tutto finito, mi aiutò con i soldi. Anzi, non è vero che finì tutto: venne alla farm, di nascosto, poco dopo la nascita di Mary. Non l’avevo mai visto così vulnerabile. Mary l’aveva toccato in un modo in cui io non ero mai riuscita a farlo. Sono sicura che starle lontano gli costò più di quanto avesse previsto. Ho tante lettere e poi messaggi che mi aveva scritto negli anni, in cui mi chiedeva della bambina. A volte ci incrociavamo per strada, delle scuse, un saluto e due chiacchiere così che potesse vederla per un attimo. Era sempre e solo per Mary, io ero finita. Una storia chiusa. Poi quando Mary cominciò a frequentare Jasmine le occasioni perchè s’incontrassero si moltiplicarono ed io divenni ancor meno necessaria.”

“Mary non le chiese mai chi fosse suo padre?” Domandò Michela.

“Sì, da piccola. Le dissi che era un soldato morto nella guerra in Bosnia, sembrò accettare la spiegazione: crescendo non mi chiese più nulla. E poi l’incidente. Ha rubato Mary del suo futuro, ha distrutto me e ha distrutto Anthony. Da quel giorno ha mollato tutto, non fa altro che andare in giro per i suoi pascoli, a volte passa anche dalla farm, ma ovviamente non c’è più niente fra noi anche se sua moglie se n’è andata, hanno divorziato dopo l’incidente: l’uomo che aveva sposato non era più lo stesso… se solo avesse saputo!”

“Ma l’atteggiamento di Anthony verso le donne è sempre stato così volgare? Così misogino? Quando ci ha incontrate si percepiva il disprezzo.”

“Bè, finchè non mi diede della puttanella avrei detto di no!” Carol trovò la forza di scherzare, “Ma io ero la sua bambina, ricordate? Bisognerebbe chiedere a sua moglie… certo che uno che valuta le donne non comincia una relazione con una ragazzina appena adolescente… Però dalla morte di Mary di sicuro è peggiorato, non si nasconde più dietro ad un velo di rispettabilità, ormai non ha più niente da perdere e da allora siamo diventate tutte puttane, tutte tranne sua figlia, che non c’è più.”

“Sapeva che sua figlia era incinta quando venne investita?”

“No, non l’ho detto neppure a lui.”

Carol si alzò. Aveva detto tutto quello che c’era da dire e chiaramente non voleva aggiungere altro. Senza aspettare le due donne tornò nel salotto dove quella scritta marchiava la parete come una cicatrice aperta. La seguirono.

“Siamo ancora al punto di partenza: qualcosa unisce Polly a Mary e Mary a Old… Anthony, ma cosa?” la domanda di Michela colmò la stanza intrufolandosi nel disordine che vi regnava.

“C’è solo un posto dove possiamo trovare la risposta: Elton Hall!”

Carol aveva già le chiavi della jeep in mano.

La Ballata di Polly Sun 13

La luce che usciva dall’appartamento di Old Clifton proiettava un rettangolo illuminato sull’aiuola che abbracciava l’ingresso della Elton Hall.

Carol suonò il campanello. Quando la voce dall’altro lato chiese chi fosse, questa rispose con il suo nome e, senza ulteriori spiegazioni, un click elettronico fece aprire il portoncino.

Raggiunsero il secondo piano dove, in fondo al corridoio, trovarono una porta socchiusa. Entrarono apprezzando il calore che le avvolse immediatamente: non si erano rese conto di quanto il gelo le avesse permeate avendo fin lì resistito bruciando adrenalina.

Dall’ampio ingresso si diressero verso la stanza da cui usciva un’aria classica le cui note leggere venivano assorbite dalla folta moquette.

Old Clifton stava seduto su una poltrona di pelle sistemata accanto al camino acceso, più che seduto sembrava che la poltrona lo stesse divorando: il corpo asciutto veniva quasi inghiottito dall’enormità del mobile che veniva corrisposta dall’altrettanto enorme divano su cui fece loro cenno di sedersi.

Se l’uomo era rimasto sorpreso dalla presenza di Leonarda e Michela, lo aveva nascosto bene.

“Carol; whiskey per tutti!” ordinò indicando il carrello di cristallo su cui posavano dei tumbler, una caraffa d’acqua e vari decantatori più o meno colmi di liquido ambrato.

Carol si alzò, versò il whiskey in tre bicchieri e riempì di nuovo quello che Anthony stava agitando nella mano divertito.

La sua ‘little baby’ era tornata!

Quando Carol si sedette seguì un attimo di silenzio interrotto solo dall’uomo che, con lo stesso tono sprezzante con cui si era rivolto a loro durante l’incontro alle Nine Ladies, chiese:

“A cosa devo il piacere della visita di queste tre distinte...signore?”

L’accento pesante che aveva cadenzato la narrazione della leggenda delle Nine Ladies era stato rimpiazzato da un inglese più comprensibile, affilato quasi. Ovviamente adesso era il Lord a parlare, non il pastore.

“Dobbiamo parlare di Mary.” Carol andò al dunque. Se nel servire il whiskey era tornata la Carol di una volta, la sua voce ora non mascherava la stessa soggezione.

Anthony sbuffò e per un istante l’espressione di scherno lasciò lo spazio a quella appartenete ad un uomo esausto, solo per un istante: quell’aria di superiorità tornò a farsi valere. L’uomo si alzò, andò a chiudere la porta del salotto rabbrividendo e tornò al camino mettendo un altro ceppo sul fuoco. Mentre agitava le braci con l'attizzatoio rispose: “Non c’è più niente da dire. Assumo che le tue due nuove amiche siano a conoscenza della storia…”

“Sì, sanno tutto e san…” Carol venne interrotta bruscamente da Anthony:

“Sanno che eri una puttanella, sanno che hai imparato a divertirti da piccola!” Rise fra sé e sé tornando alla poltrona.

Michela stava per rispondergli arrabbiata ma Carol le mise una mano sul braccio per fermarla. Non voleva abboccare all’esca: era lì per parlare di Mary, non del suo passato.

