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Una storia di Jelena

Questa storia è presente nel magazine Pillole del giorno prima

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Pubblicato il 12 luglio 2018 in Storie d’amore

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C'è qualcosa di diverso stavolta, c'è che non mi va di parlare di te ma di me.

Sei mesi a scrivere di te ed altrettanti ne dovranno passare.

Posso avere un momento di gloria? Ecco, mettiti pure comodo.


Credo che nella mia vita l'arte sia esistita sin dai primissimi anni, dalla prima scatola di pastelli che mi regalò mia madre. Feci con lei i primi scarabocchi, mi insegnò a disegnare, lei che era brava in quello ma non nel mostrare affetto, prendeva ciò che fluttuava nei suoi pensieri e lo scaraventava sui fogli. Io, invece, con la pazienza che mi contraddistingue, osservavo le forme e con mano insicura e tremante provavo a riprodurne le forme. I primi furono esperimenti fallimentari i quali mi dettero modo di provare per la prima volta il gusto amaro dell'insoddisfazione. Crescendo inizia a sfogliare i primi libri d'arte, osservavo le figure senza coglierne i dettagli, le storie intrinseche, le tecniche utilizzate e dettate dalle mode del tempo. I volti erano solo volti, i paesaggi erano sconosciuti ed irreali, i colori a volte spenti e a volte troppo saturi mi confondevano.

Ma ciò che mi affascinava dei quadri era il loro assoluto silenzio, il fatto che siano privi di parole eppure così pieni di significato, credo di aver assorbito questo da tutte quelle pennellate osservate.

E tu i miei silenzi non li hai mai capiti, li hai lasciati lì a moltiplicarsi, a far sì che mi schiacciassero e diventassero enormi nubi soffocanti. Non li hai mai interrotti, li hai solo ignorati e detestati, poi come il più codardo dei codardi te ne sei andato...in silenzio.

Ho affrontato la tua assenza senza proferire parole, per coerenza con ciò che sono, per non perdere una dignità che avevo già portato al limite nell'estuante gioco a in cui tu fuggivi ed io ti rincorrevo.

E nel bel mezzo di quella corsa mi sono ritrovata sola, sotto un cielo blu quanto la mia tristezza, nessun riferimento da seguire, solo infinite distese di campi.

Spighe di grano, per ognuna di esse un ricordo da mietere, e poi sentieri che sembravano portare a nuova vita per poi invece ricongiungersi tutte allo stesso doloroso punto.

Ti eri insinuato dentro un dipinto, eri lì, tra le pennellate rabbiose ed i colori carichi, nel silenzio di un'arte che mi tiene compagnia da tutta la vita.

Sono trascorsi sei mesi.

La mancanza è meno soffocante, i ricordi meno vividi, il suono della tua risata sta svanendo sovrastato dai rumori delle lunghe giornate estive.


Ho ripensato al tempo trascorso con mia madre, alle differenze che ci allontavano e a quei pomeriggi che ci univano. Avevo il vizio di acartocciare il foglio non appena commettevo un piccolo errore, lei lo riprendeva del cestiono, le ridava una forma accettabile e mi invitava a continuare.

Non possiamo evitare di fare errori, mi diceva mentre i suoi occhi così simile ai miei cercaano di decifrare la mia espressione, possiamo però limitare i danni, contenere le delusioni e le paure, circoscriverle in un cerchio. Disegna la tua vita intorno ad esse, non spariranno ma si confonderanno con tutto il resto e sembreranno più piccole.

Non posso dimenticarti, ma resterai una piccola ed impercettibile sfumatura, limiterò la tua esistenza in una cornice, una parentesi aperta e richiusa.


Sarò io l'artista e tu solo uno scarabocchio da correggere.

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