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Una storia di GianlucaDiMatola

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Giochi da bambini

Noir. Un ragazzino. Suo fratello. La famiglia. Il fascino di una sconosciuta.

Pubblicato il 02 luglio 2015

Marzo 1988.

- Andrea, adesso basta! Non voglio più ripetertelo. Smettila di giocare con quella dannata pistola, - urlò mio padre quando all’uscita per Agropoli mancavano all’incirca sessanta chilometri.

Agropoli era parecchio distante, e l’idea di partire nel cuore della notte venuta a papà era piaciuta soltanto a lui. Né la mamma, né tantomeno io, ne avevamo ben compreso la ragione. Non era Agosto e neppure uno dei classici week-end da bollino nero, quello dannato da tutti gli automobilisti. Era un semplice e tranquillo fine settimana di marzo.

Papà si era preso un breve periodo di pausa dal lavoro, appena una settimana. Un fastidioso infortunio al piede sinistro, per lui che di mestiere faceva l’idraulico, l’aveva obbligato ad un severo riposo: - approfittiamo di questo primo sole. Il metereologo ha detto che saranno due giorni piacevoli, - fece lui mentre io finivo i compiti di grammatica e mamma cucinava ai fornelli un polpettone che avremmo mangiato per cena.

La casa giù ad Agropoli, acquistata negli anni settanta dai miei genitori, aveva bisogno di una seria manutenzione. C’erano sanitari che spruzzavano acqua all’impazzata e qualche elettrodomestico aveva smesso di funzionare. Prima che la stagione estiva riprendesse a pieno regime, Michele, mio padre, voleva sistemare tutte queste faccende. “Quelle due fetenti settimane d’Agosto che mi danno, voglio godermele, non ho intenzione di lavorare anche lì,” - disse facendoci capire che non avevamo scelta: si partiva.

Durante l’anno abitavamo a Villaricca, una delle tante province a nord di Napoli. Avevamo un appartamento all’interno di un piccolo condominio. Discreto e decisamente borghese.

Il nostro balcone, l’unico di quell’abitazione, affacciava sulla casa di cura villa Majone, incastrata tra Via Chianese e Via Capitano Pellegrino.

Su quel balcone trascorrevo intere giornate. Rimanevo ad osservare le macchine che cariche di donne con il pancione andavano ad ingrassare il reparto di Ostetricia. Del resto, avevo soltanto otto anni. Ogni scena mi appariva come uno spettacolo irripetibile.

Non sono figlio unico. Ho un fratello più piccolo, Mattia, ed è nato più sfortunato di me. Lui di anni ne ha cinque, ma porta ancora il pannolino e non ha mai parlato. Non ha mai detto né mamma né papà. Mattia non cammina ancora, e la mamma dice che non ci riuscirà mai. Mattia va in giro su di una sedia a rotelle. Mi hanno raccontato che quando Mattia è nato non ha respirato bene, e qualcosa nella sua testa ha guastato tutto il resto. Eppure io voglio un gran bene a Mattia. Quando camminiamo per strada e la gente lo fissa, penso a quanto ne possa soffrire lui, e quanto i suoi pensieri possano urtare contro la sua stessa vergogna. Ma dopo un po’ tutto mi passa. Scaccio via la mortificazione e torno ad amare Mattia. Guai a chi mi tocca Mattia. Mattia è il mio sangue.

- Te l’avevo detto di non portargli quella maledetta pistola. Fa sempre un baccano infernale, – sbraitò papà accusando mamma.

- E dimmi te, che fai tanto il professore, un bambino di otto anni, io, come lo trattengo? Contare le auto che passano non è un gioco… come dire, allettante per la sua età, lo sai? - replicò lei che nelle sue risposte pungeva peggio di un letto a chiodi.

Intanto che loro due litigavano come ormai accadeva con ciclica regolarità, Mattia era accanto a me nel suo seggiolone color arancio. Era agganciato alle cinture di sicurezza con gli occhi vispi. Due grosse sfere cariche di vita che sembravano non spegnersi mai.

