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Una storia di DavidRH

1

Via dei Titani

viaggio di sangue

Pubblicato il 25 settembre 2017

I

Macerie

Il tempo è relativo e lo si percepisce diversamente in base alle emozioni, le situazione e altri fattori, esso può durare un attimo nei momenti di gioia e invece diventare un eternità nella sofferenza, questa sua caratteristica va contro il proprio volere, come succede spesso nella vita, nulla va sempre per il verso giusto.

Ogni lungo viaggio può durare anche un istante ma sfortunatamente per me non fu così, un’infinita serie di sofferenze che non sembravano mai cessare, non riuscivo a vedere la luce alla fine del tunnel perché esso sembrava chiuso su stesso in un infinito cerchio da cui non si poteva uscire. Passai in quel luogo da cui tutti si tenevano alla larga anni, lì dove i fondatori di un mondo erano stati emarginati ed etichettati come mostri e non come padri, lì dove il dolore di una guerra ormai lontana era rimasto sempre vivo ricordando a quei pochi abitanti ciò che avevano perduto e ciò che avevano ottenuto, una distesa morta che era diventata la loro prigione, il loro monito.

Eppure per loro ciò che li circondava non era sufficiente a far estinguere quel loro attaccamento ad un mondo che lo aveva tradito, non si erano arresi benché non avessero modo di far alcunché, rimasero in attesa per mesi, anni, decenni e secoli ad aspettare la loro opportunità, un modo per poter redimersi e tornare lì da dove erano stati cacciati.

Il colossale cancello si aprì e una luce abbagliante mi travolse, ma ad attendermi oltre non c’erano creature celesti o angeli ma una dura e triste realtà, edifici distrutti e ormai abbandonati, una cupa e oscura aria che avvolgeva tutta la zona insieme ad una forte e incessante puzza di morte sotto un cielo grigio, una scena degna di un apocalisse. Mi sentii strano nel ritornare in quel mondo così libero da quel fardello tanto simile alla terra che era il Tartaro, mi sembrava quasi di galleggiare ma a contrapporsi a quella sensazione di leggerezza ci pensava la pesante atmosfera descritta, presi il mio sacco e mi avviai verso il cuore della città, a guidarmi fu un odore famigliare, un profumo che mi ricordava quasi casa, poiché era l’unica cosa di decente che si poteva annusare in un posto del genere la seguì senza farmi troppi problemi.

Non era rimasto nulla indenne alla furia della distruzione, sembrava l’opera di un mostro che dove passava annientava tutto portando con se distruzione, poche ombre abitavano ancora le vie in miseria di quel posto, sfuggenti e impaurite, continuai a camminare tra le macerie ancora un po’ cercando di capire che cosa fosse successo a una città fino a pochi anni fa così fiorente. Mi inoltrai ancora più in profondità tra i vicoli bui delle strade del centro che ora parevano più oscure e lugubre della notte, delle voci mi arrivarono all’orecchio, sembrava una discussione molto accesa e il rumore di metallo non faceva sperare in nulla di buono, tutto però sembrò tacere per qualche secondo come se quell’oscurità avesse inghiottito anche i rumori.

D’istinto mi spostai di lato, appena in tempo per schivare il massiccio corpo di un uomo scaraventato via alla tenue luce del sole, l’uomo finì contro un cumulo di macerie che fermarono la sua corsa procurandogli qualche seria rottura e numerosi tagli, mi avvicinai a lui per controllare le ferite e accertarmi che fosse ancora vivo, per fortuna sua pellaccia era abbastanza robusto da sopravvivere al colpo.

Dal vicolo scapparono altri due uomini frementi di paura che al vedermi ebbero un sussulto, sembrava stessero scappando da chi sa quale chimera, non persero altro tempo e se ne andarono con la coda fra le gambe lasciando il compagno alla sua sorte, un altro paio di passi, più lenti e decisi si sentirono uscire dal vicolo, sicuramente era l’aggressore e probabilmente qualcuno a cui chiedere cosa fosse successo mentre non c’ero, mi avvicinai al vicolo cercando di vedere chi stesse arrivando. <<scusa il disturbo ma avrei qualche domanda se per te non è un disturbo.>>

<<sei davvero tu?>>, chiese la figura dalla voce femminile avvolta dalla penombra, era tenue ma ben distinta.

<<credo di no, il mio nome è Ray e non “tu”>>, risposi stupidamente ad una domanda posta stupidamente male. La figura uscì dall’ombra mostrandosi alla luce, in un istante me la trovai addosso senza neanche accorgermene mentre mi teneva con le braccia avvinghiate al collo e facendomi cadere a terra. <<mi sei mancato così tanto, pensavo fossi morto>>, disse senza trattenere le lacrime o l’emozione.

<<non pensavo mi credessi tanto debole, è bello rivederti Aura.>>

A stento la si riconosceva, era ormai una donna fatta e finita e non una piccola anima animale in un corpo da bambina, se non fosse stato per quei tratti che la distinguevano anche nella sua vera forma forse non sarei riuscito a riconoscerla immediatamente, i capelli di neve, su cui spiccava un fiocco nero, gli scivolavano sulla spalla e gli coprivano l’occhio color ebano e la ferita sul lato sinistro del viso arrivandogli fino al petto prosperoso, che sporgeva stretto da un modesto corsetto nero che faceva spiccare il colore chiaro della sua pelle, era accompagnato dal mio cappotto nero che insieme ad una corta gonna con gale e la calzemaglia abbinata ai lunghi stivali a stringhe gli davano uno stile gotico e tenebroso.

<<certo che sei rimasto uguale dopo tutti questi anni, io invece sono cresciuta a dismisura.>>

<<che ci vuoi fare, non mi sono ancora abituato a questo mondo.>> gli accarezzai il viso confrontandolo col ricordo che avevo di lei e che era rimasto nella mia mente durante il tempo trascorso nel Tartaro. <<sarai anche più grande ma resti sempre la mia piccola cucciola.>> Aura affondo la faccia sul mio petto cercando di affondare il più possibile come un gattino in un letto morbido.

<<perdonami Ray, perdonami se non sono venuta con te. Mi sono lasciata prendere dalla paura e ti ho lasciato solo pensando solo a me.>>

<<te lo avevo già detto una volta, non devi mai scusarti con me. Sono solo felice che tu stia bene e che ti ricordi ancora di questo piagnucolone che non sa stare da solo.>> la strinsi ancora più forte contro il mio petto rassicurandola mentre la guardavo candidamente con sguardo amorevole.

<<ora basta piangere, mi dici che cosa stavi facendo in quel vicolo con quelli? Non mi stavi tradendo spero.>> scherzai per farla sorridere.

<<non potrei mai farlo, stavo solo passando di qua tornando a casa quando quel gruppetto di teppisti mi ha circondato per derubarmi e per far altro…>>

<<…lo credo bene visto quanto sei diventata bella, anche se non mi dispiace la tua vera natura.>> Aura ringraziò animatamente del complimento regalandomi un bacio sulla guancia. <<ed è per questo che da adesso non ti perderò di vista sempre che tu voglia stare con me, ovvio.>>

<<certo che lo voglio ma tu prima devi venire a casa e farti una doccia, non bisogna avere un olfatto come il mio per capire che hai un odoraccio.>>

Mi prese per un braccio facendoselo suo e mi trascinò attraverso la città in macerie tutta presa dall’eccitazione mentre io la guardavo ricordando quanto era piccola e indifesa un tempo e come fosse cresciuta, mi domandavo cosa avesse passato in mia assenza e a quanto deve essersi sentita sola, tutti questi pensieri alimentavano un rimorso interno che mascheravo sotto una espressione mite.

Ci fermammo di fronte ad una modesta casa in periferia di tre piani ancora in piedi, nonostante l’aspetto esterno poco rassicurante si capiva che ci abitava qualcuno, le enormi piante rampicanti che avevano coperto la staccionata e alcuni muri erano ben curate e dal colore acceso. <<io vivo qui da quando sono arrivata in questa città, insieme a me qui abitano altre sette persone, sono stati loro a darmi ospitalità. Meglio entrare, tra poco potrebbe far buio o potrebbero arrivare qualche banda.>>

Una volta dentro l’aspetto fatiscente dell’esterno lasciava posto ad una pulita e ordinata atmosfera famigliare, quadri, foto, libri e una gran quantità di mobili arredavano l’interno ben illuminato da vecchie lampade a combustibile. Due signori dalla grossa corporatura ci vennero incontro calorosamente andando ad abbracciare Aura che non si fece pregare. <<eravamo così in pensiero visto che tardavi nell’arrivare, grazie a dio stai bene>>, disse l’uomo più barbuto e abbronzato con gran sollievo.

<<voi vi preoccupate troppo, ci ho messo tanto perché ho incontrato una mia cara conoscenza.>> Aura mi indicò facendomi segno di venire avanti.

<<il mio nome è Ray, è un piacere conoscervi>>, mi presentai con un lieve inchino del capo.

<<molto educato il tuo amico, Ray hai detto…non sarà lo stesso di cui parli sempre e di cui fai quei discorsi sul futuro insieme.>> Aura negò tutto imbarazzata e passò subito alle presentazioni.

<<Ray ti presento Marko, lui si preoccupa sempre troppo, e lui è Luka, uno dalla facile parlantina.>> i due uomini avevano una stretta niente male, sembravano fabbri o muratori. <<loro erano imprenditori e proprietari di alcune zone della città prima della catastrofe, ora vivono qui con i loro figli cercando di andare avanti.>>

<<non parliamo di questi tristi fatti, Luka vai a chiamare i ragazzi, questa sera si festeggia l’arrivo dell’amato di Aura>>, disse a gran voce l’omone mettendo ancora una volta Aura in imbarazzo, per me invece fu un piacere essere di nuovo con delle persone dopo tanto tempo e un'occasione del genere non me la sarei fatta scappare.

<<vieni con me ragazzo, ti mostro il bagno così ti fai una doccia visto quanto sei sporco, questa sera sei nostro ospite e verrai trattato con tutti i riguardi.>>

Il loro bagno era più grande di quel che mi aspettassi, un enorme vasca occupava quasi metà di esso e dal leggero vapore che ne usciva l’acqua doveva essere stupenda. Mi levai quei vestiti che mi avevano accompagnato per tutto quel tempo, logori, sporchi e quasi a pezzi e mi immersi in acqua provando una calda e dolce sensazione di rilassamento che mi avvolse il corpo, a sfregarlo lo sporco, il sangue e la pelle morta si disperdevano nell’acqua, una volta finito lasciai sgorgare tutto e rimasi qualche minuto sotto l’acqua battente finché tutto il mio corpo non ritorno allo stato precedente al viaggio, per quello che si poteva.

Per fortuna nel bagno non c’era uno specchio o qualcosa su cui riflettersi altrimenti chissà quale reazione avrei avuto nel vedermi, mi cambiai il bendaggio e presi degli abiti che qualcuno aveva appoggiato portandosi via quelli stracciati, mi cambiai e mi lasciai guidare dalle voci chiassose dei due padroni.

Arrivai alla sala da pranzo che era già stata allestita e trovai tutti pronti per mangiare. <<Ray ti presento i nostri ragazzi: la più grande è Mariana, poi c’è Lucis e infine la piccola Sharia. Per quanto riguarda i figli di Marko abbiamo Yorick e Anda.>> tutti i ragazzi mi salutarono insieme calorosamente poi senza altri convenevoli si iniziò la cena, Aura come c’era da aspettarselo mangiava più di chiunque altro a tavola ma nessuno glielo rinfacciava nonostante la scarsa quantità di cibo, al contrario sembravano tutti molto contenti che gli piacesse così tanto quello che avevano preparato.

<<ragazzo non ti preoccupare, per noi è un piacere che mangi così di gusto di quel poco che possiamo offrire>>, mi disse Marko avendo notato la mia espressione preoccupata. <<vi ringrazio ma comunque non posso sentirmi tranquillo sapendo che Aura si mangia quasi tutto il vostro cibo…>> Aura si fermò un attimo sentendo le mie parole. <<scusatemi, non me n’ero mai accorta>>, disse seriamente sentendosi in colpa.

<<…per questo voglio darvi qualcosa per ripagarvi.>> diedi l’oggetto a Marko tra le mani e lui sembrò accendersi dalla felicità, si alzò e andò dall’altra parte del tavolo e mostrò l’oggetto anche al amico che partì dall’euforia con decine di ringraziamenti, sapevo che quella pietra era preziosa ma non quanto e dal comportamento dei due doveva essere molto elevato.

<<grazie mille ragazzo, questo è anche troppo per quel poco che ti abbiamo dato, c’è qualcos’altro che possiamo fare per te?>>

<<se non è chiedere troppo… qualcosa per il viaggio e il poter restare qui stanotte mi è più che sufficiente.>>

<<quindi hai intenzione di partire subito…? Lasciamo stare, sarà fatto amico mio, per domattina avrai le scorte che ti servono.>> promise Luka.

Dopo la cena mi ritirai nella mia stanza, piccola, piena di ogni comodità e dall’atmosfera accogliente. Mi lascia cadere sul letto e la sensazione di morbidezza fu un dolce piacere ritrovato che mi mancava di quel mondo, la tranquillità del non essere braccato o in pericolo faceva da perfetto accompagnamento, era una scena del tutto comune per una persona normale ma per me fu come rinascere.

Qualcuno bussò alla mia porta e senza neanche darmi il tempo per rispondere la porta venne aperta di scatto così come venne chiusa da chi era entrato che si lanciò sul letto e più precisamente addosso a me, d’istinto la schivai rotolando di lato sul letto di riflesso per poi cadere sdraiato a pancia in giù accanto al letto, il tutto non durò che qualche secondo. Aura finì con la faccia sul cuscino dopo aver fallito miseramente il suo attacco, non accennò nessun movimento mentre contemplava la non riuscita del suo piano. <<non dovevi spostarti, mi ero messa ad aspettare apposta il momento giusto>>, disse lamentandosi con la faccia immersa nel cuscino. <<scusami ma è l’abitudine, la prossima volta cercherò di non far caso al suo respiro pesante e al rumore dei passi lungo il corridoio insieme al lento e inutile balzo>>, gli risposi con tono colpevole.

<<non prendermi in giro>>, sbraitò scattando di nuovo per azzannarmi al collo, la accolsi a braccia aperte così che lei riuscì a mordermi al collo ma, allo stesso tempo la presi e la ribaltai sul letto trovandomi sopra a bloccargli ogni movimento.

<<certo che fai male, una volta eri così carina e innocente…>>

<<basta ripeterlo, ora sono cresciuta e visto che come aspetto sono più grande di te, anche se di poco devi portarmi un po’ più di rispetto cavolo!>>

<<scusami tigrotta e che… vederti così mi sembra così strano, non mi sono ancora abituato a questo tuo aspetto.>> la lasciai andare e mi buttai affianco a lei sprofondando la testa nel cuscino. <<e poi il fatto che ti metti certe cose non aiuta, non avevi qualcosa che ti coprisse di più che una maglia?>>

<<pensavo ti sarebbe piaciuto, me lo hanno consigliato Luka e Marko dicevano che non ce niente di meglio di una bella ragazza sul proprio letto e l’idea mi piaceva assai.>>

<<forse hanno ragione, ora mi scuserai ma ho un sonno arretrato di qualche anno.>> Aura non disse altro, strisciò fino a me e appoggiò la testa al mio petto avvolgendo un mio braccio attorno al suo bacino. <<non ti lascerò un’altra volta>>, sussurrò più a se stessa che a me.

Le lacrime gli bagnavano gli occhi mentre brillavano riflettendo la luce delle lingue di fuoco che ci circondavano, il suo viso era macchiato di sangue, freddo e sempre più pallido, la sua voce fievole ripeteva poche e sole parole, le stesse che gli ripetevo anch’io. <<ti amo.>>

La sua mano si avvinò al mio viso accarezzandolo col tocco del sangue prima di cadere senza vita, la mano scivolò passando sul braccio macchiandomi la benda e terminando sul parchè nella pozza del suo sangue, la strinsi a me in un ultimo bacio che siglava la mia promessa. La scena si oscurò e il corpo di Pam insieme a tutto quello che ci circondava svanì e mi ritrovai in una antica città in macerie sepolte dalla natura e corrosa dal tempo, da dietro di esse si fecero vedere gli ultimi Titani ancora in vita, i cinque Continentali. Ognuno di quei colossi teneva in mano una possente chiave di forma diversa l’una dall’altra, la loro presenza possente era tanto forte quanto spaventosa, i loro occhi scrutatori mi trapassarono analizzandomi fin dentro il profondo prima di dare il loro giudizio unanime, tutti e cinque alzarono le loro chiavi al cielo da cui un raggio di luce attraversò la volta notturna risvegliando gli astri che come meteore caddero sulle macerie della città travolgendo tutto.

Il forte calore quasi bruciante del corpo di Aura mi risvegliò dal sogno, lei stava dormendo profondamente attaccata come una sanguisuga innocente priva di difese, in quei momenti il suo aspetto naturale si mischiava a quello umano in modo più accentuato, con le pesanti coperte la avvolsi dolcemente cercando di non svegliarla, cogliendo una fascia di luce lunare entrata dalla finestra mi vidi nel enorme specchio davanti al letto, fermai la mia attenzione sulla fascia che mi copriva la fronte, la stessa bagnata dal sangue di Pandora che disegnava una strana figura quasi come fosse un’antica parola, un ideogramma il cui significato mi era oscuro. Uscì dalla stanza e in silenziò attraversai la città in rovina seguendo solo le briciole di una presenza che mi pareva aver riconosciuto, tali briciole mi portarono i bordi della città nella parte più abbandonata e riconquistata dalla natura, un enorme parco antico, una volta splendore della città, ora era divenuto casa di numerosi Nativi selvatici. Mi sedetti in una delle panchine ad osservare tutti gli esseri notturni variopinti e variformi che come se nulla fosse, trascorrevano la notte in compagnia, qualche istante dopo un gruppo poco numeroso di Cervi di Cerinea apparve, sulle loro gigantesche e maestose corna piccoli insetti luminosi si facevano trasportare comodamente contraccambiandoli con ipnotizzanti sfumature di colori caldi e sfumati, uno di loro si avvicinò più degli altri a me arrivandomi ad un metro di distanza, il manto delicato, liscio e bronzeo risplendeva alla luce della luna come la lama di una spada, le corna di un dorato intenso venivano in parte ignorate dallo stemma sulla fronte che ardeva di un bianco quasi trasparente che dava alle corna una sfumatura argentea come gli zoccoli del possente animale.

Mi inchinai in segno di rispetto a capo chino e senza dare nessun segno di ostilità, bensì mostrai tutta la mia vulnerabilità dinanzi a tale personaggio, lui fece lo stesso chinando l’enorme testa e piegandosi leggermente in avanti.

<<non sembri essere stato educato dalle persone giovane ragazzo, non temi noi né i pericoli di questa città, ne ora ne l’ultima volta che hai visto uno di noi.>>

<<allora lo ricordate anche dopo più di cinque anni, ora che vi posso vedere da vicino capisco che le leggende hanno davvero un fondo di verità. Non sono stato allevato da persone di questo mondo, sono un viaggiatore in cerca di qualcosa, di qualcuno… prima di poter tornare a casa.>> colsi l’occasione del incontro per raccogliere anche delle informazioni su ciò che si era abbattuto su quelle terre. << se non vi spiace vorrei sapere che cos’è successo in questi cinque anni, chi è stato a fare tutto ciò?>> l’espressione degli interlocutori faceva intuire che era un tasto alquanto dolente ma non rifiutarono di parlarmene.

<<questo mondo negli ultimi anni è stato stravolto dal ritorno del male che portò i Titani alla sconfitta e questa volta sembra che l’oscura ombra che avvolge queste terre prosciugherà la vita nutrendosene finché non cadrà tutto nel baratro, le furie sono tornate a calpestare questa terra portando con se distruzione e una sete di sangue insaziabile in una ricerca cieca senza senso. Ascolta bene le nostre parole benché ti consumeremo una gran quantità di tempo ma ciò che ti diremmo sarà quel che questo mondo ha visto dal loro ritorno.>>

La giovane notte lasciò posto al caldo risveglio del giorno coronato dalle ultime parole delle leggendarie creature della foresta, ogni singola parola spesa mi rimase in testa come stampata a fuoco, immagini descritte nei minimi particolari si formarono nel mio immaginario e un dolore nascosto nelle loro parole mi raggiunse. Si allontanarono poco dopo che il sole raggiunse i bordi della città scomparendo nella foresta con l’augurio di rincontrarci un giorno sperando che per tale data l’ombra che avvolgeva tutto si fosse dissolta lasciando posto ad un limpido panorama solare.

Anch’io imboccai la strada di ritorno alla casa dov’ero ospitato, a quell’ora l’intera città era calma, ancora addormentata, l’aria oppressiva che l’avvolgeva al mio arrivo sembrava essersi attenuata durante la notte ma lentamente quella sensazione di pericolo saturava l’aria insieme alle prime ombre nei vicoli, riuscì ad arrivare alla residenza senza alcun intoppo, il silenzio coronava anche quel posto finché le urla dei due uomini in collera contro i figli dispettosi non riecheggiarono anche all’esterno.

Entrai in casa trovandomi in mezzo ad una lite tra Luka e le figlie che vedendomi entrare si ripararono alle mie spalle come fossi uno scudo. <<non so cosa sta succedendo ma è meglio calmarsi e parlarne da persone civili, non credete?>>, suggerì cercando di calmare il padre furibondo che però accolse le mie parole di buon grado e si riprese. <<ora va meglio, parlate chiaramente e troverete una soluzione al vostro problema, intanto sapreste dirmi dov’è Aura, non la vedo.>>

<<è uscita prima del sorgere del sole, aveva uno strano comportamento, ci ha chiesto di dirti che ti raggiungerà appena potrà e ci ha detto di darti anche questa lettera.>> Mariana mi porse la lettera, la presi e la lessi mentre andai nella mia stanza, era una lettera dei cittadini del villaggio ai piedi del monte dove sorgeva il tempo del maestro Mono, al ripensare a quel posto centinaia di immagini mi si affollarono nella testa insieme alle sensazioni provate e al viso della persona con cui avevo condiviso gran parte di quei momenti. Gli abitanti aspettavano con ansia il ritorno dei loro bambini dopo tanto tempo per poter di nuovo vivere un attimo di felicità in mezzo alla disperazione, gli unici riusciti a salvarsi da quella catastrofe che gli aveva investiti, ripiegai la lettera e me la misi in tasca prima di prendere le mie cose, dall’armadio tirai fuori il borsone con cui ero arrivato e mi cambiai prima di scendere di sotto.

Marko e Luka insieme ai loro figli erano in fila accanto alla porta per salutarmi prima che partissi. <<è stato un piacere conoscervi e vi ringrazio ancora per tutto quel che avete fatto per me e per Aura.>>

<<ragazzo sei troppo gentile. Aura ha avuto fortuna a incontrarti. Non devi ringraziarci ancora, per noi è stato un piacere e quando la incontri salutala da parte nostra, stammi bene ragazzo.>> salutai tutti quanti e lasciai la casa avviandomi verso quello che tanto tempo fa era la mia casa.

Mi ritrovai di nuovo da solo a percorrere una strada che mi avrebbe portato dolore e sofferenza nonché al compimento di una promessa, una vendetta che sicuramente avrebbe solo allargato il vuoto che albergava in me, ma alla fine non mi importava più di tanto, ero arrivato fin qui e non mi sarei fermato per nessun motivo al mondo anche se dovessi compiere chissà quali atrocità avrei compiuto la mia missione prima di cercare la strada per tornare a casa, forse lì avrei trovato finalmente pace. Tirai su il cappuccio del giaccone nero che indossavo nascondendo del tutto il mio volto e mi avviai verso la città più vicina da cui avrei fatto ritorno al tempio nonché la città in cui ritrovai Soul, Iris.

Sorvolavo le lande deserte e dall’aria morta del luogo di cui tanto si parlava nelle leggende e dove avrei trovato coloro che stavo cercando, il Tartaro. Mi affacciai appena per vedere meglio la distesa morta priva di forme di vita e dal colore grigio cenere quando la bestia che mi aveva portato per tanti chilometri sulla sua groppa si mise sottosopra facendomi precipitare da un’altezza vertiginosa, senza un appiglio e totalmente incredulo caddi come un meteorite frangendo la tetra manta di nuvole che oscurava il terreno con lo sguardo fisso su quella creatura mentre si allontanava nel cielo incurante del mio destino.

L’aria così tetra e il cielo costantemente coperto da uno strato nuvoloso più simile ad una coltre di denso fumo che altro, attraverso cui filtravano i raggi e la luce soffocata che illuminavano di un rossiccio leggermente accentuato le enormi distese desertiche su cui vagavano coloro che una volta furono adorati sui due mondi e che sconfitti caddero nella loro prigione.

In tutta quella aspra landa morta come qualunque posto abitato da coloro cui sono stati toccati dalla civiltà sorgevano degli agglomerati come città, contee o addirittura piccoli regni, ai margini di uno di questi sorgeva un accampamento tra relitti e rovine antiche assediate da rottami, sporcizia e morte che offriva un valido riparo a coloro che troppo orgogliosi non desideravano stare sotto nessuno.

Una errante del deserto sgattaiolava agilmente tra le rovine alla ricerca del mezzo per poter liberarsi da quella situazione che ormai l’opprimeva da secoli, coperta da cima a fondo pe resistere alla forza incessante del vento tanto improvviso quanto furente. Ritornò ai margini della città al fine di scambiare ciò che aveva trovato con qualcosa che potesse essergli utile quando rivolse lo sguardo verso la collina che sovrastava come un grattacielo la cittadella e su cui sorgeva un piccolo palazzo diroccato e rattoppato con rottami, in quello stesso edificio dimorava il creatore di quella cittadella insieme ad una donna dalle vesti di sacerdotessa dell’antico Argo, su cui schiena era inciso il segno della dea a cui era dedicato il tempio a cui appartenevano le vesti.

La donna dopo aver inutilmente ripulito il piccolo castello malmesso uscì sulla balconata da dove si godeva della vista della cittadella e del piccolo giardino di lei ben protetto dalla muraglia che circondava tutto il castello, era l’unica macchia di colore e di vita dell’intera zona ed era molto ambito da coloro che abitavano nella sottostante città. La giovane donna alzò lo sguardo dal suo giardino facendo per ritornare dentro quando dal buio sconfinato oltre il confine della cittadella comparvero giganti neri come la notte e dalla pelle lucida come il petrolio ma dura come l’acciaio, erano privi di armature e avevano la fisionomia degli Oni con armi bianche dalle dimensioni mastodontiche. La loro origine era sconosciuta così come il loro vero nome o la loro vera natura, da quelle parti li chiamavano solo con un soprannome che faceva capire al volo il loro scopo, Tritamassi.

Essi erano decisamente diretti alla cittadella attirati dalle centinaia di fiaccole disposte per l’illuminazione dell’area e sicuramente avrebbero massacrato e distrutto tutto quello che avrebbero trovato davanti a se, la donna corse subito dentro ad avvisare tutti i protettori dell’arrivo del nemico, subito una schiera di sette guerrieri di varia natura partirono dai piedi del castello per affrontare i nemici appena arrivati.

L’eremita del deserto si voltò sentendo una presenza minacciosa alle spalle e riuscì a scansarsi giusto in tempo rotolando lateralmente evitando il grosso martello a spuntoni che finì per distruggere una colonna abbattendola di netto, gli altri pochi abitanti del luogo scapparono terrorizzati lasciando tutti i loro averi a terra, l’eremita non indietreggiò di un passo, ciò che aveva con tanta fatica raccolto non l’avrebbe lasciato per la comparsa di soli due Tritamassi benché fossero tre volte più grandi e in aggiunta alle spalle dei due giunsero altri tre, erano decisamente più piccoli, alti non più di due metri ma erano anche più forti, veloci e intelligenti degli altri due, a quel punto l’eremita scelse di cogliere l’occasione della confusione per riprendersi le sue cose e andare in un posto sicuro. I cinque mostri dopo un veloce scambio di grugniti si misero a razziare la zona, l’eremita non si lasciò sfuggire l’occasione di prendere qualche rarità da coloro che avevano lasciato tutto per scappare ma anche per cercare per lo meno di rallentare la loro avanzata, si arrampicò sulle colonne che ancora stavano in pedi e che sorreggevano delle specie di case sollevate, con una piccola pressione nei punti giusti ne fece cadere qualcuno dritto sui mostri ferendone uno gravemente e bloccando la via principale che portava al centro della cittadella, sfruttando il momento ritornò alla sua baracca e prese le poche cose che aveva, il suo borsello e la sua arma divina prima che la sua abitazione fosse distrutta da un gigantesco masso lanciato dall’altro gigante infuriato per la sorte del compagno.

I protettori arrivarono sul luogo dello scontro seguiti da una piccola schiera di abitanti del luogo pronti a difendere quel poco che avevano, ma appena si trovarono davanti ai quattro mostri rimasti a scansare i detriti tutti i loro buoni propositi svanirono, il capo dei protettori si fece avanti insieme ai suoi uomini intimando agli altri di farsi indietro. <<anche tu lassù, allontanati da qui, ci pensiamo noi a loro>>, disse notando l’eremita appena arrivata sul luogo dopo essere sfuggita dall’altro mostro, si fermò sopra un’altra colonna inclinata sul punto di cadere e si mise in posizione sfoderando il suo arco dorato e una freccia rossa rubino puntandola contro i giganti.

<<allora hai intenzione di aiutarci, credo che più siamo e meglio è.>> la sacerdotessa arrivata insieme ai protettori rimase poco dietro ad osservare lo scontro, i cinque mostri riunitosi insieme e schierati contro una manciata di guerrieri si stavano per dare battaglia sotto gli occhi timorosi degli abitanti spaventati.

Dalla tenda nuvolosa che nascondeva il cielo un enorme varco circolare si aprì proprio sopra le loro teste, al centro di esse un misterioso oggetto precipitava come pioggia nera accompagnata da uno strano rumore simile ad un sibilo penetrante ce riempì le loro orecchie. Come un meteorite cadde poco distante dal luogo dello scontro creando una voragine di diversi metri di diametro, una folata di vento come un uragano travolse tutti quanti spostando le masse di detriti e facendone crollare altre, il buco nel cielo nuvoloso si richiuse come se nulla fosse successo. Uno dei giganti si diresse verso il buco ma in un batter d’occhio si ritrovò contro un muro posto lateralmente ai protettori con due lunghe sbarre di ferro di quattro metri conficcate nello sterno che lo trapassavano da parte a parte a metà della loro lunghezza, tutti i guerrieri come automi videro la scena senza poter far nulla, i loro sguardi in automatico ritornarono sul buco timorosi di ciò che nascondeva.

Lanciai per prima cosa l’enorme bagaglio che mi portavo sulle spalle oltre il bordo del buco dopo essermi liberato delle due sbarre che avevano attutito l’atterraggio, appena riuscì a sedermi senti il dolore percorrermi tutto il corpo, sentì una forte mancanza d’aria, una inspiegabile resistenza dei movimenti come quasi fossi in acqua e una forza schiacciante che mi trascinava a terra più forte della gravità della terra, solo sentendo tutti quei cambiamenti tanto schiaccianti capii che ero davvero arrivato nella tomba delle divinità, il posto che cercavo, lì dove gli dei erano poco più che uomini. Una sensazione di fremente eccitazione mi pervase il corpo, era come se mi fossi risvegliato dopo tanto tempo, la mia vera essenza era uscita.

La città alle mie spalle era scomparsa già da qualche ora in quella luna e tortuosa strada di cemento in mezzo agli sconfinati prati sulle colline che componevano il paesaggio fresco e primaverile ma ancora adatto per indossare il cappotto, per fortuna sulla mia strada mi imbattei in un gruppo di viandanti a bordo del loro gigantesco camion di scorte offrendomi gentilmente un passaggio fino alla prossima città da cui avrei trovato i mezzi per arrivare più velocemente a Yusuf. All’interno del retro del camion oltre a numerose scorte di armi, divise e quant’altro del ormai a me conosciuto esercito marittimo nerò Màtia c’erano altre persone anche loro in cerca di un posto migliore, un posto più sicuro dove abitare visto che la campagna era divenuto un luogo pericoloso e facilmente soggetto a saccheggi.

Rimasi in un angolo isolato ad aspettare l’arrivo alla destinazione mentre ripensavo alla mia vera casa, a coloro che avevo lasciato lungo questo interminabile viaggio e ai ricordi che iniziavano ad emergere dal cambiamento del paesaggio che prevedeva l’arrivo alla destinazione.

Il profumo di mare e pesce mi era inconfondibile, le urla dei negozianti e l’enorme folla che commerciava tra gli enormi palazzoni ei numerosi negozi all’aria aperta, le gigantesche navi d’acciaio o di pregiato legno albergavano sulla baia pronti ad imbarcare o scaricare il proprio carico, una leggera malinconia mi prese per qualche istante ma passo velocemente visto che non avevo tempo per perdermi nei ricordi, mi allontani dal camion addentrandomi nella famosa città portuale che vide nascere il cacciatore e tutto quello che ne consegui, la città di Alath.

Per curiosità ritornai dopo cinque anni nella zona hangar nel vecchio molo, lì dove è nata la mia adorata nave. Con mia grande sorpresa trovai che era tutto rimasto com’era una volta, il tempo non aveva toccato quel posto lasciandolo immacolato, già che c’ero andai a cercare quei operai che mi avevano aiutato a costruire la nave e che mi avevano preso in gran simpatia nonostante li avessi fatti sgobbare per più di due settimane senza sosta.

Andai nel unico luogo in cui a quell’ora del giorno li avrei potuto trovare, alla locanda più frequentata e più ben fornita di Alath che come il molo non era cambiata di una virgola, il posto era come al suo solito rumoroso oltre ogni tolleranza, gente che urlava e beveva, mangiava e discuteva animatamente in un atmosfera di festa coronata dall’aggiunta di una piccola orchestra di pochi e modesti strumenti, i quali facevano il proprio mestiere impeccabilmente.

Presi il mio solito tavolo in fondo che si vedeva non essere usato da tanto tempo, sopra di esso c’era una piccola targhetta su cui era scritto “riservato al gentile cacciatore di Alath”, mi sembrava un gentile invito che non potevo certo rifiutare, presi posto aspettando che una delle cameriere mi venisse a servire. Non ci volle molto che un gruppo di grossi e robusti uomini accerchio il tavolo con aria alquanto infastidita. <<Tu ragazzino sarà meglio che ti alzi, non hai letto che quel posto è riservato.>> Alzai lo sguardo scontrandomi con quello dell’uomo rasato dalla sottile e ben curata barba castana, il suo sguardo mutò appena mi riconobbe. <<Capo ma sei tu, da quanto tempo vecchio mio!>>, Urlò estasiato insieme ai compagni prendendomi sotto braccio in preda alla felicità. <<Mai portaci sei boccali del miglior liquore che hai, oggi festeggiamo il ritorno del nostro cacciatore!>> Le sue urla arrivarono ad ogni angolo del locale e se per caso ci fosse stato qualche soldato sicuramente sarei andato incontro a qualche problema, ma per fortuna non fu così.

La padrona uscì dal suo ufficio al piano di sopra sporgendosi nel soppalco per vedere se era vero. <<Sei tornato alla fine, c’è ne hai messo di tempo e non sei cambiato di una virgola! Forza ragazze servite ciò che hanno chiesto, oggi offre la casa!>> Tutti i presenti fecero un boato assurdo per le parole della anziana donna, quando tutti ebbero un boccale in mano la donna fece un brindisi in mio onore. <<Al giovane che seppe sfruttare ciò che questa città può dare per donare di più a chi non poteva, al cacciatore!>> Il soprannome venne ripetuto ad alta voce da tutti i presenti come fosse un ruggito prima che il liquore venisse tracannato in pochi attimi silenziosi che sfociarono in urla di feste adornate dalla musica gioiosa, non potei non esserne lusingato anche se sapevo non era tutto merito mio ma di chi mi ha aiutato.

