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Una storia di IuriVit

Questa storia è presente nel magazine Distanze

Dobbiamo parlare

Pubblicato il 28 gennaio 2018 in Thriller/Noir

Tags: Spie Moglie Coppia Sispance

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Mi ritrovai sveglio nel cuore della notte e fu una sensazione davvero strana. In vita mia raramente avevo patito il sonno leggero. Così il trovarmi a fissare il soffitto, mentre le ultime macchie di un sogno dimenticato si dissipavano nel nulla, mi lasciò interdetto. L'abat jour proiettava la sua debole luce sulla vernice bianca sopra di me, mettendo in scena uno spettacolo di ombre tremolanti proiettate da chissà cosa.

Un desiderio di Emma quello di tenere la lampada accesa durante la notte. Diceva di aver paura del buio e io mi sono intenerito a tal punto da non potrele rifiutare quella innocente richiesta.

Inutile sottolineare quanto mi sentii stupido di tutta quella cura dopo i fatti che vi sto narrando.

Ad ogni modo, sorpreso dai miei stessi occhi aperti e ancora rintronato da un sonno interrotto troppo presto, mi voltai verso Emma. Lei non dormiva mai profondamente, quindi la stessa cosa capace di svegliare me sarebbe stata decisamente più efficace su di lei.

Ma mia moglie non occupava il suo giaciglio. Al suo posto un fantasma composto dagli odori dello shampoo e delle creme miracolose che utilizzava per mantenere giovane la pelle. Nel cuscino resisteva, ancora scavata nelle soffici piume, la forma della testa di Emma.

Gettai lo sguardo oltre il posto vuoto nel letto e mi soffermai sui led rossi della radiosveglia. Le tre e quarantasette. Mi passò per la mente che non vedevo quell'orario da quando avevo vent'anni.

Ma fu un pensiero rapido, perché subito dopo, quando con lo sguardo incontrai mia moglie, non riuscii a capire il senso di ciò che stavo vedendo.

In piedi, appiattita aderente alla parete, con la luce debole che donava alla sua sottoveste delicati riflessi rosa, guardava attraverso lo spiraglio lasciato dalla porta socchiusa.

“Ma che cosa..” iniziai a chiedere.

Ma lei si mise l'indice della mano libera davanti alle labbra per indicarmi di fare silenzio. Obbedii senza aggiungere altro. Lo sguardo di Emma mentre mi assegnava quell'ordine muto pareva costruito su un blocco di ghiaccio. L'espressione del suo volto mi gelò con qualcosa di nuovo che mai prima di allora le aveva attraversato il viso.

So che possono sembrare ricordi sovrascritti successivamente, data la situazione che si venne a creare di li a poco. Ma, che mi crediate o no, so per certo di aver sentito un nodo fermarsi nella mia gola a causa dello sgomento che mi travolse dopo aver visto quello sguardo. La donna ferma contro la parete poteva anche essere Emma, ma non somigliava nemmeno lontanamente a mia moglie. O viceversa se preferite.

Dopo avermi congelato voltò di nuovo la testa verso la porta socchiusa e strizzò gli occhi come per vedere meglio. Alzò l'avambraccio della mano destra e vidi l'oggetto che teneva in pugno. Sapevo di cosa si trattava, ma fu come se quell'immagine fosse un errore. Lo strumento che mia moglie impugnava non avrebbe dovuto essere nella mia casa. Semplicemente non trovavo il senso a ciò che stavo vedendo. Eppure la pistola era li, bloccata nella stretta sicura di Emma.

Poi quella donna, che tutt'ora fatico ad assimilare all'immagine della mia adorata consorte, sgusciò fuori dalla porta senza emettere nemmeno un suono; quasi come un angelo avvolto nella seta della sua sottoveste. Una suggestione decisamente fuori luogo, come avrei scoperto di li a poco.

Me ne restai qualche istante seduto sul letto. Mi sentivo addosso un'espressione da deficiente, amplificata dal sonno e dalla stranezza della scena a cui avevo assistito.

Poco dopo iniziarono i rumori e fu in quel momento che fui assalito dal panico. Sentii chiaramente il suono di qualcosa infrangersi, probabilmente un vaso. Forse emettei un gemito sorpreso udendo tutto ciò. Mi sentivo spaventato. O meglio, lentamente mi accorsi di essere paralizzato dal terrore

Poi uno scoppio soffocato e un lamento indefinibile che potrei aver solo immaginato. Urlai. Anzi, stetti per farlo, riuscendo però a utilizzare una mano per tapparmi la bocca. Mi resi conto di essere tutto rannicchiato con le lenzuola strette nella mano mentre mia moglie la fuori stava forse rischiando la vita.

Presi il coraggio a due mani e scesi dal letto. Abbandonai con cautela la mia posizione mettendomi quasi automaticamente a camminare carponi. Giunsi fino alla porta socchiusa e infilai un occhio nello spiraglio lasciando che venisse avvolto dalla luce lunare.

Attesi qualche istante che la mia vista si abituasse alle nuove condizioni, poi guardai attentamente fuori. Mia moglie stava in piedi contro la grande finestra del soggiorno illuminata da quella lama bianca che vi penetrava. Osservava qualcosa a terra. Non intuivo di cosa si trattasse però, perché il divano mi ostruiva la visuale.

Scivolai rapidamente fuori dalla stanza per appostarmi dietro il mobile e lasciai solo al mia testa a fare capolino, cercando di capire cosa stesse succedendo. Solo in quel momento mi accorsi che mia moglie parlava in una lingua che non credo di aver mai sentito prima.

Vidi una sagoma scura distesa ai suoi piedi che si muoveva come in preda alle convulsioni. Pareva un uomo. Lo sentivo rantolare a bassa voce, quasi inudibile. A quel punto Emma sparò un altro colpo dal suono soffocato, come quando i sicari della televisione usano il silenziatore. Dalla testa dell'uomo disteso si propagò uno schizzo in controluce che ne accompagnò l'ultimo movimento. Poi non ci fu più nulla se non un odore bruciacchiato, mischiato a qualcosa di metallico in sottofondo.

Emma si voltò e mi vide rannicchiato dietro al divano con la testa fuori a sbirciare, come un cane che l'avesse combinata grossa.

Iniziò a muoversi verso di me. La luce bianca della luna le avvolgeva la camicia da notte riempiendola di riflessi grigi come il ghiaccio dell'Antartide. Lo spettro che vestiva il corpo di mia moglie sembrò volteggiarci dentro. Il volto di lei, coperto dalle ombre della notte, non offriva nessuna possibilità di intuirne l'espressione.

La mia stupida mente andò al giorno in cui la sposai e lei mi fece promettere di proteggerla. Alle sue paure ingenue che la costringevano a dormire con la luce accesa. Al suo fare delicato e al suo desiderio di essere trattata con dolcezza, sempre.

Quell'andatura così sicura che allontanava il fantasma grigio dalla sagoma distesa in terra non poteva appartenere alla stessa persona. Le macchie che insozzavano la sua veste non potevano essere state provocate dalla mia Emma. La mia Emma odiava il sangue.

“Chi sei?” le chiesi con un filo di voce quando non fu ancora troppo vicina.

Lei fece un altro passo ancora poi, con la voce più dolce che io abbia mai udito in vita mia e che indubbiamente riconobbi come quella di mia moglie, mi disse: “Dobbiamo parlare”.

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