Avevo tolto le scarpe. Non le sopportavo più. La tela e la gomma di quelle calzature da ginnastica che tanto avevo desiderato si erano rivelate due ganasce infernali. In aggiunta, il sediolino di papà, spinto fin dietro quasi a venirmi addosso, mi impediva ogni benché minimo movimento.

Non ce la facevo più. Ero arrivato al limite della sopportazione. Mi sentivo come un reattore nucleare pronto ad esplodere.

La casa al mare mi piaceva, ed ogni volta che ci andavo mi caricavo come una pila. Ero gioiosamente incontenibile. Se mi fermavo a riflettere sulle tante ore rinchiuso nella Fiat Ritmo di famiglia, però, mi si stringeva lo stomaco. Allora, per non angustiarmi irritando papà, sognavo che Agropoli potesse trasformarsi all’improvviso in Giugliano, un paese ai confini con Villaricca.

A Giugliano ci abitavano degli amici di famiglia. Possedevano un banco di frutta e ortaggi ai mercati generali, la loro specialità era la mela annurco. Lui, Alfonso, aveva le mani grosse e rugose di chi trattava con passione la terra del sud. Per raggiungerli ci impiegavamo meno di dieci minuti.

Intanto, a discreta velocità, fin quando il motore della Ritmo ce lo consentiva, papà ci comunicò che, se non volevamo arrivare ad Agropoli a spinta, dovevamo assolutamente fermarci al distributore di benzina.

L’uscita per Battipaglia non era distante. A dircelo fu un cartello a forma di freccia su sfondo blu. Io lo conoscevo come il Comune bagnato dal fiume Sele e dal latte delle mozzarelle di Bufala. Altri cinquecento metri e saremmo entrati nell’autogrill “Montagna spaccata”. E senza che la macchina si fosse fermata, come ogni bambino che si rispetti, avevo già iniziato a reclamare il mio sacchetto di patatine al gusto di pizza.

- Avrai le tue patatine soltanto se molli quella pistola. In caso contrario, puoi pure scordartele. – non appena mio padre mise fine a quella minaccia per nulla velata, seppur a malincuore, riposi sul sediolino dell’auto la mia fedele riproduzione in plastica di una Beretta 98 FS. Parcheggiammo nel posto riservato ai portatori di handicap, accanto all’ingresso principale del punto ristoro.

- Tu vieni con me o vai con tuo padre? – chiese mamma con la sua voce eternamente timida.

- Perché, tu dove vai? - chiesi io.

- Porto tuo fratello in bagno. Devo cambiarlo. Hai da farla anche tu? – la sua premura era insostituibile.

Avevo scaricato tutta quanta la mia pipì sulla prima sosta nei pressi di Mercato San Severino. Da lì in poi, timoroso di non poterci più fermare, mi ero tenuto praticamente a secco di liquidi.

- Facciamo così, ti lascio lo stereo acceso con Pino Daniele. - amavo tanto Pino Daniele, a casa ero capace di ascoltarlo all’infinito. - Tanto ci metto due minuti. Ritorno in un istante, - disse papà strizzandomi l’occhietto. A volte sapeva essere anche affettuoso.

- Chiudi l’auto, - suggerì mamma.

- Agli ordini, - annuì lui scocciato.

Non appena Michele si allontanò dall’auto per essere inghiottito dalla violenta luce al neon che illuminava l’interno dell’autogrill, tornai ad impugnare nuovamente la mia Beretta. Con quella finta arma in mano sentivo di avere le palle di un elefante.

La Beretta mi forniva uno scudo, una gabbia metallica dietro la quale nascondevo le mi paure e le mie fragilità. Una sera, Michele, parlando in cucina con mamma, disse che la fissa per quella pistola lo preoccupava, e che se non si risolveva, voleva trascinarmi da un medico della testa. Uno di quelli che ti ascolta per mesi interi e ti dice se hai problemi con mamma o con papà, se sei solo un genio incompreso oppure un giorno ti vestirai da nazista e armi in pugno entrerai nella tua scuola per fare una strage di amici e maestre.

