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Una storia di angeloranieri

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Giorni 8,9 - Catania

Diario di viaggio - Conclusione.

Pubblicato il 30 gennaio 2017

30/08/2016

Siamo giunti a Villa S. Giovanni ieri mattina presto, dopo la notte in treno nella cabina in tre, in compagnia di un anziano signore di settantasette anni che si è rivelato un ottimo compagno di viaggio. Mi hanno addolcito i suoi racconti, mi ha trasmesso ottimismo con la sua voglia di viaggiare ancora, mi ha stupito con la sua voglia di rinnovarsi nonostante l’età. Trasferitosi a Modena a soli sedici anni, ha lottato tutta la vita per garantire a sua moglie, ai suoi figli, ed ora anche ai suoi nipoti, una vita dignitosa e solida, trasmettendo i propri valori tradizionali e puri. Ma la sua Messina la portava ancora nel cuore, e quando ne parlava gli occhi si facevano lucidi: la città del primo amore, del primo lavoro, delle marachelle fanciullesche, del dialetto che tanto amava, dell’aria meridionale sempre in festa e accogliente con tutti. Ed ora tornava lì, lo fa spesso, per godersi qualche giornata di pesca o al circolo per i suoi adorati tornei di burraco con dei vecchi amici. Ancora era lì, su un treno, ad affrontare un viaggio da Modena a Messina, da solo, colmo di bagagli e di voglia di rivedere la sua amata città.

E’ stata una gran bella esperienza ascoltarlo: bisognerebbe ascoltare più spesso ciò che dicono gli anziani, le loro storie, i loro consigli, la loro saggezza quasi mistica. I giovani invece sono stanchi di ascoltare i vecchi, forse è anche un po’ colpa di questa nostra politica, ma ci sono anziani che vale la pena ascoltare, non sono tutti obsoleti.

Ci siamo imbarcati per Messina e con il treno abbiamo raggiunto Catania. Sembra che si respiri un’altra aria qui, un altro vento che riempie i polmoni di aria nuova, proveniente dal mare. Qualcuno dice che sia aria greca.

Il nostro albergo è in via Etnea, la strada che taglia il centro della città e che è lunga chilometri e chilometri, ricca di negozi, ristoranti, pasticcerie e, inevitabilmente, buoni odori. Dalla camera si sente il frastuono provenire dalla strada, tutto il movimento urbano che affluisce nello shopping quotidiano, ma non è un frastuono spiacevole, anzi, è l’essenza di questa città: rumori, suoni e colori contribuiscono a creare una totalità vivace e poliedrica. Andiamo a pranzare con dei gustosi arancini (è proprio vero che se non hai mangiato gli arancini a Catania, non hai mangiato dei veri arancini!) ad una tavola calda, e poi ci dirigiamo al Monastero dei Benedettini, il quale è anche una delle sedi dell’Università di Catania. Ha una struttura davvero particolare, in quanto è stato ricostruito e riutilizzato diversamente più volte e per vari scopi, in seguito ad un terremoto che distrusse quasi l’intero Monastero, conservando i tratti più caratteristici della prima costruzione, realizzata nel XVI secolo. La biblioteca, ed altri uffici sotterranei, sono collocati in una specie di grotta, che in origine costituiva una sorta di cella frigorifera dei monaci. Ogni stanza del gigantesco monastero racchiude qualcosa di veramente interessante, la guida è stata di una bravura superba ed è riuscita a rendere affascinante ogni cosa, senza risultare noiosa.

Una volta usciti, dopo esserci affacciati dal balcone che, essendo il Monastero in collina, affacciava su Catania vista dall’alto, siamo andati in Piazza Duomo e ci siamo riposati sotto l’emblema catanese, l’elefantino. Di sera eravamo sfiniti dal viaggio e siamo andati a letto prestissimo, infatti per questo motivo scrivo oggi: in compenso mi sono svegliato carico e sono rimasto attivo per tutta la giornata.

Dopo la colazione, in compagnia della donna tuttofare dell’albergo, una simpaticissima colombiana dall’accento bizzarro e dalla risata facile e contagiosa, ci siamo diretti subito ai due musei che si sono rivelati dei veri e propri itinerari lunghi e particolarmente istruttivi, forse tra i musei più belli di questa vacanza: il museo del Cinema, e il museo dello Sbarco. Ma andiamo in ordine.

