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Una storia di GianlucaDiMatola

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Via Bartolo Longo

Pubblicato il 30 gennaio 2017

Rientrava a casa che il telegiornale della sera stava per chiudere il suo spazio con l’ultima notizia. Sullo schermo andava in onda il resoconto economico delle borse mondiali. Era roba che faceva cambiare canale alla gente manco fosse la peste.

Gaetano, nella mano, stringeva la solita bottiglia di birra. Una Peroni Classica. Niente Gran Riserva, Rossa o Doppio Malto. Lui era per le scelte semplici, e non beveva altro.

Sull’etichetta, che girava tutto intorno al color ambra del vetro, c’era impressa una data, 1846. Quando si fermava ad osservare quel rettangolo di carta adesiva, Gaetano si sentiva fiero. Spavaldo di ciò che si accingeva a bere.

Al suo amico “dente scardato”, che in lingua napoletana vuol dire dente scheggiato, spiegava: “ma tu hai capito di quanto tempo si tratta?” Bere quella birra, per Gaetano, era come tenere fede ad una antica tradizione.

La Peroni, vuota dell’ultima goccia, l'avrebbe abbandonata sui primi gradini del palazzo in cui abitava. E proprio a causa di questa sua cattiva abitudine, a dire di qualcuno quasi una perversione, lo avevano richiamato più volte. Ma lui, di quelle sordide lamentele, se ne sbatteva letteralmente il cazzo.

I condomini lo conoscevano come un tipo che non si faceva scrupoli a piazzarti una testata diritta sul naso. Ed era perfino capitato. Allora se ne stavano tutti quanti alla larga da quell’uomo alto più di un metro e ottanta e dalle spalle larghe. “Chi, Gaetano?” dicevano tra di loro. “Meglio non averci a che fare”, concludevano avvisando chi non aveva il dispiacere di conoscerlo.

Alcuni vicini, però, appena potevano, non curanti del rischio fisico che correvano, riportavano tutti i loro piagnucolii a sua madre, una vecchia donna alle soglie degli ottant’anni.

Lucio, ovvero dente scardato, era il migliore amico di Gaetano. L'unico, in realtà, degno di fiducia. A Lucio lo chiamavano dente scardato perché una volta, dopo aver vinto una partita a tressette nel circoletto dietro l’angolo, ebbe l'ardire di vantarsene. Con l’atteggiamento di un bambino dell’asilo iniziò a schernire gli avversari dimenticandosi, però, del fattore permalosità.

Fu così che, mentre Lucio continuava a gonfiarsi il petto per come li aveva stracciati, uno dei due sconfitti, quello più sveglio, per non fare la figura del fesso totale davanti a mezza gioventù del rione, prese la pistola che portava sempre con sé e gliela ficcò giusto in bocca. A quel punto, l’apertura della mascella di Lucio, insufficiente ad ospitare la canna di una Beretta 9mm Parabellum, non poté nulla a difesa di entrambi gli incisivi centrali e di uno laterale.

La famiglia di Lucio spese parecchi soldi per riparare al danno. Ma suo padre Peppe, che campava con i pochi guadagni del lotto clandestino, rappresentava l’ultimo anello di un sistema complesso e redditizio, riuscì a coprire la ricostruzione di soli due denti: un incisivo centrale e quello laterale. L’altro dente, invece, escluso dal trattamento del dentista, rimase appuntito come la lama di un coltello da caccia.

Lucio divenne così dente scardato, anche se Gaetano non lo chiamava mai in quel modo. Gli voleva troppo bene, e sapeva che al suo amico, vanitoso da non trovarne in giro, quel soprannome procurava parecchia sofferenza.

Sia Gaetano che Lucio lavoravano all’Ansaldo, un’azienda che si occupava, in particolare, di trasporto ferroviario.

Insieme, non potevano mai permettersi di assentarsi, partivano da Via Bartolo Longo, precisamente da una sua piccola traversa che faceva da ulteriore costola al quartiere Ponticelli di Napoli. Poi, a piedi, percorrendo diversi chilometri, raggiungevano lo stabilimento di Via Argine.

Operai turnisti, era questa la mansione che avevano assegnato ad entrambi. Rappresentavano quella categoria di lavoratori che si dichiaravano disponibili, per qualche soldo in più in busta paga, a qualsiasi tipo di orario.