Nel frattempo lo scenario intorno a me era animato da persone perlopiù assonnate. C’erano camionisti che azzannavano panini farciti di colesterolo e semplici automobilisti concentrati sul pieno di benzina. Sgranchivano le gambe prestando attenzione al contagiri del distributore.

Ad una decina di passi dal mio finestrino, però, poggiata al bagagliaio di una Audi A4 station wagon, una signora dall’aspetto estremamente elegante attrasse la mia curiosità. E non è che ci volesse tanto. Vestiva un abitino a spalline con un cordino annodato sul davanti. La gonna a pieghe un po’ larga le donava una vaga somiglianza con l’affascinante Marilyn. Ai piedi, poi, un paio di scarpe gialle facevano da contrasto con il rosso acceso del vestito. Accanto, custodiva una grossa valigia, una di quelle con le rotelle ed il manico che si allunga.

Fisicamente minuta, ma non magra come certe modelle che mamma definiva “litigate con il frigorifero”, aveva la tonicità di chi trascorreva parecchie ore in palestra.

La donna in rosso, che intanto seguitavo a tenere sott’occhio, controllava di continuo il suo orologio da polso. Doveva costare un mucchio di lire, pensai, perché era tempestato di pietre che scintillavano alla luce dei lampioni. Ero un bimbo affascinato dalle apparenze. Papà me lo ripeteva di continuo: non credere a tutto ciò che vedi. Prendi ad esempio tuo zio Arturo, spiegava lui, indossa orologi Rolex e calza scarpe firmate. Ma è tutta roba falsa, merce da un paio d’euro comprata sulle bancarelle di Poggioreale.

Se papà avesse ragione non lo so. Forse soffriva soltanto d’invidia. A me zio Arturo stava simpatico, ed aveva anche una pistola vera. Quando eravamo da soli, dopo averla controllata e scaricata, mi ci faceva giocare un po’. Zio Arturo era il fratello più piccolo di mamma.

La signora appariva nervosa, me ne accorsi dal piede che picchiettava a ritmo incessante sull’asfalto. Faceva una specie di tip tap.

Non so come fece, ma ne fui letteralmente rapito. Staccarmi da lei mi era impossibile. E Quando si accorse che la fissavo come un provetto pervertito, esibì un sorriso gigantesco per un bambino sfacciatamente curioso.

Nel frattempo madre riaprì la portiera dell’auto. Aveva l’aria sbattuta. Scocciata. Si guardava intorno mentre ripiegava la carrozzina di Mattia.

- Tuo padre non è ancora tornato?

- No! – le risposi con un cenno della testa.

- E meno male che doveva metterci due minuti, - sentenziò irritata.

In un millesimo di secondo, quasi gli fossero fischiate le orecchie per il senso di colpa, papà uscì dalla porta a vetri dell’autogrill.

Procedeva a passo spedito raddoppiando il suo solito incedere. Poi, accanto ad un cestino della spazzatura, mentre si frugava nelle tasche in cerca di chissà che cosa, fu avvicinato dalla signora in rosso. Mamma fece scattare subito i suoi occhi minacciosi. Sembravano una batteria di missili Patriot pronti a respingere qualsiasi attacco.

Potevamo vederli bene, avevamo un’ottima visuale. Un campo totalmente libero. Ascoltare cosa si stessero dicendo, invece, ci era praticamente impossibile.

Michele ci appariva in forte imbarazzo. Lo si capiva dal fatto che teneva lo sguardo basso. La tipica espressione di chi non sa che scuse accampare. Ma la discussione era totalmente gestita dalla sconosciuta. Papà si limitava ad annuire. E solo quando la signora si zittì, lui le fece un gesto come per dire: aspetti un attimo.