“L’abbiamo vista, tutte e tre!” Poteva immaginarsi l’effetto che queste parole avrebbero potuto avere, infatti Anthony si mise a ridere di gusto, sputacchiando gocce del suo prezioso whiskey sul maglione di lana.

“Ah, adesso capisco, siete venute qui così facciamo una bella seduta spiritica tutti assieme! Magari mi metto a cantare anch’io!”

Eppure questa goliardia non riusciva a celare completamente il fatto che l’uomo seduto di fronte a loro, forse per la prima volta, stesse considerando il fatto che Carol fosse veramente pazza. Ovviamente aveva sentito i rumori sulla ballata che Carol cantava in una sorta di trance, ma adesso, il fatto che Carol fosse così disinvolta nel parlare di queste sue esperienze come fossero una realtà tangibile spostava l’ago della bilancia verso una prognosi più severa.

“Sì, e scommetto che le prime a vederla sono state queste amiche, che all’improvviso arrivano al cottage. Quanto ti hanno chiesto per queste… rivelazioni?”

Così Old Clifton sospettava Michela e Leonarda di essere due ciarlatane, che in qualche modo, essendo venute a conoscenza della ballata, volevano approfittare della debolezza di Carol.

“Loro non c’entrano, l’ho vista io, con i miei occhi, assieme a Polly.”

Anthony la guardò confuso, il nome Polly non significava nulla per lui, se non qualche vago riferimento alla prostituta delle Nine Ladies.

“Polly? La puttana? Cosa ci facevano assieme, passeggiavano?” La stava guardando incredulo, ridendo con rabbia.

Carol scosse la testa, stava perdendo la pazienza.

“Polly era una bambina, aveva dodici anni quando venne mandata al rogo per stregoneria. Probabilmente era incinta, pensiamo che a mettercela sia stato Harold Clifton e che proprio lui fece circolare i rumori sulla stregoneria così da potersene sbarazzare.”

Anthony scosse la testa, non poteva credere alle sciocchezze che stava sentendo.

“Certo, e voi avete tutte le informazioni necessarie per corroborare la vostra tesi. Povero Harold,” indicò un dipinto sulla parete opposta da cui un gentiluomo a cavallo li stava osservando con aria distante, “lì che magari si divertiva un po’ con una sgualdrinella di passaggio e adesso queste tre lo vengono ad accusare di essere un assassino! Non che ci sia mai stata carenza di puttane da queste parti in caso gliene fosse servita un’altra…” lasciò che la frase aleggiasse pesante nella stanza con tutte le sue implicazioni.

“E Mary cosa c’entrerebbe?”

Carol deglutì nervosamente,“Era incinta quando è stata investita.”

Anthony sollevò la testa guardando la donna con un’intensità colma di sorpresa. Passò quella che sembrò un’eternità. Posò il bicchiere e si mise la testa fra le mani, poi inferocito, urlò: “E tu non mi hai mai detto niente?! Sette anni e non mi hai mai detto niente!”

“Non sarebbe servito a nulla se non a farti stare peggio! Non lo sapevo neppure io, fino all’autopsia...”

Anthony continuò a scuotere la testa passando una mano callosa tra i capelli.

“Mia figlia! Morta da sette anni e tu non mi dici che era incinta!” Era furioso.

Un soffio d’aria fece sì che i presenti si voltassero verso la porta e la trovassero aperta. Gregor si trovava dall’altro lato e stava guardando la scena che si presentava davanti a lui con un’espressione di puro disgusto mascherata dalla sorpresa, il dito puntato contro suo padre.

“Papà dimmi che non è vero! Non è possibile… tu e la Clifton? E mamma…?”

“Oh Cristo! Anche tu adesso. Eravamo giovani e uno aveva i suoi bisogni…”

Eravamo giovani. Non scappò a Michela che rabbrividì al pensiero che per Old Clifton, quattordici e quarantacinque anni, significasse essere giovani allo stesso modo.

Anthony continuò: “Tua madre sapeva tutto. Magari non con chi, ma sapeva che un uomo ha le sue necessità, e poi le faceva comodo: sposata con un Lord!”

“Non parlare così di mamma!” Gregor scattò sentendo le parole del padre.

“Questo è Gregor, il rampollo della famiglia. Quello senza peccato! Ma credo vi conosciate già. Da quand’è che ti metti ad ascoltare da dietro le porte?”

“Lo sai benissimo che ero nell’ufficio di sotto a lavorare. Ho sentito delle voci, è strano che tu abbia delle visite e allora sono venuto a controllare chi fosse arrivato.”

Old Clifton sbuffò in una risata “Stavi lavorando!”

Gregor, irritato andò verso il carrello e si versò un whiskey.

“Che maleducato, non offri?”

Nonostante tutto Old Clifton sembrava non riuscisse a scrollarsi di dosso quell’innata propensione allo sfottere.

“Dai che lo sai anche tu che non è facile resistere alla tentazione di queste puttanelle. Ce ne sono tante…”

Gregor si stava massaggiando il mento con la mano libera, come per tenerla impegnata perchè altrimenti avrebbe colpito il padre.

Michela, Leonarda e Carol restarono sedute guardando questo match, inorridite dalle parole del vecchio, ma rapite dalla scena che si stava consumando davanti a loro. Quale sarebbe stata la prossima mossa? Quasi dimenticarono la ragione per cui erano venute alla Elton Hall.

Fu Carol ad interromperli:

“Gregor, crediamo che Mary voglia dirci qualcosa!”

Gregor la guardò con lo stesso disgusto che avrebbe potuto provare di fronte ad un pezzo di carne marcia. Carol cercò di capire se fosse perchè lei aveva avuto una relazione con suo padre o per l’assurdità di quelle parole appena dette. O per entrambe le ragioni.

“Gregor. Scusami, lo so che sembra incredibile, ma l’abbiamo vista tutte e tre, anche Polly, conosci la storia di Polly?”

Gregor la ignorò guardando invece Leonarda e Michela come per ricevere delle spiegazioni.

“Ve l’avevo detto che era pazza. Dovevate lasciarla in pace!”

“Sta dicendo la verità. Le abbiamo viste anche noi, al cottage di Jasmi...”

