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Una storia di Antonella

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Essenziale 2049

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Maybe

#Essenziale 2049

Pubblicato il 18 novembre 2017

"Che colore è la luna? E le nuvole? Le nuvole che sapore hanno?"

Nicolas sorrise e Marina non capiva.

"Un giorno ti racconterò. Adesso devo andare. Il collegamento sarà interrotto tra meno di trenta secondi, il tempo di salutarci. Mi raccomando, la prossima volta porta con te tutto il necessario, ti farò un grande regalo"

Non fece in tempo a rispondere che i pixel si sgretolarono sotto i suoi occhi e furono inghiottiti dal nero intenso dello schermo.

- Conversazione interrotta. Riavviare o spegnere.-

Una lucetta lampeggiava in attesa della scelta di Marina. Prima di spegnere creò un file di ripristino, voleva essere sicura di ritrovare Nicolas. Parlare con lui era una esperienza fantastica. La voce non era metallica e i sensori inviavano impulsi tali da provocare in lei sensazioni mai vissute. Il prossimo incontro poteva accadere in qualsiasi momento. Marina sapeva bene, però, che poteva essere pericoloso. Ogni contatto con la base militare era solo un contatto virtuale e come tale rispondeva ad un codice distintivo. Non si poteva scegliere con chi parlare né cercare di collegare il codice distintivo ad una persona specifica. Da quando viveva alla Torre m5/1923, Marina era stata addestrata per non avere esperienze sensoriali fisiche di nessun genere. E ogni contatto avveniva per mezzo di un dispositivo elettronico con codici ben definiti per ogni esigenza.

Era nata in un momento storico particolarmente pericoloso per l'intera umanità. Tutto il pianeta si stava deteriorando lentamente. Ogni essere umano aveva assunto sembianze strane e i pochi sopravvissuti agli ultimi esperimenti chimici di massa, avevano subito mutamente genetici irreversibili. Come in una lobotomia generale, la maggior parte moriva dopo lunghe malattie degenerative. Si raccontava che "L'Alzihmer avesse fatto più vittime della bomba atomica".

Non c'era famiglia che non avesse un parente con un malato di Alzihmer. Eppure la nuova tecnologia aveva sconfitto malattie gravissime e le prospettive di vita erano notevoli. Ma la degenerazione colpiva ogni cosa e arrivò al cuore pulsante dell'essere umano: il cervello. Quando Marina nacque, la mamma era molto preoccupata del suo futuro. Per quanto cercasse di non pensarci, si rendeva conto che non avrebbe avuto scampo. Così aveva accettato di entrare a far parte di un programma di sopravvivenza sperimentale. Un gruppo di scienziati aveva creato il Digital Word Tower. Un pianeta parallelo alla vita terrena all'interno di una base militare segreta. Chi voleva far parte del programma, doveva dimenticare tutto del pianeta terra. Soprattutto i dati sensoriali di ogni genere erano banditi. Obiettivo principale del processo di crescita era vivere in una dimensione altamente controllata. La dimensione digitale era la soluzione al grande problema della contaminazione, dei flussi di ceppi generazionali diversi che avevano prodotto una globalizzazione tale che, col tempo, si era rivelata deleteria per l’intera umanità. Marina era cresciuta in un ambiente isolato dove ogni cosa passava attraverso un monitor. L’abitudine a non avere contatti fisici aveva sviluppato in lei la capacità intellettiva di razionalizzare ogni evoluzione del suo essere. La sfera emotiva sotto controllo. Il continuo non esercitare esperienze emozionali di nessun genere, così come le esperienze sensoriali ridotte ad un touch su un pulsante elettronico o uno schermo digitale, avevano limitato al massimo tutte le possibili conseguenze del sentire tipico degli essere viventi. Nessuna emozione, nessuna contaminazione nella conoscenza e coscienza di sé. Raggiunta la maggiore età, finito il percorso di decentralizzazione e razionalizzazione della sfera emozionale, Marina era pronta per poter cominciare a lavorare. Tutti gli abitanti della Torre m5/1923 si occupavano di una parte del sistema. Uno dei lavori più importanti era quello della visualizzazione di immagini relative alla storia umana, per la digitalizzazione. In questo modo ogni immagine veniva bloccata dentro parametri e algoritmi definiti che impedivano ogni possibile evoluzione metacognitiva. La percezione delle sensazioni nel guardare una immagine di qualsiasi genere doveva essere limitata alla osservazione del dato alfanumerico. Gli stessi colori erano privi di sfumature e ogni oggetto era privo di tridimensionalità. La staticità era fondamentale. In questa costante analisi dei dati, la digitalizzazione era una delle fasi più delicate. Chi si occupava di questo settore doveva essere specializzato e altamente formato perché non doveva prendere iniziative personali di nessun genere. Marina aveva raggiunto livelli di razionalizzazione tali da essere perfetta per questo lavoro.