Sedette al suo posto. Strinse il volante con entrambe le mani assumendo la presa detta delle “dieci e dieci”. Il sacchetto di patatine gli era caduto tra le cosce. Stette in silenzio per un minuto abbondate, stoppato in una di quelle pause che ti aiutano a trovare le parole giuste.

- Le si è guastata l’auto. Ci ha chiesto uno strappo, – riferì papà.

- Un passaggio? A noi? E dove ce la mettiamo? Non ha visto come siamo combinati?- fece notare mamma.

- Che ti devo dire, – disse papà sentendosi disarmato.

- Scusa, non ha nessun altro che può soccorrerla? Un amico, un parente o un carro attrezzi?

- No! Dice che domani mattina ha un importante incontro di lavoro a Policastro. E non può mancarlo. Mi ha quasi implorato.

- Policastro? Ma le hai detto che noi siamo diretti ad Agropoli?

- Certo, ma dice che va benone. Da lì in poi ci sarà un’auto ad attenderla.

- E questi non possono venire fin qui?

- Teresa, ma cosa ne so io. Ha detto che l’officina è chiusa e non riapre prima di domani mattina. Le basta uno strappo, poi si toglierà dalle scatole.

Mamma, dopo un breve mutismo meditativo: nel portabagagli, tra le borse e la carrozzina di Mattia, abbiamo esaurito tutto lo spazio. - queste parole, che facevano solo parte di un preambolo alquanto articolato, nascondevano il primo segno di cedimento da parte di mamma.

- Dice che ha solo una valigia a mano, può tenerla anche sulle gambe.

- C’è da percorrere molta strada?

- Una quarantina di chilometri. Un’altra mezzoretta. – rispose Michele.

Papà ripeteva che da quando c’era Mattia, la mamma era cambiata. Non era più la stessa. Ricordo che un mattino d’inverno, mentre nel letto attendevo che lei mi venisse a chiamare per andare a scuola, la sentì chiacchierare con una nostra vicina di casa. Rotta dalle lacrime e con un singhiozzo da far spavento, confidò a quella donna il sospetto che Michele potesse avere un’altra. La vicina, dal canto suo, senza nessuna prova, le disse che questi pensieri non doveva farseli, perché Michele era un buon uomo, un gran lavoratore.

Ancora oggi mi chiedo come ci fosse riuscita. Eppure, la sconosciuta dalle scarpe gialle, salì in macchina con noi. Si sistemò tra me e Mattia. Io ero imbarazzato. Diede una carezza a Mattia e poi un bacio sulla guancia. Mamma non smetteva di guardarla dallo specchietto retrovisore.

Aveva un profumo dolcissimo. Somigliava a quello di una fatto in casa e appena sfornato. Vaniglia. Ecco di cosa profumava.

- Vi ringrazio. Siete stati molto cortesi, – esordì lei.

- Ci dispiace che debba stare stretta, – replicò mamma.

- Va benissimo così. Sono ben altri i sacrifici, – e la signora volse il suo sguardo su Mattia, che iniziò ad agitarsi. La presenza di questa nuova passeggera non gli era tanto gradita.

- Mi scusi, ma non la conosce, per questo fa così, – disse mamma spiegando la reazione di mio fratello.

- Ha ragione. Non bisogna mai fidarsi degli estranei.

- Cosa fa di lavoro? - chiese mamma abbozzando un minimo di dialogo.

- Rappresento in Italia alcune società straniere. Perlopiù multinazionali. Mi occupo di commercio internazionale.

- Ah! - esclamò mamma non capendoci un tubo.

- Sono una sorta di intermediario. – chiarì lei.

Tra silenzi e mezze parole, riconobbi la strada che portava a Capaccio.

L’estate con papà, per noi, portava il nome di Capaccio. Se avesse potuto, avrebbe vissuto lì, sentendosi parte di quella cittadina di mare famosa per le sue spiagge e l’area archeologica. Centinaia di anni fa, ci raccontava come se leggesse una guida turistica, tra quelle pietre resistite alle avversità, erano vissute popolazioni che avevano fatto la storia dell’umanità.

