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Una storia di StefanoLabbia

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Vita di M

Pubblicato il 15 aprile 2017

Luca aveva una vita disastrata. Non aveva un soldo e alla veneranda età di trent'anni ancora viveva con i suoi, una banda di vecchi pazzi (letteralmente) sguaiati e sboccati. Il padre e la madre facevano vita da reclusi perché odiavano il mondo intero. Il piccolo Luca era cresciuto con le loro manie, le loro titubanze, le loro nevrosi e tutta una serie di teorie strambe che qualcuno potrebbe definire "variopinte" ma che in realtà avrebbero dovuto essere oggetto di studi da parte di professionisti del settore della psichiatria. Lorenzo, il padre di Luca, viveva col cappotto indosso d'inverno e, comunque, sempre pronto per uscire, d'estate. Non aveva un pigiama e andava a letto con un vecchio completo, giacca e pantaloni, che nelle tasche aveva la canfora. Luca aveva una vita disastrata, si diceva. Disastrata forse, è termine troppo morbido per definire la sua condizione. La verità? Luca conduceva una vita di merda. Era circondato da pessimi soggetti (menefreghisti, ipercinetici, logorroici, figli di... un dio minore, preti spretati, maniaci del sesso, egocentrici, maniaci ossessivi compulsivi, solo per citarne alcuni), viziati e maleducati. I vicini confinanti con la stanza da letto di Luca, erano soliti tenere la tv ad alto volume mentre in onda vi erano programmi di dubbia moralità (film per adulti) a tutte le ore del giorno e della notte. Dabbasso, subito sotto la stanza da letto del giovane, al piano terra vi era un mattonato abitato da circa cinque cani che abbaiavano ventiquattrore su ventiquattro, senza sosta. Tanto da portare Luca a credere fossero cani robot... Non avrebbero potuto avere così tanto fiato, cani in carne ed ossa! I suoi genitori... i suoi genitori erano una cosa a parte. Una razza a parte. Parlavano sempre ad alta voce, urlando. Ciò non era dovuto ai rumori che li attorniavano, commessi dai vicini, ma da pura ed istintiva maleducazione che li caratterizzava. Tanto è vero che, agli occhi di chi vedeva i tre, Luca, Lorenzo e Marina, nella stessa stanza... Luca appariva come un marziano. Sempre composto, in silenzio, pensieroso. Educato. E quando parlava... quando parlava Luca sembrava un laureato. Un piccolo professore, quando era in età scolare, un futuro commesso di fast food laureato da adulto. Era infelice, Luca. Infelice ed incazzato. Furioso. Furibondo. Sudava freddo e le vene gli pulsavano, specialmente quelle sulle tempie. Cercava di stare calmo, di respirare. Bio feedback. Oohmmmm. Niente. Ogni volta che parlava con i suoi genitori - quel poco che si rendeva utile ed obbligatorio per il quieto vivere - questi replicavano il 90 % delle volte con un «Eh?» che talvolta sostituivano con un «Che?» o con un più blando «Come?». Erano distratti, si diceva il giovane uomo. Non gliene fregava assolutamente un emerito cazzo, in realtà, presi dai mille, sciocchi, problemi che riempivano di parole e discorsi assieme a futili liti su chi dei due doveva avere il telecomando tra le mani, piuttosto che su chi aveva ragione tra Maria De Filippi e Tina Cipollari. Ed il caos assorbiva Luca, lo inglobava, quasi che fosse una piccola vibrazione, un'onda di suono trasportata dal vento, pronta a rimbalzare contro ogni oggetto ed essere vivente presente in casa. Caos. Nella testa, nell'anima e lacrime che scendevano di notte quando, solo, nel suo misero e piccolo letto made in Sweden, all'interno della cameretta che "subiva" da quando era nato, contava gli anni che lo separavano dalla fine. Dalla fine di tutto. La sua era una vita bastarda dove oltre al materiale, era l'immateriale