In fabbrica, Gaetano, c’era entrato tardi, aveva compiuto da poco trentotto anni, ed oggi facevano sette anni dall’assunzione. Prima di indossare la tuta blu, per dare pienezza alle tasche, si era sempre arrangiato. Aveva accettato mille lavori, in ultimo perfino il barbiere.

“Dovrebbe piovere più spesso. Quando piove, questo paese è tutta un'altra storia”, rifletteva Gaetano all’uscita del turno di notte. “Vuol dire che ti piace la merda che schizza fuori dai tombini”, gli rispondeva Lucio che intanto si era riparato la testa con il cappuccio della felpa.

Durante i temporali, quelli particolarmente violenti, Gaetano aveva l’abitudine di aprire la finestra della sua camera, un primo piano rialzato, e sistemare il posa cenere sul davanzale. Poi, con la pioggia che dalle sopracciglia gli colava sulle labbra, si accendeva una Merit tirando delle boccate impressionanti. Si sarebbe fermato quando la brace avrebbe toccato il filtro e stava sul punto di ustionarlo.

Il luogo ideale di Gaetano, quello dove riusciva a separarsi per un paio d’ore dalle sovrastrutture delle sue giornate, era il cinema Pierrot. Si trattava dell’unica sala cinematografica del paese, una costruzione dall’architettura retrò con un programma non sempre ai livelli delle grandi distribuzioni. A lui piacevano le pellicole degli anni sessanta. Gli horror in particolare. La notte dei morti viventi, di George A. Romero, l’aveva visto un centinaio di volte.

Il Pierrot era piazzato in Via Camillo De Meis, in un perimetro di strada che Gaetano definiva del piacere, perché proprio accanto al cinema c’era la gelateria del Gallo, mentre dall’altra parte del marciapiede, ad una distanza di circa cento metri, la migliore friggitoria di zeppole e panzarotti. Tutto ciò di cui aveva bisogno, era concentrato esattamente lì.

“Se dovessero trasferirmi, pure all’estero, accetterei di corsa. Mi farebbe piacere, e non bestemmiare se te lo ripeto per l’ennesima volta, che lo facessi anche tu. Qui, tra queste palazzine e ragazzi che si incattiviscono ogni minuto di più, ci siamo rimasti troppo tempo, Gaetà.” La voce di Lucio era rotta dalla sfiducia. Lasciava trasparire un senso di sconfitta che combatteva col continuo bisogno di pippare cocaina.

In Via Bartolo Longo, Gaetano c’era nato, così come Luciano e tutti i giovani del vicolo. A differenza di molti, però, Gaetano aveva deciso di rimanerci, pure nei momenti bui, negli anni dove tutti andavano fuori Regione in cerca di prospettive migliori.

Un tempo, forse, l’avrebbe fatto pure lui. Sarebbe salito su uno di quei treni in direzione Emilia Romagna per dare una svolta al proprio destino. Ma scelse di non farlo. Stabilì che la sua vita avrebbe preso un’altra direzione. Quale? Se lo chiedeva ancora.

Gaetano era un uomo che davanti ai sacrifici non si era mai spaventato. Spaccarsi la schiena non gli pesava affatto. Fin da bambino, da quando capì che niente gli sarebbe stato regalato, gli avevano inculcato il verbo fare. E lui, disciplinato nel mestiere della vita sudata, lo coniugava in tutte le forme possibili.

- Per farlo ci vuole una ragione. Io, non ne ho. È semplice. - spiegò Gaetano.

- Non è vero. Tu, una ragione, ce l’hai, eccome: tua madre.

Era vero, voleva nasconderlo ma era esattamente come Lucio aveva confessato. Gaetano non si sarebbe mai separato da sua madre. Dall'odore della pizza fatta in casa che il sabato sera invadeva ogni centimetro di quegli ottanta metri quadrati.

"Piccolo!" la signora Pina lo chiamava sempre così, "Aiutami ad infornarla, queste mani non sono più buone". Era l'artrite, le aveva intrecciato le dita come le trame di certi cesti. Allora Gaetano prendeva la teglia aiutandosi con due presine, stava attento a non fare un macello con il pomodoro, e la infilava nel forno già caldo. In televisione c'era un varietà. Lo conduceva Corrado.