- Mi dica lei quando e dove posso fermarmi. Noi tra non molto dovremmo lasciare la strada principale, – chiese Michele.

- Guardi, poco più avanti, dovrebbe esserci una piazzola di sosta. Un autista è lì che mi attende.

In effetti andò proprio così. Dopo qualche chilometro di stretti tornanti, una grossa macchina modello Jeep era ferma con le quattro frecce che lampeggiavano. Papà segnalò la svolta ed accostò.

- Mi può attendere un minuto? – domandò.

- Faccia pure, – rispose papà con ostentata cortesia.

Quella scese dalla portiera destra e prese a parlottare con il tizio alla guida della Jeep. Lui era un omone. Due volte mio padre, sia di spalle che d’altezza. Aveva la testa rasata e la carnagione olivastra. Non sembrava italiano.

- Certo che questa qui, farci pure aspettare, – iniziò a lamentarsi mamma.

Trascorsero all’incirca cinque minuti. Poi, da fuori, con un gomito poggiato all’interno del finestrino della Jeep, la signora fece un cenno a papà, indicandogli il portabagagli. Lui gliel’ho aprì dall’interno e poi scese per aiutarla. L’omone, intanto, era rimasto al suo posto.

Stavolta non potevamo vederli. Erano coperti dal portellone del bagagliaio. Ma ci stavano impiegando del tempo. Troppo.

D’un tratto il vano bagagli si richiuse rumorosamente. La signora non aveva la sua valigia e rientrò con papà in macchina. Mamma non capì: - Che succede? - chiese stretta tra i denti.

- Dobbiamo seguirli, – replicò lui.

Lei, la signora, di nuovo tra me e Mattia, non parlava.

- Seguirli? - ripeté mamma in una cantilena.

- Ho parlato troppo difficile? – sbottò papà nervoso.

Ci addentrammo all’interno di certi sentieri. Mamma stava per piangere. Papà continuava a non darci spiegazioni. La signora dalle scarpe gialle se ne stava muta. Davanti a noi, la Jeep dell’energumeno.

Alla fine di un viottolo senza uscite, circondati da rovi e minacciati dalla canna di una pistola, arrivammo in una vecchia tenuta di campagna, forse un vecchio frantoio.

Lì, tra la puzza di muffa e mobili di legno marcio, legarono papà ad una sedia con un cavo ricavato da un vecchio telefono. Io, mamma e Mattia fummo sistemati nell’angolo di quella stessa stanza.

Quella borsa, quella che la signora aveva tenuto per tutto il viaggio sulle ginocchia, doveva essere davvero preziosa. La trattavano con l’importanza che si dà ad un figlio e non la mollarono un secondo. Una volta aperta, capimmo perfino la ragione: era imbottita di panetti bianchi. Tanti. Un centinaio. Lui ne ruppe uno, e aiutandosi con la punta di un coltello prese un po’ di quella polvere e se la tirò su per il naso. – È ottima! – esclamò.

Quello aveva bevuto tanto. Era evidente. Barcollava. Allora iniziò a pestare papà, così, per puro divertimento. Lei rideva mentre si dava il rossetto alle labbra. Il volto di mia madre era stravolto. Gli occhi di mio padre erano diventati talmente gonfi che non gli si aprivano più. Respirava velocemente. Sembravo io quando avevo gli attacchi di asma. Mattia si agitava. Ruotava i bulbi oculari all’impazzata. Stava capendo tutto. Malgrado mamma lo proteggesse come una reliquia.

Scarpe gialle si accese l’ennesima dose di catrame.

- Perché ci fate tutto questo? Prendete ciò che vi interessa e lasciateci andare, – implorò mamma.

- Lei, forse, nella sua vita fatta di casa e chiesa, è abituata a cercare una motivazione ad ogni evento. A giustificare ogni cosa come un dono piovuto dal cielo. L’accettazione al di la di tutto. Ma non funziona così. Almeno qui, nel nostro di mondo.