a mancargli. La vita, per Luca, non aveva sapore... era sciapa, sciocca. Senza sale. E più tentava di salarla o di mettervi dello zucchero (ogni tanto usciva, frequentava qualche "amica" o pseudo amico / conoscente) e meno era sapida la minestra. Luca non vedeva via d'uscita nè a breve, nè a lunga gittata. Era come un cecchino in attesa della sua preda da cacciare (la vita)... preda che non si sarebbe mai fatta vedere. Così, con la rabbia in corpo, combatteva battaglie futili, stupide, inutili, al pari dei suoi vecchi e dei vicini di casa che spendevano energie per rifare l'interno delle scale mentre il tetto dello stabile in cui vivevano, crollava sotto i colpi delle infiltrazioni. Luca li vedeva... Sapeva esattamente dove "sbagliavano". Ma non diceva più niente. Non apriva più bocca. Faceva finta di non vedere. Non per egoismo, ma per sanità mentale. Lasciava che quegli stolti, quei mezzi umani, sbagliassero. Piangessero. Bestemmiassero Dio. Ed infine si disperassero quando oramai non v'era più niente da fare se non rotolarsi a terra in lacrime. Perché nessuno l'avrebbe ascoltato, prima, ed avrebbe dovuto spendere troppe energie inutilmente. Preferiva spenderle arrabbiandosi col suo vecchio pc che non funzionava e che non gli permetteva di fare assolutamente niente. Niente. Nemmeno scrivere. Senza un soldo in tasca e con molta confusione in testa, Luca si sentiva sempre più solo, più afflitto, con un dolore acuto nel petto e la voglia di farla finita che prendeva in lui il sopravvento. Accadde una notte che rientrava da uno dei suoi piccoli spazi di felicità - l'incontro ravvicinato con una delle sue "amiche", Vanessa. Vanessa non era bella. Non era intelligente. Non aveva qualità particolari. Era una perdigiorno, una sconclusionata, una che Luca aveva etichettato del genere "figofigo-famofamo" ovvero i classici "vorrei ma non posso" 2.0. Si, perché Luca lo diceva (a chi lo stava a sentire...) sempre: «La gente si divide in tre categorie: chi fa, chi vorrebbe ma non fa (i "figofigo-famofamo", appunto, detti anche "vorrei ma non posso") e chi non fa. Io provo a fare ma... spesso mi scontro con i "figofigo-famofamo"... con gente invidiosa, gelosa... con mezze seghe.». Vanessa apparteneva alla terza categoria. Ogni tanto i due sfogavano le loro amarezze reciproche, figlie delle loro vite scombinate, con del sano sesso rigorosamente nella posizione del missionario. Talvolta osavano e si scambiavano di posizione. Lui sotto, lei sopra. Ma anche il sesso, alla lunga (dopo tre incontri circa a distanza di due settimane l'uno dall'altro) diveniva stantio, meccanico, sfiancato. Sfibrato. Dava loro solo noia, sudore e battito accelerato. Quasi che fosse una banale influenza di stagione... Una notte, si diceva, Luca tornava a casa. A piedi. Roma è grande: era in periferia, precisamente alla periferia est. Luca abitava nei pressi della periferia ovest della Capitale d'Italia. Era un viaggio. Un vero e proprio viaggio. Un'odissea, quasi. Stanco, macilento, una gamba avanti all'altra, il giovane uomo percorreva la strada che l'avrebbe portato tra quelle quattro mura infelici... Che l'avrebbe consegnato a suo padre e a sua madre, anziani, inquieti, assenti. O peggio ancora ai vicini immorali, sguaiati, senza capo nè coda. O ancora... alla masnada di cani maleducati e padroni menefreghisti. Testa bassa, sguardo perso sull'asfalto, Luca compiva azioni meccaniche. Uno stridio. Un botto. Vetri e sangue. Il corpo di Luca che si alza in cielo e ricade pesante, a decine di metri dal luogo dell'impatto. Il bus notturno. Luca trema e sanguina. Sanguina e trema. L'ultimo pensiero: «Vabbè... almeno oggi non devo fare la lavatrice.».

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