“Non tirate in ballo Jasmine adesso, già avete fatto un casino questa mattina con quelle riviste!” Gregor posò di forza il bicchiere sulla mensola di marmo del camino.

“Oh la sua Santa Jasmine! Ho dovuto tenerli sott’occhio quei due…” malgrado le rivelazioni a proposito di Mary, Old Clifton si stava divertendo.

“Cosa vuoi dire?” L’attenzione di Gregor era tutta su suo padre.

“Che anche quella è una delle vergini di Elton. Ha ha!” Old Clifton si riempì il tumbler.

Gregor si scagliò contro il padre afferrandolo per il maglione.

“Non dirmi che l’hai toccata; nemmeno con un dito!” Un vena pulsava arrabbiata sul collo violaceo dell’uomo mentre il padre, con la freddezza che poteva concedersi in quelle circostanze, rispose: “No, certo che non l’ho toccata… però sua mamma… era brava, ci divertivamo parecchio. Poi anche lei si dimenticò di fare attenzione, come te Carol. Credevi di essere stata la prima?”

Old Clifton stava apprezzando la teatralità del momento..

“Tipico, si innamorano, diventano distratte e non fai in tempo a tirarlo fuori che già hanno la pagnotta in forno. Anche lei non me l’aveva voluto dire e così abbiamo dovuto inventare la storia dello stalliere seduttore. Però lei era innamorata davvero.” Old Clifton fece un’altra risata inebriata, sembrava che l’unica ragione di queste rivelazioni fosse sminuire Carol. Forse punirla.

“Sì, non come te Carol, lei davvero non poteva vivere senza di me. E così l’ha fatta finita. Almeno un po’ di coerenza; avresti dovuto imparare da lei!”

Ormai era chiaro: Old Clifton aveva deciso che Carol dovesse pagare per il suo segreto e quale modo migliore se non il farla sentire insignificante.

“L’unica cosa buona è che tu almeno sei una Clifton, anche se della parte sbagliata della famiglia. Mary era una di noi. Jasmine invece è la figlia di una sgualdrina qualunque. Non fosse stato per mia sorella che aveva voluto adottarla l’avremmo data via appena sua mamma si suicidò. ”

Carol rimase a guardarlo immobile, solo un velo bagnato attorno agli occhi arrossati tradiva le sue emozioni.

Gregor si afflosciò sul divano accanto a Leonarda. Il suo corpo era sospeso in una tensione combattuta tra il desiderio di colpire il padre e l’assimilare ciò che aveva appena appreso. La testa china coperta dalle mani tremanti. Senza alzarla disse, ribadendo l’ovvio: “Jasmine è mia sorella! Tutti questi anni e non mi hai detto niente? Che razza di uomo sei? Lo sai quello che provo per lei e non mi hai detto niente!”

“Cosa volevi che ti dicessi? Che mi ero scopato la tua tata? Lo dicevi tu poi a mamma? Ho fatto quello che ho potuto, ho sempre cercato di farti cambiare idea, ti ripetevo che eravate come fratello e sorella. Non mentivo, visto?” Old Clifton si mise a ridere ancora, soddisfatto dal suo ragionamento, “Poi finalmente ha trovato lavoro a Londra e speravo che te ne dimenticassi. Cristo, hai quasi cinquant'anni, basta con queste puttanelle! Trovatene una con cui sistemarti!” Old Clifton era ora furioso con suo figlio, drenò il tumbler in un sorso facendo una smorfia ed asciugandosi la bocca con il maglione.

La rabbia di prima sembrava aver abbandonato Gregor che, sempre con la testa china continuava a ripetere il nome di Jasmine interrotto solo dai singhiozzi.

“Non preoccuparti Gregor, adesso ci sono qua io!”

Per un attimo le donne faticarono a riconoscere Amy: la figlia della collega di Gregor, era apparsa sulla soglia della porta restando lì con una mano poggiata alla cornice di legno guardandole con il viso pesantemente truccato. Quindi entrò nel salotto e si diresse verso Gregor gettando le braccia attorno al collo dell’uomo e posando la testa sulla sua schiena curva.

Stava sorridendo. Indossando solo una t-shirt lunga che le arrivava quasi alle ginocchia, la ragazza sembrava non aver intuito la gravità della situazione.

Restarono così, in silenzio.

E le tre donne finalmente capirono perchè si trovavano lì.

Amy le guardò con quel bel viso chinato sul dorso di Gregor. Il sorriso della ragazza aveva un’aria di sfida, adesso che, finalmente, la sua relazione era uscita dalla clandestinità. Non sapevano quanto avesse sentito della conversazione precedente, ma di sicuro Amy era riuscita laddove altre avevano fallito. Con quel suo semplice abbraccio aveva spostato l’ago della bilancia in quel gioco di potere che per generazioni aveva visto gli uomini della famiglia Clifton uscirne sempre vincitori.

Eppure, nonostante questa colossale svolta e a dispetto della sua arroganza adolescenziale, Amy stava mostrando tutta la sua vulnerabilità. La vulnerabilità dell’inesperienza.

“Ti avevo ordinato di stare nell’ufficio!” le urlò Gregor scuotendosi dallo shock.

" Amy? Lo sa tua mamma che sei qui?”

Carol si era alzata ed andando verso la ragazza cercò di strapparla dall’abbraccio con Gregor.

“Lasciami stare vecchia acida di merda!”

Vecchia! Le parole scelte da Amy per insultarla erano interessanti: Carol era vecchia, Gregor invece si era trasformato nel suo principe azzurro.

Old Clifton reagì a quelle urla con un applauso e sghignazzando: lo show stava andando meglio di come avesse potuto prevedere, sbraitò sguaiatamente:

“Ecco come stava lavorando nell’ufficio!”

Era ormai ovvio che Old Clifton fosse a conoscenza della relazione tra Gregor ed Amy e che non avesse fatto nulla per fermarli. Come avrebbe potuto? Con il suo di passato! Sembrava che davvero la coerenza fosse una delle poche virtù apprezzate dal vecchio.

Michela e Leonarda balzarono in difesa di Carol aiutandola a svincolarsi da Amy che ora la stava respingendo con una serie di colpi sul petto urlando il nome di Gregor affinché venisse in suo aiuto.

