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Una storia di MirianaKuntz

Centomila mani

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Pubblicato il 27 marzo 2018 in Storie d’amore

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Ti prego toccami.

Mi ripetevo freneticamente questa frase nella testa. I più maliziosi potranno pensare ad un bisogno sessuale, ad una richiesta carnale, al momento in cui due persone si intrecciano con il bacino, le gambe, e qualche pezzo di pelle e fiato.

Io non pensavo a quello, il sesso era stato per me una buon uscita dai casini esistenziali della mia vita. Lo adoravo, mi rendeva libera e selvaggia, mi toglieva di dosso i vestiti, e non solo letteralmente, farlo mi spogliava di ogni paura ed insicurezza, ero io esattamente come avrei voluto essere anche nel –mondo esterno- anche lì fuori con il mio caffè stretto tra le dita, anche con le amiche, anche al parco e a spasso con le mie ilarità.

Ma quando pensavo a quella frase era un fatto diverso, non si trattava di me sotto le lenzuola, o di me appesa ad un filo, si trattava di una faccenda assai complessa che non riesce ad estinguersi.

Avevo fame. Ho fame.

Ho fame di pelle. Quella fame irrefrenabile che ti spinge a fare dei morsi che non avevi mai pensato di poter fare, dove la bocca ti si allarga, i denti ti si aguzzano, e riesci a tenere il respiro più di quanto pensavi. Vuoi mangiare tutto, senza fermarti.

E’ una strana sensazione che non so spiegare a parole chiare e semplici, è solo che è da troppo che delle mani umane non toccano il mio corpo, è da troppo che non sento un respiro tra i capelli, è da troppo che il mio corpo – non sente- un altro lì vicino.

Siamo caldaie umane, cerchiamo il calore sulla pelle altrui anche in compagnia di un orso polare. Il ghiaccio lo teniamo da parte per le calure estive, il resto del tempo ci trasciniamo sul petto altrui per saggiarne il gusto e il profumo.

Voglio svegliarmi al mattino con addosso una fragranza nuova, che non assomiglia alla mia o a quella dei vestiti puliti, voglio avere la pelle imbevuta di pelle, stropicciata da righe assurde di mani, che l’hanno tenuta troppo tempo stretta tra le dita.

Voglio sentire il calore divampare nella bocca dello stomaco, avere i crampi e poi star meglio, sentire le faville di fuoco toccarmi i nervi del collo e poi della nuca.

Voglio sentire una spazzola di dita tra i capelli, che poi mi addormento subito, così, come una bambina stanca. Sciogliere i grovigli sottili dei miei capelli giovani, sentire i polpastrelli fare dei giochi accanto all’ombelico, sentire le dita farsi voragine su voragine, e non essere in grado di fermare più le mani, sentirmele strisciare addosso in ogni punto e direzione: un’autostrada impazzita con gli incroci scoscesi, i semafori rotti, le buche negli angoli, e i cartelli invisibili.

Voglio essere la strada più trafficata nell’ ora di punta, quando tutti corrono a cena, quando tutti corrono e basta. Voglio sentire la bocca accarezzarmi la bocca. Sentire la morbidezza in penombra delle labbra semi lucide, quel leggero fruscio che emette la bocca aperta, coi denti spalancati come finestre in primavera. La lingua toccare ogni mio nervo, ogni mio difetto, ogni cosa che nemmeno ricordo di me.

Voglio ascoltare che racconti tremendi narrano le mie gambe, serrate ad altre gambe, tanto da parer montagne russe senza sedili, seguire la direzione delle mie braccia che si aggrappano al collo, che non vogliono cadere nel vuoto marmoreo dell’aria iniqua.

Voglio essere mangiata con la bocca, con gli occhi, con le dita.

Voglio restarmene in una coppa da gelato, e in un bicchiere di vino rosso.

Voglio essere bevuta, tutta d’un fiato, e poi lentamente.

Voglio essere messa sotto sopra come un guardaroba incasinato, voglio sentire una voce sottile infrangersi sull’incavo del mio collo poco prima di dormire, osservare la pelle d’oca apparire sulle gote, sulla pancia, sulle gambe, e sentirmi un po’ sott’acqua, a tenere il fiato perché quel gioco mi piace.

Voglio fare del sesso senza sesso, senza il necessario bisogno di incastrarsi come sagome da gioco. Voglio serrarmi all’altro fino a sentire il ticchettio sfrenato del cuore.

Toccata da due mani come fossero centomila. Come a saggiare la consistenza esatta del mio corpo, del mio peso specifico nel mondo. Senza riga né matita, disegnare sul mio petto alberi infiniti e stelle cadenti a mano libera, sbagliando, urtando i punti inesatti, quelli dove non di disegna ma si spinge il chiodo.

Avere addosso il niente senza preoccuparsi dei difetti, e sentire prati verdi esplodere lungo i fianchi, come una pianura fatta di carne ed ossa.

Sentire la lingua tracciare la mappa del tesoro senza pale e navi pirata: dove chi arriva per primo non vince niente, e chi arriva per ultimo si tiene il tesoro.

Voglio sentire il mio corpo stretto come in una morsa, sentire i lividi esplodere sulla superfice come bozzoli di male. Lasciar cadere tutta la forza del mondo, come una pala meccanica che scava e sfascia il sotto, e poi accarezzata quasi a sentire il solletico, con una piuma da uccello, leggera leggera.

Giocare con la parte bassa della mia schiena, come il fondo di un bel libro coi titoli di coda di un film di colla e carta. Accarezzata da fili sottili di dita fino al limite dello stomaco, come fili d’erba giovanissimi che si impiantano da soli nella terra.

Voglio essere toccata nel mezzo del petto, né dalla parte del cuore né in quella speculare. Al centro, dove iniziano i casini, al centro dove ci starebbe l’intero mare.

Sentire altra pelle che si attacca alla mia, dove il freddo e il caldo fanno una fusione e si mettono a ballare, cantando a voce alta fino a quando sorge il sole.

Con settemila baci a bocca serrata sparsi ovunque tocchi l’aria, prima fuori e poi nel mezzo, fino ad arrivare al dentro. Poi con la bocca semi aperta quasi a lasciar passare il desiderio bendato di chi non sa più guardare.

Avere addosso il peso di un peso fatto di pelle e sangue. Un peso di capelli scomposti, di braccia intrise di inchiostro, di sogni impiantati nella testa, e di profumi lontani che non riuscivo nemmeno ad immaginare.

Toccami.

Dico in ogni mio sogno e anche in quelli che faccio quando sono sveglia.

Sotterrata da dieci tonnellate di sesso in bottiglia, di carezze a mani schiuse.

Senza coperte, senza cuscino, senza mura o pavimento, senza niente.

Io, lì in mezzo, lì sotto, lì sopra, su un territorio cellulare di sbagli e parole.

Spalmata su un respiro corto, e sulle caviglie intrecciate di chi mi vuole sul serio.

Impazzita, mentre il niente divora il niente, e mi lascia dormire da sola.

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