Il primo lo abbiamo visitato in compagnia di una guida dall’accento siciliano particolarmente marcato, di una simpatia genuina, che ci ha coinvolti passo dopo passo fino all’uscita. Eravamo gli unici due visitatori a quell’ora, e ciò ha reso il tutto particolarmente familiare e colloquiale. Il museo mostrava nella prima sala alcuni modelli originali di antichi proiettori, riproduttori di pellicole, tavoli da lavoro, ingranaggi visti da vicino e analizzati in ogni loro funzione. Dopodiché si è passati al percorso che va dalla nascita dei primi graffiti nelle grotte, fino agli effetti speciali e ai film dei giorni nostri. Un percorso che ci ha tenuti tutto il tempo a bocca aperta e che si concludeva dapprima con ambientazioni perfettamente ricostruite di alcuni grandi film, come Il Padrino, Scarface, Il nome della rosa, in cui sembrava di essere all’interno di un set cinematografico, e infine con tutti i film che hanno reso le case editrici catanesi, e Catania intera, grandi nel mondo. Ci è stato spiegato che tale museo è secondo soltanto a quello di Torino: io sono stato ad entrambi, e sinceramente credo siano entrambi davvero di alto livello, realizzati alla perfezione.

Il Museo dello Sbarco, invece, voleva creare un percorso che partiva dallo sbarco in Sicilia degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, fino ad arrivare alle conseguenze disastrose che provoca una guerra in generale. Una sorta di libro virtuale, nel quale alla fine leggi la morale. Mi è rimasto impresso questo messaggio lasciato da un bambino all’uscita del museo: “Ciao sono Sandro, ho 9 anni e grazie a questo museo ho capito che la guerra è una cosa orribile”. Vorrei vedere più giovani in questi musei, per costruire un domani migliore, senza l’ignoranza che regnava durante i regimi totalitari del secolo scorso e dei secoli precedenti, vorrei che i ragazzi prima di supportare determinate ideologie politiche, si facessero una cultura storica propria, ragionando con la propria testa, analizzando i pro e i contro di ogni cosa.

Tornando al museo, esso era composto da una prima parte in cui il visitatore entrava in uno scenario di pace di una normale cittadina siciliana (ricostruita, devo dire, in maniera impeccabile), per poi ritrovarsi in un rifugio dai bombardamenti, con rumori, voci ed effetti speciali che simulavano davvero un momento di panico e tumulti di un reale bombardamento (in effetti, ad un tratto, mi sono quasi spaventato davvero! Scherzo, ovviamente, andateci). Il resto del percorso era comunque interattivo e permetteva di leggere la storia in un modo più visivo ed efficace. L’ultima parte conteneva personaggi realizzati in cera dall’aspetto verosimilmente umano quali Hitler, Mussolini, Roosvelt e Churcill. Molto commoventi le lettere dei bambini, le poesie dei soldati in guerra – le poesie, hanno sempre aiutato tutti nei momenti bui – , gli oggetti e le fotografie di uno dei periodi più tragici della storia dell’umanità. L’ultima stanza conteneva tutti i nomi dei morti di quei tragici giorni di lotta dello sbarco: morti italiani, inglesi, tedeschi, americani, tutti nominati insieme, in ordine alfabetico, per far capire che di fronte alla morte siamo tutti uomini, non apparteniamo a nessuna nazione, siamo tutti uguali. Siamo tutti uomini.

Siamo usciti dal museo soddisfatti dalla mattinata istruttiva e divertente e siamo andati a fare un tuffo nello splendido mare di Catania. Giusto il tempo di una mezz’ora, però, perché il tempo stringe e da vedere c’è ancora molto. Dopo un pranzo veloce e una doccia, siamo andati alla pasticceria Savia, tra le più rinomate pasticcerie catanesi. Abbiamo ordinato due granite e due cannoli, inutile dire che erano eccellenti: era senza dubbio la miglior granita che abbia mai mangiato, nulla a che vedere con quelle che fanno nel resto dell’Italia, quella cremosa e vellutata sostanza fresca che ricopre i granuli di ghiaccio ha un che di unico. E’ proprio vero che le specialità di una città vanno gustate in quella città e in nessun altro posto. E’ inspiegabile, ma è così.