<<Allora ragazzo sei sparito per un bel po', come ti vanno le cose?>>

<<Bè, diciamo che avevo qualche assunto da aprire e ora sto andando a chiuderlo, e voi come va?>>

<< Non molto bene, ultimamente con le nuove scoperte che hanno fatto quello dell’esercito insieme agli altri stati il nostro lavoro è stato sostituito da macchine e quei mostri che abitano in natura, quei Amomongo credo si chiamino, l’ho letto su un libro che ha spopolato da quando te ne sei andato.>> No mi ci volle molto per capire che era il libro che avevo lasciato sull’Andromeda per le ragazze, un ricordo d’addio che loro hanno condiviso con tutti. <<Mi dispiace per voi, quel lavoro che avete fatto a quei rottami è stato stupendo.>>

<<Hai ragione, per noi è stata una gran sorpresa vedere che la nave che avevamo costruito insieme era la più famosa di questi mari, che orgoglio!>>, disse l’uomo prendendo un'altra lunga boccata del liquore.

<<Non vedo il vostro capo, dov’è?>>

<<Ha detto che con tutta questa tecnologia il lavoro nostro ormai era sottovalutato e stava per andarsene tranquillo in campagna con la famiglia quando gli hanno offerto un lavoro pagato oro, ma doveva trasferirsi con la famiglia oltre l’occhio di Raicos, per noi era troppo visto che avevamo tutto qua, lui non ha battuto ciglio e se n’è andato lasciando tutto in mano mia. Spero che quella volpe se la passi bene, se lo merita.>>

La locanda a nostra completa insaputa venne circondata dalle forze dell’esercito di Nerò Zafeiri, la voce che il cacciatore era arrivato in città era circolata velocemente e non tardò ad arrivare alle loro orecchie. Un piccolo plotone venne dispiegato ad ogni possibile uscita dall’edificio per non aver la minima possibilità di farsi sfuggire un ricercato di tale livello, il comandante della missione si dibatteva tra l’eccitazione della fama che avrebbe avuto se fosse riuscito nel suo intento e la professionalità che doveva mostrare davanti ai suoi soldati ma senza però avere buoni risultati, l’uomo si piantò davanti all’entrata principale della locanda insieme ad un gruppo dei suoi migliori uomini pronto a fare irruzione e a prendersi il meritato premio.

<<aspettate il mio segnale, adesso entriamo e arrestano il cacciatore, nel caso tentasse la fuga fermatelo con ogni mezzo a disposizione, non ci deve sfuggire signori.>>

Eravamo tutti infatuato dall’alcol che scorreva, tra canti, balli e gare di bevute in un atmosfera di festa sembrava non esserci niente che potesse rovinare quel momento ma come ogni bella cosa non durò allungo. Dalla porta principale facendo calare un silenzio tombale entrò una squadra dell’esercito marittimo, erano ben armati e dai loro volti pronti anche a dar battaglia, tutti i presenti si alzarono in piedi tagliando di netto quell’atmosfera di festa, con sguardi di sfida squadrarono i nuovi arrivati che in posti come quelli non erano per niente benvenuti.

<<che siete venuti a fare voi qui? Se non ve lo ricordate non siete in granché benvenuti qui.>>

<<non vogliamo causare disturbi, siamo solo qui per il cacciatore, se c’è lo consegnate nessuno si farà del male.>>

I presenti si scambiarono una veloce serie di sguardi prima di rispondere al comandante. <<qui non c’è nessuno Cacciatore gentili signori, ci sono solo uomini e donne stanche che cercano un po’ di compagnia tra amici>>, rispose la padrona della locanda.

<<allora non volete collaborare, signori credo che dobbiamo dare una lezione a questi bifolchi.>> i soldati sfoderarono i loro fucili più simili a tozze spade corte color petrolio da cui impugnatura nasceva un piccolo calcio leggermente ricurvo e in lungo grilletto a fori per le dita, il filo superiore della lama che costituiva la schiena dell’arma nascondeva al suo interno un liquido verde foglia in cui erano in immersioni dei sottili e lunghi proiettili appuntiti posti su tamburi a rotazione che ne costituivano le ricariche.

I presenti indietreggiarono di qualche passo al vedere quelle armi ma non si fecero spaventare più di tanto, presero anche loro ciò che avevano a portata di mano per fronteggiare i nuovi arrivati.

Non potevo coinvolgere coloro che non c’entravano nella mia battaglia, mi feci strada tra i presenti presentando dinanzi ai miei cercatori.

<<loro non c’entrano nulla, voi volete me ed eccomi qui.>> il capo cantiere mi fermò appoggiandomi una mano sulla spalla per dirmi qualcosa all’orecchio, le sue parole mi fecero venire un leggero sorriso sulle labbra e una grande sensazione di gratitudine nei confronti di tutti loro.

Mi feci mettere delle enormi manette che mi bloccavano metà dell’avambraccio, i soldati abbassarono le armi e si misero in fila per uscire dal locale, io fui messo a metà affiancato da due soldati mentre il comandante guidava la fila, nessuno si mosse come fossero statue finché il comandante non si avvicinò alla porta, un grosso uomo di colore alto più di due metri si mise in mezzo bloccando la porta nonché via di fuga.

<<non abbiano ancora finito.>> tutti gli uomini dentro al locale assalirono come un’enorme onda i soldati mentre le urla risuonavano insieme alle sedie e alle bottiglie che volavano in aria. <<vai ora ragazzo, qui ci pensiamo noi!>> ringraziai e mi avviai verso la porta sul retro ma in quel momento irruppero anche da lì i soldati, sfuggì a qualche proiettile scivolando sotto un tavolo che lanciai subito dopo contro di loro.

Salì le scale e andai sul tetto dove sicuramente non avrei trovato alcuna resistenza. Saltai fuori dall’enorme finestra salendo sul tetto e scivolando lentamente lungo la facciata cercando di non dare troppo nell’occhio, giunsi di fronte ad un altro palazzo, era a meno di due metri di distanza perciò mi preparai a saltare ma da sotto qualcuno mi avvistò e nel momento del salto mi colpì ad una gamba facendomi cadere nello stretto e ingombrante vicolo. Mi rialzai con fatica visto che mi si era conficcato su un fianco un lungo coccio di bottiglia, che fece fatica anche ad uscire portandosi con sé qualche striscia di pelle e sangue lasciando una vistosa ferita, tre soldati insieme al tiratore che mi aveva abbattuto entrarono nel oscuro e fatiscente vicolo, la luce verdastra delle loro armi riuscì ad illuminare quasi ad un metro di distanza ma non abbastanza da riuscire ad individuarmi. Mi infilai in un altro vicolo perpendicolare a quello in cui stavo e decisamente più stretto, mi arrampicai sfruttando la vicinanza delle due pareti in mattoni riuscendo ad arrivare a delle malconce scale di emergenza cui ferro arrugginito sembrava sul punto di cedere. Velocemente e dolorante le percorsi ritrovandomi di fronte ad una vasta distesa di tetti confinanti pochi metri l’uno dal altro, la strada era spianata e si districava fino alla stazione delle bestie di fumo.

Mi riposai un attimo soprattutto per la ferita che non smetteva di sanguinare, mi appoggiai ad un grosso sbocco di un camino cui aria bollente mi sarebbe servito, presi una piccola sbarra di ferro trovata dai resti di un cantiere di ristrutturazione e la misi sul camino, mi levai i vestiti sopra la ferita scoprendola all’aria, era un taglio di qualche centimetro sul fianco destro da cui premuto con forza uscì una gran quantità di pus gialla e densa insieme al sangue, dai bordi della ferita come fossero radici piccole ramificazioni nerastre mi si presentarono sulla pelle pulsando come fossero vive. Presi il ferro ormai bollente e di un colore rosso arancio e seguendo il tagli lo applica per coprirlo in una sola volta, dal rumore e dall’aspetto sembrava che la pelle stesse per staccarsi o sciogliersi ma il dolore non lo faceva per nulla presumere, le mani e il fianco mi tremavano incontrollabilmente, stretti i denti e premei più forte quasi fino a far inglobare il ferro dalla ferita, non riuscì più a tenere il ferro e lo lasciai cadere a terra oltre il cornicione, caddi sulle gambe appoggiandomi al camino per qualche secondo sperando che mi passassero le convulsioni mentre la ferita cauterizzata pulsava ancora, la vista per qualche secondo mi si annebbio e quasi persi i sensi dal dolore, furono le urla dei soldati che salivano dalle scale interne a tenermi sveglio.

Mi rialzai in piedi ancora una volta e mi rivestì velocemente prima del loro arrivo, quando sfondarono la porta uscirono in massa dispiegandosi a semicerchio per coprire l’aria del tetto, sfrecciai davanti a uno di loro che partì con una raffica di fuoco interminabile insieme ad altri tre mentre saltai al tetto successivo sbattendo goffamente sulle tegole rossicce, mi rimisi in piedi prima che i soldati potessero di nuovo mettermi sotto tiro e scattai a zig zag utilizzando a mio favore le diverse forme e le numerose protuberanze sui vari tetti.

Dopo qualche palazzo la presenza dei soldati era totalmente scomparsa ma non il loro tentativo di catturarmi, oltre il muro di palazzi alla mia destra come un mostro Marino che sbuca dall’acqua una piccola navetta dall’aspetto minaccioso simile alla testa di un serpente iniziò a sparare a raffica incurante dei danni che avrebbe provocato, la navetta si spostò in aria con gran velocità quasi imitando i movimenti di un colibrì arrivandomi davanti a bloccarmi la strada, due grossi occhi luminosi di un verde acceso si posarono su di me fermando del tutto la mia corsa. <<non ti muovere cacciatore, sei in arresto per infrazioni di varie leggi e per atti di pirateria nei mari dello stato, non fare mosse avventate o saremo costretti a sparare.>>

Non potevo fermarmi proprio a quel punto, ero quasi arrivato alla gigantesca stazione a cupola da cui partivano i bestie di fumo. Mi misi in ginocchio con le mani appoggiate a terra stremato dalla fatica e dal dolore, mi venne in mente quando arrivai ad Iris alla ricerca di Soul, anche quella volta mi ritrovai a diversi metri da terra con un obbiettivo oltre un grosso ostacolo.

Scattai all’improvviso cogliendo la loro sorpresa per superare il loro velivolo in salto quasi sfondando il tetto in legno del palazzo usato come base di lancio. Le nuvole di fumo si alzarono come colonne di vapore dei geyser, i giganteschi mostri di ferro dalle insormontabili ruote dentate e bronzee sostavano in fila l’uno accanto all’altro divisi tra loro da spaziose banchine pronti a ripartire sulle ferrate strade costruite appositamente per loro.

Caddi come pioggia in mezzo alla piazza quasi investendo qualche passante ma rialzandomi subito, sfruttai il fatto che fosse stracolma di gente per far perdere le mie tracce, con passo svelto e cercando di mantenere un atteggiamento il più normale possibile entrai nell’enorme cupola che costituiva la stazione, al suo interno lunghe code di persone che si dirigevano verso le bestie di fumo verso le varie direzioni e mete dei quattro grandi stati, su grossi tabelloni di ferro con delle targhette di legno vennero mostrate le varie mete e tra di esse spiccava la città di Iris, un’altra importante stazione nonché fulcro di uno stato, mi avviai verso il binario da cui sarebbe partito l’enorme mostro.

Sembrava che le acque si fossero calmate ma come era solito succedere era tutto troppo bello, dai possenti altoparlanti distribuiti su ogni angolo della stazione la voce di un ufficiale dell’esercito blocco il trafficare irrefrenabile di quel luogo. <<a tutti i presenti, c’è un ricercato di massimo livello all’interno della stazione, vi preghiamo di mantenere la calma e lasciare spazio alle autorità per intervenire, ripeto un ricercato è all’interno della stazione, lasciate agire l’esercito in modo efficiente, non intromettetevi, il ricercato è conosciuto come il cacciatore, è un individuo di estrema pericolosità, non interagite con esso.>> all’improvviso su tutta la cupola di vetro che ricopriva la stazione apparve proiettato un avviso di ricerca di un colore rosso acceso in cui spiccava una foto scattatami sul tetto del palazzo dal loro velivolo, tutti in quel momento poterono finalmente vedere il volto del cacciatore.

<<è solo un ragazzino!>>, disse sorpresa una signora sconcertata e quasi schifata, distolsi lo sguardo dalla cupola e coprendomi il viso il più che potevo col cappuccio andai verso il binario prima di perdere l’unica occasione di uscire da quello stato senza dover combattere. <<fermo lì! Tu con il cappuccio non ti muovere!>>, urlò un impiegato della stazione accompagnato da quattro soldati armati e pronti a sparare. La gente si voltò verso di me e si allontanò velocemente lasciando un ampio ellisse cui fuochi eravamo io e i miei inseguitori. <<voltati e scopriti il volto o saremmo costretti a sparare!>>

Feci come mi ordinarono, mi voltai lentamente verso di loro con le mani alzate, uno dei soldati fece rapporto dal suo dispositivo auricolare della mia cattura mentre gli altri mi tenevano ben sotto tiro. <<ora levati quella veste dalla testa e mostraci il tuo viso.>> abbassai lentamente le mani per levarmi il cappuccio quando il rumore che pareva un ruggito della bestia di fumo riecheggiò nella stazione, le ruote dentate cigolarono mentre iniziava il suo moto, non avevo molto tempo per agire perciò accelerai le cose, con una mano stretti l’impugnatura che sbucava dal mio sacco facendola leggermente ruotare, un sibilo assordante sovrastò il suono della macchina in movimento facendo tremare le enormi vetrate della stazione e straziando l’udito dei presenti che caddero il ginocchio coprendosi le orecchie per il rumore martellante.

Mollai la presa e corsi verso la macchina in moto facendomi strada fra i malcapitati viaggiatori, nuovi soldati irruppero nella stazione iniziando a sparare sulla folla ma senza riuscire a centrare il bersaglio, il gigante di ferro dalla testa affusolata di squalo e dal lungo corpo di anguilla sputò lunghe colonne di fumo dagli sfiatatoi sulla schiena, i profondi occhi rossi risplendettero come fuoco accelerando sempre più, i colpi di proiettile dei soldati non lo scalfirono minimamente, mi affiancai a lui poco prima di lasciare la stazione, trovai uno spiraglio in quell’armatura a scaglie che lo ricopriva, una delle porte da cui entravano i passeggeri, con un balzò riuscì ad proiettarmi contro di essa e ad aprirla di forza infortunandomi la spalla ma riuscendo ad entrare, richiusi la porta appena rialzato lasciandomi ad un attimo di tranquillità in quello spazio tra i due vani passeggeri.

Entrai in uno dei lunghi e accoglienti vagoni dai sedili rinfoderati di color rosso cremisi schierati l’uno di fronte all’altro, andai in fondo al vagone dov’era molto meno affollato e mi sedetti vicino alla sottile e lunga vetrata da cui si poté osservare il paesaggio marittimo che lentamente lasciava posto alle lussureggianti pianure fiorite di un blu celeste, mi lasciai andare dopo lo sforzo compiuto e il dolore sopportato che insieme alla fatica stavano ritornando velocemente, appoggiai il mio borsone alla finestra e lo usai come cuscino per la testa sperando di non dover scappare in mezzo ad un viaggio così lungo e di arrivare a destinazione il giorno seguente. Lo splendore di quei campi incontaminati che si facevano trasportare dal vento mi fecero immergere in attimi del passato creando la tela per un disegno di un attimo di vita:

Alla sua sola vista Aura scappava di corsa anche solo a vederlo in una foto, il blu sconfinato del acqua di mare era un immagine che la terrorizzava poiché odiava farsi il bagno e per me era un’impresa farglielo fare anche se amavo le sfide e con lei c’è ne era sempre una. Quel giorno il sole picchiava forte e in una giornata così calda e assolata non c’era niente di meglio di un buon bagno e visto che erano giorni che Aura non si faceva il bagno era tutto fin troppo perfetto, ovviamente lei aveva capito che quel giorno l’avrei lavata perciò era fuggita costringendomi a rincorrerla per tutto il tempio.

Gli studenti stavano pulendo le stanze dopo giorni di pioggia ma per loro sfortuna la candida bestiolina non ne voleva sapere di lasciarsi prendere, i rumori di schianti e oggetti caduti incuriosì un po’ tutti facendogli allungare le orecchie, quello che sentirono furono le mie solite minacce. <<fatti prendere per una volta senza fare troppe storie, ho da fare io!>> lei però non ne voleva sapere, se ne stava dall’altra parte del tavolo sulla difensiva lanciandomi ruggiti di sfida. <<per una volta non farmi sudare tanto!>>, gli urlai saltando dall’altra parte ma facendomela sfuggire all’ultimo sbattendo contro il mobile. Lei se ne uscì dalla stanza sfrecciando nel corridoio esterno che si affacciava al giardino sporcando tutto il parchè, dopo essermi ripreso dalla brutta botta in testa gli corsi dietro alquanto in collera, seguì le sue traccia a tutta velocità quando all’ultimo, dietro l’angolo sbucò bella come il sole Pam, il suo sguardo mi pietrifico le gambe facendomi cadere a terra, ai suoi piedi.

<<Ray ti sei fatto male?>>, mi chiese in ginocchio aiutandomi ad alzarmi, mi si blocco la lingua al solo guardarla in quella sua tunica bianca dai dettagli floreali. <<Ray ti senti bene?>>, chiese più preoccupata visto che non rispondevo.

<<sì sto bene, è solo una leggera caduto non ti preoccupare.>> lei mi aiutò ad alzarmi ma al tocco tra le nostre mani sentimmo entrambi un certo imbarazzo. <<scusami!>>, dissi di riflesso ritraendo la mano. <<non devi scusarti, dopo tutto siamo fidanzati no?>>

<<già hai ragione ma diciamo che… devo farci l’abitudine. Tralasciando l’argomento hai per caso visto passare Aura? deve fare il bagno ma è scappata e io che volevo che lo facessimo insieme.>>

<<No, non l’ho vista ma se la incontro non me la farò sfuggire.>>

<<grazie mille, ora vado e… se dopo non hai da fare ti andrebbe di andare a farci un giro da soli?>>

<<certo, aspetterò che tu riesca nella tua impresa, buona fortuna.>> la ringraziai e ripartì all’inseguimento.

Feci il giro intero del giardino e una veloce ronda interna del tempio più il magazzino ma non riuscì lo stesso a trovarla, chiesi anche agli altri studenti ma nessuna l’aveva vista dopo il gran trambusto, a quel punto dovevo ampliare la mia ricerca, dovevo andare nei dintorni del bosco anche se non mi sembrava che lei potesse andarsene senza di me. Andai a cercare Pam per dirle che avrei tardato un po’ per il nostro appuntamento ma neanche lei si fece trovare perciò andai subito a cercare la piccola ribelle. Mi inoltrai nel bosco sperando di non incontrare qualche creatura ostile come mi era successo quasi ogni volta, seguì la strada che portava alla fonte dopo aver notato le tracce di zampe nel terreno ancora bagnato dai giorni di piaggia costante che si erano appena conclusi, continuai a camminare cercando di stare attento ad ogni rumore, odore o presenza inusuale che abitasse quel posto.

Arrivai nelle vicinanze del laghetto dimora delle spoglie della madre di Aura e pensai in quel momento, che era il luogo più naturale in cui potesse nascondersi e che con difficoltà avrei mai pensato di trovarla, sbucai dalle alte siepi che facevano da recinto al piccolo angolo di tranquillità, appena focalizzai la scena provai un misto di vergogna e sorpresa che mi fecero inciampare con una radice sbattendo di nuovo la testa a terra. Appena sentì il mio rumoroso colpo Pam si voltò verso di me quasi spaventata da quel rumore, stringeva tra le braccia l’evasa inzuppata e pulita come non mai. Mi rialzai in piedi e mi coprì subito gli occhi poiché com’era normale quando si è in acqua a fare il bagno, erano totalmente nude. <<scusa non volevo vedere!>>, dissi subito per evitare una discussione per cui sarei passato per quello giustamente in torto. Pam si immerse fino al collo insieme ad Aura paonazza in viso. <<non guardare da questa parte!>>

Mi voltai dall’altra parte al sentire quell’ordine dato tanto istericamente. <<non pensavo che fossi qui ma è anche colpa tua, non è saggio fare il bagno qui visto che non è una zona sicura!>>

<<adesso sarei io quella in torto! Non farmi ridere, volevo farti un favore a lavare Aura per te ma mi sa che ho fatto male.>> Aura sfruttò il momento di distrazione di Pam per sfuggirgli dalle braccia nuotando verso di me.

La accolsi tra le mie braccia come una preda scampata al suo cacciatore. <<hai visto piccola, non fidarti di Pam o altrimenti vedi cosa ti succede. Ora sta tranquilla, ci sono io qui a proteggerti.>>

<<ma smettila di farmi passare per quella cattiva, anche tu volevi fargli il bagno o sbaglio?>>, disse più divertita che infastidita.

<<ma penso che gli sarebbe piaciuto di più se fossi stato io a fargli il bagno ma ormai è fatta e non penso che lei ti perdonerà tanto facilmente. Ora fatti asciugare tigrotta.>> mi levai la maglietta e la usai per asciugarla.

<<ecco fatto piccolina, ora sembri una palla di neve.>> Aura si strusciò contro il mio petto in segno di ringraziamento e con una pelliccia così morbida era una piacevolissima sensazione, alzai lo sguardo verso l’enorme albero quando rimasi a fissare la lapide che avevo costruito alla madre, in cuor mio risentì quelle emozioni che mi avevano attanagliato nei suoi ultimi attimi di vita.

<<Tutto bene?>>, chiese Pam nuotando verso di noi vedendomi assorto nei miei pensieri.

<<sì sto bene, stavo solo ricordando una cosa che mi è successa qualche tempo fa, non farci caso. Comunque hai intenzione di rimanere molto lì dentro, non è perché mi dia fastidio ma se volevamo andare da qualche parte forse…>>

<<non lo so più se voglio uscire con te, dopo quello che hai detto ci ho ripensato un po’.>> non presi la cosa alquanto bene e me ne stavo per andare deluso ma mi fermò subito. <<stavo scherzando, esco subito e poi andiamo dove vuoi tu.>>

II Yusuf

II

Yusuf

Il ruggito del mostro e la sua improvvisa frenata mi risvegliarono in modo alquanto brusco dal sonno di piacevoli ricordi, presi il mio borsone e con la testa coperta dal cappuccio mi avviai verso una delle uscite, confondermi tra la gente non fu difficile e dopo qualche minuto potei sentirmi più libero una volta uscito dalla stazione, ma l’aria che si respirava non era per nulla quella di Alath, una pesante atmosfera di tensione avvolgeva la città fortificata e ben rifornita di truppe pronte ad ogni eventuale problema, quell’atmosfera di gioia e dal tono settecentesco era quasi del tutta svanita se non fosse per la presenza di qualche palazzo non distrutto o gravemente danneggiato dalle ripetute battaglie, la gente per strada sembrava restia ai soldati e agli stranieri come non mai, la regalità del popolo che ci abitava era stata spazzata e ogni ceto sociale non era più distinguibile dal atteggiamento e dal vestire, era evidente che tutta la grande ricchezza di quella città simbolo del potere e della nobiltà dello stato era stata strappata via e portata da qualche altra parte, e la cosa era evidente dalle pessime condizioni in cui versava la fortezza dell’esercito.

Non rimasi a guardare oltre e passai attraverso l’antico mercato della città ormai privo quasi totalmente della sua merce variopinta che ammagliava gli occhi e provocava curiosità, ma per quel che riguardava la quantità di gente che ci andava non era inferiore ai tempi della mia ultima visita, le pattuglie piazzate ad ogni angolo delle strade controllavano con sguardi penetranti tutti i viandanti che passavano in città, dall’alto dei palazzi i cecchini non erano da meno, se fossi stato ricercato anche in questo stato sicuramente non sarei passato inosservato ma non c’era comunque da stare tranquilli visto che non ci avrebbero messo molto a inviare i mandati di ricerca anche agli altri stati, perciò muoversi di giorno non era sicuramente la scelta migliore ma il tempo non era dalla mia parte.

Senza essere individuato o fermato dalle forze ufficiali riuscì a raggiungere le porte della capitale trovandomi non più davanti le grandi distese di verde che si estendevano per chilometri ma i semplici resti di quello che c’era una volta, una terra coperta da uno spesso strato di cenere e tronchi ragliati e riversati a terra era quello che ne era rimasto, per proteggere la loro casa avevano fatto tabula rasa della zona circostante per evitare attacchi a sorpresa e per fortificare le loro difesa eliminando la vita che gli circondava, enormi mostri ricoperti da una pelle simile a pietra incatenati portavano i possenti tronchi in città sotto lo sguardo vigile dei soldati, una visione che martoriava il cuore e distruggeva il ricordo di quello che era una volta quella terra.

Col favore della notte che scendeva velocemente oltre gli alti tetti dei palazzi della città, mi allontanai senza curarmi di essere fermato da anima viva, seguì la strada che cinque anni prima percorsi per andare a cercare mio fratello e che mi portò a tutto quello che ne conseguì.

Il fuggitivo era scappato a numerosi arresti e trappole con gran abilità dando filo da torcere ai reparti scelti che ne seguivano gli spostamenti, era un ladro qualsiasi, un truffatore e uno a cui piacevano cose più grandi di sé per quelli che lo conoscevano ma per quelli dei quattro stati era uno delle poche persone ad essere entrato in contatto con coloro, che da cinque anni, hanno iniziato la distruzione dei quattro grandi stati. In ogni stato almeno uno dei grandi ufficiali venne incaricato di occuparsi di persona della sua cattura visto l’importanza che ricopriva, un ordine impartito direttamente dai grandi generali, l’incaricata dell’esercito della fiamma vermiglia non si tirò di certo indietro ed insieme alla sua fidata squadra partì subito cimentandosi all’inseguimento del soggetto, per settimane, attraverso decine di città e incontrando altrettanti informatori era finalmente arrivato il nome del luogo dove si era nascosto, una cittadella ai piedi di una montagna con una tragica storia alle spalle nascosta tra i colori della natura più paradisiaca.

Dalla distesa incolmabile come il mare, dai forti colori primaverili finalmente riemersi in quella strada che molti anni prima avevo percorso, ero tornato in quel luogo fermatosi nel tempo, identico a come lo era una volta, un piccolo villaggio in legno dalle fantastiche persone, Yusuf. Emozioni forti e contrastanti mi avvolsero ad ogni passo, lì in quel luogo non avevo motivo né desiderio di mascherare il mio viso, la dolce brezza che fin dal mattino accarezzava ogni cosa in quel luogo donando una freschezza che sapeva di vita, l’atmosfera calda e famigliare che si respirava mi riportava a ciò che ero prima di partire. Una signora mi fermò prendendomi per una piega del cappotto. <<sei davvero tu? Sei Ray vero?>>, domando con occhi lucidi e voce ronca. Mi voltai verso di lei riconoscendola nonostante il tempo l’avesse toccata. <<si sono io, è bello rivedere un viso conosciuto.>> la fruttivendola non riuscì a trattenere le lacrime e a gran voce chiamò a rapporto tutti quelli del villaggio.

Molti di quelli che accorsero all’appello erano gli stessi abitanti, commercianti, agricoltori e braccianti di una volta, gli stessi che frequentavano abitualmente il tempio e che conoscevo bene, in loro sembrò risplendere una luce che per anni era rimasta lieve nella speranza di questo giorno, vidi anche facce nuove, donne, uomini e bambini trasferitisi in un luogo più pacifico per ovvie causa. Tra i nuovi acquisti del villaggio ad accogliermi giunse un uomo sulla cinquantina, robusto dai bassi capelli bruni e dal vestire da monaco accompagnato da quattro ragazzi nelle stesse vesti. <<ho saputo che è giunta una vecchia conoscenza del villaggio, è un piacere per me conoscere qualcuno che è vissuto nel vecchio tempio ed è stato allievo del maestro Mono. Il mio nome è Sora e sono la guida del nuovo tempio, questi ragazzi che vedi con me sono i miei studenti, è un onore fare la tua conoscenza giovane viaggiatore.>> contraccambiai il suo benvenuto con un leggero inchino del capo seguita da una dovuta stretta di mano amichevole.

<<non sei cambiato di una virgola ragazzo, dov’è quella piccola rompiscatole che ti seguiva ovunque>>, domandò la fruttivendola.

<<è in giro a dar fastidio a qualcun altro per quanto ne so, non è venuta perché gli sarebbero tornati i bei momenti e il come gli ha persi ma vi saluta tutti quanti e si aspetta che gli porti molte cose da mangiare.>> tutti risero concordando che era una gran golosona. <<comunque è bello ritornare nonostante tutto, nonostante non abbia ancora concluso nulla>>, dissi con amarezza.

Tutti quelli che lo avevano vissuto capirono subito a cosa mi riferissi e per un momento divennero tutti cupi e il silenzio risuonò nell’aria ma non allungo. <<non dannarti per ciò che è successo, non potevi farci nulla. Basta pensare al passato e cerchiamo di vivere nel presente, non ho ragione? Perché non facciamo vedere al ragazzo il nuovo tempio, sono sicuro che lo troverà sorprendente>>, disse il grosso fabbro uscendo dall’officina sporco di cenere e sudore.

Fui subito condotto con gran entusiasmo da parte del monaco e dei suoi allievi al tempio, alla compagnia si unì anche qualche abitante del villaggio, nel breve tragitto di strada che separava il villaggio dal tempio ognuno di loro con proprie parole mi raccontò uno per uno ciò che era successo: i monaci che erano partiti alcuni giorni prima della tragedia che ci colpì appena seppero quel che era successo decisero di viaggiare per i quattro angoli delle terre di Raicos per radunare fondi, il loro fu un lavoro arduo che però si concluse positivamente un anno dopo, tornarono alle rovine del vecchio tempio e lo ricostruirono in memoria dei caduti e per continuare il lavoro del maestro Mono, in poco tempo la loro impresa divenne nota e molti viaggiarono tra gli stati per vedere o far istruire i propri figli al tempio risorto.

Quando lo vidi ci trovai alla prima impressione ben poco di famigliare, era decisamente più grande dall’aria possente e a prova di ogni calamità ma soffermandomi di più sulla sua anima ritrovai quella sensazione che provai la prima volta che lo vidi, quell’aria di pace e armonia che l’avvolgeva come un manto. <<ti sei commosso?>>, chiese dolce la figlia della vecchia fruttivendola ora divenuta una donna a tutti gli effetti, mi accarezzo i capelli come farebbe una madre al figlio. <<Sora lo lasciamo nelle tue mani, abbine cura mi raccomando.>> detto ciò si avviò per la strada del ritorno insieme agli altri, più per far sì di non abbandonarsi alla nostalgia e al dolore che per delle faccende in sospeso. Sora mi invitò a seguirlo così che potesse mostrarmi più da vicino la struttura del nuovo tempio, non ebbi nulla da ridire e lo seguì come un cane fa col suo padrone.

Mentre passavamo tra i corridoi, nelle stanze e nelle sale le immagini di frammenti di passato si sovrapponevano al presente così come le sensazioni, le emozioni che provai a quel tempo, bastava un piccolo dettaglio, qualcosa rimasta viva da quel incendio a far riaffiorare tali momenti che si concludevano con un triste senso di nostalgia. <<ti saranno venuti alla mente un sacco di ricordi vero? Lo credo bene, i monaci hanno cercato ciò che era ancora rimasto e li hanno riportati qui così da non recidere del tutto quel legame col passato di questo posto a cui tenevano tanto.>>

Gli studenti di Sora ci seguivano come ombre attenti come volpi ad ogni parola che ci scambiavano e ad ogni mia reazione nel visitare le varie parti del tempio sembravano voler sapere di più su quello strano ragazzo che diceva essere stato uno studente del antico e famoso tempio. L’intero giro fu decisamente più lungo di quello che feci la prima volta arrivato lì poiché era più grande con altre due strutture aggiunte, una di queste mi incuriosì per le sue dimensioni anomali. <<che posto è quello? Che ci mettete dentro?>>, chiesi indicando lo strano magazzino che dalle dimensione sembrava troppo grande e ben isolato nonché ben strutturato per uno scopo così banale. <<quello dici? È un nostro magazzino per i cibi che ci arrivano come offerta e che non possiamo conservare al tempio perché hanno bisogno di un certo ambiente e cose di questo tipo.>> il tono della sua voce non mi sembrò del tutto convincente. << mi pare troppo grande e troppo ben curato persino per un magazzino ma se lo dite voi deve essere veritiero.>>

<<ti ringrazio della fiducia ben riposta, se mi segui ti mostro il nostro monumento omaggio a coloro che hanno lasciato questo mondo qui al tempio, in quello sfortunato evento di cinque anni fa.>>

Dietro il tempio in un luogo circondato dai tre edifici come a proteggerlo da sguardi indiscreti era stato costruito un enorme altare di quasi tre metri in una bellissima e lucente pietra bianca al cui centro riposava una enorme lastra nera adornata da bellissime composizioni floreali e da numerose candele accese da fiamme dei colori dell’arcobaleno, mi avvicinai ad essa e toccai con mano le iscrizioni in altorilievo che ci erano state incise a mano, riportava il nome e uno schizzo del volto di ognuna delle ventuno vittime della tragedia. <<venite ragazzi lasciamo un attimo da solo il nostro ospite>>, disse Sora capendo a grandi linee come mi dovessi sentirmi, lui e gli studenti ritornarono dentro al edificio principale lasciandomi avvolto in un silenzio tombale. Le gambe mi cedettero e caddi in ginocchio mentre il cuore mi parve rallentare mentre si spezzava lentamente, mentre una ferita di vecchia data si riapriva lentamente e le lacrime rosse come l’oscurità che ci avvolse quel giorno sgorgarono spezzando il pallido colore del mio viso, le immagini dolorose dei corpi zuppi di sangue privi di vita mi accecò gli occhi, le mani mi tremarono come a quel tempo e l’impotenza di non esser riuscito a far nulla per impedire che succedesse mi perseguitava senza tregua, ed erano passati già degli anni e non avevo ancora combinato nulla e quella promessa che gli feci non era stata ancora compiuta, toccai l’incisione del suo nome mentre lo sguardo fu rapito da quel suo sorriso innocente raffigurato in quella lastra oscura che risplendeva come una perla alla luce, così come raggiante e forte era ancora il mio amore per lei. <<sono tornato Pam, amici miei, maestri, ne è passato di tempo da quando sono partito, perdonatemi se non sono venuto prima ma non mi sentivo ancora pronto, ora lo sono e ho trovato la via… troverò coloro che vi hanno fatto questo e porrò fine ai loro tormenti, manterrò la mia promessa… Pam aspettami ancora un po’ e potremmo stare di nuovo insieme.>> accarezzai quel volto su pietra come se fosse davvero lei prima di rialzarmi in piedi. <<prima che faccia buio è meglio andar a fare visita ad un’altra vecchia amica.>>

Lasciai il santuario e mi addentrai nel bosco tra le sue impervie, quella zona negli anni si era fatta più irta e selvaggia e diverse altre forme di vita ne avevano preso abitazione, si era riempita di nuovi colori e suoni ma il sentiero percorso centinaia di volte era rimasto lì sotto tutto quel verde mi ci volle solo un po’ più di tempo per ritrovarlo e per ritrovare quel posto: l’acqua era splendida come sempre, dai colori dell’aurora che si riflettevano anche sull’aria densa di vapore che la copriva, cristallina e calma lasciava vedere la vita che ci zampillava dentro nelle sue diverse forme, piccole piante o animaletti dai corpi fluorescenti, il suo calore riscaldava anche i cuori più freddi sotto la possente ombra del maestoso e elevato albero rigoglioso dai mille colori.

Arrivai sotto la sua ombra notando con immenso piacere che ciò che avevo costruito per lei era ancora immacolato, l’omaggio alla madre che aveva protetto la figlia a costo della sua vita, la madre di Aura e l'essere per cui nutrivo un sentimento che non capivo ancora bene. Mi sedetti al suo fianco appoggiandomi all’albero come ad un incontro con un’amica nel solito posto.