Per l’intera comunità era importante conoscere la storia dell’umanità al fine di individuare e categorizzare tutte le cause che avevano portato il mondo alla completa degenerazione mai assistita nei secoli antichi. A lei fu affidato in particolar modo, il periodo storico antecedente la sua nascita. Catalogava immagini, decodificava e inseriva in un database seguendo l’iter previsto. Quando non era sicura o voleva approfondire aspetti storico-sociali di un determinato elemento, poteva accedere a Internet e collegarsi con la base militare dove, personale scelto, comunicava in tempo reale tramite messaggi. Un giorno si trovò a dover prendere in esame una serie di file jpg, SKY formato 16mm/f_4. Presero forma sotto i suoi occhi una serie di foto di colori e sfumature che ebbe difficoltà a classificare. Dopo un attento studio cominciò a selezionare foto chiare da foto scure. Alcuni elementi le fecero capire che si trattava di un tipo di immagine familiare che tutti conoscevano e potevano vedere quotidianamente. Sicuramente ognuno dal suo punto di vista, perché non c’erano mai due foto uguali con le stesse sfumature. Attraverso una serie di filtri cercò di arrivare all’essenziale, al colore madre. L’azzurro era il colore che predominava. Guardare quelle immagini depurate da tutte le sfumature sembravano non avere più significato. Decise di approfondire. Il primo contatto con la base arrivò al primo tentativo. Le risposte non tardarono ad arrivare anche se Marina non riusciva a definire l’algoritmo alfanumerico per poter completare il processo di digitalizzazione. Alla fine concluse il lavoro con successo. Seguitò nel suo lavoro per giorni e giorni. Un tarlo cominciò a farsi largo nella sua mente: “Codice J023, chi era? Che faccia aveva?” Non era abituata a porsi tante domande su aspetti fisici dei contatti con cui era cresciuta. Ricevere e comunicare tramite messaggi era una prassi naturale come tante. Ma l’idea che “Codice J023” fosse all’esterno della Torre, aveva avuto in lei un effetto inaspettato. Quelle parole scritte da chissà dove e da chi. Perché aveva conservato un file di ripristino? Aveva ceduto ad una sensazione, un istinto, un bisogno incontrollabile. Decise di non pensarci. Forse …

Passarono un paio di settimane. Il lavoro procedeva senza tante difficoltà, tanto che gli furono affidati altri periodi storici. Un giorno si trovò ad analizzare una immagine molto simile a SKY formato 16mm/f_4. Non avendo elementi sufficienti per procedere, doveva necessariamente contattare la Base. Ma il pensiero non agì automaticamente. Qualcosa di incontrollabile la spinse a cercare il file di ripristino e ricontattare “Codice J023”.

Un messaggio vocale la raggiunse inaspettatamente: “Qui Codice J023, in cosa posso essere utile.”

“Sono Marina”

“Utente non riconosciuto. Identificarsi. Venti secondi di tempo”

“Sono Marina, AS19alfa. Non è la prima volta che comunichiamo.”

“AS19alfa, procedura irregolare. Devo avviare il processo di …”

“No, no, aspetta … mi scuso. So che non è la procedura. Maybe … maybe …”

Il silenzio nell’attesa di una risposta fu come vivere un terremoto nella testa di Marina. Un tumulto strano di sensazioni che non avrebbe dovuto percepire. Un senso di paura la pervase. Non sapeva se sperare di riascoltare la sua voce oppure ritrovarsi in quarantena secondo la procedura prevista in casi di comunicazione anomala o non corretta.

“Marina …”

“Si, sono qui …”

“Maybe … si, forse posso nascondere questa conversazione anomala. Ma alla fine avvierò la procedura. Non possiamo rischiare di creare un errore nel sistema.”

“Si, si. Non so neanche io perché sono qui. Ho conservato il file di ripristino per essere sicura di comunicare con te. Non chiedermi perché … lo so, sto seguendo una procedura sbagliata e potrebbe costarmi l’allontanamento definitivo dalla Torre, ma ci sono immagini che non riesco a catalogare e non mi basta seguire la procedura di depurazione e arrivare all’essenziale. E’ come se creassi dei file falsi o privi di qualcosa”

“AS19alfa, Maybe stai cercando risposte che io non ti posso dare. Maybe … stai facendo domande che non avresti neanche dovuto pensare. Ma … dimmi cosa vuoi sapere e cercherò di risponderti. Marina, io sono Nicolas ”.

Sapere il suo nome, sentire la sua voce … Involontariamente un respiro profondo, i battiti di cuore accelerati. Non aveva mai sentito i battiti di cuore così strani. Allora il corpo ebbe una reazione chimica. Le mani sudate, la bocca asciutta come se le mancasse l’acqua. Avrebbe dovuto chiudere, spegnere, abbandonare quella comunicazione che forse era andata oltre. Maybe … Riprese la situazione in mano e cominciò a chiedere ciò per cui lo aveva contattato.

