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Una storia di MirianaKuntz

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Storia di un'amante

Pubblicato il 15 maggio 2017

Anita lo sapeva fin dall’inizio: quell’uomo non era suo, e probabilmente non lo sarebbe mai stato. Avevano vissuto un flirt gioviale in giovinezza, appassionato e allegro, per poi perdersi del tutto, per eventi casuali della vita. Eppure quando gli parve di rivederlo, lì, sospeso tra la folla, costeggiato ad una vetrina e ad un muretto di pietra gli sembrò quasi una visione : il passato che ritorna e tira le somme, oppure solo un regalo che la vita decide di farti una seconda volta. Restò a pensarci per un po', fino a quando la risposta non fu sostituita dalle azioni: un fuoco alto, altissimo, fatto di fiamme e lapilli, rocce e foglie fomentate. I due erano esplosi, lì messi vicini, in una danza perfetta, di armonie e colori mai visti prima: qualcuno avrebbe detto sesso, qualcun altro avrebbe detto amore. E’ il gioco degli amanti, che allieta e spaventa, per i primi tempi Anita ne era affascinata: giocare col gatto e il topo, in presenza dei padroni di casa è stimolante, nascondersi dal mondo, avere delle regole precise, sentirsi liberi di fare tutto, di essere tutto. Ma il gioco diverte quanto ferisce. Prima o poi stanca tutti. L’eccitazione lascia spazio all’angoscia. Nessun fuoco, solo una fiammella mezza spenta. E’ la fiammella mezza rotta di chi è lì col cuore in mano a soffrire. E’ sentirsi solo anche se hai un numero da poter chiamare, è non sentirsi sazi di quelle attenzioni speciali che il tempo ha concesso, è piangere per ore intere e sentirsi solo una terza pedina in un gioco di matti. Anita passava le sue giornate a chiedersi quella donna cosa avesse di più per tenerlo lì conciliato, in ginocchio e sorridente. Pensò che quella donna avesse un aspetto più bello: forse dei capelli più lunghi, degli occhi più luminosi, una bocca più morbida, un fisico più asciutto. Poi pensò che forse si trattasse del sesso, forse quella donna era più abile nel dimenarsi lungo il suo corpo, poi pensò al carattere, forse quella donna aveva dei modi di fare giusti, più dolci, più raffinati, forse lei era più sveglia, più sul pezzo, avesse una famiglia più ricca, un nome più musicale, delle abilità maggiori, un abbigliamento più consono, un modo di fare più sano. Anita pensò che quella donna fosse semplicemente migliore, per tutti una serie di motivi, fino ad accorgersi che a lei mancava tutto. Si trattava solo di un losco meccanismo mentale dove vedi l’altra –la vincente- o migliore o nettamente peggiore di te. In entrambi i casi le cose fanno alquanto male. Anita stringeva i denti per gran parte della giornata, quando aveva voglia di chiamarlo al telefono, così, senza un reale motivo, solo per fare una delle sue chiamate stupide, quelle da - scemo mi manchi- stringeva le nocche delle dita, fino a farsi male: piuttosto che metterlo nei guai diventava muta. Il suo mutismo si consolidava in un modo spaventoso, che anche a casa non diceva più una parola, si isolava rispetto a tutto e a tutti, era un corpo freddo e morto, fino a quando il tasto di accensione, di una chiamata improvvisa non la riportava indietro. –Le chiamate rubate- erano sempre speciali, talvolta si litigava, perché concentri tutta la felicità o tutto il malessere in dieci minuti di chiamata. Sono quelle tra il negozio di alimentari e quello dei fiori. Sono quelle che mentre parli ti viene il fiatone perché sei tremendamente felice, e allora pensi di non avere il tempo di dire tutto. Anita parlava sempre, era quasi da mal di testa, poi quando finiva il minutaggio si sentiva un po’ come un giocattolo a pile, la cui batteria sta per esaurirsi. Lui diceva di essere arrivato a casa, lei diceva – che andava bene così- metteva giù il telefono e le prendeva il magone. Un grosso groppo alla gola le si chiudeva sulle pareti, la voce le si strozzava, gli occhi diventavano rossi, pensava nella sua testa – che lui fosse tornato di nuovo da lei- che lei non aveva aspettato abbastanza, che avesse impiegato troppo poco, che lei, proprio lei, era riuscita a meritarsi più tempo, più tutto. Anita lanciava il telefono sul letto, esso rimbalzava contro la parete, faceva un –crac sordo- poi restava lì per tutto il tempo necessario.

La cosa migliore sarebbe stata –Anita ora ti chiamo e stiamo insieme- ma era sempre e solo un – Anita ti scrivo quando posso- a volte il quando posso diventava il giorno dopo, a volte diventava solo qualche ora dopo, ma anche quelle volte, aveva una durata breve perché il sonno sorprendeva quell’uomo tantissime volte, e quando non ci pensava Morfeo, era Lei a sorprenderlo e tenerlo impegnato. Anita se ne restava tutta la notte con la tv accesa, a volte ad ascoltare la musica ad occhi chiusi, le lacrime le sgorgavano dagli occhi con una lentezza tale che il sale le si piantava sulla pelle. Bruciava in modo tale da restarne qualche segno. Poi si addormentava disperata, sperando che i sogni sarebbero stati migliori. Quando i sogni non arrivavano, era la solitudine a trovarla. Non ci metteva tanto, era bravissima ad acciuffarla. Anita si sentiva sola per la maggior parte del tempo.

Se voleva inviargli una foto non poteva farlo.

Se voleva fargli una sorpresa non poteva farlo.

Se voleva chiamarlo non poteva farlo.

Se voleva litigarci non poteva farlo.

Se voleva vederlo non poteva farlo.