<<sono venuto a salutare visto che ne è passato un bel po’ dall’ultima volta, ora tua figlia è più bella che mai, forte e coraggiosa, probabilmente a preso da te. Devo dire che questo posto è rimasto davvero uguale come se il tempo si fosse fermato, spero che possa rimanere così ancora allungo.>>

Quelle immagini ritornarono ancora, tinte di sangue e oscurità tra le fiamme, la distruzione incontrollabile ardente, le maschere impassibili, i corpi a terra in pozze di sangue privi di vita e Pam tra le mie braccia fredda, sporca di sangue, nei suoi occhi il dolore e la paura, le sue labbra ormai prive di colore al tocco gelide furono l’ultima cosa che sentì prima di essere avvolto dalla distruzione di quella tragedia.

Il tocco morbido e caldo delle vita sul viso mi fece scattare come una molla tirandolo verso di me, le braccia gli scivolarono come serpenti sulle spalle stringendogli la testa in una morsa degna di un serpente, il gracile e squillante urlo tipico di un bambino mi fece lasciar la presa ancora prima di rendermi conto di cosa succedesse, la piccola creatura scappò spaventata da altri suoi amici nascosti nella sterpaglia.

Mi rialzai in piedi sgranchendomi per il lungo riposo ancor prima di preoccuparmi di chi fossero quei bambini e come fossero spariti così in fretta nella boscaglia, pensai che chiunque fossero stati non avevo dato una bella impressione. <<meglio tornare al tempio, sento che sta per succedere qualcosa di interessante.>>

La mia impressione si rivelò veritiera, l’esercito Vermiglio era già arrivato al tempio composto da una squadra di otto uomini equipaggiati con le stesse armi da fuoco dei miei inseguitori dello stato marittimo, chiunque sarebbe arrivato alla conclusione che fossero lì per me anche se erano arrivati fin troppo velocemente e l’efficienza non era uno dei tanti pregi dell’esercito. Sora stava parlando con loro animatamente, soprattutto con uno che aveva l’aria di essere il capo del plotone, l’uomo era sul punto di perdere la pazienza mentre il monaco dinanzi a lui bloccandogli la strada provava a farli desistere dal loro intento nonostante l’evidente paura che provava per quella divisa.

Il soldato diede l’ordine di irrompere dentro ma alcuni studenti, quelli più grandi uscirono a bloccarli dando prova di quel che avevano imparato, diedero filo da torcere ai soldati che trovandoseli di fronte non poterono usare le loro armi ma dovettero ricorrere alla forza fisica per sovrastarli, per quanto quei ragazzi fossero ben allenati non durarono molto e finirono a terra con non pochi lividi. Mi intromisi nella questione per cercare di capire se potevo almeno non coinvolgere quelli del tempio. <<lasciate stare queste persone, loro non c’entrano nulla.>>

<<allora devi essere tu quello che cerca il capitano, vieni con noi senza far resistenza e dicci tutto quel che hai visto o ti costringeremo noi>>, rispose facendo la voce grossa l’uomo affiancato dai compagni d’armi. <<non sono uno che si arrende tanto facilmente.>>

<<allora ti dovremmo portare via dopo aperti sparato qualche colpo, cercate di non ucciderlo ragazzi.>> i soldati presero i fucili da terra e mettendosi in linea puntarono le loro armi contro di me. <<fuoco!>>, urlò con forza il loro capitano ma ciò che seguì quelle parole non fu che lo schiocco secco e solitario del grilletto, riprovarono un altro paio di volte prima di rendersi conto che le munizioni gliele avevano tolte i ragazzi quando erano caduti a terra dopo il loro scontro a mani nude. <<voi ragazzini insolenti come osate!>> gli studenti anche se feriti se la risero di gusto mentre tornavano dentro dietro ordine di Sora fiero e allo stesso tempo preoccupato di quel gesto avventato e sciocco. <<e ora veniamo a noi, avete intenzione di menare le mani o ve ne andate, per me vanno bene entrambe.>> benché non mi conoscesse l’uomo non fu così sciocco da sottovalutare un nemico che si mostra così sicuro di se nonostante la inferiorità numerica dell’avversario e il fatto che avessi in quel lungo borsone sicuramente un arma. <<ritiriamoci per oggi, informeremo il capitano di aver trovato il fuggitivo. Torneremo domani e ti porteremo con noi dopo aver raso al suolo questo posto!>> era decisamente uno che voleva avere l’ultima parola ad ogni costo e gliela lasciai volentieri, i soldati si ritirarono in un attimo e l’atmosfera di pace ritorno come prima, gli studenti esultarono vittoriosi come se avessero vinto una dura battaglia e infatti non avevano torto anche se i guai non erano finiti.

Sora e alcuni studenti mi si avvicinarono per condividere la gioia del momento e il pericolo scampato. <<grazie mille dell’aiuto ragazzo, ti siamo debitori.>>

<<non faccia così, sembra quasi che fossero qui per lei.>> Sora ebbe un leggero sussulto ma lo mascherò molto bene come se fosse sorpreso di quella strana frase. <<già, hai ragione ma comunque grazie lo stesso, potevi sempre sfruttare il momento e scappare via.>>

<<ha ragione, ragazzi andiamo dentro a festeggiare, visto che siete stati bravi questa sera preparerò io la cena e sarà così buona che ve la ricorderete per molte notti!>> venni trascinato tra le acclamazioni dentro al tempio mentre Sora rimase quasi avvolto da forti dubbi davanti all’entrata. <<maestro Sora venga anche lei>>, invitò una studentessa prendendolo per una mano. <<certo Alisa, andiamo dentro.>>

La notte in quel posto era splendida come sempre, la leggera brezza, i profumi che portava con se e la limpidità di quel cielo ricolmo di luci e della sua luna era straordinaria. <<come mai sei qui da solo, gli allievi ti cercavano per sapere di più su com’era quando eri uno studente, non dovrei dirlo ma credo che le ragazze abbiano un debole per te.>>

<<lo crede davvero? Preferisco di gran lunga stare sotto un cielo come questo a molte altre cose, c’è chi direbbe che sono uno a cui piace stare da solo e penso che potrebbe essere.>>

<<non c’è nulla di sbagliato nel voler stare da soli ogni tanto, anche a me è successo molte volte, ti dà modo di riflettere tanto.>>

<<come oggi, io domani me ne andrò. Forse non sarò qui quando arriveranno i soldati e non potrà farmi intervenire chiamando uno di loro per farmi tornare al tempio.>> feci una breve pausa e poi continuai il discorso. <<mi manca un po’ il mare dello stato di Zafeiri e poi con tutta la gente che mi conosce potrei andar oltre mare e scomparire per sempre in quella bella isola libera da ogni esercito, sarebbe bello non crede?>> Sora rimase in silenzio meditando su quelle parole come se ci fosse un significato nascosto poi diede la sua risposta. <<hai ragione, lì si che sarebbero al sicuro da tutto questo.>> mi voltai verso di lui accennando un sorriso d’intesa poi mi alzai per andare nella mia stanza a riposare. <<chi sei veramente?>>, chiese prima che entrassi.

<<sono solo un vecchio studente in viaggio da un po’, non si dia pena monaco, non ne vale la pena.>> il monaco rimase solo sotto la luminosa volta celeste per qualche istante prima di dar retta alle mie ultime parole quindi tornò dentro. <<gran maestro Mono il suo allievo è davvero una persona di buon cuore nonostante l’enorme oscurità che ci cela nel profondo>>, sussurrò lui come se il vento potesse portare tali parole all’orecchio del suo interlocutore.

La mattina tanto fatidica non tardò nell’arrivare e con le prime luci dell’alba su per la scalinata si sentivano possenti i passi a ritmo di marcia dei soldati venuti a compiere ciò che era stato lasciato in sospeso il giorno prima, ad attenderli seduto sugli scalini ammirando il panorama mentre si risvegliava fui io e un manipolo di studenti che stringevano tra le mani le loro lance e bastoni da allenamento, cercavano di non lasciarsi andare alla paura ma i loro corpi non condividevano i loro intenti, benché non eccessivamente tremavano come rami tra il vento di autunno. Quando finalmente i loro elmi color rame accesso coronati da una vistosa piuma rossa sangue sbucarono, gli studenti si irrigidirono come alberi puntando lo sguardo contro i nemici che emergevano dalla linea dell’orizzonte, mi coprì il capo con il cappuccio pensando di essere così alla pari, poiché non conoscevo i loro volti, mi feci strada tra gli studenti arrivando davanti a loro ad accogliere il loro capitano, la sua armatura parziale che copriva solo il petto, gli avambracci e gli stinchi, differiva dal colore uniforme delle divise del suo plotone in un crema tendente al bianco e dai dettagli raffinati, la sua fisionomia e il resto del abbigliamento facevano decisamente capire che sotto la maschera d’argento c’era un viso femminile.

Fu la prima volta che ne vidi una dopo il mio ritorno, qualcuno che indossava una maschera per celare il volto, al primo impatto sentì una fitta al cuore che si espanse in tutto il corpo finendo in una tempesta di fulmini che mi trafissero il cervello, per un solo istante una voglia animale e irrazionale di morte mi pervase. Tutto il dolore, l’odio, la frustrazione e la rabbia primordiale coltivata negli anni sopportando ogni evento che mi avesse avvolto come fosse un manto in quel istante si concretizzò e una voce dolce e fredda mi risvegliò distruggendo quello che parve una maschera sotto la quale mi occultavo, ciò che era impresso sulla mia schiena. Mi strinsi il viso con la mano destra come a voler strappare quella sensazione dalla mia testa e gettarla a terra, il tocco gelido delle mie dita sul viso fino a fermarsi al toccare quella fascia che mi copriva la fronte fu sufficiente a non lasciarmi andare a quell’impulso.

<<voi bambini tornare dentro, siamo qui per ordine dell’esercito, se vi intrometterete non finirà bene.>> minacciò la donna senza mostrar alcuna emozione o titubanza.

<<bene allora io posso andare>>, dissi incamminandomi. Gli studenti mi guardarono sorpresi delle mie parole quanto del fatto che li stavo lasciando soli a combattere contro mostri che non avrebbero sicuramente battuto, passai affianco al capitano che non mosse un dito come se fosse del tutto indifferente alla mia presenza, superai anche gli altri soldati e arrivai ai piedi delle scale. <<capitano lo lasciamo andar via così, potrebbe essere quello che cercano>>, disse un suo subordinato ma lei non rispose, stavo già incamminandomi quando a bloccarmi la strada ci trovai un altro soldato che mi puntava una pistola nera dalle modeste dimensioni. <<me lo sentivo io che non me ne sarei andato via senza problemi.>> alzai le mani in segno di resa camminando al ritroso mentre quel soldato avanzava, alla fine mi ritrovai davanti agli studenti e lui affianco al suo capitano.

<<avevi intenzione di abbandonarci dannato>>, disse tra i denti uno degli studenti esprimendo quello che provavano tutti loro, mi limitai a non rispondere e a capire le intenzioni dei soldati.

<<capitano tutto bene, ero preoccupato visto che era partita senza avvisare il superiore, doveva aspettare che ci dessero il consenso, lei fa sempre di testa sua>>, rimproverò il soldato con molta scioltezza e famigliarità, il capitano non rispose ma doveva provare un certo imbarazzo come gli altri soldati alle parole del loro commilitone dette con tono quasi amorevole.

<<allora avete terminato con i vostri bisticci? E poi saremo noi i bambini… la persona che cercate non è più qui, se ne è andata da un pezzo e oramai non credo che la potrete più rivedere ma se volete potete venire a mangiare qualcosa, abbiamo del buon cibo>>, disse per provocarli il primo studente e il più grande tra gli allievi di Sora e la cosa per quanto infantile funzionò.

<<abbassa la cresta ragazzino altrimenti te la taglio io.>> fu la risposta del soldato cambiando improvvisamente il tono di voce. <<suvvia non litighiamo, i signori adesso andranno via poiché ciò che cercano non è più qui.>>

<<ti sbagli, se è vero quel che dici allora non ce motivo di lasciarvi illesi dopo la vostra ribellione e la vostra resistenza armata attuale, forse faremo anche qualche ritocco al tempio, è troppo nuovo e ben pulito.>> sorrisi a quelle parole. All’ultimo che aveva ridotto in cenere il tempio avevo promesso di ucciderlo facendolo soffrire come mai prima ed eccone un altro che si credeva più forte degli altri. <<fatevi sotto>>, risposi secco parandomi davanti a loro con aria minacciosa.

<<con piacere, voi tre fategli vedere che non scherziamo, rompetegli solo le gambe, voglio che implori perdono dinanzi al nostro capitano.>> i tre tirarono fuori degli strani basto composti da tre parti cilindriche che ruotavano velocemente l’una opposta all’altra ottimizzando la forza d’impatto, delle vere armi fatte per il solo gusto di picchiare a sangue.

I loro movimenti erano precisi e essenziali, fini solo allo scopo di colpire per infliggere il maggiore danno possibile e con la forza maggiore che si poteva liberare, i loro fendenti per questo motivo avevano lunghe traiettorie semicircolari e facili da capire, una piuma mossa dallo spostamento d’aria di chi cerca con velocità di prenderla senza riuscirci, così sembrai agli occhi di chi ci guardava.

<<dannazione, perché non riescono a colpirlo?>>, si domandò a denti stretti il secondo in comando mentre il capitano rimase impassibile e silenziosa ad osservare i suoi soldati fallire ogni colpo che veniva schivato con apparente semplicità e compostezza.

<<è sorprendente! Non riescono a colpirlo, via così!>>, urlarono in coro gli studenti estasiati e incantati.

<<dannati mocciosi, state zitti!>>, sbraitò il soldato puntando l’arma contro di loro, dalla cintura prese una specie di scatola rossa brillante che infilò al posto del tamburo della pistola, una fiammata come respiro di drago esplose in linea retta contro i ragazzi, gli altri soldati si buttarono a terra per schivare il colpo dal ampio raggio che prendeva un’aria cunicolare di diversi metri quasi ad arrivare alle porte del tempio. <<ben vi sta.>> il suo sorriso di soddisfazione mentre impugnava l'arma era quello di un omicida più che di un soldato. <<che diavolo fai!>>, le urlò contro il capitano alterata. <<erano dei ragazzini brutto idiota!>> lui la guardò stranito, non era un comportamento tipico della donna ma lui non fermò il fuoco e ignorò le parole del capitano che lo intimavano a fermarsi, neanche il trovarsi puntare una pistola servì a farlo desistere dal dare una lezione a quei ragazzi.

L’abito scuro parve assorbire il fuoco e ignorare il calore infernale, esso non mi toccava né mi scuoteva l’animo, le lingue di fuoco si scissero in due al tocco passando ai lati e mancando del tutto gli indifesi studenti che si videro quella sagoma aprir loro una strada dove il respiro dell’arma non toccava. Presi l’arma dalla bocca stringendogliela fino a chiuderla definitivamente, il viso di soddisfazione svanì coperto dalla paura e dalla rabbia, lo spinsi via colpendolo al petto col palmo della mano facendolo vacillare e cadere a terra a qualche metro di distanza.

<<sei tu il capo vero? Visto che i tuoi soldati sono a terra penso che sia meglio che ve ne andiate, almeno avrete un po’ di onore nella ritirata senza perdite.>>

<<forse hai ragione, ma tu non sei…>> la domanda fu interrotta dalla superbia presunzione del suo secondo. <<non se ne parla bastardo!>> puntò la pistola contro di me ma la sua capitana si mise in mezzo intimandolo di fermarsi ma lui non l’ascoltò, la rabbia lo aveva accecato, premette il grilletto con l’intento di uccidere me anche a costo di sparare al suo capitano, presi la donna per un braccio tirandola verso me e stringendola al petto dando le spalle al suo secondo, che si trovò in una bolla di fuoco che esplose travolgendolo e scaraventandolo contro le rocce che delimitavano il perimetro del tempio finendo per svenire, l’esplosione travolse anche noi ma rimanemmo illesi.

<<quello ha un problema di autocontrollo.>> lasciai la donna e mi pulì il cappotto dai residui dell’esplosione. <<se solo Veronica fosse qui le chiederei di darmi una mano o anche Soul ma lui non è il mio tipo>>, rimuginai dando un occhiata a quei soldati atterrati con tanta semplicità. <<anche la sua squadra era molto meglio.>>

<<allora sei veramente tu>>, Veronica si tolse la maschera e si buttò su di me abbracciandomi calorosamente con tutte le forze presa dall’emozione.

<<ma che sta succedendo, non ci capisco più nulla>>, lamentò uno degli studenti buttandosi seduto a terra insieme agli amici.

<<ma mi ricordo di questo buon profumo, Vero sei davvero tu?>>, le chiesi sorpreso cercando di inquadrarla un secondo. <<sei cresciuta molto, sei bellissima.>> lei arrossì ma non declinò il mio complimento.

<<invece tu sei rimasto uguale a cinque anni fa, ci sei mancato>>, disse con voce spezzata rifocillandosi nuovamente tra le mie braccia, era alta quasi quanto me e a vederla era davvero un’adulta ma in alcune cose ricordava la ragazza che aveva rapito mio fratello e che voleva uccidermi a tutti i costi, testarda, dura ma che si lasciava prendere dai sentimentalismi.

<<alzatevi voi e cessate le ostilità, sono amici.>> i soldati si rialzarono e senza dire una parola fecero come detto dal capitano alzando le mani in segno di arresa, alcune studentesse uscirono dal tempio a medicare i ragazzi e anche un po’ controvoglia anche i soldati poiché aiutare tutti era uno degli insegnamenti fondamentali del tempio, anche i nemici o coloro che ti fanno un torto erano compresi.

<<che fine ha fatto la tua squadra, non credo che siano questi incompetenti, soprattutto quello lì.>>

<<loro sono… stati uccisi durante un’operazione per salvarmi la vita>>, disse con profonda sofferenza, lo si notava dallo sguardo e dal tono traviato della voce.

Ci sedemmo poco distante ma abbastanza appartati da avere un po’ di privacy e di intimità. <<è successo l’anno scorso mentre sgominavamo un gruppo di terroristi che appoggiava la distruzione di massa che coinvolgeva i grandi quattro stati, si facevano chiamare primi, avevamo trovato il loro covo principale e avevamo fatto piazza pulita quando all’ultimo lo vedemmo arrivare, portava sul viso una strana maschera e quando capimmo che era una delle furie fu troppo tardi, come se fermasse il tempo arrivò davanti ad ognuno dei miei uomini e li uccise trapassandoli con le mani e strappando loro il cuore, mi salvai solo perché all’ultimo uno di loro fece scoppiare una riserva di granate lì vicino e l’onda d’urto mi fece volare fuori dal secondo piano di quel magazzino, ciò che mi è rimasto di quel giorno è questa bruciatura sul lato destro del viso che taglia l’occhio perpendicolarmente, tutti quelli che mi guardavano da allora non facevano che distogliere lo sguardo per questo la maschera anche se l’idea di indossarla mi disgusta.>> la strinsi forte rassicurandola del fatto che non era colpa sua ma delle furie ed era su di loro che dovevo sapere di più.

<<io trovò che tu sia bellissima, ti dà più carattere e ti rende misteriosa. Non sei impegnata vero?>>

<<dai smettila di scherzare>>, disse ridendo per la battuta. <<non stavo scherzando e poi sei tu quella che mi inseguiva ovunque anche se era per uccidermi.>>

<<già scusami di quello, ero davvero una bambina a quel tempo. Soul ne sarà felice al sapere che sei tornato, perché non vieni con noi?>>

<<non posso, sono ricercato e tra non molto anche qui e in tutti gli stati, quello che sto per fare potrebbe portare un po’ di casino ma l’ho promesso.>>

<<non ti chiederò nulla ma almeno un messaggio da dargli quando lo incontro?>>

<<un messaggio? Va bene questo.>> mi avvicinai al suo volto toccando dolcemente le sue morbide labbra con le mie in un leggero bacio. <<ci vediamo cugina.>> Veronica si tocco le labbra rimanendo in silenzio poiché non sapeva che dire ed era proprio ciò che volevo, non essere fermato da nessuno come disse Ju ciò che stavo per fare avrebbe portato a morte e distruzione ma non mi sarei fermato prima di compiere la mia vendetta anche a costo di non rivedere la mia regina, la mia Kim. Passai davanti al tempio e salutai gli studenti che però mi fermarono per sapere che fine avesse fatto Sora. <<è andato a portare dei piccoli amici in un posto al sicuro, tornerà domani e vi porterà qualche regalo. Voi dell’esercito lo cercavate perché aveva visto una delle furie non è vero?>> uno dei soldati fece cenno di sì con la testa confermando le mie su posizioni. <<quando torna chiedeteglielo pure ma non arrestatelo altrimenti dovrò tornare e… anche se l’avesse vista pensate davvero di riuscire ad ucciderne una di loro?>> me ne andai lasciando tale quesito a cui nessuno seppe rispondere con sincerità, essere impotenti dinanzi a qualcosa che ti aveva strappato tutto senza riuscire a far nulla era una sensazione che anch’io conoscevo bene.

Il panorama era leggermente cambiato e le vaste zone ricoperte di rigogliosi alberi avevano lasciato il posto a lunghe pianure sinuose ricoperte dal verdeggiante manto erboso sotto un cielo bianco di nuvole accese. Di Aura non avevo notizie da tempo e il fatto di non averla incontrata al villaggio o verso la mia meta un po’ mi preoccupava, dopotutto ero il suo compagno e custode. <<certo che per non esserci visti per anni è stata un po’ crudele nel lasciarmi viaggiare da solo, quando la incontro gliela faccio pagare, ma nel frattempo meglio rinfrescarsi.>> superai una collina alquanto ripida giungendo ai bordi di un fiume, profondo non più di un metro dalla bellissima acqua cristallina e fresca al tatto, era un buon posto dove fermarsi e dormire un po’ visto che per cercare di incontrare Aura non avevo chiuso occhi per tutto il viaggio.

Mi levai i vestiti rimanendo solo in boxer e mi tuffai in acqua rimanendoci in immersione quasi un minuto prima di risalire, l’acqua era davvero deliziosa, mi sentì rinvigorire e la dolce carezza del vento coronava in gran bellezza, mi lasciai andare alla corrente ma finì un centinaio di metri più a valle nel rilassarmi troppo perciò prima di prendermela ancora più comoda, dando fastidio agli animali che non aspettavano altro che me ne andassi per bere, uscì dall’acqua e mentre aspettai di asciugarmi lavai i vestiti sporchi di terra, cenere, sangue e altro ancora. Subito dopo le faccende tirai fuori dal borsone della frutta dalle forme contorte e bizzarre quanto i colori sgargianti che mostravano e le feci diventare il mio pranzo, erano molto buone nonostante l’aspetto poco rassicurante, dopo mi sdraiai usando il borsone come cuscino per cercare di riposarmi qualche minuto prima di ripartire.

Un urlo atroce e pieno di paura arrivò come uno sparo alle mie orecchio facendomi balzare sull’attenti, attorno a me non vidi nulla, era tutto calmo regnato dalla voce del vento leggero, sentì un altro urlo e subito individuai da dove proveniva, oltre la collina dove stavo riposando. Mi alzai di scatto prendendo le mie cose e vestendomi mentre accorrevo al luogo, benché fosse più ripida rispetto alle altre del paesaggio non ci mise troppo ad arrivarvi in cima alla collina ma un altro ostacolo mi si parò davanti, come apparsa dal nulla una rigogliosa foresta di possenti alberi millenari si librava tra la bassa vegetazione ricoprendo un area non grande da attraversare ma fastidiosa se dovevo trovare il luogo esatto da dove proveniva l’urlo.

Non ci pensai su due volte e superai la discesa della collina a tutta velocità tracciando una lunga striscia come fossi un serpente nell’erba alta, arrivai in un soffio ai piedi della foresta, con la velocità che mi ritrovai feci un balzo su uno degli alberi risalendolo facendomi leva sulle gambe e sui rami come fossero i pioli di una scala, a qualche metro da terra saltai su un altro albero seguendo la linea di quei rami più stabili cecando di sfruttare la vista da quell’altezza per trovare la persona a cui apparteneva la voce sentita, pareva un Amomongo che sfrecciava tanto agilmente sugli alberi quanto a terra.

Era mostruoso, dalle dimensione quadruple rispetto ad una persona normale e a vederlo si capiva al volo perché le urla, era come un uomo ma lì dove normalmente si estendono due braccia esso ne aveva cinquanta per lato e lì dove doveva esserci una di testa c’è ne erano cinquanta, il suo grido fece tremare gli alberi e cader migliaia di fiori. Era un Ecatonchiri mentre stava combattendo, all’improvviso mi trovai una delle sue mostruose mannaie a meno di un metro da me mentre falcia come grano alcuni alberi che ostacolavano la traiettoria del suo fendente.

Feci a malapena in tempo a saltare facendola passare sotto i miei piedi mentre tranciò con estrema facilità anche l’albero su cui stavo, facendolo cadere da più di sei metri d’altezza. Caddi in mezzo alla piazzetta, dove stava il gigante, che era stata completamente privata di alberi, i quali giacevano sradicati attorno allo spazio libero come fossero una barriera. Davanti al mostro c’era un soldato in una vecchia armatura di ferro totalmente ammaccata dai colpi, lì vicino agli alberi-barriera c’erano delle ragazze che indirizzavano le loro urla contro il soldato che però non volle scappar o peggio ancora non riusciva, la cosa sicura e che se non si levava dalla sua traiettoria quelle cento braccia lo avrebbero affettato in un attimo, il gigante con gran agilità e una velocità irrazionale vista la sua statura, si voltò verso il soldato con sguardo omicida, le sue braccia si allargarono verso l’esterno fino alla massima distensione per poi chiudersi a molla facendo risplendere il filo delle sue armi.

Il suono secco del colpo sul metallo fu tanto forte da scuotere gli stessi alberi fin le radici, zittire il vento incessante e spazzar in aria una spessa coltre di terra.

Il soldato si trovò scaraventato dall’impatto verso la barriera sbattendoci contro la schiena, i muscoli del Ecatonchiri erano tesi come corde, le vene pulsavano e il metallo delle sue mannaie producevano scintille rosso giallognole mentre sfregava contro quel ostacolo che non si divise dinanzi alla sua forza.

Le sue lame si erano concentrate su un solo punto del soldato prima di colpire, all’altezza del collo per tagliarlo in un colpo netto che avrebbe visto le cento lame toccarsi a metà strada spazzando via tutto in un impressionante dimostrazione di abilità guerriera, lo avevo visto mentre si libravano in aria prima di colpirlo e lo avevo buttato nella direzione opposta a quella in cui stavo andando.

Avevo le braccia che si incrociavano all’altezza del petto mentre stringevo come se avessi artigli impedendo di avanzare a quelle lame smussate e reduci di migliaia di battaglie, come lui tutto il mio corpo era teso, i piedi sprofondavano nel terreno morbido, le gambe si piegavano e le braccia fremevano allo sforzo ma nonostante ciò le lame non si spostavano oltre un certo punto mentre i nostri sguardi si davano battaglia. Il mostruoso guerriero ritirò le armi velocemente all’indietro retrocedendo anch’esso di qualche passo, si fermò ad analizzarmi ma rimasi fermo, dritto davanti a lui, impassibile a ogni sua smorfia. Fece un passo avanti poggiandoci tutto il suo peso per caricare i fendenti delle braccia destre che si mossero all’unisono, mi piegai all’indietro alzando allo stesso tempo le gambe mentre le lame mi passavano sotto, le sue braccia sinistre partirono in un attacco verticale ad incontrale le lame destre, per ogni lama che si mosse orizzontalmente una verticale fermò la sua corsa conficcandosi a terra ma nessuna di esse si trovò ad assaggiare del sangue o alcuna parte di un corpo, come fossero scalini distanti una mano l’una dall’altra scalai le lame con le mani sembrando un motore ad elica in veloce acceleramento fino ad arrivargli sulla spalla con quel moto vertiginoso, il guerriero se ne accorse e lasciò cadere metà delle sue lame per cercar di schiacciarmi come un insetto tra le sue pesanti mani. Atterrai davanti a lui rotolando per ammortizzare il colpo rialzandomi subito, pronto al suo attacco che non tardò nel svolgersi, con ira funesta tra urla di rabbia sferrò con le restanti mani armate fendenti di varie altezze e direzioni, veloci come lampi e potenti come proiettili, fin troppo per poterli vedere e ancora meno seguire le loro traiettorie eppure non raggiunsero mai il loro obbiettivo, rimbalzavano come palline di gomma tornando indietro scheggiate sempre più.

Era una scena che non sarebbe stata creduta a meno di esser stati lì a vederla coi propri occhi, il gigante pareva una piovra instancabile e ogni colpi era un tentacolo tagliente sbattuto a velocità impercettibile che si abbatteva su un minuscolo scoglio che non cedeva ai colpi come se anch’esso avesse gli stessi tentacoli a contrastare quelli della mostruosa creatura, continuo così per qualche istante finché il piccolo scoglio non venne issato all’aria lì dove non si sarebbe mosso a suo piacimento, per un ultimo attacco ma anch’esso sembrò vano, come piuma li scansai di una ciglia come a danzar tra le mortali armi con destrezza fino a giunger dinanzi al volto del guerriero in un balzo.

Gli arrivai davanti al viso mentre le sue lame si estendevano verso il basso in un fendente mancato che lo lasciò privo di difese, strinsi una ciocca dei suoi capelli per aver presa con la mano destra e colpì il suo viso con forza, tanto da scacciarmi da solo lontano alcuni metri da lui, cadendo a terra come un falco sulla preda rimando con una sua ciocca in mano, il guerriero cadde all’indietro tra gli alberi ancora in piedi mentre le sue armi venivano lasciate dalle sue mani, il tonfo alzò una leggera cappa di polvere che si diradò da lì a poco, la torre era caduta e non accennava a muoversi, l’Ecatonchiri era stato atterrato. Mi voltai a vedere se quelle persone fossero ferite ma non le trovai, probabilmente scappati da poco.

Qualche minuto più tardi il gigantesco guerriero si riprese anche dalla furia cieca che lo governava, si sedette cercando di individuare le sue armi, le quali riposavano al suo fianco l’una accanto l’altra. <<che cosa ci fa uno come te qui?>>, le chiesi senza mezzi termini, lui mi squadrò un attimo prima di rispondere.

<<stavo fuggendo>>, furono le uniche parole che disse in quel momento, con voce possente e intimidatorie. <<stavo fuggendo da una di quelle cose che chiamate furie, io e i miei compagni eravamo in viaggio alla ricerca di uno dei sette quando ci attaccò. I miei compagni furono uccisi con estrema facilità mentre io fui risparmiato, il dolore e il risentimento nonché l’odio mi hanno pervaso e sono finito in quelle condizioni. Se posso chiederlo, chi sei e come hai fatto a destreggiarti in tal modo?>>

<<sono un umano, niente di più.>> dal borsone tirai fuori qualcosa che avrebbe riconosciuto, al vedere tale oggetto sembrò riprendere vigore. <<allora ti hanno mandato loro?>>, chiese speranzoso.

<<no, io sono qui per un mio tornaconto, mi spiace.>> prima che mi avviassi il gigante mi fermo ponendomi un’altra domanda. <<e quale sarebbe?>>

<<uccidere le furie e tutti coloro che c’entrano con loro>>, risposi dirigendomi fuori da quel piccolo angolo isolato dal testo della zona.

La testa mi scoppiava mentre sentivo tutto il mio corpo contrarsi in preda a spasmi che sembravano infiniti, il dolore che fino a poco prima era rimasto nei limiti tollerabili schizzò alle stelle, sentivo così tanto male da non riuscire nemmeno ad urlare da quanto fosse doloroso, mi rigirai come un pesce fuor d’acqua per qualche istante prima di collassare a terra così come mi ero schiantato. Il dolore cessò, il mal di testa si fermò e tutto così schiacciante e opprimente divenne una motrice di azione, così com’era successo da piccolo a scuola quando mi avevano aggredito. Mi rialzai in piedi e mi guardai attorno

Orientandomi come più potevo, anche se non avevo assistito alla scena nell’aria si sentiva odore di guerra e una forte tensione, presi il mio bagaglio stazionato poco distante dai giganteschi mostri color pece, mi voltai attirato da una strana colonna luminosa a qualche centinaio di chilometro di distanza.

<<attento dietro!>>, urlò una voce femminile ma appena mi voltai fui colpito in pieno dalla clava del gigante nero, che mi scaravento contro una colonna di marmo a una decina di metri di distanza come fossi una palla da baseball diventando parte delle incisioni della struttura antica, il mostro si sfogò in un urlo animalesco come a rafforzare la sua azione di vendetta per il compagno ucciso.

<<dannazione, non ha avuto il tempo per reagire>>, si disse il capo dei cavalieri come quasi ad incolparsi dell’accaduto, la stessa reazione la ebbe la sacerdotessa che chinò lo sguardo in preda al rimorso. L’eremita scese dalla colonna e si levò il copricapo scoprendo la sua vera identità, venerata per secoli da una delle più antiche civiltà nordafricane come dea della sensualità e fertilità ma poi sconfitta dai titani come tutti gli Dei, Bastet si mise in prima linea per eliminare gli intrusi, ma non era la sola. Sulla sua schiena il simbolo dorato del animale a lei sacro brillò più intenso del sole. Era, la vera dominatrice e l’ultima dea dell’olimpo ancora in vita, affiancò la dea egizia dinanzi agli abitanti di quello squarcio di mondo.

<<levati mia cara questa non è roba per te>>, disse la dea della guerra con tono superiore che innervosì non poco l'altra divinità.

Mi rialzai furente, con uno scatto veloce schizzi dalle macerie contro cui fui sbattuto verso il colosso arrivandogli all'altezza della test con leggero balzo, con un pugno secco e deciso lo colpì alla testa mandandolo in knock-out, il mostro crollò cadendo davanti ai protettori di quella cittadella riempiendo l'aria con un tonfo che fece fermare tutti.

La bava gli usciva dalla bocca come miele e gli occhi erano assenti, bianchi come il latte, mi rialzai da terra notando per la prima volta in quel mondo il dolore di colpire qualcosa di duro, sorrisi all'idea poiché era quasi come tornare a casa, al mio mondo, tutto non troppo facile.

Quelli che restavano, vedendo il compagno atterrato con tanta facilità pensarono bene di ritirarsi ma senza scomporsi, brontolando e scuotendo le enormi armi mentre si avviavano verso l'oscuro orizzonte fino a che anche la loro presenza non scomparve facendo ritornare la calma apparente.

Andai verso la colonna contro cui fui sbattuto, mentre gli altri guardavano con diffidenza i mostri allontanarsi presi il mio borsone ricoperto di polvere e detriti, dopo una veloce pulita me lo caricai in spalla, rivolsi lo sguardo verso la colonna di luce sicuro che la mia destinazione fosse quella, e con quella convinzione iniziai ad incamminarmi, fui però fermato subito appena prima di superare il limite massimo a cui arrivavano le luci di quella baraccopoli.

<<ehi tu, non sei di queste parti. Da dove vieni e che ci fai qui?>>, chiedendo la dea egizi con suprema arroganza. Subito la regina dell'olimpo gli lanciò una occhiataccia poi si rivolse a me con sguardo fiero e sincero. <<scusa la sfrontataggine di questa cosiddetta dea, ti siamo riconoscenti per il tuo aiuto. Se non è chiedere troppo vorremmo davvero saper il luogo da cui arrivi.>>

<<un luogo a voi molto conosciuto, la terra. Sono finito qui per cercare quelli che vi hanno portati in questo luogo desertico, i titani. È un onore fare la conoscenza della signora degli dei del vecchio continente, se posso… la trovo bella come nelle leggende>>, disse facendo un vistoso inchino che la dea ricambio. <<è bello sapere che ancora le nostre leggende raggiungono le nuove generazioni, grazie per il complimento, come già sai il mio nome è Era, e coloro che devi dinanzi a te sono alcuni dei pochi sopravvissuti a quelle battaglie che ci hanno portato qui. Quindi sei alla ricerca dei nostri procreatori, sei nel giusto percorso, segui quella luce e lì troverai lì. Spero che le nostre strade possano intrecciarsi ancora giovane umano.>> senza aggiungere altro fece una leggero inchino e si precinse a ritornare al suo possedimento col resto della cavalleria.