“Ho trovato una immagine molto simile a SKY formato 16mm/f_4. Dopo aver ricevuto le tue informazioni sono riuscita a catalogarla con un suo codice alfanumerico. SKY formato 16mm/f_4 equivale a Cielo. Elemento azzurro che avvolge la sfera terrestre e da qualsiasi punto del pianeta tutti gli essere viventi possono vedere. Ma adesso ho una immagine che somiglia tanto al cielo ma non riesco a capire. I suoi colori sono molto sfumati e assumono strane striature dal violaceo al rosa e poi azzurro, blu. Di cosa si tratta? Ho notato che l’angolazione delle foto sembra essere scattata più o meno dalla stessa posizione focale anche se i colori nelle varie foto sono tutte diverse. E poi …”

“Maybe … Maybe. Fermati un attimo, Marina. Ti dispiace se ti chiamo Maybe? Sarà un nostro codice segreto. Non so perché sto facendo tutto questo. Stiamo rischiando tantissimo. Ma …

Andiamo per ordine. Il cielo è qualcosa di più di una semplice “cosa” che avvolge la terra. In realtà è aria, ossigeno, giorno, sole, luna, respiro, notte, volo … dovresti vederlo la mattina quando il sole ancora non si vede ma i suoi primi raggi cominciano a illuminare ogni cosa e il cielo dal blu notte si schiarisce fino a diventare azzurro impalpabile. Maybe, Maybe dovresti vederlo per capire davvero.”

Marina entrò in uno stato di confusione. Tutte quelle parole erano suono che evocavano in lei sensazioni inspiegabili che non riusciva a collegare con le immagini digitalizzate e archiviate. Tutto le sembrava un pugno di informazioni inutili. Allo stesso tempo, aveva ricevuto una quantità tale di suoni che erano diventati pensieri, emozioni, sensazioni e in lei suscitavano domande su domande a cui non riusciva a dare una risposta razionale. Forse … doveva staccare collegamento. Maybe non era la persona giusta al posto giusto. Il rischio di far saltare l’intero sistema su cui si fondava il Programma della Torre era altissimo e lei non era in grado di gestire quella situazione senza sentire qualcosa che non avrebbe mai dovuto sentire. Non avrebbe dovuto spingersi fino a quel punto.

“Maybe, Maybe ci sei? Qui Nicolas attende risposta.”

“Maybe chiede tempo per razionalizzare. Le informazioni ricevute non trovano una giusta catalogazione e ….”

“Maybe, lo sai che il tuo nome è bellissimo? Ma_ri_na … Chi l’ha scelto ha voluto regalarti qualcosa di prezioso del pianeta terra, del passato. Vuoi sapere?”

Marina era lì, il pulsante DELETE pronto a lampeggiare ed eliminare ogni traccia di quella comunicazione anomala. La sua risposta fu un semplice “si”.

“Il tuo nome è il nome del mare. Una immensa distesa di acqua cristallina azzurro cielo dalle mille sfumature. Marina è il mare calmo, come un tappeto di seta azzurro quando il sole sorge e lo illumina in una delle tante mattine d’estate. Marina è onda impetuosa, quando il cielo si riempie di nuvole minacciose e ha solo voglia di piangere pioggia. Allora il mare si agita e con tutta la sua forza impetuosa si increspa di onde bianche che velocemente corrono verso la spiaggia per poi ritornare e inabissarsi su se stesse. Tutto il cielo che si specchia nell’acqua cristallina, in lontananza, sembra toccare questa immensa distesa di acqua e lì si forma una linea blu che dal mare sale in cielo colorandolo di sfumature che cambiano seguendo il volere del sole. E la sera, quando il sole diventa una sfera incandescente e sembra tuffarsi nel mare, allora l’orizzonte è qualcosa di indescrivibile. Dal violaceo al rosa. L’azzurro sembra essere un tripudio di colori, come se volesse salutare la luna. Marina è brezza dal profumo intenso che ha il sapore del respiro, quando apri le braccia, chiudi gli occhi e tutto il cielo sembra entrarti nei polmoni a ridarti vita. E poi … Maybe, Maybe ci sei?”

Marina chiuse gli occhi e lasciò che quelle parole scivolassero dentro la sua testa per poi scorrere nelle vene e arrivare in qualche parte di lei dove, niente e nessuno era mai arrivato. Le sembrò di poter sentire il cielo che si fa spazio tra tutti quegli strati digitalizzati di sé. Il cuore non riusciva ad avere un ritmo calmo e la pelle reagiva ad ogni nuova sillaba che raccontava qualcosa a lei sconosciuto e che forse avrebbe dovuto conoscere. Sensazioni, emozioni, un tumulto di dati sensoriali la investirono con tutta la loro potenza e nulla sembrava più avere senso definito. E allora si sentì soffocare per poi scoprire che bastava respirare profondamente e una voragine di vita sepolta dentro di sé esplose in un pianto senza fine. Lacrime che scendevano e le bagnavano il viso per morire su un sorriso mai vissuto prima …

“Maybe … Marina, ci sei?”

“Maybe.”

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