Gaetano e Lucio si guardarono per un intervallo lungo trenta secondi. Quello, per Gaetano, era un discorso delicato. Ogni volta che gli capitava di affrontarlo, il suo collo si avvampava di un rossore che non presagiva a nulla di positivo. Lucio, però, aveva il permesso di parlarne.

La signora Pina, femmina gentile quanto mite, Lucio se l’era cresciuto come un secondo figlio maschio, e gli voleva bene come se lo fosse per davvero.

In ragione di questo legame viscerale tra madre e figlio, nella seconda traversa privata in Via Bartolo Longo, i ragazzi non smettevano di punzecchiare Gaetano. Lo sfottevano “mammone”, per il suo attaccamento alla gonna di mammà.

Eppure, ciò che faceva ridere gli altri, per Gaetano era senso del dovere. Un impegno che andava oltre l’obbligo impartito dall’educazione. Oltre l’imposizione familiare. Era sangue.

Suo padre Nunzio, un uomo distinto che faceva l’impiegato comunale, se n’era andato a vivere con un’altra donna. Gaetano aveva appena dodici anni e affrontava la scuola come una vera tortura.

Negli anni a seguire, Nunzio, padre che la natura aveva reso tale per sbaglio, non aveva mai contribuito al sostentamento di sua moglie e di quel ragazzino ormai adolescente. Anzi, per sfuggire alle scocciature di una ex moglie che avanzava delle naturali richieste, si era trasferito nel quartiere di San Giovanni a Teduccio e si dava quasi sempre irreperibile.

Gaetano, di quell’uomo alto e con l’eleganza tipica del manichino da vetrina, ricordava, di positivo, soltanto i preparativi per le vacanze estive. “Andiamo a caricare la macchina,” gli diceva suo padre con le valigie in mano. Quel raro momento tra padre e figlio, quando nel cortile facevano l’inventario delle cose da portare in campeggio, gli era rimasto fermo nella mente.

Intanto, in Via Bartolo Longo, in quella bava di strada fatta di palazzi e di una vecchia fabbrica di scarpe ormai in disuso, la usavano i tossici per i loro buchi, al primo piano di un appartamento in affitto, una donna gracile quanto un capello si era fatta in quattro per crescere un bambino come meglio poteva. E c’era riuscita, pure se non aveva potuto niente sul caratteraccio.

Ma Imma era stata brava. Era stata capace di tenerlo lontano dal fascino dei soldi facili, quelli che ostentavano gli affiliati dei clan.

“Mia madre è una specie di telepate,” descriveva Gaetano. “Hai presente quelle persone che ti leggono nel pensiero e sanno, prima che tu possa aprire bocca, di cosa hai bisogno? Ecco, lei è tutto questo.”

Lucio ascoltava. Rimaneva assorto quando il suo amico parlava in quel modo. Ne era totalmente fascinato. Rapito. In più, Lucio, era cresciuto in un ambiente in cui nessuno, né la madre, tantomeno suo padre e le tre sorelle, si erano mai occupate di lui. Tutto ciò che Lucio aveva appreso dalla vita gli era stato offerto dalla signora Imma, dalla strada, da discutibili conoscenze e dai tanti calci in culo che aveva ricevuto.

“Tua madre invecchia, amico mio. Noi invecchiamo. Questa posto, invece, è nato decrepito, e non ha mai conosciuto progresso. Insomma, ogni angolo di mondo, oltre ad aumentare nel numero di abitanti, dovrebbe pure migliorare. Ma ché, guardati intorno, Gaetà. Osserva questa strada, il quartiere. Pare un enorme cantiere abbandonato. Un cantiere dove gli operai non hanno voglia di fare un cazzo e tutto resta fermo così com’era all’inizio.” Lucio, quando si parlava di Ponticelli, di Via Bartolo Longo, era spietato.

La sacca, tenuta a tracolla per tutto quanto il tragitto, sbilanciava fastidiosamente la camminata, anche se il peso non era eccessivo. All’interno ci portava poche cose. L’essenziale. Una maglia, un cambio di pantaloni, i resti di un panino. Ma la stanchezza del turno di lavoro, le orecchie che non smettono di fischiare per la voce alta dei macchinari, ne aumentavano la sostanza.