Gregor finalmente si alzò, andò verso Amy prendendola per le spalle e districandola da Carol. Amy portò le braccia attorno alla vita dell’uomo guardando in su verso il suo bel volto pieno di rabbia. Finalmente il suo cavaliere era venuto a difenderla, adesso se la sarebbe portata via ed avrebbero cominciato una vita nuova.

Quando sentì la pelle del viso bruciare non capì quale fosse il motivo, portò la mano alla guancia. Un attimo dopo arrivò un altro colpo sull’altra seguito da un altro ed un altro ancora. Amy non capiva: l’uomo che le aveva promesso di amarla per sempre la stava schiaffeggiando ripetutamente. Dalla sua bocca schiumante usciva un unico suono: whore, whore whore! Il modo in cui lo pronunciava altrettanto grezzo come il suo significato. Com’era possibile? Amy non poteva capire, si rese solamente conto che delle mani si stavano stringendo attorno alle sue braccia cercando di strapparla dalla ferocia di quell’attacco.

Con fatica le tre donne riuscirono a separare Gregor da Amy, che schermarono dietro di loro facendo un muro con i loro corpi.

Adesso anche Old Clifton sembrava non stesse divertendosi troppo. Da lì non si poteva più tornare indietro.

“Porca puttana Gregor calmati!” Urlò a suo figlio che ora se ne stava in piedi con i pugni stretti respirando affannosamente.

Gregor lo guardò, le sue spalle cominciarono a tremare quando poi scoppiò a ridere. Una risata viscerale, una risata animale. Una risata che spaventava.

“Calmati? A me dici di calmarmi? Sono calmissimo!” continuava a ridere, si avvicinò a suo padre.

Le donne ed Amy si allontanarono il più possibile recedendo nell’angolo della stanza: la via d’uscita sbarrata dal divano e da Gregor.

“Sai una cosa? Hai ragione! Ho quarantasei anni, ah! Dovrei smetterla con queste puttanelle. Peccato che Jasmine, l’unica donna che abbia amato non mi abbia mai voluto. Anche lei mi diceva che ero come un fratello! Intuizione femminile? E io ci provavo lo sai? Eccome che ci provavo a farmela passare, mi dicevo che un giorno avrei trovato la ragazza giusta per me. Invece trovavo solo delle piccole sgualdrine.”

Approfittando del monologo, Leonarda si avvicinò alla catasta di legna vicino al camino riuscendo a prendere un bastone che impugnò nascondendolo dietro di sé.

“Anche lì hai ragione, ce ne sono tante. Forse si annoiano, non c’è niente da fare da queste parti in culo ai lupi. Imparano subito, ce l’hanno nel sangue. La più brava fin qua? Lo sai chi era?… Mary senz’ombra di dubbio!”

Gregor fece una pausa, voleva assaporare la sorpresa sul volto di suo padre e la reazione di Carol. Questa si lanciò contro di lui colpendolo con ripetuti pugni sul petto. Un merlo contro un’aquila nera.

Gregor la spinse di lato facendola cadere sul divano.

Old Clifton stava scuotendo il capo incredulo. L’enormità di ciò che era accaduto, ora evidente: cercando di allontanare il figlio da una sorellastra l’aveva spinto nelle braccia dell’altra, quella a cui era più legato. Forse l’unica donna che era mai riuscito a trattare con rispetto, ad amare davvero: sua figlia Mary.

“Oh adesso facciamo i moralisti! Perchè tu le ragazzine non te le sei mai fatte? Giusto Carol?”

Carol era rimasta sul divano immobile.

“E io che cazzo ne sapevo che lei fosse mia sorella! Che mio padre -lo stallone di Elton- avesse messo incinta tutte le puttane del villaggio!?”

“Gregor...” Old Clifton voleva replicare, ma sapeva di essere privo di argomentazioni valide.

“Ma lo sai? A quanto sembra non sei solo tu lo stallone! No, anche il tuo rampollo ci sa fare!”

La luce delle lampadine del candeliere di cristallo si affievolì, poi brillò e si affievolì ancora. Carol cominciò a dondolare avanti ed indietro, ma Gregor non le fece caso.

“Ah, avreste dovuto vederla quando me lo disse! Era raggiante, voleva mettere su famiglia con me! Com’era contenta, diceva che saremmo stati noi tre per sempre. Almeno lei a me l’aveva detto subito che era rimasta incinta. Avevo cercato di farle cambiare idea, ma non ne voleva sapere. Allora ho fatto finta di stare al gioco, di essere il futuro papà orgoglioso. Le feci promettere di non dire niente a nessuno, che l’avremmo fatto assieme quando la pancia avrebbe cominciato a farsi notare…”

Carol cominciò a lamentarsi, un sussurro, ma Gregor non si fermò:

“Quel giorno mi aveva chiesto di portarla a Derby, avremmo fatto un giro per negozi, così giusto per farci un’idea delle cose che ci sarebbero servite per il bimbo. Si sarebbe inventata una scusa per uscire di casa. Mi disse di aspettarla sulla strada provinciale, subito dopo Winster, c’è una piccola baia appartata dove ci incontravamo di solito. La vidi da lontano, mi stava già aspettando all’altezza del sentiero per Oldfield Wood. La strada era deserta e lei era lì con quella sua fottutissima cuffia con le orecchie da volpe. L’idea che avesse pensato che fosse il caso di farsi vedere in giro per la città con me vestita così, mi fece andare su tutte le furie e comunque era qualcosa che avevo già programmato di fare, prima o poi, quindi perchè non in quel momento. Carpe diem e tutto il resto. Quando si accorse che ero io che stavo arrivando cominciò a salutarmi agitando le braccia sorridendo. Poi si accorse che non stavo frenando smise di sorridere, ma era troppo tardi! Dovevate vedere la sua faccia!”

“AAAHHH!” L’urlo che scosse il corpo di Carol non aveva nulla d’umano, neppure Gregor potè ignorarlo questa volta e si voltò a guardare la donna sorpreso da questo fragore.

