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Una storia di SimoneDelmo

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Senza sangue

Una sera d'attesa

Pubblicato il 23 marzo 2017

Fa caldo, fuori. Nella mia casetta a piano terra coi muri esterni di 70 cm almeno, no. E’ fresco: non c’è bisogno dell’aria artificiale del condizionatore, né del ronzio fastidioso del ventilatore che ha le pale allentate. Certo è anche umido; una casa rimasta chiusa per dieci anni, che confina con un fioraio che prima aveva le aiuole sotto il muro e ora ha il cortile con la pendenza sbagliata, ha bisogno di almeno altrettanti anni di tempo secco. Ma il tempo secco, nella mia terra, è una speranza che ha la velocità di un déjà-vu.

Ieri sera ho iniziato a leggere un breve libro di Alessando Baricco, comprato un’ora e mezza prima dell’inizio del film che avevo deciso di vedere. Mi piace essere puntuale, anzi, mi piace proprio essere in anticipo: sono un anticipatario. Anni fa, quando mia moglie era la mia ragazza e viveva parti di settimana a Trieste, andavo spesso al cinema da solo. Mi piace. Entrare nel multisala, comprare subito il biglietto e controllare la sala dove sarà proiettata la mia scelta; e poi vivere l’attesa. Mi si parano davanti due possibilità: la libreria o il voyeurismo sociale. Se ho tempo, come ieri sera, entrambi. Quando entro in una libreria provo un po’ la stessa sensazione di quando ho incrociato per la prima volta gli occhi di Sara: se non posso avere tutto, almeno qualcosa di quel posto deve essere mio. E inizio la passeggiata, all’inizio casuale, poi, mano a mano che passa il tempo, sempre più mirata. Di solito, all’ingresso mettono le ultime novità: sguardo fugace, giusto che non ci sia qualcosa di Follett o Zafòn (gli altri possono attendere l’edizione economica). Poi l’interesse si sposta sulle offerte: la recessione pesa… Mi casca l’occhio su un cartello che mi annuncia il 30% di sconto sull’Economica Universale Feltrinelli (“Bene e anche stasera una cagata me la porto a casa”). La riflessione per arrivare a emettere un verdetto d’acquisto non dura a lungo: c’è Baricco. E non mi occorre neppure annusare il libro: meglio evitare, potrei rendermi conto che c’è un sottofondo di fritto e di pop-corn che arriva dalla hall e rinunciare a tutto. Per evitare discussioni e alterchi interiori ne compro due (“vai mai a sapere, un rimorso…”): Senza sangue e I barbari. Bene, ora che la decisione è presa e i libri sono in mano, mi abbandono a cinque minuti di random per la libreria: arte, fumetti, storia, politica, saggistica, filosofia, romanzi rosa no grazie, cinema… cassa. Lei alza lo sguardo: “Buonasera prof” “Ciao! Lavori qui?” (“No, faccio volontariato, deficit” avrebbe potuto rispondere, ma è gentile) “Eh sì, già da un anno”. “In effetti sono io che è una vita che non vengo al cinema. Come stai?”. Sta bene, ora che manca poco, sta bene; non è stato facile. Ha lo sguardo e il tono di voce di chi sa, di chi ha dentro qualcosa che sta bruciando, ma non riesco a capire se quell’incendio abbia già raggiunto il flashover o sia in fase di estinzione. Mi sale in testa un pensiero che solo un idiota e un genitore potrebbero dire in quel momento: te l’avevo detto. E benché nel mondo la percentuale di idioti sia in ascesa, riesco a non dare il mio contributo alla crescita. La incoraggio, invece, e non mi dispiacerebbe rubarla un attimo a quella cassa solo per parlare un po’. Ma sta lavorando: ci sarà un’altra occasione. “In bocca al lupo per il 13” ed esco.

Manca un’ora al film: divanetto-time. Qualche mese fa avrei detto sofà-time, ma da quando c’è un’odiosa pubblicità della Ferrilli che chiosa “sofà sofà sofà e beato chi soo fa il sofà hihihi” ho cancellato il termine dal mio vocabolario. Faccio un giro davanti alle casse per trovare il posto giusto: possibilmente in zona semi-buia, possibilmente senza compagnia, possibilmente con vista sugli schermi di accesso alle sale. Ma i tre possibilmente non si trasformano in realtà: a quale dei tre rinunciare? Purtroppo devo lasciarmi alle spalle due su tre: il semi-buio e la solitudine. Mi siedo e tiro fuori dal sacchetto in nylon Senza sangue e inizio a leggere. Non è una lettura tranquilla e continua: ci sono le voci e le risate di tre coppie accanto a me che giocano ad andare a turno in bagno, ci sono le voci metalliche e amplificate delle cassiere del cinema, di certo più protette di una cassiera di banca, ci sono i tintinnii delle tazzine del bar, ci sono i commenti delle persone che stanno uscendo dalle sale. Ma soprattutto c’è il mio pensiero che vola a Sara che non mi risponde al cell: è ad Atene, a un convegno. Le ho detto un’ora fa che ci saremmo sentiti, ma la batteria del mio telefonino ha avuto un crollo di prestazione simile all’andamento borsistico degli ultimi mesi: velocissimo e inesorabile. Il mio film finisce verso la mezza e ad Atene sono un’ora avanti: meglio avvisarla, ma non risponde. Era preoccupata prima di partire: parlare in inglese davanti a tante persone non la faceva sentire tranquilla. Ma lei è in gamba. Vibra il cell: è lei. E’ un po’ più serena: ha sentito una collega esporre in un inglese decisamente peggiore del suo. Ci diamo appuntamento a domani mattina, sempre al telefono; le sussurro che la amo, sorride; le dico che è importante per me perché è l’unica moglie che ho, ride. “notte”, “notte anche a te”. Penso alla fortuna che ho avuto ad incontrarla quattordici anni fa.

Ricomincio a leggere dopo un po’ di voyeurismo sociale, anche se mi manca lo strumento più adatto: i miei occhiali scuri. Guardare la gente, tutto qui; e immaginare… Entrano in due: sono sui quaranta, forse lei qualcosa di più. Lei la chiamo Silvia, è vestita un po’ démodée, lui lo chiamo Gianluca, è un po’ trasandato e coi capelli raccolti da un elastico che arrivano a metà schiena. Lei si dirige dritta verso la libreria, lui si ferma, lei lo prende per mano e lo trascina; vince Silvia che ottiene da Gianluca un “ok, ma cinque minuti”.

Abbasso gli occhi e leggo.

“… Nina chiuse gli occhi. Si appiattì contro la coperta, e si rannicchiò ancora di più, tirando su le ginocchia, verso il petto. le piaceva stare così. Sentiva la terra, fresca, sotto il fianco, a proteggerla – lei non poteva tradirla. E sentiva il proprio corpo raccolto, rigirato su se stesso come una conchiglia – questo le piaceva – era guscio e animale, riparo di se stessa, era tutto, era per se stessa tutto, nulla avrebbe potuto farle del male fino a quando fosse rimasta in quella posizione – riaprì gli occhi e pensò Non muoverti, sei felice”.

E mi viene in mente la cassiera della libreria… Mi alzo, è passata mezz’ora, devo entrare in sala. Butto l’occhio verso la libreria: vicino alla cassa ci sono Silvia e Gianluca. Ha vinto Silvia.

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