<<aspettate voi, chi vi credete per ignorarmi! Tu che vieni dalla terra mostra il giusto rispetto nei confronti della dea che ti sta davanti, inclinati dinanzi al mio cospetto>>, esigette Bastet. Mi guardai attorno come a cercare la persona con cui stava parlando non trovandoci nessuno a parte me. <<parli con me?>>, chiesi con fare sorpreso, l'irritazione della dea in questione e il mio fare il finto tonto divertirono il resto dei presenti che si fecero scappare una leggera risata.

<<Scusate ma devo proprio andare, non ho voglia di perdere tempo.>> dai un'ultima occhiata alla cittadella prima di rivolgere di nuovo lo sguardo alla mia metà. Era in quel momento si voltò per racchiudere un ultima immagine di quel umano che si avvia a verso l'oscurità quando d'impulso grido con forza. << Bastet ferma!>>, disse contro la dea che impugnava il suo arco mentre scoccava una delle sue frecce devastanti contro colui che l'aveva ignorata e derisa. Il suono secco della freccia che trafiggeva l'aria sibilò al mio orecchio mentre mi abbassai passandogli sotto scattando di contropiede contro colei che l'aveva scagliata, la presi per il collo tirandola su di qualche centimetro mentre si dimenò cercando di liberarsi gettando a terra anche l'arco, il suo sguardo si riempì di un improvvisa e possente paura mentre cercava con ogni mezzo di liberarsi dalla presa. <<ti prego lasciala andare, non aveva l'intenzione di recarti alcun danno>>, pregò Era quasi ad inginocchiarsi.

Allontanai lo sguardo dalla signora dell'olimpo e lo posai indifferente e freddo sull'altra dea, dai cui occhi sgorgavano lacrime argentee che tagliavano le sue guance mentre gli occhi chiedevano pietà come fossi il mostro che gli aveva portato via tutto. Lasciai la presa riprendendomi da quel gesto rivolto contro una donna. “Che stavo facendo, se Perla lo venisse a saperlo mi riprenderebbe con i contro fiocchi. Ah… quanto mi manca, anche Kyle dopotutto.”

Mi avvicinai alla dea egizia e con il ginocchio a terra e testa china gli chiesi umilmente scusa porgendogli il suo arco. <<perdona la mia superbia mia dea e perdona l'averti recato dolore e rimembrato attimi oscuri del vostro passato, non vi arrecherò più del male, a patto che non punti la sua arma contro di me.>> Bastet priva della parola e singhiozzando acconsentì, mi rialzai ancora una volta passando sotto lo sguardo clemente dell'altra divinità, un veloce scambio di sguardi prima di allontanarmi avvolto dall' oscura.

Dopo qualche chilometro, attraversando una valle tra due pareti rocciose il dall’altezza di quaranta metri levigate in moto quasi innaturale, dalle cime luci simili a occhi si muovevano sinuose in una fremito rumoroso che aumentava più mi addentravo. Continuai ad andare avanti ignorando ciò che mi circondava seguendo l'unica via davanti a me, mi fermai solo quando qualcosa di più grande di me non bloccò il percorso, le macerie di una frana stazionavano come un muro fusi assieme da una massa densa e liquida che scorreva tra i giganteschi massi caduti come miele bollente e fumante, dalle cime come un onda gigantesca le orde nere dalle luci rosse coprirono il cielo come a voler inghiottirmi, velocemente cercai una via di fuga ma l'orda stava per riempire la strada che avevo percorso chiudendomi in una morsa.

Una freccia Vermiglia attraversò l'orda liberando la strada che mi ero lasciato alle spalle, continuò la sua corsa mentre ad ogni tocco pietrificava ciò che era nel suo raggio, come una trivella accelerò poco prima di toccare la frana infrangendola con tanta forza che l'onda d'urto frantumò ogni cosa e mi catapultò ad un paio di metri di distanza concludendo la sua corsa a qualche chilometro di distanza.

Mi rialzai ripulendomi ancora una volta dai detriti cercando di intravedere attraverso la coltre di polvere sulfurea ciò che era rimasto dopo quel colpo. <<non devi ringraziarmi, sono qui solo per mia volontà e perché è compito degli Dei vegliare sui propri fedeli>>, proclamò con superiorità e autocompiacendosi per il suo colpo divino, la guardai con profonda indifferenza prima di voltarmi dall'altra parte e me ne andai. <<dove pensi di andare tu! Aspettami!>>

III Kara

III

Kara

Superai la collina, dopo qualche ora di camminata lungo vaste praterie celesti e dorate, arrivai a vedere una modesta locanda a quattro piani, alta e stretta alla base color avorio avvolta da una spirale di piante dorate rampicanti. Era come un faro in mezzo alla natura che risplendeva alla luce del sole, verso di esso arrivavano e se ne andavano viaggiatori e mercanti diretti alle più disparate mete, proprio come me.

Alcuni ragazzi stavano portando dentro dei bagagli alquanto grossi e di alta classe quando arrivai dandogli una mano a sistemarli sul carrello apposito. <<grazie mille signore. Anche lei qui per riposarsi?>>

<<sì, mi attende un lungo viaggio perciò ne approfitto, sai se ci sono stanze libere?>> Il ragazzo indicò un vecchio signore alla reception molto minimalista, il quale ci notò e fece segno di avvicinarmi.

<<chiedi a quel signore, una bella stanza te la riesce a dare.>> ringraziai il ragazzo e andai verso il signore che con far gentile e parole cordiali mi diede una camera più che soddisfacente, ringraziai ancora e me ne andai su al secondo piano.

Dopo un lungo corridoio di porte scorrevoli in intelaiatura di legno e stoffa bianca arrivai davanti alla mia stanza. Era composta da due parti, una saletta con due mobiletti bassi e un tavolino della stessa altezza e due cuscini al posto delle sedie, nell'altra parte c'era la camera da letto con letto basso, un enorme armadio liscio a parete opposto alla finestra che vada sulle vaste pianure.

Mi levai i vestiti più pesanti rimanendo in soli pantaloni, il tocco freddo dei piedi sul pavimento in legno mi fu una dolce sensazione, qualche istante dopo bussarono alla mia porta con una certa insistenza. <<scusi il disturbo, che cosa le posso portare per cena?>> alla domanda rivolsi lo sguardo verso la finestra vedendo che stava calando già la notte.

<<è già quasi notte, non mi ci abituerò mai>>, sussurrai tra me. <<sì scusi, vorrei il piatto della casa grazie, e mi potrebbe far spedire questa lettera, ecco i soldi per la spedizione e per il disturbo.>> Il facchino ringraziò e si avviò velocemente gioioso della mancia, richiusi la porta e mi sedetti sul letto a leggere e a scrivere delle lettere che avrai mandato dalla prossima città.

Un'altra bussata alla porta e mi precipitai alla porta a prendere la cena, il profumino era delizioso e il colore dorato misto ad un verde smeraldo del piatto era molto invitante, presi il vassoio con tutte le portate, ringraziai e con il piede chiusi la porta alle mie spalle prima di addentrarmi nel mangiare. <<buon appetito a me.>>

Alla mia finestra in quel momento giunse un uccellino di nebbia, occhi dorati che spiccavano sul corpo nuvoloso grigio biancastro, le quattro ali simili a rami dalle lunghe e cotonate foglie sbatterono come quelle di un colibrì mentre il becco legnoso puntellava il vetro della finestra suonando il suo avviso a ritmo martellante, gli aprì la finestre e lui si posò sul mio dito, gli dai un po' d'acqua e lui sembrò rinvigorirsi, scattò velocemente a mezz'aria ripartendo verso casa sua, lasciai tutto lì dov'era e mi rivestì per andarmene anche se mi dispiaceva lasciar quel buon cibo lì a freddarsi.

<<che spreco, e dire che aveva un così buon odore.>> uscì chiedendomi la porta alle spalle e scesi al piano inferiore fino alla reception dove ancora c'era l'anziano signore mentre parlava con un ragazzo dalla mezz'armatura ammaccata. <<mi dispiace terribilmente ma abbiamo finito le stanze>>, disse il signore mortificato al giovane cliente.

<<scusi vorrei ridare la stanza, ho avuto un imprevisto e devo partire.>> l'uomo posò la sua attenzione su di me e con fare mortificato si oppose alla mia richiesta. <<credo che non sia possibile, purtroppo la sua camera è stata registrata già al suo nome e non possiamo al momento cambiarla, abbiamo dei problemi tecnici. Ci scusiamo profondamente.>>

<<allora tienila tu visto che sembri averne bisogno, lo si capisce anche solo guardandoti. Ve ne siete andati senza salutare.>> Il ragazzo mi guardò qualche istante prima di riconoscere in me la persona che si è messa in mezzo nello scontro l'Ecatonchiri.

<<sei tu!>>, disse sorpreso. <<grazie mille per avermi salvato e… anche per la stanza, ti siamo infinitamente grati. C'è qualcosa di cui hai bisogno? Dove sei diretto?>>, domandò in apprensione.

<<calmo amico, non mi serve nulla. Sto andando in città e lì troverò quel che mi serve.>>

<<allora non chiedere oltre, forse ci rincontreremo a Palem. Comunque sono Erick Hatcher.>>

<<io sono Ray, piacere mio Erick. Ci si vede e non cacciatevi in altri guai mi raccomando.>> col mio sacco in spalla me ne uscì dal edificio seguendo la strada che mi avrebbe portato dentro ad un'altra piccola foresta, con la notte che avvolgeva l’orizzonte e la brezza fredda che scendeva dai cieli col suo manto.

Enormi agglomerati di radici e terra che fuoriuscivano come tentacoli massicci, casa di innumerevoli creature, stavano alla base di possenti e floreali alberi dalla superficie setosa, lucida color ambra su un prato sottilissimo di erba rosata brillante. I numerosi volatili fiammeggianti e dai colori pacchiani, piumaggio dalle bizzarre forme e dai versi melodici e profondi, a terra colossali e pelosi ruminanti insieme ad agili creature che trovano la propria storia in antichi testi di miti antichi, un piccolo gruppo di queste creature si nascose appena sentì una presenza in avvicinamento.

Superai una piccola barriera cespugliosa oltre il quale una lunga strada sinuosa tra le enormi e altissime basi della copertura fogliare intrecciata in una trama regolare da cui filtravano lunghe scie perpendicolari di luce che baciavano a romboidali piccole zone del sottobosco creando giochi di riflessi sui tronchi lucenti.

Continuando ad addentrarmi arrivai in una zona più fitta ricolma di alberi da frutto ed erbe da cui si potevano estrare medicinali ed essenze dai molteplici usi, poggiai il mio borsone vicino ad un albero e ne tirai fuori della carne secca per mangiarla prima di iniziare la ricerca delle erbe, l’odore delicato della carne insieme alle erbe in cui era avvolto si sparsero nella zona catturando l’attenzione di un piccolo abitante delle tane alla base dei maestosi alberi.

Dopo la quinta striscia di carne iniziavo già a sentirmi pieno ma era fin troppo buona, ad un certo punto sentii qualcosa di umido strusciare contro la mia mano che era appoggiata sul borsone, di riflesso la tolsi alzandomi subito mettendomi in guardia.

<<oh ma che carino!>>, dissi vedendo il cucciolo rosso arancio di Kitsune, gli allungai un pezzo di carne e mi sedetti a mangiare con lui ma subito dopo mi arrivò sulle gambe e iniziò a saltellare per cercare di prendere il cibo che avevo nella mano. <<sei molto affamato vedo, aspetta… ma che cosai sul collo?>>, sollevai leggermente la liscia pelliccia notando un lungo e seghettato taglio orizzontale di qualche giorno che si era ad iniziato ad infettare, continuai a ispezionarlo mentre si sbranava dell’altro cibo notando un altro particolare. <<che scortese che sono, sei una femmina non un maschio. Adesso facciamo un patto che ne dici?>>, la cucciola mi guardò e fece un guaito con un forte slancio, solo che non ne usciva nessun rumore dalle sue fauci e sembrò anche provare un acuto dolore al provarci, quel taglio sul collo l’aveva privata della voce a quanto sembrava.

<<che cosa orribile, chi può averti fatto un’atrocità simile, senza voce qualunque Nativo viene allontanato e muore nella solitudine. Ascoltami bene: se farai la guardia alle mie cose allora ti darò altro cibo così che tu ti possa saziare, se sei d’accordo qua la zampa.>> la nativa allungò la zampetta color avorio mettendola nella mia mano. <<abbiamo un patto.>>

Le erbe che mi servivano furono più presenti di quel che pensassi visto che nella maggior parte dei posto dov’ero stato erano considerate una costosa rarità, insieme ad esse anche piante cui nettare dei frutti davano un profumo dolce, talvolta deciso e afrodisiaco che si comparavano ai colori e sapori degli stessi. Ritornai con una modesta scorta e trovai la Nativa ritta seduta a fare la guardia con gran impegno e serietà. Appena mi vide fece salti di gioia e si mise a fare cerchi attorno al borsone per avere la sua ricompensa.

<<sei stata bravissima, è ora di mantenere la mia promessa piccola, ecco a te.>> gli allungai la carne pattuita e nel mentre preparai con qualcuna delle erbe raccolte un intruglio speciale, pestai per bene facendo uscire quasi tutto il succo che ne contenevano e lo spalmai in un pezzo di stoffa ricavato dalle mie bende, era di un bel bianco perla, gli bendai delicatamente il collo terminando con un grande e bel fiocco.

<<sei stupenda, quasi sembri un peluche di pregio. Fatti abbracciare!>> la presi tra le mani stringendola a me e accarezzando la sua pelliccia con il viso sentendo una bellissima sensazione di morbidezza, la piccola mi lasciò fare mentre mi leccava il viso teneramente. <<va bene così dai, altrimenti mi ci affeziono troppo, meglio lasciarci qui, spero che tu possa vivere allungo.>>

Presi le mie cose e con la vecchia mappa che mi ritrovavo tracciai una rotta verso quella che sembrava una villa di un signore della zona poco dopo la foresta, era a quasi metà strada per la città di Palem e sicuramente un posto dove dormire tranquillamente.

Continuai il mio cammino verso la colonna di luce ma a frapporsi a me e il mio obbiettivo, irte cime di enormi monti dall’aspetto temibile e avvolgenti, ed ai piedi di essi una tenebrosa città avvolta dal fumo dei fuochi che risplendevano di un bronzo vecchio e sporco tra il labirinto dei alti e fatiscenti stecchi traballanti che volevano fare da palazzi. <<ci saranno altri esaltati che si crederanno Dei, ne sono sicuro>>, dissi ad alta voce facendomene una ragione.

<<aspettami ti ho ordinato! Nessuno mi lascia indietro e vive per raccontarlo!>>, disse con arroganza la Dea gatta.

<<sei ancora qui? pensavo che fossero gli Dei ad essere inseguiti e non il contrario, perché mi stai ancora addietro?>>

<<non ho motivo di risponderti, è solo che sento che sta per succedere qualcosa di grande e tu ne sarai la miccia, umano.>>

<<me l’hanno già detto, anche se con altre parole e con molta più retorica ed enfasi, come se fossi uno dei cavalieri dell’apocalisse. Dimmi, sei mai stata con un umano quando eri sulla terra? Non ho mai sentito ne letto di mezzi-Dei tuoi figli o comunque di voi, non sembra che vi piaccia come a quelli olimpici mischiarvi a noi.>>

<<No che non ci sono stata, non sono come quei maniaci del vecchio continente, noi della madre terra non ci leghiamo agli umani o se lo facciamo è con qualcuno che ne riteniamo degno o per cui proviamo qualcosa di forte, non lo facciamo per sfizio o noia>>, disse imbarazzata e alterata. <<e tu ci sei mai stato?>>

<<con una divinità? No, dalle mie parti non si trovano così facilmente come qui>>, risposi senza fare una piega mantenendo lo sguardo sulla città a valle.

<<Non intendevo quello. Sei mai stato con una femmina?>>

<<non sono obbligato a risponderti.>>

<<come osi! Io ho risposto alla tua domanda, pretendo lo stesso da te!>> alle sue minacce non diedi alcun peso, le sue erano parole al vento, rumore alle mie orecchie.

<<se me lo dirai ti svelerò chi abita in quella città e come superarla indenne.>> mi voltai verso di lei accattivato dalla sua proposta. <<dico sul serio.>>

Tirai un lungo sospiro di arresa e parlai. <<Si, ci sono stato… anche se non è così bello quando non hai scelta.>> la Dea capì subito guardandomi negli occhi che quel che dicevo era ben più serio e oscuro di quanto volessi ammettere. <<ma sai com’è, quando vuoi proteggere qualcuno fai di tutto.>>

<<Già, hai ragione. Comunque in quella città troverai gli ultimi figli del nuovo continente, signori delle stelle, dei culti agli spiriti animali e creatori di sciamani.>>

<<come mai sembra che si stiano preparando per andare in guerra? Tutte quelle fonderie e quegli spettri non sono sicuramente lì perché si sentivano soli.>>

<<perché è così, si preparano anche loro a dare guerra ai Titani per riprendersi la loro libertà e tornare sulla terra.>>

<<hai detto “anche loro”, vuol dire che non sono i soli?>>

<<Già, ci sono un sacco di cose che voi dell’altra parte di questo mondo e dell’altro mondo non sapete. Ora vieni con me che te li presento, saranno sicuramente curiosi di conoscere quello che vuole incontrare i Titani e ammazzare coloro che li hanno portati qui da noi ormai notevolmente indeboliti, sono sicura che sarai al centro dell’attenzione.>>

<<stai iniziando a piacermi gattina, non sei male dopotutto, potresti essere la mia prima divinità, conosco qualche trucchetto che sicuramente apprezzeresti.>>

<<non scherzare, potrei crederci>>, disse con tono provocatorio facendo strada verso il sentiero scosceso che portava alla cittadella.

Arrivai ai bordi della foresta finalmente, trovandomi davanti ad un sentiero calpestato tra due alte pareti rocciose che diminuivano man mano ci si allontanava, notai che dalle cime delle rocce spiccavano alberi simili a palme che pendevano verso il basso mentre reggevano rami simili a corde contenenti bozzoli muschiati penzolanti come decorazioni di natale.

<<non so che ci sia lì dentro e non voglio rimanere qui quando si schiuderanno, meglio muoversi vero Kara?>> la piccola Kitsune batté le zampine anteriori sulla mia spalla in segno di conferma. <<spero che sia comoda quella tasca del borsone, non era progettata per essere un marsupio ma almeno ti godrai una bella visuale, avremo la stessa prospettiva.>> poiché la piccola mi aveva seguito da quando ci saremmo dovuti lasciare graffiandomi nel tentativo di farsi portare non avevo resistito e mettendomi il borsone come zaino a braccio singolo gli avevo creato una tasca per lei, visto le sue dimensioni ridotte. <<il cielo si sta riempiendo di nuvole, meglio muoverci prima che si metta a piovere.>>

Non passarono che alcuni minuti che il cielo all’improvviso si schiarì proprio quando giungemmo nei pressi dell’enorme villa vittoriana che regnava sovrana sulla pianura di fronte alla grande strada in granito che si perdeva nell’orizzonte, a guardia dei regali cancelli due coppie di guardie in armature leggere e raffinate che impugnavano le loro lance puntandocele prontamente contro quando giungemmo di fronte ad essi. <<fermo lì straniero, identificati! Altrimenti fuori dai piedi!>>

<<calmi non cerco dispute, non sono qui per mio volere, cerco solo…>> fui interrotto dalla voce di una donna che urlava a gran voce verso di noi.

<<aprite subito razza di maleducati!>>, disse con rabbia alle guardie che obbedirono subito come cagnolini spaventati.

<<signora Marlia come mai qui fuori? Conosce forse questo ragazzo?>>, domandò una delle guardie scegliendo bene quali parole usare con la donna che sembrava godere di un gran potere in quella villa.

<<ma certo altrimenti non vi avrei fermato razza di idioti!>> la guardai un po’ stranito poiché non sapevo davvero chi fosse o come mi conoscesse. <<lui è il famosissimo sarto e maestro mandatoci da Palem per gli abiti delle signorine e del signorino>>, disse alle guardie poi rivolgendomi uno sguardo umile mi parlò. <<Mi avevano detto che vi avrei riconosciuto per il vostro particolare vestire ma non pensavo che aveste anche un aspetto fisico così “particolare” e che grazioso cucciolo, avanti mi segua, è un onore averla qui nella umile villa dei Regnar.>>

<<è un onore essere al servizio di una famiglia tanto lodevole, per me sarà un immenso piacere usare le mie abilità al servizio dei vostri signori>>, dissi cercando di rimanere sul vago ma non troppo.

<<anche educato e di bel aspetto, voi avrete decine di signorine al vostro seguito ne sono sicura>>, disse per adularmi ed farsi ingraziare.

<<siete troppo gentile, se posso sapere, che tipo di lavoro mi aspetta?>>

<<non sia ansioso, appena arriveremmo alla villa si concorderà con i signori sugli abiti che dovrà creare, ovviamente sappiamo che il vostro tempo è denaro e le assicuro che sarà ben pagato e avrà tutti i confort che questa villa offre per tutto il tempo che sarà per lei necessario, ovviamente. Si goda i colori ei profumi dei nostri fiori e lo splendore di questi alberi lungo questo viale, credo che lo troverà di grande ispirazione.>>

<<ascolterò il vostro consiglio perciò spero non le spiace se faccio un giro veloce prima di entrare alla villa, per cercare “ispirazione”.>>

<<certamente faccia con comodo, la aspetto dinnanzi alle porte, con permesso.>> la donna fece un leggero inchino prima di avviarsi gaia in volto, io mi voltai e attraversai il passo cespuglio di fiori gialli immergendomi tra le statue vegetali dell’enorme giardino degno di una villa di sovrani.

Quando fui totalmente nascosto dalla vista di tutti gli occhi della villa mi potei rilassare e mettere insieme le idee. <<certo che la fortuna ci ha dato un bel bacio, carico delle sue grazie>>, dissi ridacchiando della situazione assurda e inaspettata. <<bene, cerchiamo di comportarci a modo e fare in fretta prima che mi scoprano, per fortuna che ho avuto una grande maestra come sarta.>> Kara mi guardò stranita dalle mie parole ed era comprensibile.

Arrivai davanti dalle porte della lussuosa villa dove mi aspettavano la capo cameriera, alcuni servitori e un anziano signore sulla sedia a rotelle, era vestito con abiti nobili e sfarzosi, fiero e ben curato mi accolse con un sorriso e un caloroso benvenuto. <<salve mio giovane e lustre ospite, è un onore accoglierla nella mia umile dimora, avanti entri.>> non feci complimenti ed entrai attraverso l’ampio atrio adornato da quadri della famiglia nella loro completezza, si capiva che erano persone che andavano fiere di essere tanto ricche.

Dalla sala principale, piena di antiquariato e statue di gran valore, passammo alla stanza dei ricevimenti, più accogliente e dai toni rossicci data dalla tappezzeria di gran pregio. <<solo il meglio vedo, tessuti di grande qualità>>, dissi tra me senza accorgermi di aver parlato ad alta voce.

<<lei si che ha occhio, già al primo sguardo l’ha capito. C’era d’aspettarselo dal maestro dei tessuti di una famiglia tanto famosa>>, disse la capo cameriera elogiandomi dinanzi agli altri presenti.

<<maestro dei tessuti? Che persona esaltata deve essere questo tipo>>, pensai dirigendomi a prendere posto su una delle poltrone dal telaio dorato.

<<padrone se non ha bisogno di me vado ad avvisare i signorini che il maestro Siemens è arrivato.>>

<<va pure Marlia, vi aspettiamo qui, Gregor ci verserà un po’ di liquore nell’attesa.>> la donna non perse altro tempo e uscì dalla stanza mentre il suo collega fece come il padrone di casa aveva chiesto e ci versò, nei calici di cristallo, un po’ del liquore verdastro che tanto amavano bere in quella regione.

Mentre l’anziano raccontava aneddoti sul suo passato da grande commerciante io non pensavo ad altro che a quel dannato nome sotto cui mi avevano identificato, Siemens. Mi chiesi se fosse il figlio o un suo vicino parente mentre una fastidiosa sensazione mi rovinava la dolce bevanda.

<<tutto bene maestro Siemens? Sembra alquanto sovrappensiero.>> rivolsi la mia attenzione al anziano signore cercando di trovare una giustificazione al non avergli dato l’attenzione che doveva.

<<non si preoccupi, mi chiedevo solo che tipo di abito dovrò dar vita per la vostra progenie.>>

<<lei ci lusinga a darsi tanta pena, sono sicuro che qualunque vostra creazione sarà stupenda indosso a mia figlia ed ai miei nipoti, forse così si calmeranno e la smetteranno di chiedermi di voler andare a vivere in città, qui abbiamo tutto e possiamo avere tutto, siamo al sicuro ma loro non mi danno ascolto.>>

Prima che l’anziano signore continuasse a parlare la porta si aprì di scatto e nuovi personaggi fecero la loro entrata nella stanza.

Due giovani ragazze dagli sfarzosi vestiti nobiliari spiccavano per i candidi colori primaverili, un azzurro celeste adornato da rose biancastre e l’altra un verde smeraldo acceso con particolari simili a piume attorno al collo dandone un aspetto cotonato e leggero, portavano entrambe un trucco leggero accentuato solo nell’area degli occhi poiché erano belle già di loro, pelle rosea e liscia tipico delle donne del loro ceto, una castana e l’altra bruna erano i loro capelli voluminosi adornati da cerchietti di gemme preziose. Dietro di loro giunse come risputato dal resto della casa un ragazzo più giovane delle due in vesti decisamente meno pregiate, il classico completo nero che ogni ragazzo di media nobiltà possiede, non sembrava molto voluto soprattutto dalle sorelle che gli diedero una occhiata di quasi disprezzo, lui alzò lo sguardo verso di me abbassandolo subito come vergognandosene.

<<mie bellissime figliole, Luria, Sari e… Darién vi presento il famoso e gran maestro Roman Siemens.>> le ragazze fecero un solenne inchino così come il ragazzo, io contraccambiai aggiungendo un leggero sorriso.

<<allora, come vi avevo promesso per il vostro compleanno, il maestro farà degli abiti apposta per voi miei tesori, due abiti da vere principesse>>, disse il l’anziano agitandosi un po’ troppo.

<<davvero, come quelli della principessa Elisabeth, che bello!>>, dissero stringendo forte l’uomo in un amorevole abbraccio che lui gradì fin troppo.

<<e per quanto riguarda quel ragazzo? Non che mi intessi, meno lavoro per me.>>

<<lui? Lasci stare non ne vale la pena, non so neanche perché è qui. Non si disturbi maestro, due saranno più che sufficienti.>> il ragazzo non fece una piega, era inespressivo e senza dire una sola parola uscì dalla stanza sotto lo sguardo struggente di Marlia.

<<Bene signori se non vi dispiace io andrei a riposarmi, anche la mia amica qui è molto stanca perciò…>>

<<oh ma che scortesi, Marlia per favore mostra l’abitazione al nostro ospite. Quando sarà pronto saremmo lieti di vedervi all’opera, buon riposo.>>

Fui condotto al secondo piano, in fondo al largo corridoio tempestato di foto dei proprietari con apparenti celebrità e personalità di ogni ambito sociale e politico, lì si trovava la mia stanza, lussuosa come il resto della casa, piena di argenteria, mobili antichi e costosi, tappezzeria pregiata tutto di una tinta dorata e bordò accentuata dalla luce che entrava dalle alte vetrate poste sull’unico lato che vada verso l’esterno, affianco al letto a baldacchino.

Posai il mio borsone su una poltrona, Kara balzò con gran agilità e disinvoltura fino al letto atterrandoci a palla per poi distendersi a riposare, dalle vetrate vidi il ragazzo schernito dirigersi verso il labirinto verde che era il giardino scomparendoci dentro. La capo cameriera stava per andare quando la fermai prendendola per una mano. <<scusi ma avrei qualche domanda da farle se non le spiace.>>

<<ma certo signore, tutte quelle che vuole>>, disse nervosa ma allo stesso tempo al settimo cielo. Mi avvicinai alla porta chiedendola a chiave e mi voltai subito verso la donna offrendogli un sorriso di rassicurazione.

<<non voglio che gli altri ci disturbino, sarà una cosa piuttosto lunga e avrò bisogno della sua totale disponibilità.>> mi avvicinai a lei facendola retrocedere fino al letto dove cadde disturbando la rilassata Kara. <<che cosa vuole fare?>>, domandò con voce rauca e quasi assente.

<<gliel’ho già detto: fargli qualche domanda ma non è tutto, c’è anche del altro. Stia tranquilla, non le farò del male.>>

Marlia si rivestì all’ombra delle enormi tende mettendosi ben in piega mentre io stavo seduto sul letto a gambe incrociate insieme a Kara circondato da lenzuola di tessuto, di colori e materiali dei più pregiati. <<perdonami per questo ma ne avevo davvero bisogno, ve ne sono infinitamente grato.>> la donna arrossì e accettò volentieri le mie scuse.

<<posso andare adesso o le serve ancora il mio aiuto?>>

<<no, per adesso meglio fermarci qui, puoi andare, grazie.>> Marlia aprì la porta con la chiave e uscì chiudendosela bene alle spalle ma subito fu accerchiata dalle padroncine e presa di mira da alcuni servitori.

<<Marlia che cosa ci facevi nella stanza del maestro? E poi cos’erano quei gemiti>>, chiese una delle signorine.

<<mi dispiace signorine ma non posso dirvi nulla, il maestro me l’ha vietato. Ora se volete scusarmi avrei del lavoro da fare, con permesso>>, disse schivando le due donzelle e gli sguardi dei colleghi senza mai scambiare un’occhiata che avrebbe potuto far capire qualcosa agli altri.

<<non posso credere che sto fingendo di essere un Siemens, parente di quel sudicio pallone di grasso e arroganza. Sarà ancora vivo? Lasciamo stare altrimenti non ne esco.>> strisciai sul letto fino a Kara accarezzandola dolcemente mentre dormiva profondamente. <<meglio fare un giro fuori prima che faccia buio o che piova>>, mi suggerì guardando fuori dalle vetrate il cielo in procinto di oscurarsi, in una maniera o nell’altra.

Le donzelle stavano a prendere il tè nel terrazzo accerchiate dai loro domestici pieni di dolcetti e varietà del liquido in questione, una di loro affacciandosi di sotto mi notò avviarmi a passo di camminata sotto il loro sguardo e mi salutò marcatamente. <<maestro! Come mai in giardino? Perché non viene quassù con noi signorine di corte a degustare un buon tè e ad assaggiare qualche pasticcino?>>

<<sono lusingato della vostra proposta miss Regnar ma voglio mettermi all’opera il prima possibile e cercavo un posto tranquillo dove iniziare, e poi non vorrei che il padrone possa interpretare l’accettare il vostro invito come atto di pigrizia.>>

<<nostro nonno non dirà nulla del genere mio signore, sa come sono gli artisti e come agiscono, non deve darsene pena>>, aggiunse la sorella di Luria. <<lo sa, nostra madre e nostro patrigno, il padre di Darién, dovrebbero arrivate tra qualche giorno, se lei restasse abbastanza potremmo presentarglieli, ci hanno detto loro di lei visto che vi siete incontrati ad una cena di gala.>>

<<capisco ma temo che non riuscirò a fermarmi abbastanza, sono uno che non rimane troppo spesso in un solo luogo, mi piace girare il mondo, e poi ho un assunto che devo sistemare. Con il vostro permesso vi lascio e vi auguro una buona continuazione.>> salutai con un leggero inchino del capo e mi allontanai addentrandomi nella giungla di quel gigantesco giardino.

<<chi siete voi? Non siete il Maestro Siemens, lui l’ho visto in foto e anche se indossava una maschera da festa voi non gli somigliate per nulla>>, accusò il giovane Darién con sguardo diffidente e posa difensiva.

<<quindi questo maestro deve avere un viso orribile per nasconderlo alla gente se a quanto pare nessuno riesce a capire che non sono io, e tu perché non l’hai detto alla tua famiglia? Siete così legati, dovresti dirgli che hanno accolto un truffatore, un falso, no?>>

<<tu dimmi chi sei altrimenti lo dirò a tutti e le guardie qui fuori ti uccideranno al istante, e anche il tuo animaletto farà la stessa fine.>>

<<che grandi minacce per un bambino così piccolo, ti dirò chi sono piccolino.

Conosci il cacciatore?>>

<<sì ne ho sentito parlare quando siamo andati a casa di amici del nonno, è una persona o una nave, non ricordo bene>> interruppi il suo parlare facendogli un’altra domanda. <<conosci il demone della foresta bianca?>>

<<secondo alcuni soldati che andavano a caccia dei nativi Bianchi, è una persona sfuggente come un demone e ugualmente feroce che ha ucciso alcuni dei loro compagni a sangue fretto, usando le loro armi e a mani nude.>> gli feci un ultima domanda.

<<e l’uomo di sabbia?>> il giovane si sbiancò in viso prima di professare parola. <<io l’ho visto, ero con mio padre anni fa nella zona del porto di Alath quando voltando lo sguardo verso le alte montagne nere di sabbia, lì dove nessuno osava andare, vidi in un lampo di luce la figura di un uomo emergere dalla sabbia, ritto e immobile, dagli occhi di luce. Secondo i mercanti e dei predoni era uno spirito che ammazzava chiunque vi avvicinasse a quelle terre nutrendo il deserto col sangue delle sue vittime, per questo quando le si ritrovava erano completamente dissanguate.>>

<<bene, sei molto informato perciò sarò schietto, io faccio parte di quel gruppo di persone, demoni, spiriti o come li vuoi chiamare, perciò ti consiglio di tenere la bocca chiusa o più di qualcuno non vedrà la luce del sole domattina.>> gli posai una mano sulla testa facendolo sussultare prima di avviarmi verso la residenza a passo calmo, il ragazzo rimase di pietra, non sapeva se credermi o meno ma una cosa gli fu certa, stavano correndo un grande pericolo.

<<che faccia pure, gli uccida tutti, questa famiglia non mi ha mai accettato e nemmeno a mio padre, che li ammazzi, almeno non sarò più sotto i loro sguardi di ribrezzo!>>

La notte scendeva veloce accompagnata da dense e oscure nuvole che preannunciavano una notte turbolenta, nell’aria si sentiva il leggero suono delle prime gocce contro il metallo mentre lampi di fuoco irradiavano per pochi istanti il paesaggio in una cupa atmosfera. I signori di casa sedevano nella sala principale a mangiare avvolti dal calore del enorme camino alle spalle del posto di capotavola da dove il signor Regnar raccontava qualche aneddoto alle nipoti che fingevano grande interesse, nelle cucine i servitori facevano una pausa tra una chiacchiera e l’altra compatendo le guardie fuori dal portone che stavano subendo la furia dell’intemperie. <<poveracci quei quattro, con questo tempo lì fuori, e dire che il loro stipendio non è granché>>, commentò Gregor, uno dei domestici più giovani e bellocci, tra un morso e l’altro. <<hai ragione ma è il loro lavoro, altrimenti sai quanti malviventi verrebbero>>, disse un altro terminando un grande sorso dal boccale di distillato.

<<non sarebbe una brutta idea, almeno quel vecchio la smetterebbe di sentirsi il re del mondo>>, intervenne Darién appena entrato nella cucina.

<<signorino come mai di nuovo qui? Il solito?>>, domandò un cuoco porgendogli un bicchiere di quello che stava bevendo, il ragazzo lo prese e lo tirò giù in un sol colpo. <<era quello che mi serviva, adesso devo tornare a sentire quel vecchio parlare e quelle sgualdrine provocarmi per chissà quanto.>> i presenti lo compatirono e allo stesso tempo lo spinsero con gentilezza a ritornare nel salone.

