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Una storia di EdoP

Berlino, 1923

Vite nella Repubblica di Weimar

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Pubblicato il 23 luglio 2018 in Altro

Tags: amore berlino 1923 dopoguerra weimar

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Hans percorse degli stretti vicoli per tornare a casa, avrebbe dovuto attraversare molti quartieri prima di giungere alla zona del Romanische Café, dov'era nato e vissuto. Stava tornando dal lavoro, era commesso in un negozio di scarpe, non rinomato ma piuttosto frequentato da quella media borghesia urbana dedita a piccoli vizi, compere e consumi per allontanare il pensiero della crisi economica e della situazione politica confusa. Hans aveva ventuno anni, ricordava poco la sua prima infanzia, rimembrava l'adolescenza serena e la relativa pace familiare, rotta però nel 1917 dalla morte in trincea a soli ventotto anni del fratello maggiore Albert, a Ypres, in Belgio, annunciata sulla porta di casa da un portalettere dell'esercito. Da tempo, dopo il lavoro, in lunghi momenti di pausa o in giorni più liberi amava girovagare per le zone centrali della capitale, che dopo la fine dell'Impero, lasciatasi alle spalle la bruciante sconfitta, si era riscoperta una città tollerante, allegra e vivace, con gli individui più stravaganti. Hans amava questo mondo, ma non era mai entrato nei nuovi locali aperti pochi anni prima, li aveva sempre visti da fuori, colmo di immaginazione e stupore.

Quella sera Hans camminava con un pacco sotto braccio, guardandosi intorno. Giunto in Kurfürstendamm – o Ku'damm, come dicevano i berlinesi – incrociò due uomini . Uno dei due aveva il naso camuso e le guance non rasate da un paio di giorni; reggeva spavaldamente un sigaro all’angolo della bocca. Conversava animatamente con l’altro.
«Dammi retta Lion: bisogna smettere di trattare il pubblico come uno sciocco. Perché ostinarsi a far finta che ciò che avviene sulla scena sia vero? Chiunque vede che è tutto finto! Allora, io dico: non mostriamo una finzione, dando da intendere che sia vera; piuttosto, rendiamola evidente, ma spingiamo il pubblico a coglierne la Verità!».
«Fai presto a dirlo, Bertolt».

Gli rispose l’amico.

«Ma siamo sicuri che alla gente piacerà un’opera di Marlowe, allestita così?».
«Se la regia la curo io… magari sì!».

Rise il primo e i due si allontanarono di gran passo.
Hans li guardò: quei due erano artisti di teatro; e stavano entrando al Romanische Café. Il giovane li invidiò. Perché loro potevano pensare a cose come l’Arte, anche in tempo di crisi come quello in cui vivevano. Hans si avvicinò agli archi vetrati del Café e guardò dentro. Più che un locale, sembrava una chiesa romanica, con colonne e capitelli. Un luogo sacro.
Non che le persone sedute ai suoi innumerevoli tavoli fossero abbigliate meglio di lui. Ma loro avevano tutte qualcosa che li qualificava come artisti. E che mancava ad Hans.
A meno che... Hans guardò il suo pacco. Era rischioso. Molto. Poteva perdere il suo lavoro.
Aprì il pacco. Ne tirò fuori un magnifico paio di scarpe bicolore. E, armato di quelle ai piedi, varcò la soglia del Café.


Un cameriere corpulento di mezz'età, ma distinto, gli venne incontro.

«Prego, da questa parte. È solo? Sì? Le può andare bene quel tavolo? Si accomodi».
Nonostante la grande coltre di fumo che aleggiava per aria, al giovane sembrava d’essere in un sogno. Si rese conto d'essere seduto proprio di fianco alle persone di poco prima. Insieme a loro, un tizio che disegnava con una penna su un taccuino.
«Non voglio che il nostro "Re Edoardo" sembri un sovrano da operetta. Il tema è scottante». Disse l'uomo col naso camuso.

«Ci vorrebbe qualcuno che ci disegnasse dei costumi originali. Georg, non vorresti farlo tu?».
«Io? Noooo. Lo sai: il mio divertimento è disegnare le facce, non i vestiti».
«Hai ragione. Adoro come disegni i banchieri. Anzi, io adoro i banchieri! Come dico sempre: “Rapinare una banca è un reato, ma fondarne una è un reato ben più grave”. Cielo: un giorno voglio scrivere un’opera sui banchieri, vestirli da mendicanti e far ballare loro il jazz!».
«Finiranno per scambiare i tuoi lavori per Kabarett!».
Poi, accortosi che Hans lo stava guardando, si rivolse a lui.

