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Una storia di JaredMarcas

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L'autobus per Westbrook Inch.

Pubblicato il 22 febbraio 2017

Per andare a scuola prendevo sempre un autobus particolare. Era di colore giallo, lungo e affusolato, ma non faceva parte di quelli del servizio scolastico. Era un autobus privato, unico esemplare del suo genere. Il proprietario era anche l'autista, il signor Crecchi. Un tipo alquanto particolare e, per certi versi, misterioso. Nella nostra cittadina c'erano pochi abitanti che vivevano al confine estremo, nei pressi della foresta, dove nessun servizio pubblico arrivava. Io ero una di quelle persone, e vivere così lontani dal centro della città significava che ogni giorno dovevo metterci 40 minuti a tratta per raggiungere la mia scuola, il liceo di Westbrook Inch. In casa avevamo solo una macchina, che serviva a mamma per andare a lavoro...alle 5:00. Mi aveva chiesto più volte se volessi che mi accompagnasse a scuola, ma ciò avrebbe voluto dire alzarsi...alle 4:00? Meglio la sfacchinata a piedi, che almeno mi permetteva di alzarmi alle 6:30. Nella mia stessa situazione c'erano altri tre studenti, più un operaio di una falegnameria poco vicina al centro. Il signor Crecchi, in pensione da ormai diversi anni, si prese quindi la briga di trasportare queste poche anime dalla periferia al centro della città con un autobus di tutto rispetto a titolo puramente gratuito.

Come sempre alle 8:00 in punto, l'autobus Crecchi si fermò davanti al vicolo di casa, mancando per un pelo, come sempre, il piccolo vaso di orchidee che mamma aveva messo vicino la cassetta delle lettere. Stava a simboleggiare una specie di benvenuto quel vaso, messo lì, proprio all'inizio di un lungo vialetto che portava fino alla nostra casa isolata. Come per dire "Sì, ci siamo, ci sono persone vive qui dentro".

Mi staccai dalla finestra e corsi fuori, zaino in spalla. "Signorina Serena..." Lo sguardo del signor Crecchi era sempre glaciale, e sempre diretto davanti a sé, come ogni mattina. Anche se la sua voce non lasciava trasparire emozioni di alcun genere, a me piaceva. Il signor Crecchi, con la sua barba incolta, il suo cappello da autista e la sua giacca in stile '700, era un tipo strambo, ma io lo adoravo. "Buongiorno!", risposi tutta elettrizzata mentre mi dirigevo verso i posti in fondo all'autobus. Io ero l'ultima del giro ad essere caricata, quindi vidi e salutai tutti i miei compagni di tragitto. Holla, il falegname, di solito rispondeva con un grugnito, ma quella volta decise di optare per un mugugno. Era separato dalla moglie da ormai 4 anni, quando fu scoperto ad investire tutti i soldi accumulati dalla famiglia in anni di sacrifici in un allevamento fallimentare di emù. Lui di solito si sedeva nei primi posti del bus, anche perché era uno dei primi a scendere.

A metà autobus di solito c'era una ragazza taciturna, non della mia scuola. Non ne conoscevo il nome, quel che sapevo di lei era solo la passione per il disegno (aveva sempre con sé un quaderno pieno di bozze e caricature formidabili ) e una passione sfrenata per la musica rock, a dire dall'abbigliamento che indossava e dalla grafica delle cuffie che portava sempre collegate ad un I-pod. A proposito, non l'ho mai vista senza quelle cuffie, né parlare. Lei comunque non salutava mai, né me né gli altri quando scendeva.

Poco prima del mio sedile speciale, quello in fondo, prendevano posto Mario e Jason. Erano amici da quando erano piccoli piccoli, e fra loro c'era molta complicità. Spesso non si accorgevano neanche che li salutavo, intenti che erano a vedere video idioti su Youtube o a farsi scherzi a vicenda. Mario ogni tanto cantava, e devo dire che la sua voce era davvero un rilassamento per le orecchie e per l'anima. Ed il tutto rendeva, ai miei occhi, ancora più gradevole quel micromondo che era l'autobus per Westbrook Inch.