<<dove sei stupido di un pseudo-nipote!?>>, urlò l’anziano sputando qualche pezzo di carne sul tavolo. <<eccoti razza di idiota, tuo padre non ti ha insegnato le buone maniere o quella sgualdrina della sua defunta madre? Per fortuna sua è morta e non può vedere che fallito che sei.>> ridacchiò l’anziano, sputando altro cibo ormai ubriaco mentre Darién lo guardava con rabbia stringendo forte il coltello e rivolgendogli una tacita occhiata rabbiosa. <<dov’è il maestro? Perché non è qui con noi a deliziare questo cibo?>> la nipote dopo aver resistito all’ondata di fetore dovuta alla puzza di alcol si accinse a rispondere.

<<il maestro è nelle sue stanze a lavorare alle nostre vesti, ha detto che ringrazia ma al momento non ha fame, nel caso ho mandato Marlia ad assisterlo visto il loro rapporto creatosi fin da subito>>, disse ridacchiando fra se rivolgendo lo sguardo verso Darién sapendo quello che il fratellastro provava per quella donna, lui le lanciò un occhiataccia e si rimise a mangiare.

<<se è così, va bene. Non disturbiamolo e lasciamolo finire l’opera.>>

La donna in questione cercava di rimanere immobile mente perlustravo, toccavo e controllavo ogni centimetro del suo corpo mentre dalle sue labbra uscivano ansime e piccoli guaiti come un cucciolo in pericolo. <<è proprio necessario tutto questo>>, chiese imbarazzata.

<<mi dispiace che lei debba essere la mia cavia ma altrimenti non riesco a concretizzare il progetto che ho in testa>>, dissi ugualmente imbarazzato. <<lo creda, non è una cosa che mi piaccia molto dover usufruire del corpo di una donna, le giuro che mi farò perdonare.>>

La toccai poco sotto il seno prendendole le misure quando fece un altro verso mettendomi ancora più in soggezione. <<mi scusi, cercherò di stare più attento.>> sotto lo sguardo curioso e attento di Kara passammo così un paio di ore tra palpeggio e disegno, tagli e cuciture, alla fine la donna poté riposarsi e avvolta dalle lenzuola si sedette sul letto. <<è stato alquanto stancante, certo che le donne che voi usate per creare i vostri abiti hanno una vita difficile.>>

<<sì, qualcuna potrebbe dirlo>>, risposi sorridendo. <<se vuole rimanga pure a riposarsi, io mi metto sulla scrivania e finisco il lavoro.

Qualche ora più tardi, quando la tempesta fu al culmine massino il suono secco di un tuono svegliò Marlia dal suo piacevole sonno, il suo sguardo vagò per la stanza fino ad imbattersi in una figura bagnata dalla debole luce di una lampada seduta sulla scrivania, con fare furtivo si alzò dal letto pian piano trascinandosi le lenzuola come fossero una vestaglia stringendo tra le braccia la piccola Nativa come un pupazzo arrivando fino a dove stavo lavorando.

<<sono bellissimi, non ne avevo mai visti di così corti e con quelle strane forme>>, disse lei sporgendosi per mettere bene a fuoco gli schizzi.

<<per il resto ci penserà la compagnia che verrà dopo la mia partenza. Loro avranno tutto il necessario per creare i miei progetti fisicamente, con i colori ei tessuti che sceglieranno le padrone, così il mio lavoro sarà più che concluso.>>

<<non sapevo che funzionasse così, e io che volevo vederne uno subito completo.>>

<<ma certo che ne vedrà uno, altrimenti per cos’altro l’avrei fatto quella tortura così a lungo.>> presi le due vesti che avevo appena finito e li mostrai alla donna che ne rimase incantata. <<questi sono per lei, un modo per sdebitarmi per l’aiuto. Non gli consiglio di usarlo in ambiente nobiliare ma quando va in città è perfetto, dalle mie parti lo chiamano un abbigliamento molto casual.>>

La donna stava per darmi un abbraccio quando il suono inconfondibile di un arma da fuoco sovrastò il rumore incessante della pioggia, mancavano poche ore al sorgere del sole e allo scadere di una nottata difficile eppure non era ancora finita.

<<tutti fermi con le mani in vista e che nessuno di voi provi a scappare o a fare l’eroe altrimenti non arriverà a vedere l’alba!>> se la risero per bene i quattro banditi, uno di loro si avvicinò alle figlie del padrone di casa gustandosi da molto vicino il buon profumo delle due che cercarono di resistere e rimanere il più possibile impassibili, ma non riuscendoci alquanto bene.

<<ragazzi avete visto che paio di bocconcini abbiamo qui, e anche la servitù non scherza. Questo vecchio se le sa scegliere bene le sue schiavette!>> l’anziano provò a ribattere ma appena aprì bocca se la ritrovò piena dalla canna del fucile di uno dei compagni. <<se fossi in te starei zitto mio caro bel Regnar o farai la fine delle guardie qui fuori. Farad, dagli un piccolo memorando così se qualcuno di questi schiavetti volesse…>> il compagno si avvicinò di corsa all’anziano saltellando per poi colpirlo alle gambe con una lunga e pesante mazza chiodata che all’impatto pezzo le gambe all’anziano, il sangue schizzò sulle figlie e su alcuni dipendenti, pezzi di pelle e vestiti tappezzarono il pavimento mentre lui urlava dal dolore, l’uomo ridendo continuo a colpirlo mentre Regnar si dimenava in balia del suo aggressore, solo quando le gambe ebbero un angolo abbastanza marcato cessò il massacro, maciullate in un disgustoso ammasso informe di carne, sangue e ossa.

Le figlie si buttarono ai piedi del nonno tra le lacrime non sapendo che fare, una scena raccapricciante che fece rigettare qualche presente, il vecchio Regnar svenne dal dolore mentre la bava gli colava dalla bocca unita alle lacrime e al muco, il suo intero corpo era sotto leggere convulsioni mentre zampilli di sangue uscivano dalle gambe maciullate del vecchio. Le urla di dolore arrivarono fino alla mia stanza raggiungendo Marlia che scattò subito per andare a soccorrere i padroni, non feci in tempo a fermarla poiché non si rendeva conto che cosa stesse succedendo e che cosa le potrebbero fare.

Non gli corsi dietro, mi avvicinai al armadio e ne tirai fuori il mio capotto nero, aprì la finestra facendomi travolgere dalla poggia torrenziale portata dal vento feroce, Kara mi saltò in spalla appoggiandosi dentro al cappuccio.

<<sei pronta? Andiamo a vedere.>> saltai dalla finestra nel buio avvolgente scomparendo dentro ad esso.

<<ma guarda che cosa abbiamo qui signori, una bella donna e per giunta nuda, bellezza sei qui per sacrificarti al posto dello storpio? Delle bambine o del moccioso nascosto sotto il tavolo?>>, disse euforico come se avesse ricevuto un bel regalo, uno dei banditi tirò fuori Darién da sotto il tavolo dandogli un calcio buttandolo contro l’orologio a pendolo frantumando il vetro e ferendo il ragazzo al viso.

<<che dolore! La mia faccia fa male!>>, urlò dimenandosi con le mani sul viso, bagnate dal sangue. Il ragazzo si trascinò per terra mentre due dei malviventi lo deridevano, un altro di loro prese Marlia bloccandola col braccio al collo con l’altra mano scrutando il suo corpo coperto dal sottile tessuto delle lenzuola, lei urlò ma non c’era nessuno che avesse potuto aiutarla al sentire la sua invocazione.

Il suono secco di qualcuno che bussava alla porta di casa si espanse in ogni stanza, sala e angolo dell’intero edificio come se ci fosse un gigante alla porta, come fosse quasi sul punto di rompere la porta con un altro tocco. Tutti si fermarono per qualche istante, quel tocco possente che sommerse persino il rombo di un tuono blocco tutti quanti, uno di quelli che stava molestando le nipoti del padrone lasciò la preda in mano al compagno e andò a vedere chi era. <<vado io, dopotutto siamo soldati no? Dobbiamo proteggere questa gente dai malvagi qua fuori>>, disse aggiungendo una risata malata al suo folle discorso.

Rimasti i tre continuarono ad abusare delle donzelle che urlavano e si dimenavano, Darién riuscì a rimettersi in piedi e si lanciò contro la voce di uno dei malviventi ancora accecato dalle ferite e dal sangue, dalla tasca tirò fuori il coltello che aveva stretto nella mano durante tutta la cena e colpì con un affondo, sfortunatamente il vile soldato usò la sorellastra come scudo.

La ragazza cadde a terra urlando ancor di più dal dolore che il nonno ferito tenendosi il fianco destro dove si era conficcato il coltello, l’uomo se la rise di gusto mentre la ragazza sbraitava contro il fratellastro ormai stravolto dalla situazione, l’uomo colpì in ragazzo con una ginocchiata allo stomaco atterrandolo, poi si avvicinò alla ragazza a terra e infierì sulla ferita calpestando la ragazza con rabbia e disprezzo.

<<mi fate schifo voi ricconi, credete di poter comprare tutto e tutti! E noi poveracci mandati a combattere per voi non abbiamo niente mentre voi ingrassate!>> Marlia urlò di fermarsi ma colui che la teneva non aveva intenzione di farla parlare ancora, la buttò a terra e la immobilizzò mentre ti calava le braghe scoprendo il sesso pronto a stuprarla.

Un fischio leggiadro e allegro riecheggiò arrivando nella stanza dove stava accadendo tutto, un rumore di passi ben scandito simile ad un balletto precedettero il suono di una voce. <<oh ma che bella casa che è questa, ci saranno dei principi e delle principesse, mi chiedo perché così lontano dal regno?>> i presenti si guardarono straniti e un po’ confusi, quella voce non la conoscevano, aveva qualcosa di sinistro e minaccioso anche se il tono era quello dei più gai e felici come se avesse trovato il tesoro di una vita.

<<Compagno sei tu? Chi era alla porta? Che ti succede alla voce?>>, chiese quello mezzo nudo che voleva stuprare Marlia, tenendo lo sguardo fisso sulla modesta porta che dava all’enorme salone di ingresso da dove il loro compagno era uscito per ammazzare chiunque fosse stato a suonare.

<<Compagno? Dici quello con la testa sfondata contro il pilone di ingresso? Io non sono un esperto di accoglienza ma sono sicuro che lui voleva uccidermi a colpi di spranga, ma tranquilli vi manda un saluto.>> tutti fissarono quel oggetto come se fossero ipnotizzati, lì oltre la porta videro un braccio intero essere gettato a terra schizzando qua e là prima di fermare la sua corsa sull’orlo della porta, il terrore che li avvolse crebbe rapido e silenzioso bloccandoli.

<<chi diavolo sei?!>>, urlarono più di uno imbracciando i fucili pronti a sparare a qualunque cosa fosse apparso davanti a quella porta.

Il rumore di passi si fece più intenso come se fosse proprio lì affianco a loro, padroneggiava su ogni altro suono, era assoluto.

<<questa è una domanda che ha tante risposte visto che dipende a chi lo chiedi. Comunque c’è chi mi chiama cacciatore, chi il demone bianco oppure l’uomo di sabbia… io mi definisco un semplice viaggiatore, voi chiamatemi come volete tanto non avrete molto tempo per usarlo.>>

Dalla penombra irruppi nella stanza da quella porta tenuta così intensamente sotto tiro, con una mano tenevo il fucile che puntai subito su quello che teneva le due ragazze e nell’altra schegge di legno, sembrò tutto troppo veloce ma per coloro che vivevano quella scena durò tutto un’eternità.

Premetti il grilletto colpendo l’uomo fracassandogli in cranio in una esplosione che ne disperse i pezzi in un raggio di un metro, nello stesso istante le schegge di legno raggiunsero l’uomo semi nudo alla gola aprendo una serie di piccoli getti che inutilmente si potevano fermare, Kara usò il mio braccio teso come rampa saltandogli addossi strappandogli il sesso con un possente morso sputandolo poi a terra affianco al suo proprietario che ci cadde sopra dolorante mentre si contorceva, l’ultimo dei soldati prese il vecchio come ostaggio mentre mi puntò il fucile.

<<stai fermo mostro! Vi ammazzo, vi ammazzo tutti!>>, continuò a dire visibilmente agitato e allo stremo della paura, mi avvicinai a lui ma subito cambiò bersaglio puntando alla nipote non ferita fisicamente del signor Regnar sparando un colpo.

Il colpo non raggiunse mai il bersaglio poiché una interferenza parò i colpi, la ragazza lo strinse come uno scudo poiché era quello che gli era stato, Darién si ritrovò col provare un dolore ancora maggiore a quello sul viso, le mani, le braccia, parte del torace e spalla sinistra erano stati scavati o sparati via dai minuscoli e numerosi proiettili del colpo, l’unico per quel tipo di arma, l’ultima spiaggia. Il ragazzo non urlò, cadde in ginocchio mentre gli spasmi e il sangue la facevano da padroni, la ragazza alle sue spalle aveva occhi terrorizzati e completamente stravolti.

Mi guardai tutta la scena come fosse un film non credendo al finale tanto assurdo, battei le mani e me le misi tra i capelli completamente incredulo. <<non ci posso credere, avete visto…>>, dissi rivolgendo lo sguardo a tutti i presenti terrorizzati, attoniti e disgustati, poi rivolsi le mie parola alla ragazza che mi guardò con occhi spalancati. <<ragazza tu hai appena usato quel ragazzo accecato e stordito come scudo umano per salvarti dal colpo! Sei senza cuore>>, dissi sorpreso e divertito dallo svolgersi della scena. <<poveraccio, tradito dai suoi ideali sull’esercito e tradito dalla sua famiglia, che storia triste.>> il soldato confuso quanto gli altri mi guardo e sporse un sorriso che chiedeva pietà per la sua vita, contraccambiai il suo gesto, lui buttò a terra il fucile e io lo trapassai col fucile che avevo avuto in mano come fosse lui una mela e il fucile una freccia. Tutto all’improvviso era finito, la volenza, le urla, la pioggia, la notte, lasciando posto alla disperazione tinta di rosso, sotto il faro luminoso di un nuovo giorno.

Qualche ora più darti qualcosa si era riusciti a sistemare, domestici stavano sistemando mentre un comando di medici e soldati arrivati dalla capitale insieme al famoso Siemens parlavano con il signor Regnar medicato prontamente, le nipoti e i domestici tra cui Marlia, per ciò che riguardava Darién la cosa fu più seria, girava nel giardino da solo fasciato e forgiato con strani strumenti metallici nelle parti mancanti, un paio di infermieri lo seguivano da distanza su sua richiesta, voleva stare da solo.

Ansimava vistosamente e nonostante i sedativi e antidolorifici, soffriva come un cane morente ma ciò che più provava era semplice odio, odio per tutti quelli che lo circondavano e odio per se stesso poiché in fondo al cuore credeva in essi.

<<sei conciato male e dire che eri bello in forma… prima dico.>> lui si voltò trovandomi seduto su un cespuglio come fosse una poltrona regale. <<certo che ora fai schifo, per fortuna ci sono bende a coprire.>>

<<allora sei tu, tutti loro in realtà sei tu. Tutti i miei ideali sono stati frantumati e massacrati, e per giunta sono stato salvato da ciò che più disprezzavo da ciò che più ammiravo, vi odio, vi odio tutti, soldati, famigliari, fuorilegge, tutti!>>

<<non dire così mezzo uomo, adesso almeno l’hai capito no? Guarda è anche arrivato il vostro amato Siemens quindi non è tutto andato male dai, siete salvi anche se non proprio sani.>> mi alzai dal cespuglio andandogli faccia a faccia, fronte contro fronte. <<odia se è ciò che ti fa andare avanti ma odia solo una cosa, ti farà andare avanti. Tieni questo.>> gli dieti un foglio stropicciato in cui avevo disegnato qualcosa insieme ad un altro foglio in bella scrittura.

<<chi è che ha dato iniziò a tutto? Chi è che ha fatto diventare quei soldati dei fannulloni? Chi non ha vigilato su di loro? Questo è il tuo obbiettivo, non farlo più accadere, non abbandonare il tuo ideale, imponilo con la tua forza, rendilo vero e odia una cosa, una sola, quella è ora è il tuo appiglio poiché abbiamo visto che l’amore o la famiglia per te non lo sono.>>

<<odiare qualcosa in particolare? Io odio il motivo per cui mi hanno sparato, per cui sono ridotto così! Ma soprattutto odio… quelli come te, voi che avete la forza e vi divertite a scapito di noi! Avresti potuto salvarci senza che tutto questo massacro si consumasse ma hai fattoi quello che più ti è divertito! Gente come te non merita quella forza, quel potere! Sì, è così, se non fossi arrivato non avrebbero sparato a me e me la sarei cavata con poco, loro non mi avrebbero usato come scudo e forse avrei potuto salvare Marlia dal suo stupratore, per lei mi sarei fatto sparare non per quella lì! È colpa tua>>, disse cercando di autoconvincersi della cosa. Sorrisi alle sue parole, benché il suo discorso si reggesse sul filo di una ragnatela lo avrebbe fatto andare avanti.

<<odiami, braccami, trovami e prova ad uccidermi, fammi diventare la ragione del tuo travaglio. Se vuoi lasciarti tutto questo dietro vai nell’esercito, riformalo, diventa simbolo e dammi la caccia, mostra a tutti che cosa sai fare, sottometti il mondo a te, piegalo al tuo volere. La tua famiglia ti odia, passerai come un vile se rimani e la donna che ami ha occhi per qualcun altro che ha ciò che a te manca, la forza.>> mi levai un guanto e mi morsi una mano fino a farla sanguinare, le poche gocce nere che caddero le misi in una piccola fiaschetta cilindrica cristallina fatta a collana e gliela porsi. <<quando sentirai il limite, quando il punto di non ritorno ti busserà alla porta versa questo lì dove il tuo dolore si fonte alla tua determinazione, quando sarai forte ci rivedremo.>>

Il ragazzo prese l’oggetto e lo fissò intensamente pensando alle mie parole e a quelle che aveva pronunciato, appena alzò lo sguardo non ci fu più.

Percorsi il lungo vialone fino al cancello senza essere considerato dalla moltitudine di persone nascondendo il mio aspetto dal pesante cappuccio ma non senza essere un ultima volta oggetto dello sguardo dei signori della villa e dei servitori che avevano vissuto quella notte, di Marlia avvolta dalle braccia dell’uomo che lei amava ma che non aveva mosso un dito per salvarla bloccato dalla paura ma che come i colleghi aspettava nascosto che tutto finisse.

Darién vide la sua amata rivolgere lo sguardo verso un’altra persona che non era lui, stringersi tra le sue braccia e rivolgergli il suo amore, poi lo sguardo della sorellastra che lo aveva usato e di coloro che lo avevano insultato e deriso per anni, che si erano presi gioco di lui, e qualcosa in lui cambiò, prese la piccola boccetta cristallina e la ruppe bevendone il contenuto di un fiato.

Mentre varcavo il cancello sentì le urla di dolore del ragazzo e capì ciò che aveva fatto. <<o puoi fare così e diventare più in fretta ciò che vuoi.>>

Dalla cima della collana fino ai piedi della città di metallo furono tanti i fantomatici guerrieri che si misero in mezzo al nostro cammino, inutilmente.

<<non mi aspettavo che non mi lasciassi neanche uno, sei proprio un nobile guerriero, se fossi nato qualche migliaio di anni prima saresti potuto diventare la mia nobile guardia e avremmo conquistato il continente madre, peccato.>> guardai la Dea gatta con tenerezza e gli accarezzai la testa come si farebbe con un gatto. <<l’importante è che tu ci creda>>, gli dissi guardandola poi con occhi dolci e comprensivi.

<<non prendermi in giro umano, ricorda che ti sono superiore su ogni cosa, dovresti onorarmi invece di prenderti gioco di me.>>

<<ma io lo faccio perché ti voglio bene, sei la mia tenera gattina Dea del deserto>>, gli dissi abbracciandola e facendole le coccole mettendola in serio imbarazzo.

<<smettila di trattarmi come il tuo animaletto, io sono la Dea Bastet, non mi faccio trattare da gatta da uno come te!>>

<<ho capito, allora farò come vuoi tu. Ora andiamo che ho fretta.>>

<<sei tu quello che perde tempo non io! E poi hai sempre fretta, non è che tu…>> la fulminai con uno sguardo e lei non disse altro.

Davanti all’alta arcata d’entrata, fatta di rottami arrugginiti incollati dal filo spinato, ci trovammo un piccolo squadrone che sembrava alquanto preparato.

<<qui ci penso io, mi conoscono e io conosco loro>>, disse la mia compagna facendosi strada disinvolta con fare da vera signora di mondi.

Mi sedetti sul ridosso della piccola collina a guardare in lontananza la Dea trattare quei emarginati per farci passare, il suo linguaggio del corpo e il modo di fare erano veramente intenti ad ammagliare quei undici tra cui qualche donna, e sembrava riuscirci.

Bastet poi si voltò verso di me e mi lanciò un occhiolino provocatorio come una bambina che ha ottenuto quello che voleva, quasi mi faceva tenerezza, mi ricordava una mia cara conoscenza, Perla. <<si comporta proprio come lei, presuntuosa, un po’ arrogante, piena di se ma tenera, timida e dispettosa con chi li era più vicino, io e Kyle>>, pensai tra me prima di alzarmi da terra e andare verso la Dea.

<<hai visto? Basta un bel visino e qualche parolina carina e tutti si piegano a me. Non per nulla sono una divinità.>>

<<che ti avevo detto? Voi non siete divinità e cerca di non dimenticarlo. Comunque grazie, almeno ci siamo risparmiati del tempo.>>

<<non c’è di che!>>, rispose con aria soddisfatta e felice facendomi strada tra gli alti palazzi arrugginiti, l’odore di fumo e la moltitudine di eroi del passato nascosti nei vicoli bui che ci guardavano come prede.

<<allora dove stiamo andando?>>, domandai fermandomi di colpo sentendo la pressione degli sguardi addosso, e insieme ad essa una sensazione che non sentivo da tempo.

La Dea si fermò stranita dalla domanda, vedendo il mio sguardo sembrò presa dalla stessa domanda. <<ma non è ovvio? Andiamo dai capi di questa città e ci facciamo una bella mangiata, ho fame>>, rispose più per tranquillizzare se stessa che me.

Le ombre coprirono il cielo e decine di sguardi si tramutarono in movimenti di morte, il silenzio lugubre si animò in urla, negli occhi della Dea il cielo tinto di rosso gli venne coperto da una cappa di oscurità travolta da decine di lancette di morte, bianche come schegge di stelle.

Dagli alti tetti gli sguardi dei capi sulla distesa scintillante erano freddi e silenziosi, leggeri ghigni apparvero subito dopo. I loro soldati, guerrieri di antiche tribù maestri della natura e della guerra, sembravano restii a quel gesto tanto vile e privo di alcun onore.

Dalla lastra di terra bagnata da cadaveri e frecce, un ombra nera si alzò scagliando verso il mittente tre frecce bagnate di nero, rivolsi lo sguardo su coloro che avevano ordito l’attacco stazionati dall’alto delle loro posizioni, col corpo coperto di schegge di stelle su tutta la schiena e il sangue che scivolava verso terra memorizzavo i loro volti poiché sarebbero stati gli ultimi a cadere ei primi a capire la loro fragilità in quel mondo di crudeltà. Bastet rimase a terra bagnata da gocce quasi nerastre del mio sangue sia in viso che nelle vesti, coperta dalla cappa che l’aveva protetta insieme al mio corpo dalle saette dei nemici.

<<mia Dea grande sovrana e sacra che intendete fare, aiuterete lo straniero o aspetteremo che le cose facciano il proprio corso?>>

<<osserviamo ciò che il creatore ci mette dinnanzi e agiamo in base a ciò che ne diverrà, ricorda che abbiamo uno scopo ultimo, non possiamo intervenire ad ogni disputa ma capisco ciò che provi, vedremo.>>

<<come desidera, allora vado ad informare i vostri fratelli e le nostre truppe. La aspetteremo sotto i sette astri a nord>>, disse il messaggero prima di balzar in volo in direzione della colonna di luce.

La Dea osservò con attenzione benché la lunga distanza che la separava dal luogo del evento, una scintilla di curiosità era ciò che la fermava dal suo cammino e posare lo sguardo sulla città che avrebbe dovuto radere al suolo, sguainò la lunga spada conosciuta come la spada del paradiso o falciatrice d’erba e la puntò verso quella città in rovina, il filo dell’arma si tinse di nero per un frangente quasi impercettibile.

<<un umano vedo? Come si è arrivato qui?>>

III Grotta & Città

IV

Grotta e Città

Kara intonava quello che pareva una canzoncina molto carina anche se sembrava come se miagolasse, io l’accompagnavo come potevo dando delle parole ai suoi versi mentre camminavamo a passo di danza guancia contro guancia. Sembrava molto felice e come biasimarla dopo quello che deve aver passato, la giornata era splendida e si stava d’incanto nella penombra della gola che stavamo attraversando, mancava qualche decina di metri e avrei scoperto il significato di quello strano disegno sulla mappa che non capivo cosa rappresentasse. <<abbiamo lasciato la villa da qualche giorno eppure non abbiamo trovato tracce di Aura in nessuno dei villaggi in cui siamo stati, chissà dove sarà?>>

Mi fermai all’improvviso una volta arrivato alla fine della gola, che non fece altro che allargarsi a formare una circonferenza nella cui parte opposta si trovava la strada per Palem e nel mezzo un percorso non facile, il paesaggio che si dispiegava dinnanzi a noi non era per niente rassicurante, un dedalo di fragili e strette lingue di terra che si elevavano e poi si abbassavano, avvicinandosi, allontanandosi e sovrastandosi l’una sull’altra sorrette da altrettante fragili colonne di rocce corrose dal tempo e dalle intemperie che scomparivano nelle oscure profondità da cui arrivavano deboli pallori di luce e un rumore forte di acqua che si abbatteva su rocce o scogli nascosti nell’oscurità, anche se avevo la sensazione che facessero troppo rumore per essere tanto in profondità.

Saltai su una delle strisce pericolante percorrendola cautamente e a passo moderato, nonostante l’aspetto fragile sembrava reggere il peso di una persona tranquillamente.

Man mano che ci addentravamo ci sentimmo più fiduciosi verso quella strada, non riuscivamo quasi a parlarci visto il rumore dell’acqua sotto di noi ma a segni mantenemmo una semplice conversazione, osservammo con occhi da bambino le pareti incise e l’enorme articolato di quel luogo tanto affascinante quanto pericolante, era anche la casa di diversi Nativi dalle corazze luminose che tappezzavano ogni angolo di quel luogo e che apparivano come lucciole ad intermittenza colorando le parti che il sole non raggiungeva con una colorazione ogni volta diversa.

Dopo un po’ raggiungemmo quello che pareva il centro poiché non riuscivo più a vedere le pareti laterali della gola probabilmente alla massima ampiezza, e fu allora che ci imbattemmo in altri viaggiatori provenienti dalla direzione opposta, ci fu un attimo di silenzio prima che qualcuno proferisse parola.

<<e tu chi sei? Che cosa ci fai in una strada abbandonata come questa?>>, domandò uno del gruppo composto da più di una decina di Persone.

<<sono solo un viaggiatore che vuole arrivare in città il prima possibile e per questo ha preso una scorciatoia. E voi che ci fate qui? anche se avete le divise di un esercito che non ho ancora visto non sembrate soldati, anzi da come vi comportate e dal fatto che quel carico alle vostre spalle è troppo per una strada come questa si potrebbe pensare che abbiate fatto qualcosa di molto pericoloso.>>

Tutti loro si allarmarono e cercando di non farlo notare stavano per sguainare le armi ad un mio minimo movimento sospetto. <<non scherzare, siamo dell’esercito del Nord e stiamo svolgendo una missione secreta, qualcosa che un civile non dovrebbe vedete>>, disse un’altra pronta ad estrarre la pistola dal fodero.

<<se lo dite voi sarà vero, che ne può capire un civile come me>>, dissi passandogli affianco tenendo le mani ben in vista. Uno di quelli nelle retrovie mi guardò intensamente mentre passavo, poi dopo un colpo di fulmine andò da quelli davanti a riferire, passai affianco al carro sentendo poco prima di allontanarmi un rumore che mi bloccò, il suono di un pianto sordo.

<<che cosa c’è su questo carro?>>, chiesi senza mezzi termini pronto a ricorrere alle mani se fosse stato necessario.

Tutti quelli della compagnia estrassero le armi puntandomele prontamente contro.

<<allora è vero che sei il cacciatore, nessuna persona lo avrebbe notato o si metterebbe sul punto di guerra per questi!>>, disse il capo scoprendo il telone e mostrando quello che c’era sotto, due Nativi dalle lunghe e arricciate corna e dai corpi ridotti a pelle ed ossa pieni di lividi, al collo un collare dorato col simbolo del esercito del Nord. <<non erano queste bestie che andavi a raccattare per i mari>>, aggiunse buttandoli fuori per terra da cui non si potevano alzare poiché legati col fil di ferro, dal cappuccio sentì Kara agitarsi animatamente come in preda alla rabbia o alla paura, l’accarezzai per tranquillizzarla e la cosa funzionò.

<<quindi dei soldati disertori hanno rubato dei preziosi schiavi Nativi per rivenderli e farci una fortuna ma visto che avete trovato qualcosa che vi frutterà di più volete cogliere l’occasione, sembra un piano perfetto se non fosse per quello>>, dissi indicando la striscia di cielo su cui apparve un enorme corazzata volante dell’esercito.

<<Dauda Ofan, l’esercito del Nord. Dannazione! ci hanno trovati, dobbiamo muoverci!>> dalla nave maestra altre più piccole ne uscirono entrando nella gola, erano simili a quella che mi aveva inseguito ad Alath anche se più armate.

<<fuggitivi dell’esercito, avete qualcosa che appartiene al vostro supremo comandante, per avervi macchiati del crimine di furto verrete giustiziati sul posto, scappare è inutile>>, annunciarono dalla nave madre facendo tremare l’intero paesaggio.

Gli imputati si guardavano attorno tenendo gli occhi fissi sulle due navette che continuavano a fare cerchi sempre più stretti nel buio che si era creato dal eclisse compiuta dalla nave madre, e non avrebbero tardato ad arrivare lì dove ci trovavamo. <<che cosa siete voi? Nativi o Vox?>>, domandai ad uno dei due prigionieri sfruttando il panico dei loro rapitori.

<<siamo… mezzi-demoni di quarta generazione, non siamo né Vox… ne Nativi.>> sorrisi alle sue parole, gli angeli li avevo già trovati e trovarne la controparte era una scarica di adrenalina alla mia curiosità.

Una delle navette ci trovò puntandoci come un toro in corsa passandoci rasente alzando una folata di vento che quasi rovesciò il carro e stava per far cadere qualcuno nel burrone sottostante, ci abbassammo tutti per attutire il colpo e sfruttai il momento per preparare un piano. <<voi due sarete fratelli suppongo, dov’è la vostra famiglia?>>

<<loro sono… morti crediamo, sono state portate via su una nave ma non si sa più nulla perciò… saranno morti.>>

<<andate ad Alath, c’è una locanda molto frequentata. Dite alla proprietaria che vi manda il cacciatore, prendete questa come prova>> mi strappai qualche capelli e lo dai in mano ad uno dei fratelli. <<dite che volete andare “a casa”, se ci rincontreremo sarà lì, andate ora e salutatemi chi vi chiederà di me.>>

La navetta ritornò, questa volta più bassa e sparando a raffica, presi il carro per l’asse e la lanciai contro il mezzo nemico che al impatto fu sbalzato su un’altra piattaforma sgretolandola e inabissandosi, l’intera gola sembrò collassasse e iniziò a sgretolarsi sotto i nostri piedi.

<<scappate tutti!>>, urlai indicando la strada opposta a quella in cui ero diretto scuotendo i presenti a muoversi.

L’altra navetta notando la collega essere abbattuta si diresse verso di me sparando a raffica, iniziai a correre in avanti scacciando l’attenzione dai veri ricercati che scappavano in direzione opposta alla mia.

Saltai su un’altra striscia di strada poco prima che l’altra collassasse continuando a correre a zig zag per non farmi colpire dagli spari, le strade ai lati crollavano come muri di carta sbarrando le altre vie distruggendole o facendole cadere velocemente nel baratro. Mi buttai su un lato andando rasente alla parete nerastra della gola, altre due navette si affacciarono all’inseguimento, una di esse si parò ad un centinaio di metri davanti a me ed un'altra dall’alto veniva in picchiata.

<<Kara reggiti!>> sfruttando una sporgenza sulla parete balzai di qualche metro in alto superando la navetta che mi stava dietro, conficcai la mano sullo scafo aggrappando ad essa mentre con l’altra tenevo la lunga arma che mi portavo ben salda nel suo fodero. La navetta in alto rallento di colpo ritornando in quota per evitare lo scontro mentre quella di fronte si alzò ma non abbastanza da evitare di andarci rasente, la colpì con l’arma facendola andare fuori asse e volteggiare ad alta velocità prima di schiantarsi alle nostre spalle in una esplosione verdastra che accecò l’intero ambiente.

In un frangete di secondo dall’esplosione una lancia di ferro nera come la notte e veloce come un arpione trapassò la navetta, intera arma prese a luccicare in modo sempre più intenso mentre un calore sempre maggiore ne usciva, d’istinto saltai giù ma troppo tardi per evitare l’esplosione, migliaia di schegge portare da una possente onda d’urto ci travolsero fiondandoci contro le piattaforme durastre ai bordi della cola trapassandole come foglie senza che potessero fermare la corsa verso gli abissi.

L’intera gola non riuscì a sopportare anche quel duro e forte colpo, le alte pareti iniziarono a crollare su se stesse, valanghe di detriti scesero come cascare riempiendone l’interno, un rumore assordante di morte si espanse accompagnato da una nuvola nera di polvere.

<<muovetevi dannazione!>>, urlò uno dei disertori ai compagni rimasti indietro.

<<Dama, Crova, Rem muovetevi!>>, urlò ancora ma essi non ce la facevano più, i due demoni li presero come se fossero sacchi di cemento accelerando il passo e portandosi davanti a tutti mentre tutto alle loro spalle crollava nell’abisso oscuro.

L’enorme sbuffata nera sputò dalle viscere di quell’inferno i malcapitati ormai ricoperti di polvere e cenere eppure, salvi. Qualcuno di loro aveva qualche graffio o abrasione ma nulla di serio, erano anche riusciti a seminare gli inseguitori dell’esercito.

<<grazie voi due, se non fosse per voi saremmo morti.>>

<<ora siamo pari, lasciateci andare>>, disse uno dei fratelli col fiatone.

<<e dove… vorreste andare?>>

I due presero fiato prima di rispondere, lo sforzo era stato titanico poiché da giorni non mangiavano ed erano stati fermi altrettanto rinchiusi su quel carro legati come merce da contrabbando. <<vogliamo andate “a casa”.>>

<<possiamo… venire con voi, siamo sulla stessa barca no?>>

<<va bene ma… le cose cambieranno.>>

<<per noi va bene tutto, basta che ce ne andiamo.>>

La tenera e preoccupata voce del anima di Kara mi chiamava con forte e gran insistenza, invocava il mio risveglio mentre un dolore lancinante alla testa mista a fitte su tutte le ossa ed a un formicolio bruciante nei muscoli mi bloccavano a terra.

Mi risvegliai avvolto da una fievole luce tenue e giallastra in un luogo cavernoso dal profumo pungente di chiuso e stagnante in un aria umida e asfissiante.

La testolina morbida della piccola Nativa la sentii strusciarmisi al volto come a voler cercare di alleviare i dolore di cui ero preda. <<Ray… svegliati.>>

Aprì gli occhi di scatto come se avessi dell’acido in essi, mi piegai su me stesso dolorante come mai prima, rigettai tutto quello che avevo in corpo piegandomi su un lato, sull’orlo del baratro senza fine al cui bordo eravamo precipitati.

Il dolore non accennava a diminuire e la testa doleva come se qualche insetto me la trapanasse cercando di entrarci a forza, me la toccai macchiandomi la mano di sangue, una quantità che mi fece rigettare un’altra volta, ma non era la sola cosa.

Abbassai lo sguardo morente e rimasi ghiacciato al vedere una lunga e sottile sbarra di ferro a spirale trapassarmi il fianco destro coprendosi di filamenti di carne, sangue e della pus giallastra che gli scivolava lentamente, guardai Kara per cercare di rassicurarla ma il suo sguardo di terrore si era parato sul mio braccio destro, che non sentivo quasi più dai dolori.

