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Una storia di OrnellaStocco

Era piccola e rossa

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Pubblicato il 21 maggio 2018 in Altro

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2 Il primo numero estratto. Il primo giro di tombola. La mia prima casa. Credo nei segni del destino e di sicuro quel civico numero 2, dove tutto ebbe inizio, un segno me lo aveva dato.

2 sono stati i miei matrimoni.

2 i divorzi.

2 figli nati.

2 figli mai nati.

2 i miei grandi amori.

22 il mio giorno di nascita.

Era una piccola casa rossa come ce n'erano tante sparse per la campagna trevigiana. Una costruzione semplice, senza nessun ornamento. Una casa di contadini in mezzo ai campi mangiati anno dopo anno dallo scempio dell'edilizia. Quella stessa zona, un tempo aperta campagna, dove i vigneti si alternavano ai campi di granturco, ora è considerata primissima periferia. Molto ambita e costosa.

Due grandi pini, posti a ridosso del cancelletto, ombreggiavano il cortile nelle calde giornate estive. I muri, scrostati e sbiaditi dagli anni, avevano conservato l'originale colore rosso scuro solo sui quattro angoli e sul muro a nord, quello che guardava le montagne in lontananza. Quel muro aveva conservato l’antico colore rosso, come i tramonti che nella sua lunga esistenza ha visto. Rosso come l’uva. Rosso come l'amore che si respirava in quelle vecchie case che parlavano di vite vissute nei campi. Una casa degli inizi del novecento di cui ricordo l’unica stanza che fungeva da cucina, con la stufa a legna vicino al lavello di pietra. Serviva per riscaldare l’ambiente ma anche per cuocere; si potevano asciugare i panni e avere sempre acqua calda. Insomma la vera protagonista della casa era lei: la mitica “Zoppas”, la cucina economica che negli anni cinquanta era il sogno di ogni donna. Al centro di quell’unica stanza, che a me sembrava immensa, c’era un tavolo in noce con quattro sedie impagliate. Probabilmente una madia e una credenza completavano l’arredo ma di questa mobilia ho solo un ricordo sfocato.

Primi anni di vita vissuti nella tranquillità di una casa solida, costruita con l'intento di farla durare per molto tempo. E' vissuta cento anni. Nel percorso della mia vita il destino non ha voluto farmi scordare di lei. Molti cambiamenti non hanno avuto la forza di allontanarmi da quella costruzione semplice che ogni tanto passavo a salutare. Rivedere il cortile con i due pini, i muri scrostati ma ancora in piedi, mi rassicurava. Fantasticavo su un possibile acquisto; l’avrei rimessa a posto, sarei tornata a vivere lì dove avevo mosso i primi passi. Non sarebbe stata più sola...ma la vita non scende a patti con i sentimenti. Lei va per la sua strada, senza voltarsi indietro, senza dare ascolto ai ricordi.

Ero diventata adulta, donna, ma la mia piccola casa rossa era sempre lì a ricordarmi di quando ero bambina e, sotto i pini, mi sedevo sulla seggiolina di vimini con la mia bambola preferita in braccio.

Era rimasta per ricordarmi le mie origini. Umili. Dignitose. Come mia madre quando la vedevo lavare le lenzuola inginocchiata sul "lampòr", la tavola di legno che veniva appoggiata sull’argine erboso con la parte inclinata dentro al fosso. L'acqua allora era limpida e d'estate potevo entrarci con i piedi per rinfrescarmi. Da qualche decennio quel piccolo corso d’acqua, come molti altri, è stato rinchiuso, cementato, ricoperto di catrame. La stradina sterrata che portava nei campi ora è una strada che conduce in centro. Solo qualche bicicletta transitava, raramente delle auto. Adesso è furiosamente calpestata da un flusso continuo di automobili, moto, autobus. Quante cose possono cambiare in cinquant’anni!

Un brutto giorno capii che stava succedendo una cosa importante. Lo avevo intuito dal trambusto e dal via vai di mia madre e mio padre che, con un carretto, aiutati dai vicini di casa, trasportavano piccole cose, scatoloni, vestiario, coperte. Niente mobili. Niente di pesante o ingombrante. La nuova casa era a pochi metri dalla mia casina rossa. Una palazzina bianca appena costruita, una delle prime palazzine impiantate nella terra ferita. In questa palazzina di tre piani abitavano tante famiglie assieme, una sopra l’altra! Che cosa strana per me. Non capivo, avevo sei anni, ma ci sembrava un lusso poterci lavare dentro a una grande vasca che si trovava dentro a una stanza che si trovava dentro la casa. Il mastello per fare il bagno era rimasto con molte altre cose in quella che era diventata la “casa vecchia”. La casa nuova aveva tutto nuovo, anche i mobili.

Niente di vecchio è entrato a far parte della nostra casa e della nostra vita. Mia madre, assetata di novità, ma soprattutto di comodità, stanca di lavare sotto il sole cocente o con le ginocchia sulla tavola gelata, non volle portare niente che le ricordasse le fatiche patite.

La casa nuova sapeva di pittura fresca; c'era un ampio cucinino, la sala da pranzo, il salotto, due camere da letto e il bagno!

Sono sorte palazzine e villette a schiera fitte come spighe di grano ma di dorato non è rimasto nulla. Il grigiore del cemento e del catrame ha stretto come in una morsa mortale la mia casina che ha resistito impavida come un soldato a difesa di uno spazio sempre più incosistente, fino al giorno in cui, senza che nessuno mi avvisasse, senza che io potessi immaginare o poter fare, ho trovato solo macerie.

Una collinetta di mattoni rossi senza più vita. Un mucchietto di ricordi. Un dolore, come fosse morta una persona. Una parte di me. Non deve averci messo molto la mia piccola casa rossa a soccombere all'arroganza umana. La sua agonia non deve essere stata lunga. Un grappolo rosso di macerie lì, in mezzo al cortile. Il cancelletto divelto.Sono scesa dall'auto. Sono entrata, ho guardato i due pini imbiancati dalla polvere,pallidi, ho appoggiato le mani sopra a quelle pietre che custodivano le mie prime parole.E come si fa di fronte a una lapide, ho pianto.

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