"Serena!", mi fece Jason, con gli occhi ancora lacrimanti dal video che Mario gli aveva appena fatto vedere. "Buongiorno! Allora di cosa si ride qui?", risposi con un bel sorriso. Adoravo la loro compagnia, non solo sull'autobus, ma anche a scuola dove seguivamo diversi corsi insieme. "Ahahah, niente, una cavolata! C'è Gandalf che muove su e giù a ripetizione la testa con una canzone techno di sottofondo. Il tutto per 10 ore!!!". E giù altre risate fra lui e il suo compare. Io sorrisi non tanto per l'idea del video, ma perché vedere due persone così affiatate mi riempiva sempre il cuore di calore.

"Per te invece, se guardi bene, c'è una sorpresa lì dietro!", disse Mario, una volta ripreso dalle risate. "Sorpresa? Chi me l'ha fatta di voi due?". Già morivo di curiosità. "Noi? Nono, noi non ti abbiamo fatto proprio nulla! Non è quel genere di sorprese che si scartano. Guarda vai...", disse Jason. Un po' confusa da quell'affermazione, mi voltai verso il sedile di fondo autobus.

E...c'era un uomo dai vestiti lerci, con barba e capelli lunghi all'inverosimile, steso ad occupare tutte le sedute. Stava dormendo al mio posto!

"Eh-ehm...", tossii, cercando di svegliare quel tipo. Fortunatamente, avvicinandomi, non sentii alcun odore nauseante. Sono una tipa abitudinaria, non mi andava a genio di cambiare il mio posto perché il barbone del quartiere aveva deciso di godersi un po' di lusso. Tirai un piccolo calcetto ad uno dei sedili sul quale il tipo era sdraiato.

"Mmh...", grugnì quello come risposta, scuotendo la gamba sinistra non a contatto con il sedile. Mi ricordava un cane rannicchiato su un divano.

"Scusi...Mi potrebbe fare un po' di posto?". So che c'erano altri posti liberi, tanti posti liberi, ma non era giusto comunque che lui da solo ne occupasse così tanti. Lo strano tipo alzò la testa e mi guardò di sottecchi. "Ma che minchia vuoi? Lasciami dormire...", e si distese nuovamente sui sedili, coprendosi la testa con il cappuccio di una felpa logora. Stizzita, presi e mi misi a sedere nei sedili davanti a Mario e Jason. "Ma da dov'è salito questo??", chiesi ancora infuriata. "Ah boh, c'era già quando sono arrivato io", fece Jason, il primo che il signor Crecchi carica lungo il suo tragitto. "Stava avendo un diverbio con Crecchi, quando sono salito. Non tanto acceso," proseguì Jason "ma uno di quelli che di norma ti fa passare una giornata di merda. Io ho preso e mi sono messo al mio posto, come sempre." "E poi??", feci, incuriosita da quella che sembrava essere una strana novità nella mia vita abitudinaria. "E poi nulla, Crecchi deve aver dato qualcosa al barbone in un sacchetto, lui lo ha aperto, ha bevuto il contenuto della piccola ampolla che c'era dentro e poi si è messo lì a ronfare."

Diedi un'ultima occhiata al nuovo strano tizio, poi sprofondai nel sedile dell'autobus, aprendo l'ultimo libro che stavo leggendo, "Kafka sulla spiaggia", di Murakami. Un po' strano come libro, non il genere che di solito preferisco, ma aveva un qualcosa che mi teneva incollata alle pagine in un modo impressionante. Fuori la pioggia aveva cominciato a sbattere contro il finestrino dell'autobus. Adoravo le giornate di pioggia, il suono delle gocce che cadevano sulla strada, che sbattevano contro un finestrino o che si insinuavano dentro una grondaia, mi rilassava e mi donava un senso di libertà assoluta, quasi come se non fossi collegata davvero a questo mondo.