- E che mondo sarebbe il vostro? – mamma non aveva nessun timore di sfidarla.

- Una realtà né tanto migliore né tanto peggiore della vostra.

Papà vomitava sangue. E quella bestia seguitava a ronzargli intorno. Ogni tanto lo pigliava per i capelli reclinandogli il capo all’indietro. Poi se lo guardava e gli mollava un ceffone. E come se non bastasse, con un ghigno che gli allungava un labbro, prese a tagliuzzargli il petto con un coltello.

- Tu, piccolino, - fece quella rivolgendosi a me. – vorresti assistere alla morte dei tuoi cari genitori?

- Ma lei non ha dei figli? Una famiglia? – la interruppe mamma nella speranza di fare appello al suo istinto materno.

- Mi sono sempre chiesta cosa fosse una mamma. La mia, fin quando è restata in vita, mi ha cresciuta quasi come un’estranea. Ha sempre preferito rincorrere le sue amiche al tavolo da gioco e uomini più o meno balordi che la lasciavano nell’intervallo di una sigaretta. Trascorrevo da sola giornate intera, per lo più persa tra amici invisibili ed una vecchia vicina che pelava dalla mattina alla sera verdure da conservare nei barattoli. Questo fin quando una sterilità dovuta ad un errore medico non ha reso le mie ovaie un fastidioso optional.

- Una madre è litri d’acqua in un secchio per lavare il pavimento. Di panni sporchi in lavatrice. Di lacrime versate a tarda notte accanto ad una finestra perché tuo figlio non rientra, - disse mamma stringendo forte a sé Mattia.

- E ne vale davvero la pena? - domandò lei.

- È come chiedere ad un essere umano se vale la pena di respirare.

- Commovente, - rispose quella cinicamente.

Lo straniero faceva sempre più fatica a stare in piedi. Ogni tanto doveva reggersi a lei per non cascare a peso morto. Quanto mi faceva schifo quella sua canottiera lurida di sangue. Del sangue di mio padre. Mi ricordava il grembiule del macellaio dove mamma comprava i capretti per pasqua. Arrivavamo fino a Sant’Anastasia. Pare che la loro carne fosse la migliore. Quando Carmine, il macellaio, staccava la testa al capretto perché mamma non la voleva, io stringevo gli occhi. – Cherè, piccerì, te miett paura? - chiedeva lui con voce cavernosa.

Non riuscivo a smettere. Continuavo ad osservare la signora in rosso fissamente. L’avevo immaginata affettuosa e rassicurante, invece era cinica e spietata. E quel suo amico, lo straniero dalle nove dita, dopo aver scaldato la lama del suo coltello con una fiamma ossidrica, si avvicinò alla sedia dove aveva legato papà. Fu allora che gli spinse quell’oggetto ormai rovente come la costola di un demone sul dorso della mano.

Michele, nell’avvertire il calore dell’inox temprato, lanciò un urlo straziante. L’eco rimbalzò da una parete all’altra. Poi la belva, forse stanca o troppo intontita dalle droghe, poggiando la schiena ad una parete, si lasciò scivolare fino a sedersi col culo a terra. La donna, al contrario, se ne andò in un’altra stanza. Stava per arrivare il momento finale. Lo sentivo. Da li a poco, c’avrebbero terminati.

Ma ecco l’errore. La botola nella quale, prima o poi, tutti cascano.

L’essere immondo, nell’atto di accasciarsi, si era liberato dalla pistola adagiandola sul ripiano di un cassettone in mogano.

Dovevo essere veloce. Lesto come il topolino messicano di quel cartone animato che mi rapiva davanti alla tv ogni pomeriggio. Nel frattempo lui se ne stava a terra quasi fosse svenuto.