<<che cosa?>>, mi domandai atterrito vedendone le condizioni pietose.

La manica dei vestiti era completamente bruciata e quasi assente sennò che per qualche stappo di tessuto, la pelle era piena di croste e bolle giallognole di liquido denso che scoppiavano lentamente, i legamenti sbucavano insieme a qualche pezzo d’osso bagnato di sangue tra una vena e l’altra che a stento riuscivano a tenerlo dentro, le dita erano tutte storte e piene di abrasioni ma in condizioni migliori rispetto al resto, grazie anche al guanto. Mi trattenni dal rigettare e provai a muovere le dita, vidi i legamenti muoversi sbucando dalla pelle mentre schizzi di sangue e liquidi neri mi esplosero in faccia, mentre il dolore mi trapassava ad ogni movimento. <<non guardare Kara, voltati!>>, gli dissi con voce quasi assente.

La piccola Nativa si volto e provò a coprirsi le orecchie mentre le mie urla di dolore si issavano come il canto di disperazione e dolore di un morente mentre viene smembrato, il sangue schizzava, mentre col braccio buono battevo a forza di pugni sull’altro mentre con i denti, tra il sangue che mi usciva dalla bocca per lo sforzo, tenevo la corda che usai per tenere insieme i pezzi. Con occhi schizzati, il sudore che mi bagnava la pelle e spasmi incontrollabili mentre cercavo di non svenire ne lasciare il lavoro a metà. Mi fermai tre o quattro volte per i dolori e per rigettare nonché per prendere fiato, ci vollero tra una cosa e l’altra quasi un’ora prima che riuscissi a finire, circondato da macchie e pozze nere rossastre sui vestiti bollenti e sporchi mi eclissai dal mondo avvolto dal dolore, immobile e con lo sguardo fermo nell’oscurità, con ì occhi sbarrati per il troppo dolore, un dolore che da anni non sentivo.

<<Kara tranquilla sto…>> svenni ancor prima di finire di parlarle, la mente mi si annebbiò e il corpo cadde come un sacco.

Una piccola sagoma bagnata da una debole luce biancastra mi riempiva la visuale, il tocco dolce delle sue mani sulle ferite mi parvero come una pomata sulle bruciature, fredda ma benefica, alle sue spalle altre tre sottili e lunghe sagome simili a lunghe alghe mosse dall’acque, leggere e sinuose guidate dalla debole corrente che attraversava quel luogo, richiusi gli occhi ancora troppo stanco e dolorante riaddormentarmi.

Mi risvegliai di colpo dopo aver avuto un terribile incubo, ero ancora bagnato di sudore e avevo ancora qualche piccola compulsione ma per il resto era tutto più o meno “normale”, la testa mi scoppiava e i dolori che non mi lasciavano mai erano sempre lì. Controllai il braccio, fasciato con corde da traino e pezzi di stoffa zuppi di sangue e sudore, la mobilità era tornata parzialmente, per il resto ci pensò Kara che, appena mi vide rinvenire, mi saltò addosso facendomi le feste.

<<calma, calma, sto bene ed è grazie anche a te, non credere che non ci abbia fatto caso piccola Kitsune>>, dissi accarezzandogli la testa mentre mi soffermai con lo sguardo per un attimo alle altre due code che gli erano spuntate, lucide e di un colore brillante.

Mi rialzai in piedi e mi avvicinai alla bocca della grotta in cui eravamo capitati, dai deboli raggi di sole che filtravano dalla cappa di detriti notai altre entrate di altre innumerevoli grotte disperse su tutte le pareti scoscese della gola, tutte finivano o iniziavano nello strapiombo davanti a me da cui spuntavano alcune delle colonne portanti delle piattaforme che erano scappate al crollo.

<<a questo punto ci possiamo solo muovere in una direzione, verso l’interno e sperare di trovarci un’uscita.>> nonostante le mie parole poco rassicuranti lo sguardo e forse anche il pensiero di Kara erano verso le mie pessime condizioni, anche se buio le minuscole pozzette di sangue riflettevano quel poco di luce, e anche se fosse stato totalmente buio l’olfatto di lei sicuramente avrebbe notato lo stesso notato l’odore pungente del mio sangue marcio.

<<non guardarmi con quegli occhi, non sto ancora morendo, ci sono già passato… tanto tempo fa, ora andiamo finché uno dei due non crolla, anche te sei ferita no?>>

Ci trascinammo con le poche forze che avevamo, lei barcollava a destra e a sinistra mentre lasciava impronte impregnate di sangue guidata dal suo udito ed olfatto mentre strisciavo contro il muro seguendola nel buio freddo e ventoso di quel complesso labirinto sotterraneo dalla fredda temperatura. Man mano che ci addentravamo notammo, anche se era quasi impercettibile un odore metallico e la superficie scavata delle pareti opera delle Persone, probabilmente un tunnel di collegamento mai finito o qualche miniera o simili, in quel momento non ebbi neanche le forze per formulare un’ipotesi, mi affidavo a intuizioni, avevo freddo, mi sentivo debole travolto dagli spasmi irrefrenabili e dai dolori martellanti, era come se nelle vene mi scorresse lava e che bruciasse tutto quanto, continuai così e non ci volle molto che cadessi, bastò un semplice sasso sulla strada ad abbattermi.

Kara si volto e mi venne subito incontro appena sentì il tonfo, mi colpì con la testa sul viso, mi morse un braccio e mi carico all’altezza del costato ma non sembravo reagire, a quel punto si mise ad urlare, un urlo che straziava le orecchie e trafiggeva l’animo come se una creatura celeste fosse consumata dalle fiamme dell’inferno. Mi ripresi come se mi avessero riportato in vita, a lunghe respiri affannati e colpi di tosse acuti, a tentoni trovai la morbida pelliccia della piccola Nativa e la accarezzai rassicurandola.

<<sto bene, non piangere. Ero solo… inciampato.>> mi rialzai appoggiandomi alla parete da cui notai sporgere qualcosa di cubico e metallico, prontamente tirai fuori dal borsone una piccola sacca con decime di pietre al suo interno e a tatto ne scelsi due che sbattei sul cubo, ci fu un lampo tremendo che illuminò come un sole prima di affievolirsi fino a rimanere dell’intensità di una lampada ad olio.

<<quindi se ci sono questi cosi qui vuol dire che c’è un uscita da qualche parte più avanti, ma per ora fermiamoci qui, è ora di cena, credo.>>

Presi la cosa più grossa e profumata che trovai e la dai a Kara, il dolce profumo affumicato misto alle erbe dentro cui era stata avvolta la carne rapirono in tutto e per tutto la mia compagna. <<te la meriti e poi a me non piace mangiarne troppa, preferisco questa cosa strana>>, dissi aprendo una scatoletta con del cibo filettante di un viola pallido adornato da fogliette arance di qualche pianta dolce.>> ne assaggiai un pezzo con diffidenza per poi scoprirne l’immensa bontà e la grande carica che vada.

Kara terminata la cena mi saltò sulle gambe accucciandosi e guardandomi con una ovvia domanda sortagli dalle mie precedenti parole. <<vuoi sapere che cosa ho passato per diventare così vero? Me lo chiedo anch’io ma come succede spesso, o come dicono sempre i protagonisti di una storia, “è tutto iniziato da quel momento”.>> Kara mi guardò male dubitando sul fatto che mi fossi ripreso. <<non lo dico io! È così che si inizia una storia, almeno dalle mie parti. Comunque è successo qualche tempo dopo che io e Soul, mio fratellastro dopo la scomparsa dei suoi, fummo adottati e portati via dal paese in cui abitavamo e divisi, lui andò col nostro nuovo padre e io con la donna che mi aveva salvato dal incubo che stavo vivendo nel orfanotrofio, la sua famiglia era tra le più potenti del suo paese e godeva di rispetto in ogni ambito, erano una famiglia millenaria che aveva aiutato a formare l’intero paese ed io ero entrato a farci parte, ovviamente mi aspettavo di essere l’emarginato, “lo straniero”, ci ero abituato da quando ne avevo ricordo ma lì non lo fui, mi accolsero trattandomi come uno di loro, nonostante le differenze.

Feci di tutto per essere degno di tutto quello che facevano per me ma anche se mi lodavano e mi davano meriti sentivo sempre che non era abbastanza, volevo dimostrare definitivamente a tutti quanti, anche a coloro che parlavano nell’ombra che ero degno di far parte di quella famiglia e che sarei stato capace di sopportare il peso che comportava.

Qualche mese dopo ci fu una grande festa ad un palazzo regale in Europa, è considerato un grande posto da dove vengo. Era una festa in stile nobiliare, belli abiti, gente potente e incontri cordiali, balli e banchetti, tutto per il compleanno della figlia di un’altra famiglia potente, i Verne. Era una ragazzina poco più piccola di me, i genitori volevano farla entrare nel mondo dei potenti, aveva un futuro promettente e insieme alla sorella maggiore avrebbe detenuto l’impero dei genitori, purtroppo qualcosa andò storto, ci fu un attentato e dei rapitori irruppero nella villa, uccisero solo le guardie lasciando gli altri in preda al terrore, impotenti. In seguito si ipotizzò che fossero sicari di qualche organizzazione che aveva interessi contro i Verne ma questo non cambiò il fatto che la figlia più piccola, Maia, era il loro obbiettivo. Il capofamiglia degli Hanzo, l’anziano Hann ordinò a quei pochi ospiti di riprendersi e cercare la piccola, ogni membro della famiglia come un soldato fedele, donna o uomo si armò e privo di ogni esitazione andò a compiere l’ordine andando a contrastare i rapitori, il sangue e gli spari da lì a poco iniziarono ad avvolgere l’intero edificio, io tra gli spari e il tumulto finì separato da tutti gli altri, avevo paura e volevo solo scappare, far sparire tutto quel orrore, i corpi morti, il sangue, gli sguardi di orrore in quei volti ma poi la vidi, rannicchiata in un angolo, lo sguardo stravolto, il vestito celeste bagnato del sangue di altri mentre si copriva le orecchie, anche lei nelle mie condizioni, in me in quel momento il forte desiderio di proteggerla fu l’unica cosa che provai.

In quel istante, mentre mi avvicinai a lei due dei rapitori la individuarono e si lanciarono come belve sulla preda, dall’altra parte gli Hanzo erano arrivati ma erano bloccati dagli altri rapitori richiamati dai compagni, io che ero il più vicino alla ragazza la presi a me e feci l’unica cosa che mi venne in mente, con la cravatta feci un cappio e lo misi al collo della ragazza legandole infine al braccio. Sembrerà una cosa stupida ma in quel momento era l’unica cosa che mi venne in mente, pensai che se non avevano sparato appena l’hanno vista voleva dire che la volevano viva. Anche loro rimasero spiazzati ma non avevano il tempo né i mezzi per tagliare via il loro problema, spararono a raffica prendendoci entrambi, le ultime parole che sentii furono quelle del vecchio Hanzo, diceva o più specificamente, mi ordinava di proteggerla a qualunque costo finché non ci avrebbero salvato.>>

Accarezzai Kara che sembrava alquanto interessata e presa dalla mia storia nonostante la stanchezza. <<adesso però è ora di andare a dormire, domani ti racconto il resto.>> Kara però non fu d’accordo e mi saltò al collo cercando di mordermi ma finendo per farmi soltanto il solletico. <<non se ne fa niente, domani ti prometto che ti racconterò di come ho guadagnato queste>>, dissi mostrando tutto il braccio destro e le cicatrici. Mi rannicchiai coprendomi con quello che rimaneva del mio cappotto di pece, Kara si infilò come un serpente fino ad avere la sua testa sotto in mio mento avvolta da caldo. <<te li scegli bene tu i posti dove dormire, quando sarai grande sarò io ad usarti come calorifero per la notte.>> ci strinsi e coprì il cubo luminoso facendoci piombare di nuovo nel buio e nel sottile silenzio della grotta.

Forti passi di sentirono ad un certo punto crescere di intensità e una voce parlare come se stesse in un posto del tutto indifferente, una nobile luce color arancio avvolse il nostro cammino che era stato ripreso già da qualche ora. <<la cosa da questo punto in poi si tinge di sangue, ci trasportarono in una struttura al nord, un complesso industriale provvisto di prigione, ci buttarono dentro e per i primi cinque giorni non ci diedero cibo e pochissima acqua ma era solo l’inizio, al sesto giorno finalmente qualcuno di grosso si fece vivo, un industriale che non era riuscito a ottenere ciò che voleva per colpa dei Galliani, il padre di Maia aveva negato i permessi e sua moglie, una Verne purosangue, aveva supportato il marito. L’uomo arrivò nella nostra prigione, umida, fredda e sporca e con sguardo soddisfatto si avvicinò a Maia, per lui era un trofeo, un lasciapassare per le sue attività, poi rivolse lo sguardo a me, ci pensò qualche istante e poi sembrò illuminarsi, iniziò a farfugliare nella sua lingua rivolgendosi ai suoi colletti bianchi che erano tra il terrore e la consapevolezza di essere vicini al successo. Ci lasciarono lì, altri due giorni nelle stesse condizioni prima di darci un pasto, una purea e gli scarti di cucina dei pasti di quelli nella struttura, Maia non riusciva neanche a portarsi il cibo alla bocca da quanto era debole, dovetti farlo io, gli feci mangiare quasi tutto il cibo prima che svenisse di nuovo. Ore dopo venni pestato da alcuni dei rapitori, erano molto giovani e mi colpirono con rabbia e frustrazione fino a farmi vomitare sangue, dopo venni legato e portato in un’altra stanza, legato ad una sedia di fronte ad una video camera ed a uno schermo, due tizzi mascherati entrarono, uno di loro accese il tutto mentre l’altro mi affianco con in mano un ferro per marchiare, quando lo schermo si accese vidi i volti delle persone che erano stati presenti alla festa, gli Hanzo, i Verne e alcuni degli Xanders, amici fidati delle altre due famiglie, i loro sguardi facevano capire ciò che provavano vedendomi ridotto a quel modo.

A quel punto iniziò una trattativa ma non riuscì a seguirla poiché ero malnutrito e il dolore della mia malattia non attenuava a placarsi da quando avevo lasciato la villa e lì anche la mia medicina, ad un certo punto uno dei due batté sul tavolo infuriato mostrando il ferro che aveva in mano, poi fece uno strano segno con la mano prima di strapparmi i vestiti lasciandomi a petto nudo e legandomi le mani dietro la sedia , nella stanza irruppe un'altra persona, sembrava quasi un professore, ben vestito, con gli occhiali e un atteggiamento superiore ma con in mano un altro di quei ferri, rovente e di un giallo cremisi. Terrorizzato rivolsi lo sguardo allo schermo come a chiedere il perché, ma nessuno di loro ebbe il coraggio di guardarmi in volto, nessuno tranne il vecchio Hanzo, i suoi occhi sembravano dirmi di resistere, di essere forte.

Il colpo arrivò all’improvviso ma si fece sentire, la pelle che si squagliava, il calore che mi trapassava mentre mi dimenavo come un dannato ei denti che digrignavano, la saliva che mi usciva come spruzzi di onde sugli scogli e il respiro furente che trattenevano le urla, dopo sentii solo l’odore della carne bruciata, alzai gli occhi allo schermo vedendo nel riflesso il marchio che mi era stato inflitto, il mon della famiglia Hanzo, ero stato marchiato come una bestia da macello, come un animale.

Alzai lo sguardo ancora una volta vedendo il viso dolente dei genitori di Maia, della sorella e di tutti i presenti, con le ultime forze urlai le sole parole che mi vennero in mente. <<la proteggerò a qualunque costo!>> poi svenni per lo stress.

Quando mi risvegliai mi ritrovai di nuovo nella cella, Maia in un angolo, lo sguardo vuoto e il corpo sempre più debole, sembrava non voler più mangiare, voleva lasciarsi morire e non potevo dire di non capirla ma lei non poteva farlo, avevo fatto una promessa e anche se avessi dovuto costringerla la avrei tenuta in vita, e così feci. Presi il cibo che c’era e la obbligai a mangiare obbligandola a forza a ingoiare il cibo e quando si rifiutò di aprir bocca l’obbligai a forza di farla soffocare ma poi arrivò di nuovo quello strano uomo, il dottore lo chiamavano gli altri, portò con se ogni genere di strumento medico e non ci voleva molto per capire cosa volesse fare, mi misi in mezzo tra lui e Maia.

Chiunque avrebbe detto che sarebbe stato inutile nelle mie condizioni ma la cosa funzionò, quello psicopatico prese il mio gesto come un affronto e mi prese al posto di lei, mi legò ad una sedia e sotto una forte luce in quella che sembrava una sala operatoria iniziò il suo teatrino, iniziò a parlare della sua vita e del suo hobby di torturare poi iniziò a inveire contro le parole che avevo detto durante la trasmissione e su come cercavo di mantenere in vita la ragazza, poi mi dissi parole cui significato era nascosto. <<ti propongo una sfida caro ragazzo, tu o lei? starà a te scegliere e vediamo quanto resisterai.>> Non capì subito quello che disse e ci pensai mentre ero in cella, passarono dei giorni e sembrava tutto troppo calmo, Maia si era in parte ripresa ma poi lui ritornò, con uno strano sorriso in volto, in mano stringeva un pestello da macellaio nuovo, e nell’altra delle tenaglie, appena la cella venne aperta e Maia lo vide cominciò ad urlare cercando di scappare attraverso le sbarre in preda al terrore e alle urla.

<<tu o lei? chi viene a giocare con me?>>, chiese e allora capì le sue parole, voleva vedere se avrei tenuto fede alle mie parole o se avrei ceduto come un animale impaurito marchiato come tale, mi alzai traballante di fronte a lui offrendomi.

Quando fui ributtato in cella c’era ancora Maia rannicchiata in un angolo impaurita, occhi spalancati e respiro accelerato, il cibo freddo era davanti a lei ma nonostante la fame non voleva mangiare, era tornata allo stato precedente, io mi avvicinai a lei mentre mi fissava con occhi di terrore, mi piegai dinanzi alla ciotola prendendo un boccone come una bestia, mi sporsi a lei dandogli il boccone che avevo in bocca obbligandola a mandarlo giù a forza, spingendoglielo giù per la gola fino a fargliela andare di traverso, lo feci ancora e ancora finché la ciotola non fu vuota, mi buttai sull’angolo opposto al suo guardandola dritto in faccia, ma i suoi occhi erano fissi sulle mie mani completamente spezzate e sulle dita prive di unghie e scarnate coperte dal sangue nerastro e marcio che scorreva nelle mie vene. <<ho promesso che ti proteggerò e lo farò. Che tu lo voglia o no, tu vivrai.>>

Da quel giorno ogni tre notti lui ritornava alla cella e io mi alzavo e gli andavo incontro anche contro la volontà di Maia, la cosa si protrasse per giorni, settimane e addirittura mesi.

Alla fine successe qualcosa che non credevo possibile, ci feci l’abitudine al dolore, era diventata una cosa che si era legata a me, ad un certo punto iniziai a fingere che mi facesse così tanto male quanto bastava perché lui ci credesse, continuai la farsa fino al giorno che Maia si ammalò gravemente. Poche settimane dopo l’ultima diretta, nel modo di fare del vecchio Hanzo avevo letto che erano vicini a trovare il luogo dove eravamo detenuti, ma era passato troppo tempo e di loro non c’era stata traccia, in una crisi di Maia una delle guardie entro a vedere ed allora feci la mia mossa.

Cinque giorni dopo finalmente una squadra d’élite in cui erano inclusi la sorella di Maia e un ragazzo dei Xanders irruppero nello stabilimento ormai completamente distrutto, morti ovunque, sangue, resti di piccoli incendi, apparecchiature distrutte, fu questo che trovarono. La squadra alla fine giunse alle prigioni, io gli stavo per attaccare ma riconobbi una delle guardie del vecchio Hanzo tra loro e mi fermai, buttai a terra le due sbarre di rame che stringevo come fossero spade, mi voltai verso la cella e portai Maia in braccio fino alla sorella, la guardia mi aiutò a tenermi in piedi mentre ripetevo se avevano ricevuto il segnale che avevo mandato, non sentii neanche la risposta da quando ero stordito dopo giorni a dare la caccia a quelli che erano rimasti nella struttura.>>

Settimane dopo mi risvegliai in ospedale dove tutta la famiglia si era riunita per me, Kim era la prima, rimasta giorno e notte lì a vegliare su di me. Appena mi risvegliai la bellissima donna mi saltò al collo riempiendomi di baci e abbracci ripetendo quanto gli ero mancato.

L’anziano a quel punto disse le parole che avevo tanto agognato. <<sei stato di parola figliolo, tu meriti più di tutti di portare il nome di questa famiglia, rendi onore ai nostri antenati nel salvare la giovane Verne, sarei onorato di essere il tuo bisnonno, Ray Hann Hanzo.>>

Da quel giorno mi sono allenato e preparato per ogni tipo di situazione, entrai a par parte della squadra delle tre grandi famiglie insieme a Perla Verne, la sorella di Maia e Kyle Xanders, il ragazzo che aveva partecipato all’operazione di salvataggio.

Nonostante fossero tutti e due più grandi mi trattarono come un fratello e legammo sempre più, ci spedirono in ogni parte del mondo sfruttando il fatto che come eredi di famiglie potenti eravamo potenziali futuri soci per ogni compagnia o industria, facevano ogni cosa ci chiedessero e diventammo i più bravi in ciò che facevamo, tanto da essere famosi nelle malavita, i segni che ricoprono il mio corpo sono ciò che quelle esperienze mi hanno lasciato, ormai non so più se è questo che volevo essere ma non ha più importanza, questo è il mio mondo ora e vivrò così per il tempo che mi resta.

Questa è la storia di come sono diventato il cupo ragazzo che ti ha trascinato in questo casino, come hai sentito non è niente di che, ci sono racconti più interessanti, ora però muoviamoci lì in fondo vedo quella che sembra un’uscita.>> Kara mi saltò in spalla strofinandosi contro il mio viso teneramente.

<<sei ancora convinta a seguirmi dopo tutto, allora ti piacciono i ragazzacci>>, dissi scherzoso. Seguimmo le deboli scie di luce che filtravano da una parete rocciosa a fine del tunnel, oltre ad esso le voci della natura riecheggiavano nell’aria e tra la flora rigogliosa caratteristica della regione.

Sfondai la parete facendola crollare giù come fosse un muro di cartongesso riempiendoci di polvere, terra e rampicanti ma vivi anche se malconci, caddi a terra per il troppo slancio inciampando su una grossa radice, Kara agile com’era saltò in tempo per evitare di seguire la mia fine per poi atterrarmi sulla schiena appena mi ritrovai con la faccia sul manto erboso.

<<che dolore>>, mi lamentai rimanendo con la faccia immersa nell’erba mentre la Kitsune mi camminava sulla schiena per farmi rialzare, notò subito che alla luce del sole bianco le mie condizioni erano anche peggiori di quelle che credevo, ero letteralmente a pezzi, il sangue aveva sporcato tutto e i vestiti che avevo erano a pezzi, in parte bruciati e in parte rovinati dall’attrito con la parete rocciosa prima dello schianto nella grotta. <<piccola diavoletta mi faresti un favore? Potresti cercare una sorgente d’acqua qui vicino, non vorrei arrivare in città ridotto così, altrimenti salta la copertura.>> la Nativa saltò giù dalla mia schiena e dopo un latrato di conferma corse alla ricerca della fonte d’acqua.

Mi rivoltai dall’altra parte trovandomi i raggi filtranti del sole attraverso il tetto fogliare accarezzarmi il viso, le fugaci ombre di volatili sfrecciarmi come stelle cadenti davanti agli occhi in armonici e dolci cinguettii accompagnati dal fruscio dei rami provocato dai Nativi che affamati vagavano in cerca di pasto o in una passeggiata con la prole al seguito, come ad esempio un branco di Kjroi dal manto muschiato terroso che incuranti della mia presenza passarono come nulla fosse a qualche decina di centimetri dalla mia testa, ad ogni loro passo tra la fitta vegetazione centinaia di fiori di cotone volavano via verso il cielo in un turbine lento e ordinato che poi si disperse in nove direzioni diverse come fossero delle autostrade, ogni gruppo con lo stemma di color diverso, pensai subito che si trattasse di una specie di migrazione, un ritorno alle proprie regioni d’appartenenza.

Mi tirai su mettendomi seduto appoggiato ad un albero caduto cui tronco rimaneva però ben saldo al terreno, appena mi ci appoggiai sentii qualche serie di sibili prima che apparisse un enorme e pesante Anfesibena, mastodontico serpente a due teste, una per estremità. Il Nativo si fermò dalla sua lenta passeggiata e rivolse le enormi teste nella mia direzione, la colorazione verde smeraldo brillo di striature giallognole al tocco del sole che si contrapponevano agli occhi blu elettrico di entrambe le teste, una delle quali si avvicinò fino a strofinarsi contro il mio petto in modo amichevole mentre l’altra testa osservava vigile ciò che gli circondava prima di richiamare l’altra testa ad andare via.

<<è stato un piacere, buon viaggio>>, dissi sorridente felice per l’incontro fortuito con un’altra mitologica creatura, il Nativo sorpreso di capire le mie parole rimase qualche secondo fermo, poi mi circondarono contorcendosi e strofinandosi su se stesso produsse un suono sibilante che sovrastò ogni altro suono nella zona, si fermò all’improvviso srotolandosi e andando via. Distolsi lo sguardo dal tratto di vegetazione da dov’era scomparso l’essere per poi posarlo sul manto platino cristallino a squame che l’Anfesibena mi aveva lasciato. <<devo sembrare davvero disperato se mi hanno lasciato qualcosa da mettermi, grazie mille comunque.>>

Kara tornò qualche minuto dopo saltellando tra le radici e gli arbusti arrivandomi addosso come un falco sulla preda cadendomi tra le braccia strofinandosi anche lei contro di me. <<che cosa ho che ispiro tanto affetto a voi Nativi?>>, chiesi scherzoso accarezzando la Kitsune. <<quindi l’hai trovato quel che ti ho chiesto, bravissima.>> La presi come un peluche tra le braccia e mi feci indicare la strada.

Arrivammo alle sponde di un grande e limpido acquitrino, acqua era fredda e piacevole al tocco della pelle, mi levai gran parte dei vestiti e feci voltare Kara perché non mi vedesse. <<fammi la guardia mentre mi lavo le ferite, ricorda di non voltarti altrimenti mi arrabbio>>, gli dissi gentile.

Buttai a terra il cappotto ormai ridotto a straccio sporco e bruciato, mi tolsi la canottiera che tinta di rosso e dalla forte puzza di sangue e sudore sembrava aver passato la guerra, i pantaloni impolverati e infangati gli appallottolai e li buttai dentro al borsone, le uniche cose che erano rimaste ancora intere furono le scarpe polacchine, un po’ sporche ma intere. La brezza leggera che filtrava dagli alberi e albergava attorno a quell’acqua magnifica mi avvolsero il corpo in un freddo e piacevo abbraccio di qualche secondo, anche se volevo non potei entrare in acqua altrimenti l’avrei sporcata e inquinata, perciò con un po’ delle bende che avevo mi lavai il corpo bagnandole con l’acqua. Le ferite si erano quasi del tutto cicatrizzate, il gonfiore dei punti delle rotture ossee erano quasi svaniti, solo un leggero colorito viola oscuro colorava le leggere protuberanze, per quel che riguardava il petto la cosa era tanto peggio quanto mi aspettassi, premetti con forza e dai bordi delle bende come lacrime dense e oscure, scie larghe di sangue e pelle morta scivolarono su di esse in una poltiglia puzzolente e viscida, dopo l’operazione cambiai la fasciatura. <<dovrebbe tenere per qualche giorno, spero.>>

Restai sulla riva a controllare le mappe e a scrivere delle lettere che avrei mandato da Palem, Kara nel frattempo era entrata in acqua e nuotava con estrema scioltezza mentre inseguiva i piccoli frutti galleggianti che navigavano in quelle limpide acque. Attorno a noi una decina di Nativi dagli stemmi rame pallido si nascondevano tra gli alberi scrutandoci con occhi curiosi e al contempo timorosi, benché fossero pratici delle foreste i loro zoccoli non poterono non far rumore al toccare il suolo.

Kara drizzò le orecchie al sentire tale rumore ma non si spaventò, si limitò ad uscire dall’acqua, scrollarsi su di me e buttarmisi in grembo sotto la mia ombra a riposarsi. <<certo che hai dei modi da vera primadonna, giovane kitsune>>, la accarezzai controllando, in modo che non se ne accorgessi, le ferite sul collo e sulle zampe. Notai con mia grande gioia che erano quasi del tutto scomparse e che il pelo attorno ad esse cresceva lucido e setoso, infine dopo l’accertamento mentre lei era in sonno veglia li canticchiai il motivetto di una melodia che mi aveva sempre accompagnato e cui parole raccontavano di due amanti tormentati dal destino.

<<la tua voce è una melodia di altri tempi, fa nascere un senso di antica nostalgia di una storia vecchia di secoli, chi sei tu che conosci tali suoni melodici?>>, domandò uno di quei Nativi che si erano nascosti, un Fauno.

Le piccole e biancastre corna sbucavano dalla folta capigliatura di ognuno di essi, il petto nudo e muscolo che sfociava nella parte inferiore simile a quello di capra, un corpo bilanciato e muscoloso. <<noi siamo i protettori di questi luoghi, le Persone ci chiamano da qualche tempo sotto il nome di Fauni.>>

<<è un onore conoscervi, io mi chiamo Ray. Non sono di queste parti, appena ci saremmo ripresi lasceremo questo luogo.>>

<<tranquillo, non volevamo insinuare che la tua presenza ci rechi fastidio, al contrario, le tue parole ritmate hanno attirato l’attenzione di noi e anche delle fanciulle che stavamo corteggiando, voi le chiamate Driadi.>>

<<conosco qualcosa di loro, bellissime ninfe delle foreste, si nascondono tra gli alberi unendosi ad essi a piacere, è per tale motivo hanno la parte inferiore del corpo che terminano in una sorta di imitazione del tronco d’albero, se non sbaglio adorano danzare e cantare e sono alquanto timide con gli altri spiriti del bosco.>>

<<Già ed è per questo che le stavamo seguendo quando sentimmo la tua voce, sei dotato di un gran dono, resta qui quando vuoi, nessuno ti farà alcun male, ora noi torniamo alla nostra missione, addio Ray.>>

<<vi ringrazio e spero che riusciate a fare qualunque cosa volete fare.>> i fauni salutarono prima di scattare saltando tra gli ostacoli a terra scomparendo tra la folta vegetazione, Kara si svegliò un attimo dopo la scomparsa dei Fauni e mi guardò con aria incuriosita.

<<tranquilla non è stato niente di che, dei passanti un po’ particolari.>> accarezzai la piccolina sulla testa, lei rivolse lo sguardo verso di me e notai qualcosa di particolare, il suo stemma brillante di un viola oscuro era nel suo occhio destro, una stranezza che la contraddistingueva ancora di più. <<anch’io ne ho uno ma non posso più mostrarlo finché non riuscirò a mantenere una promessa>>, gli dissi indicandomi la fronte coperta dalla bandana bianca sporga di sangue.

<<perdonate l’interruzione, avete per caso avvistato dei strani personaggi aggirarsi da queste parti? Hanno delle corna sulla testa e…>> mi voltai al sentire la voce dolce e timida che pronunciò tali parole e come mi aveva detto un presentimento, quasi fosse una visione, mi trovai faccia a faccia con una delle ricercate Driadi, il corpo femminile nudo, perfetto sotto ogni punto, una lunga chioma castana raccolta da un cerchietto legnoso adornato da frutto rosei che contornava il viso leggermente pallido e da cui spiccavano occhi dorati, essa si coprì il seno d’istinto e si strinse a se poiché non molto a suo aggio nell’essere guardata, io distolsi subito lo sguardo rivolgendolo all’acqua.

<<Sì, li ho appena incontrati… vi cercavano, sono andati a ovest.>> la ninfa ringraziò dell’informazione ma invece di andare via fu attratta dallo strano personaggio dai capelli tanto particolari che gli aveva appena parlato, si avvicinò cautamente mentre a qualche metro di distanza le amiche osservavano sperando che non succedesse nulla di male alla compagna.

A fermare l’avanzata della Nativa ci fu Kara che balzò davanti a lei ringhiandogli contro, la ninfa in un primo momento sembrò terrorizzata a morte, si calmò solo quando presi la piccola tra le braccia e lei si placò. <<tra di voi c’è un forte legame, posso…>>, chiese a voler toccare la piccola Kitsune, Kara mi diede uno sguardo interrogatorio.

<<tranquilla, ci sono io qui.>> la piccola allora smise il suo atteggiamento minaccioso e si lasciò toccare, la sua pelliccia morbida e fresca su lodata anche dalla ninfa e si affezionò subito alla piccola che non disdegnò un po’ di coccole. All’improvviso fummo circondate dalle altre Driadi, tutte interessate alla piccola Kara che sembrò felice come non mai. <<sembrate molto interessate a lei, non ne vedete molte della sua specie qua, vero?>>

<<avete ragione, tra l’altro non mansuete come lei, non per dire che sono violente ma è risaputo che quelle lasciano il branco o vengano abbandonate si lascino andare all’uccisione, al risentimento e alla vendetta diventando delle sorte di demoni dedite al massacro, per questo vedere la tua amica così limpida nell’animo ci incuriosisce.>>

Mentre parlavamo le altre Driadi fecero addormentare la piccola e ne levarono il bendaggio al collo mostrando la terribile ferita riportata. <<penso sia quello il motivo per cui è stata abbandonata>>, riferì alla ninfa con cui avevo appena parlato, le altre avvicinarono le mani alla ferita poggiandole una sull’altra, dai loro palmi i loro stemmi color ciliegio aumentarono d’intensità avvolgendole in una luce rosacea, le lasciai fare e mi cambiai d’abiti intanto che finivano.

<<è stata molto fortunata ad incontrare qualcuno come te, non è facile trovare chi sappia parlare ai nativi, anzi è quasi impossibile, l’unica persona che noi tutti Nativi conosciamo in grado di farlo è nella foresta bianca, da decenni l’unico che sappia come parlarci tranne te, sei il secondo.>>

<<Già l’ho incontrato, è stato lui ad insegnarmi a farlo. Conoscevo anche una ragazza che parlava con i Nativi ma ormai non c’è più, era bella e gentile e come me aveva strani capelli.>> la ninfa rimase in silenzio colpita dalle mie parole, ma sembrava preoccupata per qualcosa. <<adesso dove siete diretti, se posso sapere?>>

<<andiamo a Palem e da lì suppongo di cercare un posto dove lasciarla, non voglio che corra altri pericoli per colpa mia.>>

Le ninfe finirono il loro rituale curativo e rifasciarono il collo della piccola Kara che mi corse incontro saltandomi tra le braccia. <<vi ringrazio infinitamente.>>

<<per noi è stato un piacere, non dovrebbe passare molto tempo prima che possa ricominciare a rimarginarsi, per quanto riguarda la voce temo che si quasi impossibile che la riacquisti, ci dispiace ma era messa troppo male.>>

<<vi ringraziamo lo stesso per averci provato, ora vi lasciamo prima che i vostri inseguitori vi trovino, spero di rincontrarvi.>> presi le nostre cose e seguì un sottile e disastrato sentiero quasi del tutto scomparso che ci avrebbe portato nel giro di un’ora sulla strada per la città.

<<che cosa ti succede Sera? sembri turbata, che cosa ti ha detto>>, domandò l’amica alla ninfa ancora pensierosa.