Solo che Carol non era più Carol, o meglio, ancora una volta, il suo corpo e quello di Frances erano diventati una cosa sola. L’urlo continuava a ripetersi mentre la donna si dondolava con una velocità quasi meccanica fissando Gregor.

Alcune delle gocce del candeliere cominciarono ad esplodere spargendo per la stanza una polvere di cristallo. Poi fu la volta dei tumbler, finchè l’intero carrello andò in frantumi facendo crollare al suolo il suo carico di decantatori per whiskey.

Si trovarono al buio, uno, due, tre secondi, solo il fuoco illuminava la stanza poi la luce tornò.

Old Clifton, approfittando della confusione, si era alzato ed ora teneva l’attizzatoio di ferro stretto nella mano. Frances se n’era andata lasciando Carol prostrata sul divano. Michela, Leonarda ed Amy si erano spinte sempre più verso l’angolo della stanza indietreggiando di fronte a tanto orrore.

“Bastardo! Bastardooo! Mia figlia, la mia Mary...” quell’imprecazione uscì ingarbugliata dal whiskey. Old Clifton stava piangendo. Si era portato l’attizzatoio all’altezza del petto ed aiutandosi con entrambe le mani lo stava puntando verso suo figlio.

“Bastardo direi di no! Anzi mi sa che sono uno dei pochi da queste parti ad essere a conoscenza di chi sia suo padre. Giusto?”

La calma con cui Gregor parlò veniva tradita dal modo spasmodico in cui si guardava attorno: suo padre, le donne nell’angolo con Amy, e Carol sul divano. Non c’erano dubbi che si stesse domandando cosa fosse appena successo, poi guardò alle sue spalle, furtivo, ma la stanza era vuota; dietro di lui solo la porta aperta e lo stereo da cui continuava ad uscire della musica classica.

Old Clifton approfittò di quel momento di distrazione per lanciarsi sul figlio. Il tentativo fu quasi patetico, Leonarda si domandò da quanto tempo fosse che il vecchio se ne stava seduto a bere su quella poltrona: anziché puntare dritto verso Gregor, Old Clifton cominciò a barcollare sotto il peso dell’utensile che teneva in mano. Gregor si scostò un attimo, abbastanza da far sì che suo padre perdesse del tutto l’equilibrio nello slancio cadendo così al suolo con la faccia sulla moquette.

Mentre suo padre era ancora sdraiato imprecando, Gregor si portò sopra di lui spingendo un piede contro la sua spina dorsale. Old Clifton urlò dal dolore, un rantolo più che un urlo.

“Basta Gregor, basta, mi stai facendo male! Scendi!”

“Oh perchè tu invece volevi abbracciarmi!” Gregor si chinò prendendo la parte dell’attizzatoio che sporgeva da sotto il corpo del padre. Si sollevò, alzò il ginocchio e quindi riportò il piede con forza contro la schiena del padre. Si sentì un crack, il suono secco di un ramo che si spezza, seguito da un urlo questa volta lancinante ed una bestemmia. Poi Gregor cominciò ad apprezzare il peso dell’arnese che aveva nella mano sbattendolo più volte contro il palmo dell’altra.

Si voltò di scatto puntandolo verso le donne, allungando il braccio con gesti erratici, come se volesse colpirle. Sebbene fosse troppo distante perchè vi riuscisse le donne reagirono stringendosi l’una all’altra. Quando non successe nulla riaprirono gli occhi. Gregor stava ridendo in preda alla follia. Carol era ancora sul divano, svenuta. Carol! Se Gregor avesse voluto punirla per la relazione col padre quello sarebbe stato il momento giusto. L’uomo portò un dito verso la punta dell’uncino. Le guardò con un’aria soddisfatta. “Affilato come un dente di squalo.”

Alzò il braccio facendolo ricadere con un’intensità calcolata, una due, tre volte? Sembrava all’infinito.

Ed ogni volta che lo strumento metallico scendeva sul corpo, veniva seguito da un rumore sordo, quasi deludente per tanta efferatezza. Fump Fump Fump. Era solo quando Gregor lo rialzava con un ampio arco del braccio ed un grugnito affannoso che sottili filamenti neri se ne andavano danzando nell’aria per poi depositarsi ovunque in una pioggia appiccicosa. Chi l’avrebbe mai detto che il sangue fosse così scuro?

Non era Carol.

Gregor aveva concentrato i suoi sforzi sul padre. Quel padre in cui aveva trovato un complice ideale. Chi altro avrebbe potuto comprendere quel desiderio viscerale? Quell’impulso ancestrale che trasformava ogni ragazzina in una potenziale preda. Il sangue di Elton. Il sangue dei Clifton di Elton Hall, da Harold in poi, o forse da ancor prima, dalla notte dei tempi? Chi, se non suo padre, avrebbe potuto capirlo?

Eppure il suo destino avrebbe potuto essere diverso, la vita gli aveva lanciato un salvagente: Jasmine. Con Jasmine era amore. Amore come l’aveva conosciuto nei film: con Jasmine era contento di starsene a casa a guardare la TV o andare a passeggiare nei boschi, aspettando il giorno in cui anche lei non avrebbe potuto più resistere a questa forza che li aveva legati. Ed allora, solo allora, i loro corpi si sarebbero uniti.

Ma suo padre aveva avuto dei piani diversi, suo padre aveva pensato bene di rovinargli la vita; e solo perchè non aveva saputo tenere il cazzo apposto!

E Mary? Cristo! Si era scopato sua sorella! Il pensiero lo faceva inorridire. Era diventato così bravo a coprire le sue tracce che nemmeno suo padre si era accorto di chi fosse stata quella sua fiamma. L’avesse saputo tutto questo non sarebbe successo!

‘Non sono un mostro. Mia sorella? Uno schifo!’ Stava pensando Gregor mentre l’attizzatoio scendeva sul corpo ormai inerme del padre. Fump, Fump, Fump.

Leonarda notò che Carol stava cominciando a scuotersi da quel torpore in cui era caduta: la mano che penzolava dal bracciolo del divano stava aprendosi e stirandosi come in un risveglio.