Feci uno scatto. Se ne accorse soltanto mamma. E quando fui davanti a quel pezzo di ferro che zio definiva pericoloso come certe donne, non persi tempo a stringerlo tra le mani. Era molto più pesante di quella di zio Arturo. Facevo una fatica indicibile a tenerla. Gli occhi di mamma si erano trasformati in due grandi pianeti immobili.

Puntai subito la canna contro l’animale. Quello sembrò starsene in un altro mondo. Si era perfino urinato addosso.

All’improvviso, però, preceduto da un cigolio, la porta alla mia destra si spalancò. Era di nuovo la donna in rosso. Mi guardò: - Ei, piccolino, cosa fai, hai voglia di giocare a guardie e ladri? Mamma non ti ha insegnato che certi oggetti sono pericolosi? – e tese una mano. – Dalla a me, la tengo io. È più sicuro.

- Non ti muovere, – le intimai. Ma lei continuava ad avvicinarsi.

- Su, fai il bravo. Vuoi mica che mi arrabbi?

- Se ti avvicini ancora, sparo!

- Oh! Che parolone. Quanta audacia in quattro gocce di sperma.

- Guarda che lo faccio. – tremavo.

- E tu? Tu, vergine mariana, non dici niente? – chiese lei interpellando mamma con estrema cattiveria.

- Dico che fai bene a non avvicinarti.

Intanto, Mamma, per difendere Mattia da quella barbarie che pareva interminabile, iniziò a sussurrargli una canzone che ascoltavamo ogni martedì in chiesa: Vieni, sii luce all’intelletto. Fiamma ardente nel cuore, sana le nostre ferite col balsamo del tuo, del tuo amore.

Papà rinvenne. Alzò di pochi centimetri la testa e, con la bocca colma di sangue, balbettò: sss… paa… ra, spa… ra… le. In vita mia mon avevo mai disobbedito a mio padre. Mi ritenevo un figlio modello. E così feci. Strizzai due volte il grilletto. In successione. Bum. Bum. Ad ogni colpo un balzo all’indietro. Mi ritrovai spalle al muro.

Lei cadde. Non era più bella. Due grossi buchi le si erano aperti sul petto. I capelli stravolti, le scarpe volate vie e la gonna che gli scopriva l’intimo. Quell’affascinante incantatrice incontrata nel parcheggio di un autogrill era stata spazzata via.

- Piccola merda, – gridò intanto lo straniero risvegliato dal fragore dei colpi. – Adesso ti apro in due, – minacciò cercando di rialzarsi.

- Ancora, ancora, – gridò stavolta mamma.

Aprile 2013.

Ho compiuto da poco trentatré anni. Mi sono laureato in ingegneria meccanica e come tanti giovani sopravvivo da disoccupato. In quelle rare occasioni che lavoro, invece, mi arrangio da precario.

Mio fratello Mattia non c’è più. Qualche anno dopo i fatti di Agropoli una brutta infezione polmonare se lo portò via. Era un pomeriggio d’inverno. L’Ospedale Monaldi era più cupo che mai e fuori pioveva a dirotto. Non si trattò di nuvole passeggere.

I mie genitori non stanno più insieme. Scelsero la via del divorzio a marzo del ’91 per evitare di non salutarsi più. Alla morte di Mattia qualcosa si ruppe definitivamente, ed il loro matrimonio divenne come un contratto in scadenza. Nessuno ebbe più voglia di rinnovarlo.

La casa di Agropoli è stata venduta. Una parte di quei soldi è servita a papà per sostenerci in un nuovo appartamento.

Come compagna di tutta una vita ho scelto Marzia, ed insieme abbiamo un figlio di sei anni. Il suo nome è Mattia. Come giocattolo preferito ha una Beretta 98 FS. Quando lo osservo stringerla tra le sue esili mani, con un’espressione da cattivo che gli arriccia le gote, da dietro, felpato senza fare tanto rumore, mi accosto a lui e gli suggerisco: punta i piedi a terra, piccolo. Prendi bene la mira. Strizza forte il grilletto e non avere paura. Mai.

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