<<ha detto che il vecchio nella foresta bianca gli ha insegnato a parlare con noi e che conosceva una ragazza con lo stesso dono, ho visto il volto della ragazza nella sua mente e…>>

<<ma è qualcosa che non si può imparare, nessuno più del vecchio conosce la verità.>> la ninfa baciò la fronte dell’amica condividendo l’informazione del volto della ragazza in questione. <<forse era lei…>>, disse con le lacrime agli occhi mentre una morsa gli spremeva il cuore come ad ognuna delle presenti una volta condivisa tale informazione. <<allora è tornato finalmente, dopo secoli è tornato… per lei.>>

I vecchi palazzi arrugginiti caddero come tasselli di domino l’uno sull’altro mentre anime vaganti precipitavano come grandine frantumandosi al suolo, mentre altri scappavano come topi, i pochi temerari che cercavano di contrastare la causa di tanta distruzione cadevano uno dopo l’altro trafitti dalla forza delle frecce della dea felina, i suoi movimenti veloci come schiocchi di frusta, lì dove il suo sguardo si fermava lì colpiva con i suoi colpi colmi dalla furia e potenza di fulmini dorati, il suo corpo risplendeva della stessa luce del suo stemma, che come un faro, l’illuminò tra la distruzione che lei stessa stava producendo, pochi minuti e l’intera città di macerie venne sterminata.

La voce che la dea felina fece tale impresa in solitaria viaggiò veloce nelle terre dei Titani, ma nell’istante che tale misfatto venne compiuto lei non aveva altro in mente che vendicarsi di coloro che l’avevano ingannata per cercare di ucciderla, dalle sue labbra gocce di sangue gli scorrevano sulle guance, sangue non suo ma di colui che gli si era offerto come scudo alla pioggia di frecce che erano scese sulle loro teste.

La mano corazzata gli toccò la spalla scoperta facendogli prendere un colpò, lei puntò subito l’arma pronta a scagliare il colpo. <<tranquilla sono io, non sono riusciti loro ad uccidermi e adesso vuoi provarci tu?>> la guerriera si rilassò e abbassò l’arma sorridendo alla battuta, anche se fatta in un momento alquanto critico.

<<hai fatto un bel casino, non erano tuoi amici? Allora chissà come ti accolgono i nemici.>>

<<divertente, sei proprio simpatico. Comunque…>> si guardò attorno quasi non credendo di essere stata davvero lei. << il tuo sangue è stupendo! Ha un sapore così dolce e… quasi non riesco ad esprimermi, è come se il mio corpo stesse ardendo dal potere, è come se fossi tornata alla mia piena potenza, ai miei tempi d’oro...>>

<<ci credo, ci credo ma non te ne verrai altro, è stato un caso ed un incidente che nell’essere ferito qualche goccia ti sia finita in bocca, per te è un elisir ma per me è solo un grosso inconveniente.>>

<<avanti non fare così, con il tuo sangue potrei addirittura spodestare i Titani e finalmente tornare dall’altra parte, su Raicos oppure sulla terra.>>

<<non credo proprio, nessuno di voi ritornerò sulla terra>>, minacciai puntandogli l’arma che possedevo dritta al collo.

<<è ancora nel suo fodero, credi che riusciresti ad estrarla prima che ti colpisca, è addirittura sigillata dalle catene del giudice.>>

<<e che cosa sarebbero?>> la donna sconsolata dalla mia ignoranza fece un gran respiro e rinfoderò l’arma. <<non sai proprio niente, quando qualcosa che non appartiene a questo mondo ci arriva, se ritenuto troppo pericoloso o potente per questo mondo viene sigillato dalle catene del giudice in modo da non essere utilizzato, dal numero di lucchetti sulle catene capisci la pericolosità, sulla mia arma e su quella di altri dei erano posti tre o quattro, si dice che i grandi ne abbiano cinque e solo i Titani hanno le chiavi.>>

<<il mio ne ha sette, che faccio?>> lo sguardo della Dea sembrava più infastidito che sorpreso. <<sette hai detto? Comunque stavo dicendo: le nostre armi sono state liberate solo per farci combattere tra di noi per il loro divertimento, e al massimo puoi avere cinque lucchetti, perciò o trovi gli altri due Titani sigillati o non potrai usarla. E questo ci riporta al fatto che mi stavi negando il tuo sangue, allora visto che sei in svantaggio, vuoi ancora contraddirmi?>>

<<e se dicessi a tutti la tua vera identità, se qualcuno di qua lo scoprisse…>>

<<di cosa stai parlando, io…sono Bastet, chi mai dovrei essere?>>, disse scossa e agitata distogliendo lo sguardo. <<va bene, per ora… ti darò ascolto ma la cosa non finisce qui, tu tieni la bocca chiusa su questa faccenda del mio nome, d’accordo?>>

<<certamente, gattina.>> la Dea fece una smorfia di fastidio prima di saltare giù dalla pila di macerie scivolando sulla collinetta di terra fermandosi davanti agli organizzatori della trappola, che doloranti e feriti, cercavano di strisciare via dalle macerie.

<<allora, pensavo che fossimo amici e invece avete cercato di uccidermi e prendere il mio potere e il mio arco, ma per vostra sfortuna il creatore ha voluto darmi questo portafortuna>>, disse pavoneggiandosi e indicandomi come fossi il suo giocattolo.

Mi avvicinai anch’io agli imputati guardandogli con i miei stessi occhi, il loro aspetto non era per nulla regale e sgargiante come gli dei egizi o greci ma più terreni, ricoperti di pelli di animali, muschi e rami, il viso e il corpo dipinti da disegno tribali richiamanti motivi sciamanistici. <<quindi sono loro i tuoi amici?>>

<<lo erano, loro erano alcune delle divinità del antico nuovo mondo, signori della natura e abili guerrieri delle tribù dei Nativi dell’America.>>

<<credi che andrai lontano al suo fianco, sai cosa è successo a quelli che l’hanno seguita?>> alle parole pronunciate Bastet reagì incoccando una freccia per mettere a tacere le loro bocche, nei suoi occhi una luce di rabbia mista a frustrazione emerse al sentire quella domanda, come se brutti ricordi gli fossero affiorati alla mente. Bloccai l’angelo caduto prendendogli l’arco dalle mani lanciandogli una occhiata che la fece rinsavire.

<<non lo so, non sapevo neanche che c’è ne fossero stati prima di me, e la cosa non mi interessava. Parla, che fine fecero?>>

<<lei gli ha fatto promesse di gloria, di eterna memoria, di potere smisurato e di avere lei come donna al loro fianco. Parole così dette con i giusti modi possono far fare a uomini qualunque cosa, e poi se dette dalla dea della fertilità gli saranno sembrate oro colato, furono mandati a combattere contro i Titani per spodestarli ma soccomberò l’uno dopo l’altro mentre lei guardava da lontano, e tu sarai il prossimo.>>

Finito di ascoltare guardai l’imputata per avere una qualche conferma di quello che avevano detto, lei distolse lo sguardo nascondendo il viso nel velo che portava attorno al collo. <<non cerchi nemmeno di ribattere, eh?>>

Non disse nulla e si chiuse ancor di più tra le spalle mentre cercava d non far uscire il dolore per tali perdite, cari amici e abili guerrieri che sarebbero ancora in vita se non si fosse illusa di poter vincere lì dove decine di loro erano falliti insieme.

La presi con una mano per il bacino stringendola a me mentre con l’altra tenevo il suo arco, indicai la colonna di luce dove si supponeva ci fossero i Titani prima di rivolgere parola. <<saranno stati bravi compagni ma c’è una cosa che ci differenzia, io sono venuto appositamente per i Titani e se anche lei ha lo stesso scopo non mi importa se ha lasciato morire qualcuno, basta che non mi intralci.>> ridai l’arma alla proprietaria lasciandola andare dalla mia presa. <<e poi mi ha fatto una proposta che dovrà mantenere a ogni costo quando sarà finito tutto, questo poiché ho intenzione di accettarla, sarò il primo no?>> lei si limitò ad annuire nascosta da quel sottile strato di tessuto che mascherava il viso. <<ora basta parlare, che si fa adesso? Io avrei una certa fretta ad arrivare a destinazione.>> lascia Bastet discutere con i suoi colleghi e mi allontanai di qualche decina di metri.

<<vi lasciamo una scelta, unitevi oppure morite qui o per mano di qualche Nativo fuori controllo.>>

L’aria si era fatta più respirabile mentre un dolce profumo primaverile mi arrivò al naso trasportandomi per qualche istante nei ricordi, momenti passati insieme alla mia famiglia, insieme a Kim sotto gli alberi durante le nostre scampagnate, ai momenti con Soul, con Perla e Kyle e ai momenti insieme a Pam e Aura, giorni spensierati come raggi di luce che filtrano da spesse nuvole nere che erano state la mia vita da quando ne avevo ricordo, attimi di gioia che illuminavano il mio breve cammino di vita e che lo avrebbero fatto per il tempo che mi restava. Tra quei attimi intravidi un ricordo antico, di memorie scomparse, un viso raggiante ma sfuocato, il suo sorriso di neve come i capelli, la pelle morbida come seta e una voce soave da non smettere mai di ascoltare, particolari tanto forti da rimescolare ciò che da tempo tenevo nascosto, sciolto da quella sensazione di affetto che avevo provato per Kim, la donna che mi ha salvato e soprattutto per Pam, colei che avevo amato. Una sensazione tanto simile a queste che mi sembrava si sommasse a queste moltiplicandosi risvegliando altro dentro di me.

<<tutto bene? ti vedo assorto nei tuoi pensieri>>, chiese la dea gatta sedendosi al mio fianco, io come risvegliandomi da un dolce sonno dovetti lasciare andare quei frammenti, quelle sensazioni e sentimenti ritornare nel profondo del mio essere e riaprire gli occhi alla realtà, dura e cruda che mi si manifestava dinnanzi.

<<si sto bene, stavo solo provando a ricordare qualcosa ma questa…>>, dissi dandomi qualche colpetto sulla testa. <<sembra non essere d’accordo.>>

<<io invece vorrei dimenticare. Grazie per prima, sei molto tenero anche se non lo dai a vedere.>>

<<tenero, dici? Anche un’altra persona me l’ha detto. Mi disse che sembro cupo e solitario ma che non mi tiro indietro quando si tratta di aiutare qualcuno a cui tengo o che tiene a me, io gli ho risposto che è solo un modo ipocrita per sentirmi bene con me stesso, per non sentirmi in debito, eppure lei ha detto che era perché provavo affetto ma che lo mascheravo per non soffrire, e forse ha ragione, forse devo aver perso qualcuno di così importante che qualcosa in me si è spezzato, e quando pensavo di poter finalmente provare amore mi è stato portato via e ora sono qui… per vendetta, forse…>>

<<non dirlo, sono sicuro che quello era amore, se stai facendo tutto questo anche se fosse sbagliato lo stai facendo per quello che provavi per lei.>>

<<hai ragione gattina, grazie. Magari a fine di tutto questo casino finalmente potrò ricordare che cosa ho perso di così importante che mi ha reso “questo”. Ma non prima che tu compii quello che ci siamo pattuiti, non vedo l’ora>>, mi alzai in piedi e presi il mio borsone portandomi avanti. <<portarmi una Dea a letto per quanto non sia una vera divinità deve essere una esperienza che ti cambia, chissà magari dovrei cercarne altre.>>

<<spero che tu stia scherzando, non esiste dea più bella di me. Comunque non ho detto che avrei accettato, era solo una battuta per stuzzicarti!>>, urlò poiché mi ero allontanato non poco.

<<non ti sento, muoviti o me ne trovo un’altra che mi faccia compagnia nelle notti solitarie in queste lande desolate, magari una che non abbia troppi scrupoli verso un uomo, tipo Venere, dicono che sia bellissima o magari Diana, mi sembra che anche lei usasse un arco.>>

<<tutte tranne Venere, è solo un’esaltata che si crede chissà chi! per quando riguarda Diana… bè è un’altra storia.>> risi al suo modo così umano di mostrare il suo risentimento verso una rivale. << tranquilla, non sono qui certo per fare conquiste, allora chi è il prossimo? Ho capito che i Titani non sono tipi che si persuadono con le parole, hai bisogno di un esercito per farti sentire quindi ti aiuterò, dov’è sono gli altri angeli caduti.>>

<<beh, se me lo chiedi così su due piedi ti dico a est, ma non sono molto collaborativi.>>

<<a questo ci penseremo dopo, dopotutto quello che ho fatto per arrivare qui certo qualche scorbutico non mi fermerà. Parlando di questo, vuoi sapere com’è di là?>>

<<sì, sono curiosa. Dimmi tutto>>, chiese con occhi brillanti di attesa.

V Furia

VFuria

Mi alzai prima di tutti, appena prima che i lievi raggi del sole potessero sfiorare i rami più alti dei maestosi alberi della foresta fantasma, fui già sulla soglia del tempio silenzioso pronto ad incamminarmi quando rivolsi un’ultima volta lo sguardo verso la piccola kitsune, ora avvolta tra le amorevoli grinfie dei Gèvaudan, cullata dal sonno. <<avviatene cura per me.>>

<<certamente, spero che tornerai a trovarci un’ultima volta ragazzo, Buon viaggio allora.>> distolsi lo sguardo da quella scena, mi coprì il capo col pesante cappuccio e mi allontanai silenzioso nella coltre boscosa immergendomi nel grigio della nebbia, scomparendoci qualche istante dopo.

Le grosse carcasse dei Nativi vennero ammassate nel massiccio carro di ferro ricoperto di interiora e sangue, la puzza che ne fuoriusciva fece allontanare ogni piccola creatura annidata in quei pressi anche se non erano delle prede appetibili, i cacciatori ripulirono le lame da scuoio e le canne dei lunghi fucili, non mascheravano lo stemma dell’esercito che alpeggiava tra lo sporco e il sangue che li ricopriva. <<sicuro che verrà qui, la puzza di questi cosi ormai dovrebbe aver raggiunto ogni angolo di quella foresta avvolta dalla nebbia, sono passate ore da quanto abbiamo iniziato questo massacro, ormai mi viene il mal di stomaco, questa dannata puzza…>> l’uomo con cui il soldato stava parlando gli fece segno di far silenzio.

Una voragine si aprì tra gli alberi trascinandosi con se una coltre folta di quella spessa nebbia d’acciaio sferzando il capitano tagliandolo a metà senza nessuno sforzo, nessuno tranne il soldato lì accanto riuscì a vedere l’intera azione, i suoi occhi mi videro uscire come uno squalo dall’acqua dissolvendo quella nebbia che mi fu da veste in quell’omicidio tanto veloce quanto privo di rimorso, gocce di quel sangue mi tagliarono il viso mentre fissai negli occhi di quel soldato che non ero riuscito a raggiungere con quel colpo.

Fermai il mio moto puntando i piedi a terra tenendo il baricentro basso toccando quasi il terreno con il ginocchio creando un semicerchio sul terreno con i piedi e la mano destra mentre la sinistra sferzava il vento tingendolo del sangue dell’uomo morto. Il soldato prese l’arma in mano con una rapidità e una freddezza degna di un sicario mirando alla mia testa, nei suoi occhi nemmeno un’esitazione fece tremare le mani, eppure il colpo mancò di partire, ma altro sangue bagno il pallido terreno. Alle spalle dell’uomo impallidito e immobile occhi di sangue trafiggevano un orrida maschera di stoffe cucita da fili di rame e tessuti sfatti di un marrone sporco, il suo respiro pesante come fumo avvolse la testa del soldato corrodendola lentamente mentre le sue urla si alzavano al vento prima di cadere a terra tra le compulsioni in una pozza del suo stesso sangue, che fluiva dal ventre insieme alle interiora esposte a quell’aria corrotta, il mostro si guardò attorno prima di dissolversi nell’aria in un battito di ciglia, così com’era apparso, un battito di ciglia e riapparse dietro ognuno di quei uomini trapassandoli come fece con il primo di loro, le suppliche furono inutili verso quel mostro, estrasse le decine di piccole lame seghettate dal corpo dell’ultimo di loro sferzando la carne ed i vestiti facendo zampillare altro sangue, pulì le lame sui vestiti del soldato sistemandole poi dentro il lungo e pesante cappotto nero notte in cui il suo corpo pareva essere messo insieme da decine di cinture legate l’un l’altra in un districato e complesso labirinto tempestato da giganteschi chiodi arrugginiti accoppiati, che si estendevano dalle spalle alle cosce che ne facevano da perni e fermagli.

In pochi istanti un plotone di soldati esperti venne eliminato da una sola figura, senza nemmeno avere un graffio, senza fatica, un massacro orrido e spaventoso.

La Furia, ferma in mezzo ai corpi massacrati cui sangue bagnava il terreno tingendolo di morte, rinfoderò le lame prima di rivolgere l’attenzione ad altro, come se nulla e nessuno fosse all’altezza di poter minimamente darli pensiero, mentre la sua testa ruotava verso di me sentì il cuore rallentare mentre il suono dei battiti mi trapanava i timpani come tuoni di tamburo, ciò che provai in quell’istante fu qualcosa di nuovo eppure mi sembrava famigliare, una rabbia, un dolore che si mescolavano in un torrente nero che annegava l’anima trasformandola in qualcosa di completamente diverso.

La Furia rivolse lo sguardo verso di me quando si trovo il palmo della mia mano a schiantarsi al suo viso scaraventandola via come una palla da tennis contro una racchetta, colpì qualche albero spezzandone il fusto mentre roteava su se stessa prima di fermare la sua corsa contro un possente masso, che all’impatto si incrinò fino a che le insenature non sembrarono la diramazione di radici sul punto di spezzarsi in migliaia di frammenti, mi ripresi un istante dopo quel gesto, quasi come se fossi stato in apnea, il respiro accelerato, il cuore che scalpitava irrefrenabile, tremori su tutto il corpo e infine il sudore, cercai con lo sguardo il punto dove si era schiantata e appena la vidi rialzarsi nuovamente sentì di nuovo quella sensazione, quella fame di sangue. Scattai verso di lei il più velocemente possibile ma non fu abbastanza per prenderla, svanì nell’aria come nebbia davanti ai miei occhi, sfuggendomi dalle mani come acqua, uno stiletto sottile e argentato mi trafisse alla schiena, sentì il freddo della sua lama mentre veniva rigirata tra due costole, mi girai velocemente per provare a prenderla ma non ci fu storia, scomparve di nuovo, schizzi di sangue mi sporcarono il cappotto mentre scie di sangue mi bagnavano la schiena.

<<vieni fuori!>>, urlai preso dalla frustrazione di non riuscire a prenderla ma fu uno sbaglio, in un attimo venni tempestato da decine di coltellate e tagli come avvolto da un tornado di vetri, fu come cercare di prendere l’aria, la furia spariva e riappariva senza lasciare traccia, nessuna scia da seguire, nessun indizio di come funzionasse il suo potere, solo e inerme venivo massacrato, l’aria si riempì di sangue mischiandosi alla debole nebbia creandone una leggera atmosfera rossiccia.

La furia apparì di fronte al suo primo cadavere, in mano una decina di stiletti d’argento bagnati di sangue che avvicinò alla maschera di fili di metalli come ad annusarne l’odore inebriante, io ansimavo mentre a stento riuscivo a non cadere a terra, caddi sulle ginocchia appoggiandomi al fodero della mia arma, la furia si avvicinò senza una minima preoccupazione, mi si parò davanti guardandomi dall’alto in basso mentre a testa bassa ansimavo vistosamente, lei si appoggiò sulle gambe abbassandosi fino alla mia altezza per poi prendermi il viso tra le gelide dita dei suoi guanti metallici per guardarlo meglio, lo alzò di scatto portandolo a qualche centimetro dal suo prima di lasciarmelo scattando all’indietro quasi cadendo a terra, si rialzò subito goffamente dissolvendosi di nuovo nell’aria, mi rialzai a fatica ma appena lo feci sentì di nuovo quella gelida armatura attorno al collo, quel braccio ben protetto stringermi mentre con l’altra mano impugnava le sottili armi puntandole contro il mio fianco.

<<fallo!>>, dissi tra i denti stringendogli quella mano armata e infilzandomi con i coltelli da solo, il dolore lancinante mi diede anche l’impulso di colpirla con una gomitata atterrandola ma non abbastanza efficace da fermarla dallo scappare, lasciai le lame conficcate nella carne per evitare di perdere sangue troppo velocemente e per evitare di darle troppe armi.

<<tu mi ricordi, vero?! Al tempio anni fa, quel incendio, quel massacro… siete stati voi ad ucciderli, ad uccidere… lei!>>, dissi faticosamente sentendo i polmoni riempirsi e non di aria. <<tu c’eri, ti ho visto arrivare dopo gli altri. Vi ucciderò… tutti!>> la furia riapparì alle mie spalle colpendomi e affondando i suoi stiletti nella carne, prima sulle cosce, poi scomparendo e ritornando colpendo i polpacci, poi le spalle e infine per terminare la serie di attacchi veloci mi riapparì di fronte, barcollavo visibilmente e faticavo anche solo a stare in piedi senza riuscire neanche a muovere le braccia, mi guardò dritto negli occhi e avvicinò il suo viso al mio quasi a toccarci l’un l’altro prima di conficcare lentamente la lama nel mio ventre, non riuscì a bloccare il suo gesto poiché le parole che udì dalla sua bocca mi bloccarono da ogni intento, quella voce rocca e sottile mi penetrò più della lama che lasciò lì indietreggiando lentamente sapendo che ormai lo scontro era concluso.

Morsi il suo collo come fossi un serpente, stringendo i denti con tutta la forza che mi venne, tanto da sentire i denti sul punto di frantumarsi, le gengive sanguinare e la lingua essere avvolta dal sapore di ruggine dell’armatura più sottile in quel punto, la Furia cadde a terra e io gli caddi addosso, provò inutilmente a dissolversi ma senza aver successo, ogni volta che ci provò strinsi di più la presa finché, qualche decina di minuti dopo, non si arrese all’idea di essere in trappola, mollai la presa bagnandomi le labbra e tutta la bocca del suo sangue che iniziò a sgorgare velocemente dalla ferita come un piccolo ruscello rosso rubino, smise di muoversi e si lasciò andare, ripresi leggermente la sensibilità alla braccia appoggiandole a terra oltre le sue spalle arrivando a guardarla faccia a faccia, il sangue dei numerosi tagli gli gocciolò sulla maschera illuminandosi di quel rosso di quei occhi di luce oltre la maglia di metallo che ne costituiva la maschera di ruggine.

<<perché hai indietreggiato? Tu…>> la furia all’improvviso prese a tossire compulsivamente mentre il suo respiro si fece sempre più affannato, d’impulso presi la maschera tra le mani strappandogliela per consentirgli di respirare per quel poco che gli restava, la maschera mi scivolò dalle mani mentre rimasi impietrito nel vedere il suo viso, trattenni a stento un conato di vomito mentre una forte sensazione di disgusto mi assalì per quello gesto animale che gli avevo fatto.

<< che… ho fatto?>>, balbettai tremante, la furia avvicinò una mano e con fare gentile scattò all’improvviso, il sangue che uscì dalla ferita inzuppò i miei vestiti, gli schizzi mi sporcarono il viso mentre il mio sguardo rimase bloccato sul suo volto così solare nonostante il gesto, lo stiletto mi cadde dalle mani mentre le sue, con cui si era volontariamente aiutata a colpirsi lasciarono la presa mentre la vita lasciava il suo corpo, d’impulso mi allontanai dal corpo però cadendo subito a terra , la paura mescolata ad un profondo e pesante senso di colpevolezza mi caddero come un macigno, incatenandomi ad esso e trascinandomi in un baratro senza fine, quella sensazione non l’avevo mai provata, qualcosa di così simile non mi era famigliare nonostante non fosse la prima volta che compivo quel gesto eppure ero certo di cosa fosse, ciò che le persone provavano nel uccidere e che io non avevo mai provato prima, i volti di quelle persone mi si affacciarono alla memoria, quei corpi privi di vita, massacrati e lasciati nel loro stesso sangue.

Mi affacciai di lato rigettando ricordando quei momenti che si accavallavano al viso morto della furia, gli spasmi ripresero e il dolore delle decine di coltellate e tagli si amplificarono dal risveglio della malattia, mi trascinai verso il suo corpo rivolgendogli una sola domanda, come se potesse rispondermi, continuai a fargli la domanda quasi arrivando ad urlare ma non rispondeva, il suo viso che fino a pochi istanti prima sembrava pieno di vita venne sovrapposto a quello di Pam poco prima che anche lei morisse, a quel suo stesso sguardo, rivolsi di nuovo quella domanda che mi sembrava la più importante del mondo urlandogliela ancora e ancora finché la voce non mi mancò mentre tutte quelle immagini passate premevano come i coltelli sulle mie ferite, la testa mi pareva scoppiare mentre la stringevo con forza tra le mani cercando di spremere via quel dolore, quella confusione svuotante, poi lo sguardo mi cadde sulla mano fredda della furia, avvicinai la mano alla sua fino a quasi toccarla ma essa si tramutò in qualcosa di simile a cenere, tutto il corpo della furia divenne cenere, l’ultima cosa a scomparire su il suo viso, sentì un vuoto ancora maggiore sfondarmi dentro, tutte quelle emozioni irrazionali per qualcuno che aveva ucciso la mia Pam erano per me spaesanti e un fardello che non aveva una risposta a me chiara, della furia non rimase che un anello color rame che aveva indosso, esso era protetto da una corona a piccoli denti, l’incisione su una specie di ambra la figura della sua maschera, presi il piccolo oggetto in mano e rialzandomi a fatica, lentamente e con fare incerto cominciai ad allontanarmi da quel posto, da quelle morti, da quelle emozioni, da quella figura svanita nel nulla.

L’odore salino del mare mi penetrò nelle narici e sulle ferite come tizzoni ardenti, zoppicai trascinandomi all’entrata del porto ricolmo tanto di navi quanto di Persone, attorno alle banchine e lungo le strette vie di negozi decine di navigatori, turisti e militari si riversavano sulle strade e sulle navi in un via vai incessante, ben coperto da strati di tessuto mi mimetizzai tra la popolazione passando per un mendicante.

Arrivai ad un vecchio e malandato palazzo dispiegato in altezza, posto tra due fiorenti locali che risaltavano l’enorme margine tra le due situazioni, era alto quattro piani, le finestre erano sporche e alcune rotte, la vernice e l’intonaco quasi del tutto scrostata e in più una vecchia insegna, che lampeggiava a intervalli dichiarava che in quel posto praticava un dottore.

<<che postaccio, chissà chi mai potrebbe andare in un posto così.>> se la risero alcuni turisti che passavano di lì, tra me e me risposi a quella domanda condividendo in parte il loro pensiero, “uno come me ci andrebbe”.

Entrai spingendo a fatica la porta che si trascinava sul pavimento impolverato, nell’aria l’odore di umido e muffa era la cosa che subito saltava al naso, agli occhi invece una ventina di ospiti, seduti, sdraiati a terra, appoggiati ai muri, tutti aspettavano in quello che sembrava una specie di sala d’attesa che si estendeva su tutto il piccolo piano terra che terminava ai piedi di una scala che portava al piano superiore.

Aspettammo qualche decina di minuti prima che qualcuno scendesse e ci desse indicazioni o iniziassi a portare qualche paziente a medicare, un grosso omone vestito di bianco entrò nella stanza accompagnato da quella che si presentò come l’assistente del dottore e che era senza dubbio figlia di una Anguana, uno spirito della natura affine alle ninfe, il suo aspetto così limpido e pulito, i modi gentili e amorevoli nonché la sua fisionomia ne furono la prova certa, ma nessuno ne sembrò sorpreso soprattutto perché la maggior parte dei presenti era un Nativo mutaforma o figlio di essi.

I due arrivati diedero una veloce occhiata ai pazienti scrivendo quello che sembrava un listino, poi indicando alcuni di loro chiesero di mostrarsi in faccia, essi titubanti acconsentirono anche se visibilmente spaventati dai presenti, si mostrarono in volto svelando di essere delle Persone. <<state tranquilli, qui non facciamo differenze raziali, siete tutti pazienti, che siate Persone o Nativi>>, disse l’assistente con fare gentile, nessuno osò dire il contrario nonostante era evidente l’enorme ostilità tra i due grandi popoli di Raicos.

Il grosso omone mi si parò davanti intimandomi di levarmi la sciarpa ed il cappuccio che mi nascondevano il viso, tutti i presenti rivolsero la loro attenzione a qualcuno che di attenzione non ne voleva, io. L’uomo me lo chiese ancora in modo più brusco mettendo in agitazione un po’ tutti presenti, a quel punto alcuni dei pazienti si alzarono in piedi pronti ad aiutare l’infermiere se ne fosse stato bisogno, l’assistente si mise in mezzo a calmare gli animi. <<per favore fermatevi, non c’è bisogno di farvi altre ferite, non credete. Tu, non sembri messo bene, se ti mostri potremmo sbrigarci e aiutarti prima che sia troppo tardi.>>

Rimasi qualche istante in silenzio prima di rispondergli. <<va bene ma voglio essere medicato subito, devo andarmene il prima possibile. Ecco il compenso.>> tirai fuori dal mio sacco una piccola busta di seta con un gran quantitativo di gemme che fecero brillare gli occhi a tutti i pazienti.

<<mi spiace ma qui non ci facciamo pagare, se accettassimo dovremmo trattare tutti allo stesso modo e a questa gente qualcuno che curi le loro ferite serve, senza alcun costo.>> il collega l’esortò ad accettare l’enorme somma di gemme ma inutilmente. <<queste non sono per pagare le cure>>, dissi levandomi la maschera di tessuti. <<sono per non far uscire il fatto che sono stato qui.>>

<<il cacciatore!>>, sussurrò la donna ma venne sentita dall’intera clinica che rimase in totale e innaturale silenzio.

<<è un piacere per me conoscervi, ed è un piacere ancora maggiore sapere che voi mi conoscete e che avete tanta considerazione nei miei confronti>>, disse la Dea umilmente inchinando leggermente il capo in segno di gratitudine. <<se mi conoscete vuol dire che venite dal mio paese natale, anche se il vostro aspetto non mi è famigliare, è forse cambiato così tanto il mio popolo nel loro aspetto?>>

<<No mia signora e sovrana, io sono stato accolto da una delle grandi famiglie del vostro paese, io sono straniero nelle vostre terre ma venni accettato come uno del vostro popolo, sono stato degnato del cognome degli Hanzo.>>

<<capisco, quella grande famiglia ha superato i secoli, ne sono veramente felice>>, disse con una sincerità raggiante, si intuiva che qualcosa la legava profondamente a loro.

<<perciò conoscerai anche me suppongo?>>, domandò tutto gaio il fratello della dea del sole, Susanoo, ignorai le parole del dio tornando a parlare con Amaterasu.

<<sei molto forte e possiedi una tecnica davvero ammirevole, tu e le tue compagne ci avete davvero salvati e per questo vi ringrazio ancora, io, i miei fratelli e le altre divinità da tempo cercavamo di abbatterlo e grazie a voi finalmente tifone è caduto. Ora non solo i Titani si faranno vedere, ma avremo anche l’appoggio degli dei olimpici ancora vivi.>>

Mi inchinai nuovamente ai piedi della divinità a capo chino per farle una richiesta, che per secoli gli Hanzo aspettavano di fare. <<mia grande sovrana mi lasci venire con voi nel vostro viaggio, la mia spada è al suo servizio, il mio corpo sarà il suo scudo e la mia anima apparterrà a voi finché non riterrete che il mio compito sia stato svolto.>> furono queste le parole di un vecchio giuramento che ogni membro della famiglia conosceva fin da piccolo, ginocchia a terra, testa china mentre si offriva l’arma a colei che sarebbe divenuta la mia signora.

Nessuno dei presenti mise bocca o fece alcun movimento mentre si eseguiva quel rituale, tutti rimasero fermi e in silenzio rispettando quel sacro rito, la dea prese la spada ben custodita nel suo fodero incatenato, con un lungo e sottile pugnale rituale nascosto sotto le vesti bianche si fece un taglio sul palmo della mano destra, impugnò l’arma facendo scorrere il sangue sull’impugnatura, sul fodero e facendone filtrare fino a bagnare anche la lama.

<<con questo mio sangue sancisco questo nostro patto, io Amaterasu Okami, dea del sole e protettrice della tua patria, progenitrice della casata degli Hanzo tuoi cari e di decine di altre, affido la mia vita nelle tue mani e con il gesto di vita ti dono la tua missione: sconfiggi insieme a noi coloro che hanno reso questo posto una prigione, la nostra prigione.>> la dea si chinò verso di me prendendomi il viso tra le mani e poggiando le sue labbra alle mie mi fece bere gocce del suo sangue come pegno di reciproca appartenenza, tale gesto tanto eclatante all’esterno era l’atto che contraddistingueva quel rito dagli altri giuramenti tramandati nelle altre casate.

Susanoo, che era molto protettivo verso la sorella fu molto infastidito da quel rito così spinto per i suoi gusti, ma nonostante ciò non si intromise cosa che Bastet e Gremory fecero senza remore trascinandomi via dalla dea. <<che diavolo pensate di fare, pensavo che te ne fregassi di noi e di quello che facevamo>>, sbraitò Bastet contro di me. <<avremmo anche lo stesso scopo ma non ti sei mai unito a nessuno di quelli che avevamo incontrato, ci elevavi a idioti che si credevano dei e ora ti inchini davanti ad uno di noi come se fosse il creatore in persona!>> Gremory fu d’accordo con l’opinione della divinità anche se non lo disse con lo stesso modo isterico.

<<so quello che ho detto e fatto, ma la mia famiglia aspetta questo momento da sempre e non posso non adempiere al mio dovere anche se lei non è veramente quello che le leggende narrano, lei è Amaterasu e la mia famiglia gli ha giurato fedeltà secoli fa, non mi tiro indietro ma se questo dovere dovesse impedirmi di compiere il mio viaggio taglierò ogni legame assumendomi anche le mie colpe e responsabilità.>>

<<Perché non vi unite anche voi due a noi in questa battaglia, se vinceremo potremmo tornare a casa, non è quello che vogliamo tutti>>, disse Susano con parole gentili.

<<non lo permetterò!>>, dissi duro parandomi dinnanzi a tutti loro. <<nessuno di voi farà ritorno sulla terra finché sarò in vita, in bene o in male avete già avuto la vostra occasione e ve ne siete approfittati con la conclusione che siete stati confinati in questo luogo, su questo punto sono d’accordo con i Titani, questo è il vostro mondo, Raicos è il vostro mondo, non interferite con il mio o terminerò il lavoro di tifone.>>

<<bene, l’avete sentito no? Vi va bene o volere farvi sotto fin da subito>>, chiese con tono superiore la dea egizia.

<<non abbiamo intenzione di lottare con voi, Ray se manterrai il tuo giuramento io e i miei compagni non lasceremo questo mondo così come hai detto, concedici la tua forza in questa dura battaglia che ci aspetta.>>

<<con molto piacere mia signora, la lama degli Hanzo è al suo completo servizio da ora fino al compimento della promessa della mia famiglia.>>

Mi risvegliai che la nave era già partita, stavano ancora tutti dormendo, il sole stava sorgendo all’orizzonte oltre le montagne alle spalle della città nostra meta, Azelle. Mi sporsi appoggiandomi alla balaustra sentendo il vento freddo del mattino avvolgermi nella sua morsa portando con sé quell’odore salino e un moderato rollio, solo quando il sole fu ben visibile sopra la città arrivammo nei pressi del porto, tutti i passeggeri si prepararono per scendere ei marinai a caricare la loro merce, mi coprì bene per non essere riconosciuto visto che non avrei potuto fuggire nel caso fossi stato riconosciuto, nonostante le cure avute in ospedale e il ricovero di quattro giorni le ferite non erano minimamente guarite anzi, esse erano solo peggiorate.

Lasciai quella zona così affollata arrivando a quello che sembrava una zona pressoché residenziale nonostante la grande quantità di negozi, d’improvviso un orda immane di giovani ragazzi e ragazze in uniformi si riversò sulle strade in direzione del porto, in pochi istanti l'intera zona e le decine di negozi si riempirono dei nuovi arrivati, tutto sembrò prendere vita all'improvviso, a quel punto mi fu chiaro il motivo della prematura apertura dei negozi di quella città, mi feci da parte per non essere travolto dalla folla finendo di fronte ad un negozio di alimentari che finì in pochi minuti quasi tutto l'arsenale.