«Lei è un attore, vero?».
«Veramente, io…».
«Mi perdoni, ma l'ho capito subito, da quelle» ed indicò le scarpe di Hans. «Solo un attore avrebbe il coraggio d'indossarle: siete tutti un po' narcisisti. A proposito, attualmente ha già una scrittura? Le interesserebbe recitare in un lavoro d'avanguardia?».
Arrivò il cameriere a chiedere ad Hans se gradiva birra, vino o caffé.
«Prenda quello che vuole».

Disse l'altro.

«Per un collega, offriamo noi».

Hans adorò immediatamente l'atmosfera creatasi pochi momenti prima al Café. Gli sembrò di conoscere quelle persone da molto tempo, e iniziò a recitare una parte, la parte dell'attore, bevendo una birra e cercando di reggere discussioni sul teatro e gli spettacoli.

«Credo che come spettacolo "Re Edoardo" sarebbe un'opera davvero originale».

Sospirò senza sapere di cosa si trattasse, Bertolt e George lo guardarono.

«Lei crede? Davvero?».

Hans si spremette le meningi e continuò la conversazione.

«Sì, assolutamente, si potrebbe tradurre la commedia storica in qualcosa di più moderno, adatto ai nostri tempi...».

Lion lo interruppe.

«Ha ragione il ragazzo, il teatro si evolve, l'Arte si evolve, non possiamo riprodurre fedelmente la commedia di Marlowe, annoierebbe, me per primo, dobbiamo modificarla a nostro favore, la tradizione non è affar nostro, se non per mutarla».

Hans annuì, volle dire qualcosa di simile, era ben lieto di poter suscitare ispirazioni a persone di quel calibro. Improvvisamente si rese conto di essere in un ritardo madornale, si alzò di scatto dal tavolo.

«Che le prende?».

Chiese perplesso Bertolt.

«Oh no, nulla, mi sono accorto di essere in ritardo, vogliate scusarmi».

Rispose frettoloso Hans.

«Speriamo di rivederla qui uno di questi giorni, vorremmo ulteriori spunti da parte sua e magari una sua collaborazione».

Concluse Lion mentre Hans uscì di fretta dal Romanische.


L’indomani, Hans si recò al lavoro al negozio.
«Queste mi piacciono molto. Le avete anche in pelle di coccodrillo?».

Chiese una cliente paffuta e impellicciata.
«Certamente!».

Rispose Herr Schminke, il titolare del negozio di scarpe.

«Hans! Per cortesia, vai in magazzino a prendere un paio di scarpe modello Nilus, numero 36 per la signora».
« … A dir il vero, io calzo il 40».

Arrossì un poco la cliente.
«Ah... be’ Hans, insomma, vai e prendi».
Nel retro, il giovane trovò Max, il commesso anziano del negozio.

«Bravo Hans, datti da fare. "Ohne Fleiß kein Preis!" Ricordi l’anno scorso a Natale? C’è voluta una carriola per portare a casa tutte quelle banconote che valevano come la carta per le caldarroste! Dio mio, il pane costava 99 miliardi di marchi al chilo! Ah, ma ora le cose vanno meglio! Gli americani ci hanno prestato i soldi per permetterci di pagare i nostri debiti di guerra all'Intesa; loro compresi. Praticamente, quei soldi li dovremo restituire due volte! E allora… datti da fare Hans!».
A fine giornata, Hans si presentò al suo datore di lavoro.

«Herr Schminke… volevo chiederle…».
«Oggi non è giorno di paga, Hans».

Sospirò l'uomo, prevenuto.
«Lo so. Volevo chiederle se a fine mese potevo essere pagato non in marchi…».
«Ancora con questa storia dell’inflazione?».
«... No, ecco... volevo chiederle se potevo essere pagato in natura...».
«Vale a dire?».
«... Ecco... Herr Schminke... potrebbe pagarmi con un paio di scarpe... bicolore?».


Hans tornò a casa fiero del suo "acquisto".

«Cosa sono quelle?».

Chiese la madre Birgit.

«Scarpe mamma... delle scarpe bellissime».