Mentre leggevo, mi soffermai momentaneamente sul paesaggio. C'era una pianura senza fine davanti ai miei occhi, priva di qualsiasi campo coltivato ed abitazione. C'era un qualcosa che non mi tornava. Non facevamo mai quella strada per andare a scuola! "Ehi ragazzi, ma dove stiamo andando?", chiesi a Mario e Jason voltandomi. "Dove vuoi che si vada? A scuola!", scoppiò a ridere Mario. Infastidita, picchiettai sul finestrino, "Ti pare la strada che di solito facciamo per andare a scuola?" "Uhm, forse il signor Crecchi ha preso una deviazione per accompagnare il nostro nuovo amico.", disse Jason. "Anche se non mi pare di ricordare un posto così nei pressi della città..." Ed era proprio quella la cosa che non mi tornava. La strada non era quella per andare a scuola, il posto non lo avevamo mai visto, ma dove diavolo eravamo?

"Sapete cosa? Vado a chiedere alla nostra compagna taciturna...", dissi spontaneamente. Il fatto di non sapere dove fossimo stava cominciando a riempirmi d'ansia. "A chiederle che?", disse Mario, "Ma tranquilla Serena, cosa vuoi che succeda mai?". Incurante delle sue parole, mi voltai ed incamminai verso la rockettara. Feci appena due passi quando notai che Holla non c'era più. Era già sceso? Di solito scendeva dieci minuti dopo la mia salita, ed io ero sull'autobus da pochi minuti. Mi girai perplessa verso Jason e Mario, ma...erano addormentati?? Ma mi stavano parlando solo pochi secondi fa! Dal fondo dell'autobus era sparito anche il barbone. Ma cosa diavolo stava succedendo qui? Strada sbagliata, persone addormentate...persone scomparse! No, le cose non stavano prendendo una bella piega.

Confusa e frastornata, mi diressi lentamente verso la ragazza silenziosa, incerta su cosa dirle esattamente. Ehi, ciao, prendiamo l'autobus insieme ogni mattina, hai visto? stanno scomparendo tutti e il signor Crecchi ci sta portando chissà dove.

Forse un approccio del genere non avrebbe funzionato. Ero giunta al suo sedile, lei che guardava fuori dal finestrino, osservando un paesaggio che non c'era da tanto che la pioggia cadeva forte. Indossava le cuffie come sempre, il cappuccio della felpa nera tirato sopra la testa ed una sciarpa che le copriva collo e bocca. "Ehi ciao...", dissi timidamente, toccandole la spalla. Lei continuò ad osservare fuori dal finestrino, senza degnarmi di una risposta. "Senti...non noti qualcosa di strano? Non ti pare che oggi stiamo facendo una strada diversa dal solito?". Lei si voltò solo dopo quelle parole verso di me. Non l'avevo mai guardata attentamente in volto, quindi rimasi di sasso quando notai le sue iridi grige, glaciali. Quegli occhi iniziarono a fissarmi intensamente, senza che fosse proferita parola. Mi fissavano, mi guardavano, mi scrutavano, senza che nulla accadesse. "Ehm...hai capito quello che ti ho detto?". Da quegli stessi occhi freddi come la pietra cominciarono a scendere lacrime copiose. La ragazza, ormai disperata, si tolse il cappuccio della felpa e la sciarpa...rivelando dei capelli grigio biancastri e una bocca screpolata, con le labbra tutte cucite fra di loro. Inorridita, indietreggiai qualche passo. Sentivo che anche i miei occhi stavano per colmarsi di lacrime. Guardai verso Mario e Jason...nemmeno loro c'erano più. Indietreggiando, urtai contro qualcosa. O meglio, qualcuno.