Il percorso per casa era ancora lungo, e i due amici stavano appena costeggiando villa Betania, una clinica che a Ponticelli fungeva da essenziale presidio sanitario.

Il suo pronto soccorso, infatti, affollato peggio di uno stadio durante una partita di cartello, accoglieva chiunque ne avesse bisogno, dai bambini monelli con un semplice taglio sulla fronte, dalle donne in urgenza di partorire fino agli sparati della camorra. Villa Betania rappresentava il sostegno, un braccio teso, in un fazzoletto di terra dove la gente soffriva di solitudine.

Quella serata era particolarmente fredda. Il cielo si presentava scuro come imponeva la notte e nell’aria, rarefatta dall’umidità, si respirava l’odore della pioggia appena caduta. Ai lati della strada, file di semafori si alternavano sostituendo delle più appaganti alberature.

Un rosso. Un verde poi un giallo. Una combinazione di colori che dipingevano i loro occhi stretti dal sonno.

I piedi non smettevano di bruciare, e le gambe iniziavano ad essere molli. Col passo trascinato, passarono davanti alla chiesa della Madonna della Neve. La maestosità del suo campanile gli fece alzare la testa come succedeva ai bambini incantati. Ad agosto, in una festa collettiva, alla loro Madonna avrebbero offerto rispetto e fedeltà. Mancavano ancora sei mesi.

Dieci minuti dopo, con le mani infreddolite ma nascoste nelle tasche dei giubbotti, raggiunsero il cavalcavia della Circumvesuviana, quello sulla salita che precedeva di pochi metri la traversa di Via Bartolo Longo.

Fatta eccezione per qualche bar ed un panettiere, i negozi avevano tutti quanti le serrande abbassate. Era una scena spettrale. era tutto molto insolito.

“Di notte è talmente bella che ti viene quasi voglia di abitarci,” filosofò Gaetano. “È l’apparenza, stai tranquillo. Hai presente quelle donne col silicone? Vale lo stesso per questo paese quando si fa notte,” Lucio vedeva il bicchiere sempre mezzo vuoto.

Fecero altri dieci passi, poi: “ho bisogno di una birra,” annunciò Gaetano. “Ti faccio compagnia, il tempo di una sigaretta e me ne vado”, rispose Lucio tirando su col naso. Era il richiamo della coca.

“Domani vado in banca, provo a rinegoziare il mutuo”. Dal tono della sua voce, da come pronunciò quel suo tentativo, Lucio sembrava già sconfitto.

“Ecco, così anche tu hai qualcosa che ti trattiene dal non fuggire all’estero”, era quella l’ironia di Gaetano. “Forse è il contrario”, replicò Lucio sottolineando una più ovvia conseguenza.

Presero posto attorno all’unico tavolino apparecchiato. Sopra le loro teste, una tenda color arancio lurida e consunta, li riparava, in parte, dal freddo e da qualche sottile goccia di pioggia che continuava a battere.

Nel frattempo, dall’interno dello chalet, mentre un uomo sulla cinquantina stappava la Peroni per Gaetano, arrivava una musica. Era Pino Daniele. Terra mia:

Comm'è triste, comm'è amaro

assettarse pe guardà' tutt'e cose

tutt'è parole ca niente pònno fa'.

Si m'accido ie agg'jettato chellu poco 'e libertà

ca sta' terra, chesta gente 'nu juorno m'adda da'

Nell’assoluto silenzio dei loro pensieri, tra nuvole di tabacco e l’alcol di una bevanda al luppolo, si erano fatte le tre e mezza di notte.

Gaetano lo sapeva, ne era certo, sua madre lo avrebbe atteso, sveglia, fin quando il rumore delle chiavi nella porta non le avrebbe calmato il cuore.

Terra mia terra mia

comm'è bello a la penzà'.

Terra mia terra mia

comm'è bello a la guardà.

Nun è overo nun è sempe 'o stesso

tutt'e juornë po' cagnà'.

Poi, il letto, scoperto per metà con la piega alle lenzuola proprio come piaceva a lui, il pigiama sul cuscino per non fargli perdere tempo, erano il finale di una serie infinita di atti d’amore. Erano piccoli e grandi gesti, durati una giornata intera, che una donna, una madre, dedicava alla sua unica e assoluta devozione.

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