La madre di Hans era una donna brava e buona, aveva affrontato con grande tenacia e forza d'animo la perdita di Albert, ma aveva Hans e la sorella Aloisa, di vent'anni. Non era sola quindi, e il marito Barthel lavorava sodo come bancario alla Commerzbank, per pagare gli studi di legge per la figlia, che desiderava divenire avvocatessa, una scelta che aveva generato dubbi e perplessità, una donna avvocato? Ma quando mai? Ma la famiglia Krause era progressista, non aveva pregiudizi, quasi mai. Il nonno paterno di Hans era stato un agitatore socialista decenni prima e il fratello di sua madre era militante nel Partito comunista, ricercato più volte dalla polizia. La nonna materna invece, Kleopatra, era una donna di settantacinque anni, che viveva con loro e ancora con un certo fascino, ben vestita, con cappelli vistosi ed acconciature vivaci, nostalgica del Kaiser – «Se ci fosse il Kaiser tutto andrebbe a posto» – ripeteva spesso, per non parlare in tempi di elezioni e battaglie politiche. Kleopatra criticava l'amore di Hans per il teatro e la recitazione, erano mondi disperati, falliti e pure un po' degenerati per lei. Il nipote ben presto scoprì dalla madre Birgit che la nonna aveva avuto una storia d'amore con un attore russo che visse a Berlino molti anni prima e questi poi sparì nel nulla, nel pieno del loro fervore amoroso.


Al Romanische Café gli artisti erano di casa. Perciò il proprietario propose ad essi di esporre le loro opere nella sala a piano terra. L’iniziativa si rivelò un grande successo (nonostante le scarse recensioni, dato che i giornalisti preferivano frequentare il Café Jolicke in Kochstrasse). Una sera, Hans vide in mostra dei quadri che lo impressionarono. I colori erano sferzanti, acidi, discordanti. I soggetti ritratti avevano le membra disarticolate, contorte. Immagini che non comunicavano serenità. Eppure suscitavano emozione. Tanta emozione.
«Le piacciono?».

Gli chiese una ragazza coi capelli molto corti e il rossetto acceso, fumando una lunga sigaretta.
«… Non so… sono così diversi da qualunque cosa io abbia mai visto».
«L'autore sarebbe lusingato del suo complimento!».

Rise la ragazza, soffiando arabeschi di fumo.

«Lei che fa? Ha l’aria d’un poeta. Però le sue, sono scarpe da attore. Dove le ha acquistate?».
«Non ricordo… da qualche parte in Unter den Linden…».

Mentì.
«Lei ha un dolore dentro, glielo si legge in viso, sa?».
Hans fu colto alla sprovvista.

«Io… ho perso mio fratello… in Belgio… in guerra».
«È terribile… ma lei non deve morire insieme a lui. Lei è giovane. Ha il diritto, no, il dovere di portare la vita in questo mondo con la sua arte. Sono tempi terribili. Io credo che scoppierà un’altra guerra; forse perché mi chiamo Kassandra, ma mia madre mi chiamava Kasia».
«Piacere, sono Hans».
«Bene, Herr Hans, le andrebbe di venire coi miei amici, mercoledì sera, ad uno spettacolo di Kabarett? A proposito, questi quadri li ho dipinti io».


Un palchetto d’assi di legno consunte. Poi un faro illuminò la scena. Da dietro il sipario, sbucò un folletto vestito in frac, il viso truccato come un clown, quasi androgino.

«Meine Damen und Herren, Mesdames et Messieurs, Ladies and Gentlemen! Willkommen, bienvenue, welcome, benvenuti… Im Kabarett, au Kabarett, to Kabaretttttttt!!!».

Entrò quindi un manipolo di ballerine abbigliate in modo succinto; molto maldestre, ma altrettanto decise ad eseguire il loro numero di danza, con volti dipinti come bambole di porcellana.
«Lasciami indovinare».

Sussurrò Kasia ad Hans, seduti nel buio del teatrino.

«È diverso da qualunque cosa tu abbia mai visto!».
A metà dello spettacolo riapparve il folletto in frac: «Wie geht’s Ihnen? Gut! Abbiamo un problema: c’è un comico in sala? Il nostro è andato dal suo fornitore di farina. Perciò, c’è qualcuno che vuole venir qua a raccontare una barzelletta?».
In quella, la cenere della sigaretta di Kasia finì sul cappotto di Hans, che schizzò in piedi.
«Bravissimo! Venga, signore! Ma sia veloce: le nostre fanciulle scalpitano dietro le quinte».
Così Hans si ritrovò sul palcoscenico.