Il signor Crecchi era dietro di me, mentre l'autobus proseguiva la sua corsa indisturbato, adesso avvolto dalla nebbia. "Va tutto bene Serena, non devi preoccuparti per lei, adesso è pronta", disse Crecchi, asciugandomi le lacrime con un fazzoletto. "Ma...ma...gli altri...erano qui...e adesso...adesso...". Stavo andando nel panico. Stavo per avere un attacco di panico. "Holla era pronto da tempo...solo che ancora doveva sistemare alcune cose qui. I tuoi amici sono stati più fortunati, non si sono accorti di niente.."

Oltre al panico, adesso sentivo anche il tipico brivido di paura che si ha quando senti un rumore sospetto nel cuore della notte e sei sola a casa.

"Ma cosa vuol dire? Quel barbone poi chi era? Dove sono andati tutti?" "Quel barbone, come dici tu, era solo una povera anima corrotta che ha chiesto aiuto. Ed io gliel'ho dato. Anche lui grazie a me non si è accorto di niente e può ricominciare da capo." "MA COSA STA DICENDO??? COSA VUOL DIRE????", sbottai, stufa di quelle parole senza senso.

"Serena, gli altri sono andati, rimani solo tu, devi ancora capire..". Mi voltai di scatto. Anche la ragazza con le cuffie era sparita. "Capire...cosa?" "Serena...è un mese che sei morta..."

Sbarrai gli occhi. Morta? "Ma che cazzo..? Cosa sono io? Ma se sto prendendo questo autobus ogni mattina proprio come sempre signor Crecchi!!! Quando sarei morta???". Non ci stavo credendo. Io ero lì, toccavo le cose, vedevo le cose, le sentivo. Come potevo essere morta?

"Sei morta sull'autobus che ti portava alla Westbrook Inch un mese fa, a causa di un incidente. La strada era ghiacciata e il signor Crecchi non è riuscito a tenere in strada l'autobus, siete finiti nello strapiombo che c'è appena prima della città...io non sono il signor Crecchi. Io sono uno spirito guida che accompagna ed aiuta le anime ancora inconsapevoli a trapassare. Ho ricreato un luogo che per voi tutti era familiare e sicuro per aiutarvi, quest'autobus, ed ho assunto la forma del signor Crecchi...per non allarmarvi e perché la mia vera forma sarebbe incorporea. Siete morti tutti così all'improvviso, è stato un attimo. E dopo...non vi siete accorti di essere morti. Se non vi avessi accudito e preparato, sareste rimasti qui a vagare per l'eternità. Qui nel limbo..."

Per quanto grottesca, la cosa cominciò a prendere senso. Io non ricordavo effettivamente le mattine passate a scuola. Non ricordavo quello che succedeva quando ero a casa. Io non ricordavo niente...a parte i viaggi fatti sull'autobus. "Ma com'è possibile..." "Non ti preoccupare Serena. Questi viaggi vi sono stati d'aiuto, vi preparavano al momento in cui sarebbe avvenuto il trapasso. Il barbone di stamani ha avuto bisogno di un aiuto. La sua anima era corrotta...l'ho fatto trapassare, ma non era ancora pronto per ricominciare una nuova vita. L'ho mandato in sospeso, sapeva di essere morto ma non volevo rovinasse il lavoro fatto con tutti voi." "Ma se mi sta raccontando tutto adesso! Che senso ha quello che dice?".

La nebbia si stava man a mano sostituendo con una fievole luce. "Ti sto dicendo tutto questo perché sei pronta anche tu ormai...pronta per ricominciare...una nuova vita..."

Mi sentivo gli occhi pesanti non appena il finto Crecchi cessò di parlare. Piano piano mi si chiusero...ma non mi sentii cadere. E non vidi tutto nero, o almeno vidi nero solo all'inizio. Poi cominciò a brillare una luce, proprio come stava accadendo poco prima fuori dall'autobus. Piccola piccola...si fece sempre più grande, fino a che non ne rimasi completamente circondata. Cominciai a sentire frasi, parole che all'inizio avevano un senso, ma poi cominciai a non comprenderle più.

Poi finalmente aprii gli occhi. La luce che mi permeava scomparì e vidi solo delle ombre attorno a me...

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