Dopo aver riempito lo stomaco a dovere, ci dirigiamo al Castello Ursino ed ecco una delle mostre che aspettavo di vedere da tempo: il castello ospitava la Mostra della Follia, curata da Vittorio Sgarbi (già, quello del “Capra!”, che però molti non conoscono come eccellente critico e intenditore d’arte) e incentrata principalmente sulla figura di Antonio Ligabue, esempio di follia artistica per eccellenza, forse uno degli artisti dalla vita più controversa e tormentata di sempre. I quadri ed i video documentari del celebre, ahimè celebre non per tutti, artista emiliano mi hanno mosso un orizzonte dentro, mi hanno fatto addentrare nella vita di un folle ma visionario uomo che, in un mondo tutto suo, riusciva a vedere qualcosa di grande, più grande di noi, e che forse noi ‘normali’ (chi definisce il confine tra normalità e follia, cosa è normale e cosa non lo è?) non riusciremo mai a vedere.

Autoritratti, Antonio Ligabue

Ma il museo non era soltanto Ligabue. La maggior parte dei quadri e degli oggetti apparteneva al mondo degli ospedali psichiatrici, a quei pazienti con patologie serie che riuscivano a manifestare tutto il proprio ego nell’arte, dando vita a risultati mozzafiato. E’ dalla pazzia di quei talenti tutto genio e sregolatezza che è stata possibile la riuscita di questa mostra. Dai quadri astratti, contorti e difficilmente interpretabili di Lorenzo Alessandri agli inquietanti, pornografici e irriverenti dipinti di Carlo Zinelli, che però tocca il culmine della profondità con la sua visione tetra degli ambienti ospedalieri psichiatrici; dalle riproduzioni create attraverso ritagli con corpi unicamente femminili nudi, dovuti alla sua forte attrazione sessuale nei confronti di tutte le donne, specialmente quelle “famose”, di Pietro Ghizzardi , fino ad arrivare alle macabre rappresentazioni di primari ed infermieri degli ospedali psichiatrici da parte di Cesare Inzerillo, tutti raffigurati come zombie mostruosi pronti a fare del male al paziente.

Questa è stata una di quelle mostre che vedrei altre cento volte, per guardare con attenzione sempre più dettagli di ogni quadro o rappresentazione, di ogni estratto.

(Franco Scaldati)

Una volta fuori, ci siamo incamminati fino al Giardino Bellini, un giardino quasi sembra sconfinato e di rara bellezza: in esso non si può non fare caso al mastodontico orologio biologico, interamente realizzato con dei fiori, fatta eccezioni per le lancette. Inoltre, la Via degli Uomini Illustri desta enorme fascino e dona al giardino una sorta di autorevolezza, marcata dalla polizia che circola per il giardino trottando su cavalli neri dal pelo ben curato.

Questo viaggio sta per finire, purtroppo, come ogni cosa, ma esso mi lascia dentro tanta speranza per il futuro: credo sia proprio vero che viaggiare è la cura per tanti mali, soprattutto interiori. Ho scoperto tante nuove cose, nuovi posti, mi sono arricchito dentro di tanti odori, sapori, nozioni e luoghi, scritto tanto, ho letto tanto, ho camminato come non mai, ho fatto corse con il peso sfiancante delle valigie, cambiato albergo ogni due giorni, dormito in treno, mi sono immerso nei mari e nella gente, ho ascoltato dialetti e conosciuto personalità di ogni tipo. Ho fatto un viaggio da “poveri”, niente Bahamas, niente Maldive, niente Ibiza né Formentera, ma mi sento ricco. Ho girato l’Italia e mi è apparsa bella come mai prima, con la sua storia, la sua arte, il suo passato e il suo presente. Nonostante tutto, non mi sento stanco, ma vivo più che mai. Desideroso di nuove avventure, lascerò domani anche Catania per tornare nella mia città, con un occhio ai prossimi mesi. Ora tocca rimboccarmi le maniche e godermi ogni cosa, come ho fatto in questo viaggio. Neanche un attimo butterò via, perché tutto mi appare più prezioso ora. Non ho avuto bisogno di andare a Lourdes o Medjugorje, per trovare la mia pace interiore. Ora sto bene, ora so cosa voglio, e camminerò verso la direzione che ho scelto. Un altro viaggio, quello dentro di me, prima di viaggiare ancora, ancora così.

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