Doveva agire subito. Approfittò dell’intensità con cui Gregor stava martoriando il padre per avanzare fino a portarsi dietro di lui. Inarcò il bastone di legno e, con una surreale specularità che rifletteva i movimenti di Gregor, lo fece cadere sul collo dell’uomo. Sfortunatamente il colpo non ebbe l’effetto sperato.

Sarà stata la differenza d’altezza, la tensione o forse la pura fisicità animale di Gregor alimentata dalla sua follia, ma quel colpo riuscì soltanto a farlo imprecare portandosi la mano al collo.

Gregor si voltò, guardò Leonarda e poi le altre donne, sorpreso, quasi si fosse dimenticato che c’erano anche loro nella stanza.

Michela era riuscita a far scendere Carol dal divano, letteralmente tirandola per le mani con l’aiuto di Amy e trascinandola nell’angolo con loro. Solo allora la donna cominciò a tornare in sé, chissà cosa pensò della scena che le si stava offrendo?

Frantumi di cristallo sparpagliati ovunque, la puzza di whiskey alla quale si mescolava un altro odore, dolciastro e metallico allo stesso tempo. Sangue, sì era sangue, adesso lo poteva anche vedere, come striava scarlatto la moquette beige, il marmo del camino e la Tshirt di Gregor! E Gregor, che si era voltato verso di loro con l’attizzatoio in mano e la follia negli occhi.

Leonarda riuscì ad indietreggiare prima che l’uomo usasse lo strumento contro di lei. Usando il bastone come difesa in un inverosimile gioco di scherma si era portata nell’angolo vicino alle amiche.

Adesso più che mai non c’era via d’uscita.

Gregor avanzò verso di loro fermandosi a pochi passi e puntando l’attizzatoio verso le donne. Sorrise divertito davanti a quella scena: Carol per terra, con le ginocchia raccolte tra le mani, ormai sveglia, che lo guardava con tutto il disprezzo che una madre può riservare all’assassino della figlia. Michela e Leonarda, in piedi accanto a lei, terrorizzate. Leonarda che brandiva ancora il bastone, quel bastone che l’aveva tradita e che restava tuttavia l’unica arma a loro disposizione. Dietro di loro Amy, in quella sua T Shirt di troppe taglie più grande, che ne avvolgeva il corpo fragile. Amy osservava ciò che stava accadendo spiando tra lo spazio lasciato dai corpi delle due donne che la proteggevano, come a teatro. Un dietro le quinte prima dell’ultimo atto.

“Andiamo Amy, dai che ti porto via. Noi due soli, come una volta, cosa ne dici? Eh?” Gregor stava facendo un cenno con la mano libera per invitarla ad unirsi a lui. Aveva scelto la voce di una volta, quella che a lei era familiare, quella che prometteva complicità ed intimità. Eppure lo stesso uomo, solo pochi minuti prima l’aveva colpita ripetutamente a schiaffi chiamandola puttana. Entrambi i colpi facevano ancora male.

“Amy! Non ho tempo! O vieni con le buone o con...”

“Fuck you Gregor!”

L’espressione dell’uomo si rabbuiò immediatamente nel sentirsi dire quel -va a farti fottere-. Non gli era mai successo prima che una di quelle sgualdrine si ribellasse a lui. Quel sorriso maniacale si trasformò in un ghigno rabbioso. Le due espressioni tutto sommato simili.

Avanzò deciso con quell’attizzatoio puntato. Il sangue di Old Clifton ancora appiccicato all’uncino. Leonarda si scagliò contro di lui, non c’era altra scelta, ma Gregor la colpì sul braccio con la barra dello strumento metallico facendo sì che la donna cedesse il bastone in preda ad un dolore lancinante.

Michela si era spinta contro il muro tenendo le braccia allargate con Amy schiacciata dietro di lei. Cercò di raggiungere uno dei ceppi della catasta accanto al camino, piegandosi di lato, ma erano troppo lontani, l’unica cosa che poteva fare era aspettare che Gregor fosse abbastanza vicino per riuscire a colpirlo con un calcio alle gambe, prima che la colpisse lui con l’attizzatoio.

Ormai Gregor era ad un passo da loro, Michela poteva vederne la schiuma alla bocca e gli occhi brillare impossessati dalla pazzia. Cercando di non muovere la parte superiore del corpo, per mantenere un minimo di distanza dall’uncino, cominciò a scalciare contro di lui con una furia animale, urlando. L’istinto di sopravvivenza era entrato in azione.

Leonarda si era riunita a lei, ma Gregor aveva quell’attizzatoio in mano e non c’era nulla da fare: per quanto cercassero di fare resistenza dovevano scansarsi per evitare di essere colpite. Alla fine, con uno slancio particolarmente violento, Gregor riuscì ad aggranfiare Amy per la maglietta tirandola verso di sé.

Questo fece sì che per un momento una calma fittizia scendesse sul salotto. Sembrava che tutti ne avessero bisogno. Una tregua, per tirare fiato e fare un inventario dei danni.

Gregor s’era portato Amy di fronte; l’attizzatoio con l’uncino puntato al collo della ragazzina.

“Adesso chiedi scusa puttanella che non sei altro!”

Amy tremando stava cercando le parole, ma queste faticavano ad uscire. L’uncino stava ora sfiorando la pelle della gola, freddo e bagnato.

“Chiedi scusa!!!” l’ordine uscì come uno sbraito, rabbioso; lacerante ed allo stesso tempo indispettito, come se Gregor fosse sorpreso dal fatto che Amy faticasse tanto a chiedere perdono.

Gregor stava indietreggiando, allontanandosi dalle donne trascinando Amy con sé.

La luce del candeliere tornò a fluttuare accompagnata da un zzz zzz elettrico che caricò l’atmosfera nella stanza.

La donna al suolo si portò in piedi, ma questa volta ogni traccia di Carol era scomparsa. Era Frances a guardare Gregor con i suoi capelli rossi che cadevano in lunghe pieghe folte sul cappotto nero della Clifton, quindi cominciò a cantare la Ballata di Polly Sun:

La mia bambina

La mia forza

Il mio fiore

La mia torre

La mia piccola

Ti hanno portata via

Hanno mentito

Hanno tradito

Ti hanno portata via

Sono morta quel giorno...”