<<ciao ragazzo, come mai non sei in uniforme? Per caso oggi salti le lezioni?>> ignaro che si rivolge se a me continuai a stare in disparte e in silenzio finché non sentì la sua mano sulla mia spalla. <<tutto bene ragazzo?>>, chiese preoccupato.

<<sto bene, stava parlando con me prima? Scusi ma non sono uno studente, sono solo uno in cerca di una persona che mi è giunta voce fosse in questa città.>>

<<non sei troppo giovane per intraprendere certi viaggi, io col cavolo avrei fatto partire mio figlio alla tua età da solo!>>

<<io non… sono solo e poi non sono così giovane come crede. Se non è troppo disturbo, mi saprebbe dire come mai indossano quelle divise e dove stanno andando?>>

<<come fai a non saperlo, sono studenti dell'accademia Arcadi.>> nonostante il tono enfatico la cosa non mi disse niente, l'uomo mi guardò come se venissi da un altro pianeta.

<<non conosco molto del mondo, vengo da molto lontano e lì siamo un po’… isolati.>> la mia vaga e scarsa giustificazione sembrò bastare.

<<è l'istituto più grande e il migliore dei cinque stati, si trova nel regno centrale, nella capitale, la città più bella, ricca, colorata, amorevole di tutte le terre di Raicos, da quell'accademia sono usciti alti ufficiali dei quattro eserciti ed è dove la famiglia reale forma i loro discendenti.>>

<<regno, dici? Pensavo che fossero tutti stati a regime militare.>>

<<no, il regno centrale ha un modo diverso di porgersi, loro sono in sintonia e simbiosi con la natura ei suoi abitanti, ogni cittadino fa parte del grande insieme ei reali si impegnano ogni giorno perché questo venga sentito da ogni uomo e donna, per secoli sono stati l'anello di comunicazione tra Nativi e Persone finché non ci fu quella guerra, ma ancora oggi rispetto agli altri stati i Nativi sono considerati al pari dei normali cittadini e alcuni ricoprono alti ruoli.>>

<<le manca vero? La sua casa è quel regno o mi sbaglio?>>

<<sì è capito vero? Sì, vengo da quel regno ma per i miei commerci devo girare per tutti gli stati e far conoscere quello che la mia terra ha da offrire al resto del mondo, è il mio modo di ringraziare il regno per tutti quello che ha fatto per me e la mia famiglia.>> Il rumore delle navi in partenza raggiunse anche quel angolo di città e come una sveglia mi avvisava che dovevo andare sfruttando gli ultimi sprazzi di folla, nel negozio arrivarono gli ultimi ritardatari che di corsa comprarono il pranzo prima di correre verso il porto, l'uomo appena finito si affacciò fuori sperando che il suo interlocutore fosse ancora lì ma non ci rimase troppo deluso nel vedere che non c'era nessuno.

<<spero che verrai a visitare il nostro regno, lo adoreresti anche tu>>, disse tra se con un sorriso leggero sulle labbra e con l'animo sereno e rallegrato per la breve ma piacevole chiacchierata.

Gli sguardi erano tutti puntati su di lei, i ragazzi ne erano ammaliati e le ragazze provavano un po’ di gelosia, lei assorta dai suoi pensieri non badava a questo, stava completamente immersa nella sua missione, una macchia nera in mezzo ad una mare di divise bianche e azzurre. Due mani fredde gli si appoggiarono sulle spalle fermandola, lei se le scrollò di dosso infastidita girandosi verso i due, i quali si dimostrarono essere soldati dell'esercito.

<<che ci fai qui da sola? Dov'è il tuo padrone Nativa?>>, chiesero con arroganza e con fare appiccicoso.

<<io non ho un padrone e mai l'avrò, ora levatevi dalla mia strada o vi faccio spostare io.>> i militari presero le loro armi dalle fondine pronti a sparare ma a frapporsi a loro giunse una insolita figura che era rimasta ad osservare la scena. <<signori non dovreste tirar fuori le armi in questo posto per studenti, potrebbero insorgere dei problemi. Vi chiedo scusa per il comportamento della mia amica ma è nuova e non conosce come funzionano le cose da queste parti ma visto il fastidio la prossima volta che visiterete la nostra dimora vi farò un prezzo speciale, che ne dite?>>, disse strusciandosi ad uno dei soldati fissando i suoi occhi felini a quelli dell'uomo ammagliandolo.

<<va bene, per oggi passiamo oltre. Dobbiamo andare, ci vediamo Miri.>>

Salvata da una estranea la Nativa si lasciò portare dalla ragazza appena conosciuta che appena giunse nei pressi della sua zona si aprì apertamente. <<io sono Miri, sono una nekomusume, tu come ti chiami?>> la ragazze venne squadrata per bene, il fisico snello stretto nel qipao nero così come i lunghi capelli corvini che si scontravano agli occhi rossi e dai tratti leggermente felini, se non fosse per le orecchie da gatto che spiccavano sulla testa e la coda liscia e sinuosa che gli sbucava dall'abito.

<<io sono Aura, perché mi hai aiutata con quei soldati?>>, chiese diffidente verso quella Nativa tanto bella quanto misteriosa.

<<che domande, tra di noi dobbiamo aiutarci altrimenti chi pensi lo faccia? Le Persone o il cacciatore?>> Le sue parole così sincere e naturali bastavano a far abbassare leggermente la guardia ad Aura.

<<forse hai ragione ma non ho intenzione di seguirti e diventare una sgualdrina che si vende a quei maiali, non per essere scortese ma non sono come voi. E poi c'è una persona che se mi vedesse fare quello penso raderebbe al suolo l'intero posto.>>

<<deve volerti davvero bene allora, ma come mai non è qui con te se ci tiene tanto?>>

Aura non seppe dare una risposta visto che era stata lei ad allontanarsi per prima. <<lasciamo stare la cosa, comunque non siamo quello che credi, perché non vieni tu stessa a vedere con i tuoi occhi la vera natura di questo mondo?>> Aura si guardò attorno come a cercare una ragione per rifiutare ma quello che trovò fu solo Nativi sfruttati e maltrattati nascosti dalla bella facciata di una città che pareva non badare a quell'orrore, come se loro fossero nati al solo fine di servirli.

Quello che trovò all'apparenza non fu niente di diverso da quello che succedeva in città, il maestoso palazzo dallo stile sfarzoso e orientale catturata l'attenzione in una città dai toni modesti, appena entrarono alla vista di quel che succedeva dentro non potei che provare disgusto, decine di Native e Nativi dalle sembianze semi umane se ne stavano alla stregua delle Persone che si facevano coccolare come re, allungando le mani senza trovare nessuna resistenza ma una totale disponibilità, l'odore di profumi afrodisiaci nell'aria e l'arredamento degno dei palazzi di sultani, così come era il numero di individui che componeva il gigantesco Harem a totale disponibilità di tutti quelli che avevano abbastanza soldi per permetterselo, Aura davanti a sé non vide che un bordello qualunque arricchito solo con qualche mobile in più, vedere la sua specie ridotta in quello stato fece solo aumentare un odio per le Persone che da tempo covava tacitamente dopo la partenza di Ray.

Da dietro le due Native un gruppo di quattro forestieri entrò nel locale facendosi strada tra le due facendo per spingerle a terra in modo rude, Aura vista la sua natura quasi non sentì il colpo, fu come se un uccellino gli si fosse posato sulla spalla, d’altro canto l’altro sentì fortemente il muro che fermò il suo intento quasi lussandogli la spalla, l’uomo perse l’equilibrio e si ritrovò a terra.

<<tu sgualdrina! Chiedimi subito scusa, il tuo padrone non ti ha insegnato le buone maniere o tutte voi cagne non sapete fare altro che darla!>>

Aura lo stava per sbranare, letteralmente ma Miri si mise in mezzo a impedirglielo cercando anche di sistemare la questione.

<<scusi la mia amica, non aveva intenzione di mancarle di rispetto>>, disse la Nekomusume facendo per aiutare il forestiero ad alzarsi, questi colpì la mano della felina e la spintonò via con fare schifato e rabbioso. <<non mi toccare con quelle mani bestia! Chissà dove sono state e con quanti le hai usate, ma se la tua amichetta volesse usare le sue per scusarsi non mi dispiacerebbe>>, disse sistemandosi il cavallo dei pantaloni e squadrando Aura.

Attorno a loro tutto si fermò ad osservare la scena che si stava svolgendo, sia Nativi che Persone osservavano attentamente, ognuno con sentimenti avversi o favorevoli alle due fazioni protagoniste della scena, il forestiero alzatosi in piedi con fare disinvolto si avvicinò alla ragazza allungando le mani dritto sul petto di lei ma essa gliela piegò stritolandogli la mano e riducendolo in ginocchio dolorante sul punto di spezzargli tutte le dita, i compagni dell’uomo sguainarono le daghe, uniche armi da difesa concesse di portare in città ai civili, pronti ad intervenire.

Un rintocco secco e penetrante di legno contro legno si diffuse nel bordello catturando l’attenzione dei presenti. <<cari miei ospiti, perché tanto baccano per così poco? Questo è un luogo di piacere non un seggio politico dove insultarsi e passare alle mani, o forse questo locale è cambiato da quando mi addormentai qualche istante fa?>> la voce che disse quelle parole uscì da oltre la soglia della stanza al piano superiore, la figura a cui apparteneva uscì dalla stanza affacciandosi sulla balconata del piano da cui si vedeva tutto il locale.

Sei lunghe e folti code simili a solide lingue di fuoco a sfumature arancioni facevano capolino oltre le spalle, lunghe orecchie sbucavano dai rigogliosi capelli dorati, una lunga veste degna di una regina, adornata con gemme e ogni sorta di preziosità di quel mondo, risaltandone la bellezza del suo corpo cui gambe si mostravano dallo spacco laterale di tale veste mostrando la chiara pelle adornata da tatuaggi tribali color rubino, per quelli che ce l’avevano davanti non c’era dubbio sulla sua Natura, la più famosa razza mutaforma e una delle più pericolose, una Kitsune.

La donna volpe fece le scale con fare regale e maestoso mentre gli occhi erano tutti per lei, attraversò la sala ammagliando tutti coloro su cui posava lo sguardo, Nativi o Persone che fossero, uomini o donne, nessuno di loro parve resistere alla sua bellezza, arrivò davanti ad Aura che nel frattempo aveva lasciato libero il suo aggressore, Miri si alzò subito da terra andando verso la Kitsune. <<mi scusi tanto padrona, lei non voleva…>> le sue parole vennero fermato dal morbido tocco delle dita della padrona sulle rosse e morbide labbra della Nativa che si sciolse davanti al suo gesto affettuoso.

<<tranquilla amica mia>>, disse rasserenandola prima di volgere lo sguardo ai quattro forestieri, lo sguardo, il portamento, il linguaggio e il vestire erano da regina e la presenza che emanava rafforzavano tale impressione, eppure con gran umiltà chiese scusa a quei uomini a capo chino, senza la minima vergogna o frustrazione di fronte a quella moltitudine. <<scusate per il benvenuto non proprio caloroso ma siamo un po’ restii verso i forestieri e simili, soprattutto con quelli che danno la caccia a quelli come noi per denaro o per divertimento>>, disse con voce calma e serena.

<<ma voi ovviamente non siete tra questi sennò non sareste in quest’umile locale, sarebbe da ipocriti, non credete?>> quei uomini nascosero le vesti sporche di sangue alla vista sotto le lunghe mantelle, ma non poterono nasconderlo a quei occhi di ametista, sembrò che scrutasse nelle loro anime e nel loro passato trovandone le colpe.

<<Tilio meglio andare, ormai abbiamo finito la pausa no? Dobbiamo finire quel… lavoro, giù al porto>>, balbettò uno dei compagni già con una gamba fuori, gli altri tre confermarono senza battere ciglio e corsero via.

Il locale ripartì nella solita aria di festa, musiche e balli tra bellezze di ogni clan Nativo a dar spettacoli in afrodisiache fragranze e inebrianti sfumate di erbe dal fumo iridescente. La Kitsune prese per mano Miri e Aura invitandole nella sua stanza a sorseggiare del thè in santa pace, la proposta venne accolta dalla nuova arrivata con diffidenza visto la natura di colei che l’aveva proposta ma le sue parola la convinsero. <<venite con me principessa Akira.>>

Isolate nella stanza della padrona in un’atmosfera di calma e tranquillità aspettavano l’ospitante mentre si guardavano attorno, come fecero intuire gli abiti regali dai toni orientali della Kitsune, lo stile di arredamento ne rispecchiava e ne esaltava tale caratteristica, mobili, cimeli e opere di ogni genere di un antico passato erano raccolte in quella spaziosa stanza senza però farla diventare esageratamente sfarzosa.

Aura e Miri si sedettero sui cuscinetti attorno al tavolo basso mentre la padrona entrò nella stanza portando il suo pregiato tè che offrì alle due. <<che cosa ci fa qui una principessa delle terre di Gaia, per quello che sappiamo noi nove clan voi dovreste essere scomparsa da anni ormai, vi avevano avvistata più di sei anni fa nello stato di fuoco insieme a vostra madre che ora dovrebbe essere morta. Io invece conosco un’altra storia, voi siete fuggita con vostra madre braccata da alcuni del clan dei Gèvaudan e vostra madre morì in uno di questi scontri mentre voi foste salvata da una Persona che è colui che vi ha cresciuta fino alla vostra partenza, poco dopo vi siete separati e tu sei tornata a casa, un anno fa sei tornata nelle cinque terre dove hai vissuto fino a pochi giorni fa, vero? Sei qui per qualche male affare del tuo clan visto che nessuno sa che sei ancora viva?>>

<<e se anche fosse a te cosa interessa, sei stata tu a mandare questa nekomusume in città a prendermi vero? Come mai tanto interesse nei miei confronti?>>

<<chi lo sa, forse non sei tu in specifico a interessarmi ma qualcosa legato a te, figlia delle prima.>> al sentire quell’appellativo la espressione di sfida di Aura mutò, ogni volta che aveva sentito essere chiamata così non riusciva a non sentirsi una nullità confrontata alla portatrice di tale titolo, Sua madre la più forte, bella, onesta e intelligente Nativa mai nata, la prima ad imparare a cambiare forma e a interagire con le Persone. <<se non sbaglio anche lei se ne andava in giro con una persona, era un bambino ma era molto carino, chissà se quei due l’hanno fatto, ho sentito che->>

<<non parlare di mia madre!>>, urlò rabbiosa alzandosi in piedi mostrando le lunghe e affilate zanne istintivamente.

<<sembra che il peso della fama di tua madre sia un fardello troppo grande per una fallita scappata di casa come te, se devo essere sincera sei una delusione per essere una della tua razza. Chissà che cosa ci trova lui in te?>>, disse con profonda delusione.

<<che volete saperne voi che vendete il vostro corpo a queste bestie per qualche soldo e inutili adulazioni, andatevene dai vostri padroni!>>, concluse alzandosi in piedi per andarsene ma Miri la fermò prendendola per un braccio.

<<aspetta non andare via, non ti ho ancora spiegato nulla su questo posto.>> Aura si scrollò il braccio di dosso rudemente non volendo saperne nulla già pensando, mentre si avviava fuori, al fatto di non tornare più in quella città.

<<ragazzina dove pensi di andare, se non l’hai ancora capito se giri da sola in città verrai sicuramente arrestata, picchiata e probabilmente anche stuprata, e sta sicura che nessuno interverrebbe>>, urlò la kitsune alzandosi in piedi. <<Pensi che a noi vada bene essere le schiave di queste Persone, usati come oggetti e poi gettate via, credi che la tua vita sia stata così dura da poter giudicare tutti noi dall’alto in basso! Tu non sai l’inferno che abbiamo passato fino ad adesso, ciò che abbiamo visto, coloro che abbiamo perso, le scelte che abbiamo fatto, gli sbagli ei rimpianti…>>

<<se solo avessimo ragionato di più, se non fossimo state così fiere adesso non saremmo qui>>, aggiunse Miri ripensando al loro più grande sbaglio, il loro peggior rimpianto.

<<non so a cosa vi riferite ma a me le vostre faccende non interessano, che provino a prendermi se ci riescono, non sarò mia madre ma so cavarmela anche da sola come in questi ultimi anni, senza l’aiuto di nessuno, da sola in mezzo alla distruzione di città devastate, io me ne vado.>>

Senza voler sentire altro spalancò la porta uscendo dalla stanza diretta all’ingresso per lasciare definitivamente per dannato posto, ma a bloccarla si presentò un plotone di soldati che accompagnavano i quattro forestieri cacciati minuti prima e un anziano signore che si professò il proprietario del bordello, a quanto disse aveva lasciato la custodia del locale alla kitsune, la sua schiava più fidata dopo la ninfa che lo accompagnava.

<<numero tredici, ti ho affidato i miei affari non per fare i tuoi comodi ma per fruttare, e a quanto ho saputo molti clienti non hanno ricevuto il trattamento solito, cerchi forse di ribellarti? Ti ricordo che siete bestie, le mie bestie e dovete fare quello che vi comando, siete merce di piacere e nient’altro, oggetti da usare e poi buttare se non fate il vostro lavoro!>>

A quel punto intervenne il comandante del plotone: <<per aver aggredito delle Persone, esserti impossessata di una attività commerciale e aver istigato i tuoi simili a rifiutarsi di fare il proprio lavoro l’esercito della fiamma vermiglia ti condanna alla pubblica fustigazione con successiva impiccagione>>, lesse dal manifesto che portava in mano, la paura della kitsune trasalì dal suo sguardo, il suo corpo tremante, l’odore pungente della paura arrivò subito al naso di Aura, alcuni dei soldati si avviarono a prendere in custodia la kitsune ma i suoi simili si frapposero fra loro, i clienti spaventati dall’atmosfera che si era creata scapparono via temendo di essere coinvolti nello scontro.

L’aria era tesa e da un momento all’altro sarebbe scoppiata la battaglia, Aura ritrovatasi in mezzo a tale discussione fu catturata da un profumo alquanto famigliare. <<sta arrivando>>, disse con un leggero sorriso sulle labbra.

Arrivai in quello che sembrava il posto più famoso della città e della zona, ci andavano ricchi e poveri, criminali e uomini di ogni risma e ceto sociale, tutti quanti indifferenti alla vita dei Nativi schiavizzati e usati come animali di piacere, giunto alle porte due soldati di guardia mi impedirono di entrare per una retata in corso, presi la testa di uno di loro usandola come ariete sfondando la porta e tramortendo l’uomo che cadde a terra mentre il compagno impaurito scappò via. Mi trovai un plotone di soldati a schiera a bloccare l’ingresso mentre i loro sguardi mi scrutavano incuriositi.

<<spostatevi!>>, ringhiai aprendo la schiera come l’acqua in due fronti laterali, a passo lento e caduco le superai ponendomi davanti ai Nativi, alzai lo sguardo verso la sgargiante balconata riconoscendo Aura, spostai subito lo sguardo su quello che sembrava il comandante. <<volete combattere contro dei Nativi utilizzando manganelli e spranghe, in città affiliate al regno centrale non potete usare armi da fuoco né da taglio come nel regno, perciò siete in evidente svantaggio. È lei il proprietario?>>, chiesi all’anziano che dopo il primo spavento confermò, mi avvicinai a lui sussurrandogli all’orecchio.

L’anziano dopo aver ascoltato le mie parole congedò il plotone ringraziando e chiedendo scusa per il disturbo. <<vi ringrazio ma non c’è più bisogno del vostro supporto, potete usufruire dei divertimenti di questa città a mie spese come ringraziamento per il disturbo.>> i soldati che a combattere contro bestie carnivore praticamente senza armi si trovarono l’opportunità di svagarsi senza dover pagare nulla non ci pensarono due volte, se ne andarono via lasciando i forestieri da soli che a quel punto se la diedero a gambe.

Tutti i Nativi presero un respiro di sollievo mentre l’anziano mi fece strada fino allo sfarzoso ufficio al piano superiore, passammo di fronte ad Aura, alla Kitsune incriminata e ad una nekomusume che non conoscevo ma dal suo sguardo luminoso e dalla allegria che spruzzava dai pori pareva conoscere me, entrammo dentro la stanza che venne chiusa dalla ninfa.

Minuti dopo il vecchio se ne uscì con le sue valigie regalando un sorrido d’addio alla sua numero tredici.

La ninfa aprì la porta e fece entrare la nekomusume e la kitsune sotto mia richiesta, stavo finendo di compilare dei documenti quando esse si avvicinarono a me. <<salve a tutti e due, io mi chiamo…>>

<<tu sei il cacciatore!>>, disse non trattenendosi più la nekomusume. <<scusate ma sono troppo entusiasta di incontrare il fondatore di Arcadia, io sono Miri e lei è la sorella della regina del clan delle kitsune, la principessa Akane.>>

<<piacere di conoscervi, io sono Ray e come hai detto tu Miri sono il cacciatore anche se non capisco come hai fatto a riconoscermi senza avermi mai visto, comunque ecco a voi.>> porsi i documenti che avevo appena compilato alle due. <<con questi il locale e l’attività è vostra, e se voleste darmi una mano lo saranno anche le altre sparsi per i quattro stati militari, ci sono abbastanza pietre per comprare ogni attività e Nativo schiavo di questo pianeta e vorrei che voi li compriate a nome mio, non del cacciatore ma di un certo signor Hanzo.>>

<<come mai a noi e perché mai questa missione, sei uno di loro non un Nativo come noi, perché lo fai? Per salvare il mondo? Perché hai qualcuno delle nostre specie a cui tieni?>>

<<No, è per il mio tornaconto, il mio mondo non è quello che voglio per la mia famiglia perciò ne costruisco uno giusto per me e per loro, tutto qui e poi… voi Nativi siete così carini. Allora mi aiuterete?>>

<<puoi scommetterci capo!>>, disse subito Miri più felice che mai.

<<vi ringrazio, sapete credo che avrei avuto qualche difficoltà non esseno un Nativo e poi non ho molto tempo, comunque grazie ancora.>> da un’ultima occhiata al mio sacco pieno di gemme riflettendo sul fatto che nonostante la vita non facile il denaro non mi era mai mancato, una amara consolazione visto che la cosa non mi toccava affatto. <<perché non andate a dare la buona notizia ai vostri amici, ne saranno felici.>> le due Native non ci pensarono su due volte e uscirono di corsa urlando ai quattro venti di essere divenuti di nuovo liberi mentre sventolavano il cilindro argentato che conteneva il tanto agognato documento.

Aura felice di tale fatto osservava i suoi compatrioti darsi ai festeggiamenti e alle danze, mentre da ogni angolo della città Nativi facevano pellegrinaggio per sapere come divenire anch’essi liberi ma benché quell’aria di euforia l’avvolgesse si sentì una estranea visto che non aveva mai vissuto in schiavitù e non sapeva che cosa significasse, si voltò verso la porta dove le due native erano uscite poc’anzi e vedendola socchiusa pensò di entrare a vedere.

Appena le due Native uscirono dalla stanza feci un bel respiro di sollievo lasciandomi un attimo andare sulla poltrona, la trattativa con il vecchio e l’essere riuscito a convincerlo a darmi informazioni contenendo i costi fu una ardua sfida, dopo un’accesa discussione e qualche escamotage non proprio pulito riuscì ad averla vinta, grazie anche a qualche esperienza in conferenze della famiglia.

<<si sente bene signore?>>, chiese la ninfa che era rimasta silenziosa quasi a mimetizzarsi con l’ambiente.

<<è stata un po’ dura ma sto bene, non dovresti andare anche tu, ora sei libera, io mi sdraio un attimo sul divano.>> feci per alzarmi ma le gambe mi cedettero come stuzzichini e caddi a terra impossibilitato a muovermi, il dolore mi percorse tutto il corpo eppure non riuscivo a fare nulla, il petto mi bruciava quasi a sciogliersi, sordi rumori arrivavano alle mie orecchie indistinguibili e sempre più lontani mentre figure sfuocate mi si affacciavano davanti, la bocca impastata mi impedì di esprimermi con chiarezza finendo per fare versi come un animale ferito che per l’ennesima volta perse conoscenza, come un condannato dopo ore di torture.

Riaprì gli occhi ritrovandomi ancora un altro giorno in quel luogo privo di un cielo sereno ma sommerso in oscure ombre tagliate da sprazzi scintillanti che con fatica si facevano strada fino a toccare quella terra martoriata da una guerra infinita. Ero rimasto tutta la notte fuori dall’enorme tenda da campo ai bordi dell’accampamento, vicino ad un miraggio di acqua termale che fuoriusciva dal sottosuolo nascosto da spuntoni di rocche che creavano una barriera naturale, il solo vapore che ne scaturiva mi bastava per sentire i muscoli rilassarsi e l’animo rasserenarsi mentre allontanavo i pensieri e mi lasciavo al momento di pace. <<sei mattiniero giovane Hanzo.>>

Rivolsi lo sguardo alla figura che proferì tali parole con tanta dolcezza e disinvoltura chinando il capo appena incrociato il suo sguardo. <<mia Dea grande e sacra è un piacere vedervi già a quest’ora.>> lei si avvicinò chinandosi sulle gambe arrivandomi a qualche centimetro di distanza. <<non devi essere così formale, come hai detto a tutti noi, non siamo divinità anche se una volta lo credevamo, la nostra superbia è stata la nostra rovina… perciò chiamami pure Ami, ma solo quando siamo da soli>>, disse sorridendo quasi illuminava da una luce divina.

<<va bene, lo farò. Se posso chiedere come mai sveglia già a quest’ora? Non dovevate partire per liberare i vostri compagni solo tra qualche ora?>>

<<come dire… è che sono abituata a svegliarmi presto la mattina e di solito non c’è mai nessuno, così faccio una passeggiata immersa nella sottile bellezza di queste terre a ricordare le lande ricolme di colori e odori della terra che mi accolse come sua madre e protettrice… mi manca tanto.>> piccole linee di lacrime le tagliarono il viso piene di emozioni rinchiuse nel suo animo, appena si rese conto di star piangendo si strofinò sulla larga manica della tunica ad asciugarsi senza riuscire a impedirmi di notare il suo stato d’animo.

<<non so che cosa possa provare ma anch’io sento una forte nostalgia di casa… anche se non so quale davvero sia la mia vera casa, quella dove sono cresciuto? Quella in cui iniziano i miei ricordi o quella che non ricordo? Ora non sono più sicuro di conoscere la vera risposta, vago in questo mondo per conseguire un’assurda vendetta contro mostri che stanno dall’altra parte di queste terre, per una persona che sicuramente non avrebbe voluto questo, avrebbe voluto che trovassi il modo di tornare a casa ma …quale sarebbe?>>

<<non dovresti tormentarsi così tanto altrimenti perderai di vista il tuo scopo, che esso ti porti alla luce o nelle tenebre segui la tua strada, quando giungerai alla fine potrai decidere di rimanere lì, tornare indietro o andare ancora più avanti, per adesso vivi il presente momento per momento, segui il tuo credo e sono sicura che non avrai rimpianti.>>

Rimasi qualche istante a contemplare le sue parole e la sua figura mentre osservava l’enorme colonna di luce all’orizzonte con occhi pieni di emozioni, in quei istanti sentì di capire in parte per quale motivo un’intera nazione ha creduto in lei e ne ha esaltato la figura, capì sentendo con forza ciò che lei rappresentava per la mia famiglia. <<quindi hai intenzione di andare avanti da solo>>, disse rammaricata per le parole dette nella mia prima domanda.

<<sì, era questo l’obbiettivo iniziale e quello finale. Voi dovete andare dai vostri compagni, io da quel che so… quelli della mia razza sono morti secoli fa, quelli che ci sono ora sono purtroppo una nostra copia ben fatta che sta facendo i nostri stessi sbagli.>>

<<se la pensi così devi aver visto molte cose nella tua vita, molte più di me suppongo, al mio tempo era tutto così semplice e puro. Tralasciando questo ho voglia di rilassarmi, mi copriresti?>>

<<certamente mia signora, lo farò ben volentieri.>>

Amaterasu si avvicinò all’acqua facendo scivolare la nobile tunica sul suo corpo mentre entrava dolcemente nella calda e morbida presa delle acque laviche, una volta rimasta del tutto nuda a metà del corpo avvolta dall’acqua si guardò un attimo alle spalle vendendomi sulla riva seduto sulle ginocchia rivolto verso l’accampamento, immobile come una roccia tagliata da una debole brezza sulfurea, il suono dell’acqua mossa dalle mani della dea mentre si lavava sovrastavano quella del vento come a isolarsi su se stessa in una melodia senza ritmo, come se ci fosse solo lei e nient’altro. <<allora giovane Hanzo perché non mi racconti qualcosa, è un po’ imbarazzante tutto questo silenzio.>>

<<bè, se devo dire qualcosa mi viene in mente una poesia… tempo fa, quando venni accettato dalla famiglia della donna che mi aveva adottato, nei primi tempi quando avevo delle notevoli difficoltà con la lingua lei, Kimiko, era sempre lì accanto a me ad aiutarmi, ogni giorno mi dava lezioni prima e dopo il lavoro, poi la notte leggevano insieme, soprattutto antichi testi raccolti nella biblioteca di famiglia. Un giorno, mentre stavo cercando un libro di un famoso poeta, dietro ad uno scaffale appesa al muro trovai uno strano scritto, era una poesia; era corta e priva di rime ma nello stile e nel modo in cui era composta mi entrò nel cuore e… non se ne andò più, la portai subito in camera e la lessi, lo feci almeno venti volte quel giorno o giù di lì, essa parlava di una nobile donna intenta nel lavarsi un lago nella foresta e del suo cavaliere che vegliava sulla sua figura.

Da quel giorno volli rendere omaggio ancor di più a quella poesia e a colui che la scrisse. Mi isolati quasi completamente nella mia stanza e nella biblioteca, passai giorni nel mio progetto, forse settimane o addirittura più di un mese ma, alla fine ce la feci e ne fui assolutamente entusiasta, subito andai a mostrare la mia opera a Kimiko che però era in compagnia di suo nonno, suo padre ei fratelli. Vedendo tanta gente esitai un po’ ma Kim mi fece forza e con il cuore in gola mostrai a tutti il dipinto su tela e cui didascalia era riportata la poesia originale integrata:

Una donna dalle divine origini si spogliava del fardello dei lunghi e pesanti abiti lasciandosi avvolgere dalle acque calde di un lago, immerso dalla natura sotto un cielo dalla luna sua padrona indiscussa, lievi scie di vapore ne mascheravano leggermente i tratti mentre la sua figura perfetta regnava sulla calma fonte calda, lungo la sua dolce schiena lo stigma sacro della sua vera natura brillava di un rosso scarlatto al suo tocco delicato, con calma e delicatezza si liberava dalle innumerevoli fatiche libera da ogni preoccupazione, sulla riva dove riposavano le sue vesti a guardia della divina figura si distingueva come una statua seduto sulle gambe il suo protettore, guerriero dall’armatura intaccata da innumerevoli battaglie, in essa sui numerosi fori e spaccature piccoli ruscelli cremisi scivolavano fino a terra a nutrirla col suo sangue, il respiro affannato che come il fumo d’inverno sbuffava dalla griglia dell’elmo avvolgendolo in una leggera cappa biancastra, la spada d’innanzi a lui si ergeva dritta conficcata a terra mentre la leggera brezza danzava insieme al sageo, di fronte a lui la distesa di corpi dei numerosi nemici ricoperti da un leggero strato di neve ormai divenuto il loro velo di morte, oltre gli alberi numerosi pericoli si nascondevano ma la figura di quel guerriero tanto stanca quanto infusa della volontà di adempiete al suo dovere sovrastava ogni intento, ogni azione. Nella sua figura quasi al limite della vita, pareva ad un passo dal baratro della morte eppure era ancora lì, nel suo cuore e nella sua mente una solida fermezza e una convinzione ultraterrena poiché non c’era onore più grande che dare la propria anima, il proprio corpo e la propria coscienza per proteggere colei che era il suo cuore, la sua via, la sua padrona e la sua casa.>>

Lasciammo scorrere il silenzio avvolto dal debole sibilo del vento come a rafforzare e imprimere ancora più a fondo quell’immagine, quel ideale.

<<allora è questo il tuo credo, la tua via?>>, domandò spezzando il silenzio con dolcezza e profonda serietà.

<<sì, è questo in quello che io credo e per cui sono arrivato fin qui senza mai voltarmi, senza mai rivolgermi al passato, ai rimpianti e a quello che ho perso e dato. Io voglio essere come lui.>>

<<è una strada difficile e dolorosa che ti priva di molte cose della vita ma…>> la Dea si avvicinò alla riva riprendendo i vestiti. <<…allo stesso tempo ti riempie e ti forgia rendendoti la lama a difesa di ciò a cui tieni, questo è proprio tipico della vostra famiglia ed è il motivo per cui non dubiterei a mettere la mia vita nelle tue mani>>, disse stringendo le braccia dolcemente attorno al mio collo appoggiando la testa sulla mia spalla mentre la tunica ci coprì entrambi come un telo d’avorio.

<<vi ringrazio per le parole ma voi avete i vostri fratelli ei vostri compagni, non avete bisogno di uno come me, qui sono solo un passeggero fugace che appena troverà quel che cerca tornerà abbandonandovi tutti, ho fatto una promessa di vendetta che devo mantenere.>>

<<capisco ma vorrei rimanere così qualche altro istante, il dolce calore di un essere umano pieno di così belle emozioni era una delle cose che più mi mancano del vostro mondo, vorrei davvero tornarci un giorno, un ultima volta prima di scomparire in un posto come questo, dimenticata da tutti.>>

<<per questo non c’è da temere, per quanto vi possano dimenticare ci sarà sempre un popolo che vi terra nel suo cuore, una famiglia che non smetterà mai di avervi nel cuore.>>

<<grazie…>> Amaterasu si lasciò a dolci lacrime di felicità tanto silenziose quanto brillanti alla luce mentre si addormentava dopo giorni di battaglia senza fine contro un mostro che gli aveva portato via tanto.

Appena si lasciò al più profondo dei sogni la presi avvolgendola nella sua tunica e la portai nell’accampamento, erano tutti nelle loro corrispettive tende, alcuni stavano bevendo e festeggiando, altri elaborando piani e strategie, c’era chi affilava le armi e chi mangiava a sazietà e poi chi osservava il cielo immerso nei pensieri e questo era uno dei due fratelli della Dea, Tsukiyomi dio della luna. Appena arrivammo nei pressi della sua tenda si voltò verso di me notando il particolare bagaglio che portavo, mi fece strada per la sua tenda facendomi entrare. <<ti ringrazio per esserti preso cura di mia sorella e per aver supportato il suo modo di fare un po’ libertino, è sempre stata molto propensa a dire e fare quello che le passa per la testa, è una molto… solare diciamo.>>

<<non è niente, per me è stato un grande onore mio signore.>>

<<ho sentito che sei un Hanzo, mi è sempre piaciuta la vostra famiglia e il vostro atteggiamento verso mia sorella è quasi tenero, ma mio fratello Susanoo non la pensa così, lui è molto geloso di nostra sorella nonostante in passato le avesse fatto qualche torto eppure quando ci siete voi di mezzo diventa subito protettivo>>, disse lasciandosi scappare una leggera risata. <<oh, scusami puoi appoggiarla su quel letto improvvisato, non sarà come un letto imperiale ma andrà benissimo per quella dormigliona.>> feci come disse e poi mi avviai ma una fitta al petto mi fece perdere la sensibilità alle gambe facendomi cadere a terra travolto da fitte incessanti.

<<Hanzo che ti succede?! Che ha?>>, chiese saltandomi subito addosso togliendomi le mani dal petto levandomi i vestiti, Susanoo entrò in quel momento rimanendo sorpreso dalla scena. <<che fai lì stupido, aiutami!>>, urlò Tsukiyomi al fratello che mi tenne fermo mentre lui svestendomi guardò con orrore quello che mi affliggeva. <<oh cielo divino>>, esclamò inorridito.

<<come diavolo fa ad essere ancora vivo>>, chiese sorpreso quanto il fratello vedendo le cicatrici profonde, i tagli, le abrasioni, le bruciature, l’enorme buco marcescente e il nero sangue della malattia che dilaniava in mio corpo, tutto in un miscuglio orrido e surreale da voltastomaco.

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