Se voleva raccontargli istantaneamente di cosa le fosse successo, non poteva farlo.

Se voleva sfogarsi non poteva farlo.

Se voleva piangere con lui, non poteva farlo.

Se voleva fare l’amore non poteva farlo.

Per fare tutte quelle cose c’era bisogno sempre di aspettare, e aspettare non ha mai fatto bene al cuore e ai suoi accessori. Anita aveva spesso mal di testa perché pensava che se –lei- avesse voluto palargli, poteva farlo subito, se avesse voluto litigarci avrebbe potuto farlo subito, se aveva voglia di fare l’amore, sarebbe successo subito. Non era giusto, non era normale.

Quando si sentiva sola cercava di tenersi compagnia con la musica, o con le fotografie, o con i video. Anita cercava in tutti i modi si allontanarsi dalla realtà, tanto che tornare indietro, talvolta le risultava piuttosto difficile. La realtà era difficile. Il mondo reale era quello in cui lei doveva aspettare, mentre –l’altra lei- era assolutamente in sincro col mondo, quanto a –lui-, beh lui era lì a sorridere, forse.

Quando le capitava di darsi colpe per questa o quest’altra cosa non smetteva presto, non prima di essersi demolita.

-Mi sembra evidente se le cose stanno così, è che tu sei brutta, antipatica, poco intelligente, è che tu non sei lei, e fortunatamente per lei, lei non è te.-

Era un continuo contorcersi, un darsi una ragione valida a tutto quel soffrire.

Non sapeva quanto fosse terribile perderlo del tutto, o perdere sé stessa.

E’ che quando lui c’era Anita era felice, ma poi quando andava via, lei smetteva di esserlo.

Ma quando lui non c’era Anita era infelice, e poi infelice ancora, e poi ancora vuota.

Non sapeva quale era il male minore: averlo a metà e sapere di star male, o non averlo affatto e stare male.

Quando i due facevano l’amore, erano in un stato di magia totale: dove uno completa l’altro in modo speculare. Ma quando si smetteva, sudati e felici, ognuno tornava al suo posto, come due personaggi di due mondi diversi, che si allontanano veloci sotto la spinta del vento.

Quando i due se ne stavano a parlare, molte volte c’era sintonia, lui la faceva ridere, lei lo ascoltava parlare, fino a sentirsi più leggero. Ma poi quando si smetteva, un velo di silenzio e dolore si espandeva sulle loro vite, fino ad inglobarle del tutto.

Ma quando i due se ne stavano lontani, era un po’ come sentirsi morire, e sapere di stare morendo.

Un rebus senza soluzione, dove non puoi muoverti in nessuna direzione, né prendere scorciatoie, sei lì e fa male, non ci sei e fa male lo stesso.

Anita pensò per molto tempo a tutta quella faccenda, si guardò allo specchio più volte fino a quando la parola non le venne in mente: amante.

Amante chi?

Chi ama qualcosa, chi ama qualcuno?

Amante di un’ epoca, amante di un genere, amante di un movimento, amante di un oggetto, amante di questo o quello.

Amante.

Amante come una che prende il posto di un’altra senza poterlo fare.

Amante come una che è lì senza permesso.

Amante come una che si affeziona a cose che non sono sue.

Amante come una che è stronza e fa del male ad un’altra.

Amante come una che non sa restare al posto suo.

Amante come una che inciampa nel suo letto.

Amante come quella che finito il giro di giostra, ha il dovere di scendere.

Amante come quella che vale meno dell’altra.

Anita l’amante, come non si era mai sognata di essere. Anita l’amante, quello che aveva recriminato agli altri. Anita l’amante, quella che prende il posto di un’altra e fa la stronza. Anita l’amante quella che dice –non andare stanotte da lei-

Più questa parola le saltava nella testa, più le sembrava di star male. Non era mai stata d’accordo con chi prende il posto altri, o con chi è la terza della storia.

Ma la storia di chi? Si chiedeva.

Qualcuno le avrebbe detto : - bastava non esserlo- qualcuno gli avrebbe risposto – a volte non hai scelta.-

Non sono cose che scegli o premediti, è che a volte ti capita di stare così bene con una persona che non fai caso a tutto il resto. Anita non aveva mai fatto troppo caso a lei, ai loro progetti e alle loro cose condivise. Si era lasciata andare in quel fuoco altissimo di cose, e basta.

Non era colpa di nessuno: né di lui, né di lei, forse neanche di sé stessa.

E’ che ad un certo punto capisci il lato cattivo della faccenda, quello dove tu sei la stronza, dove stai facendo del male a qualcun altro, dove lui non è tuo, dove non sei così indispensabile come avevi pensato di essere.

Non è solo un momento di ricreazione, è lo spazio dove le regole non esistono, e le persone non appartengono a nessuno.

Anita non aveva mai pensato a quanto avesse potuto fare male tutto quel silenzio, tutte quelle attese, tutte quelle mancanze, e tutto quello spazio già occupato.

Se n’era rimasta lì con tutte le sue buone cose, e tutti i suoi difetti, ad aspettare un treno che passa, una porta che si apre, un –via libera- che conforta quanto ferisce.

Era stata un cane fedele, e una cagna dotata.

Tutto quel dolore le si piazzava dentro e le rendeva una grande dose di sfiducia verso il mondo.

In tutta questa storia non è solo –lui che perde- o –lei che viene presa in giro- c’è anche un dettaglio piccolissimo, che mostra una parte nascosta di tutta la vicenda : Anita aveva imparato a piangere senza farsi vedere, a nascondere le sue ferite sulle braccia, a non mostrare a tutti di quanto si sentisse inferiore al mondo, soprattutto inferiore –a lei-

Anita era ferita dentro, come una stella marina che perde sangue, in attesa di uno squalo grandissimo che la faccia sparire.

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