Gregor indietreggiò, spaventato. Cosa stava succedendo? Cos’era questa messinscena? Che trucchi stavano usando queste tre?

Il candeliere si spense, solo il fuoco del camino alle sue spalle illuminava la stanza facendo tremare i confini tra luce ed ombre.

“O la smettete con questa pagliacciata o questo le finisce in gola!” urlò indicando l’uncino, che ormai spingeva contro la pelle di Amy la quale era rimasta altrettanto terrorizzata di fronte a quella scena non capendo se la minaccia più incombente fosse l’attizzatoio o l’impossessata davanti a lei.

La luce del fuoco si fece più viva: un altro ceppo che si stava arrendendo alle fiamme.

E poi Gregor le vide e quell’espressione folle scomparve. Corrugò la fronte sorpreso, com’era possibile?

Mary ed un’altra ragazzina erano apparse nella stanza; da dove non l'avrebbe potuto dire. Se Gregor non avesse saputo che Mary era morta sette anni prima -e come avrebbe potuto non saperlo?- non ci avrebbe trovato nulla di strano, se non gli abiti di pezza indossati dall’altra bambina ed una luce sinistra che brillava nei loro occhi.

Entrambe avevano le mani sul grembo e stavano avanzando verso di lui fissandolo.

“M… Marry? Cosa ci fai qua? Cr...Credevo che… che...!”

La sua voce era tornata normale, la stessa che aveva usato con Michela nel pub: gioviale, rassicurante quasi. Ma non riusciva a nascondere il terrore che si celava sotto quell’apparente normalità.

“Mary? Cosa vuoi?” Adesso l’impossibilità di quella circostanza stava davvero diventando palese. Gregor strinse Amy ancora contro di sè.

Mary e Polly erano ad un passo da lui, illuminate dal bagliore del fuoco alle sue spalle. Frances dietro di loro continuava a cantare la ballata con quella sua voce cristallina. La stanza stava diventando rovente ed ora anche Michela e Leonarda si erano avvicinate al gruppo.

“Se fate un altro pazzo la sgozzo!” la rabbia era tornata, ormai era l’unica emozione che poteva permettersi: se avesse considerato le altre sarebbe impazzito. Una pazzia diversa, un luogo troppo scuro da cui non c’era più ritorno.

La stanza stava diventando sempre più luminosa e calda, la luce danzava sulle superfici dei mobili raggiungendo le ombre negli angoli scuri.

“Cosa cazzo volete!? Puttane di merda!” Gregor stava tremando.

Poi Mary parlò, la stessa voce che aveva da viva, sbarazzina ed intelligente con quel invitante accento del nord:

“Amy, fagli vedere di cosa sono capaci le puttane!”

Qualcosa scoppiò alle spalle di Gregor distraendolo, seguì un bagliore. Amy ne approfittò per portare le mani sull’attizzatoio. Lo prese e con tutta la sua forza lo spinse contro la gamba dell’uomo. Nello stesso istante, Mary e Polly coprirono la poca distanza che li separava facendolo arretrare in disgusto.

Gregor perse l’equilibrio cadendo tra le fiamme che stavano divorando la moquette.

In quei pochi secondi, prima che la pelle cominciasse a bruciare e perdesse i sensi, Gregor vide Amy china su di lui, lo stava colpendo urlando ripetutamente la parola -bastardo-, accanto a lei Mary e quell’altra bambina avevano messo le braccia sulle spalle della ragazza confortandola. I loro occhi lo stavano fissando con un aria di sfida. Una sfida che aveva perso.

Poi chiuse gli occhi. E fu il buio.

EPILOGO

Michela e Leonarda lasciarono Carol ed Amy nel cortile assieme a Gregor, ancora svenuto e con le mani legate per assicurarsi che non facesse pazzie nel caso tornasse in sé. Rientrarono nell’appartamento per recuperare il corpo di Old Clifton ma ormai la stanza era stata inghiottita dalle fiamme e dovettero desistere, comunque non sarebbe servito a nulla: impossibile che il vecchio fosse sopravvissuto ai colpi dell’uncino, era già morto portando tutti i suoi segreti con sé all’inferno.

Le vetture della polizia non tardarono ad arrivare, assieme a quella dei vigili del fuoco e a due ambulanze. I flash azzurri dei fari roteavano tagliando l’oscurità della notte già disturbata dalle fiamme che uscivano dal salotto di Old Clifton.

Portarono via Gregor, era fuori pericolo: le fiamme avevano causato quelle che poi vennero diagnosticate solo come ustioni di secondo grado. Il fumo che si era levato dalla moquette gli aveva fatto perdere i sensi. I capelli erano bruciati, così come parte del collo e delle braccia, ma grazie all’intervento delle donne che l’avevano allontanato dal camino e trascinato fuori dalla Hall, l’uomo se la sarebbe cavata con poco.

Le donne vennero accompagnate all’ospedale di Matlock dove, assieme agli accertamenti di routine per assicurarsi della loro idoneità fisica, venne loro offerto il supporto di cui avrebbero avuto bisogno.

Nei giorni successivi vennero contattate dalla polizia, come testimoni, per partecipare all’inchiesta con la loro versione dei fatti.

In quei pochi momenti in cui erano rimaste sole tra loro, le quattro donne decisero che avrebbero raccontato tutto, tralasciando ovviamente l’apparizione di Frances, Mary e Polly. Anche Amy non aveva avuto bisogno di troppa persuasione: la sua di testimonianza era quella che avrebbe incastrato Gregor aggiungendo alle accuse dell’omicidio di Mary e del parricidio anche quella di abuso e violenza sessuale. La catena che generazioni di Clifton avevano legato attorno alle loro vittime si era spezzata quella sera di novembre.

Ad investigazione finita venne rivelato che Gregor aveva abusato Amy da quando questa aveva undici anni.

Era stato il prezioso whiskey di Old Clifton a dimostrarsi, alla fine, fatale per i piani di Gregor. Il contenuto dei decantatori, frantumati dall’urlo di Carol, si era versato sul camino e sulla moquette dove aveva agito da perfetto combustibile per le fiamme che raggiunsero così la catasta di legna e da lì l’intera stanza.

Tutto era cominciato con un rogo, sembrava giusto che finisse allo stesso modo.

Gregor confessò o, quantomeno, corroborò le deposizioni delle donne.

Altre rivelazioni sulle sue attività predatorie vennero poi alla luce quando la polizia cercò tra i suoi documenti e sul suo computer.

Gregor confessò di essere in possesso di una copia della chiave del cottage e che era stato lui ad avere lasciato il sonaglio sulle scale, prima dell'arrivo delle donne, e ad imbrattare sia la stele che le pareti. Voleva che l’idea del cottage come casa vacanze non funzionasse, per punire Jasmine per non aver corrisposto il suo amore, ma anche per farla tornare nel villaggio. Aggiunse che però non aveva avuto nulla a che fare nè con i successivi spostamenti del sonaglio nè con le riviste sparse ovunque nella stanza. Cosa che confuse gli investigatori i quali chiesero delucidazioni a Leonarda e Michela le quali risposero affermando che non sapevano di cosa Gregor stesse parlando.

Un altro tassello della storia che gli investigatori non riuscirono a chiarire con certezza fu la dinamica che aveva portato le donne a confrontarsi con Old Clifton in primo luogo. Le donne mentirono dicendo che Carol aveva voluto togliersi un peso di dosso confessandogli che Mary era incinta al momento dell’incidente e che da lì le cose erano degenerate. Forse più che mentire avevano omesso qualche dettaglio importante.

Dal canto suo Gregor fece richiesta di vigilanza straordinaria: non voleva essere lasciato da solo. Il rapporto investigativo riportava che gli ufficiali affidati al caso avevano descritto Gregor: ‘...visibilmente terrorizzato da ciò che l’accusato definisce come la presenza dell’adolescente: Mary Clifton -che il suddetto ammette di aver intenzionalmente investito sette anni fa- assieme a quella di due individui femminili, a lui non noti: una bambina abbigliata in modo arcaico ed una donna la cui presenza si sarebbe impossessata del corpo di Mrs Carol Clifton cantando quindi una ballata locale: La Ballata di Polly Sun. L’accusato aveva espresso il desiderio che le donne presenti alla Elton Hall durante l’accadimento dei fatti qui riportati venissero interrogate rispetto a tali presenze. Le donne in questione negano l'avvenimanto di tali fenomeni sottolineando il fatto che Mrs Clifton è ben nota nel villaggio di Elton per avere la passione del canto e per quella ballata in particolare. Ulteriori esaminazioni psichiatriche riconducono l’impressione di tali presenze a fattori di stress post traumatico….’

Michela e Leonarda passarono le giornate seguenti ospiti di Carol alla Clifton Farm.

Jasmine le raggiunse. Era ormai rimasta l’unica erede della dinastia Clifton di Elton Hall. Lady Jasmine Helen Clifton.

Carol le raccontò tutto quello che avevano scoperto durante quella fatidica serata. A Jasmine, con l’aiuto di Michela e Leonarda si permise di raccontare anche di Polly, Frances e, soprattutto, di Mary. Mary la sorella con cui Jasmine era stata amica per anni e che non aveva mai saputo d’avere.

Il giorno successivo Jasmine si recò dal notaio della famiglia dove Carol Clifton venne ufficialmente trascritta come co-beneficiaria del patrimonio lasciato dai Clifton di Elton Hall.

Quando gli ufficiali si dichiararono soddisfatti con l’inchiesta, Michela e Leonarda furono finalmente libere di tornare a casa.

Il giorno della partenza le quattro donne si trovarono sull’aia della cascina.

L’aria era fredda ed aveva cominciato a nevicare. Le due italiane stavano per salire in macchina mentre Carol e Jasmine si apprestavano a salutarle sapendo bene che la loro storia non poteva finire lì. Si sarebbero riviste un giorno, di sicuro.

Un movimento tra i cespugli che circondavano l’aia colse l’attenzione di Carol. Prima fu come se il vento avesse scosso dei rami, poi Carol notò che qualcosa si stava facendo spazio tra le poche foglie ancora appese per venire verso di loro.

L’animale stava camminando deciso, la folta coda formava un arco veloce con il suo scodinzolare allegro.

La volpe le raggiunse, sedendosi accanto a loro. Carol si chinò convinta che l’animale si sarebbe allontanato: ne aveva viste tante di volpi, le lasciava in pace ma si erano sempre mostrate diffidenti.

Questa no, rimase lì spingendo con il muso contro la mano di Carol invitandola ad accarezzarla.

Carol cominciò a piangere, allungò la mano lasciando che toccasse il pelo dell’animale. Prima esitando, poi con convinzione, le sue dita affondarono in quella pelliccia morbida e calda. La volpe si sdraiò sulla schiena crogiolandosi in quel massaggio, era una giovane femmina, le sue zampe grattarono gentilmente la mano di Carol affinché non la smettesse di carezzarla.

Poi la volpe si mise a quattro zampe, guardò le donne con quella sua aria intelligente annusando l’aria e si diresse verso la porta della cascina, guardandosi di tanto in tanto alle spalle come per invitare Carol a seguirla.

Carol si asciugò gli occhi e soffiò il naso arrossato, poi sorrise guardando le sue nuove amiche, “È tornata!”.

Fine

Una veloce nota, tutti i luoghi qui descritti esistono realmente, basta cercarli su Google Earth. Winster ed Elton non sono per nulla così austeri come lì ho fatti apparire, tutt’altro: sono molto pittoreschi, però in una giornata di pioggia...

Anche il cottage e la Farm esistono sebbene ne abbia cambiato i nomi e l’apparenza. Per Elton Hall ho invece immaginato la vera Winster Hall trasportandola nel borgo limitrofo, la vera Winster Hall ha una storia di fantasmi tutta sua, cercatela… Sia la Ballata che la leggenda delle Nine Ladies sono di mia invenzione ma, sia le Nine Ladies che Robin Hood Strides esistono davvero.

La canzone più adatta al racconto è senza dubbio la meravigliosa 'L'aigle noire' di Barbara.

Ispirata da una storia d'abuso.

I paesaggi sono idillici. Andateci!

Grazie per avermi seguito. Ivan

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