«Io… ehm… io vendo scarpe…».

Balbettò.
Si accorse che Kasia lo ascoltava attenta.

«Io vendo scarpe».

Riprese.

«E ho capito che la gente si maschera i piedi, perché ha paura che gli altri li trovino orribili. Ma se tutti avessimo il coraggio di camminare a piedi scalzi, allora nessuno avrebbe più paura del giudizio degli altri».
Silenzio nella sala. Poi, improvviso, un applauso scrosciante e qualche risata. Kasia era in piedi raggiante.
Il mattino seguente, Hans sapeva cosa voleva, cosa doveva fare.
Così Hans entrò in un nuovo giorno, ritornò al Romanische tutte le sere successive, dopo intense giornate in negozio e in magazzino, passò le sue serate tra spettacoli, cabaret, balli con maschere e costumi a dir poco allucinanti, che colpivano il pubblico e richiamavano a danze tribali dei primordi. I fumi di pipe, sigarette e sigari creavano un'atmosfera fantastica, surreale, con quelle ambientazioni romaniche e decorazioni pseudo-gotiche. Spesso stette con Kasia, che gli fece conoscere suo zio, il pittore primitivista Fritz Richter, che insegnò alla nipote il suo "mestiere". Quando Hans gli chiese la prima volta che mestiere svolgesse lui rispose: «Io non svolgo mestieri, io vivo di ciò che immagino».

I quadri di Richter erano ancora più sorprendenti di Kasia, e Hans non aveva mai visto nulla di simile, ecco a cos'erano ispirati gli ultimi spettacoli tribali, ai suoi dipinti dalle tonalità vivaci, pennellate violente, raffiguranti donne e uomini dell'età della pietra danzanti in paesaggi irreali, in posizioni disumane e innaturali con volti deformi o irriconoscibili.

«Lei è bravissimo Herr Richter...».

Ma il pittore non amava i complimenti, non ci era abituato, anzi, spesso soggetto a pesanti critiche dei gruppi classicisti e accademici l'aggettivo non lo rendeva contento, gli sembrava sempre un complimento artificioso detto per pura educazione, e interruppe Hans e si recò al bancone ad ordinare del vino.

«Lascia stare, mio zio è così, uomo di mondo, ma lunatico e a volte diffidente, se lo conoscerai meglio, lo apprezzerai».

Disse con rassicurazione Kasia. Suo zio era veramente un uomo di mondo e molto strano a parer di Hans, con baffoni lunghi e ispidi, un cappello a cilindro e giacche dai colori accesi. Un abbigliamento che era improvvisamente scomparso dopo la fine della guerra. Poi un giorno Kasia disse al giovane: «Hans, ci dobbiamo salutare. Io parto».
«…Tu… parti?».

Hans non riusciva ad immaginare che lei non desiderasse stare a Berlino.
«Vado a Weimar, alla Bauhaus. È una scuola d’arti applicate. Anzi, una scuola dove tutte le arti convivono insieme, dove insegnano artisti, insieme ad artigiani; dove pittori, scultori, fotografi, architetti, musicisti, cercano d’inventare insieme un mondo migliore, sfruttando le scoperte che finora erano riservate solo all’industria. Pensa: vi insegnano Gropius, Itten, Klee, Moholy-Nagy, Schlemmer, Feininger e quel pittore russo, Kandinskij, che ha inventato un nuovo genere di pittura che è come musica che si vede».
«Io pensavo… che tu volessi esprimere liberamente la tua arte.»
«Herr Hans, non fare il maschio sciovinista».

Disse lei dandogli un buffetto sulla guancia.

«Voi uomini avete diritto ad un’istruzione, invece noi altre no? Quello che ho fatto finora, è frutto delle mie visite all’atelier dello zio Fritz. Ma ormai non mi basta più. Ho sete di cose nuove. Voglio apprendere. Voglio studiare. Voglio sperimentare. Voglio cimentarmi con le cose più difficili che ci possano essere. Devo andare oltre i miei limiti. Perché sento che verrà un’altra guerra ed ho bisogno di diventare più forte, nel cuore, nelle mani e nella mente. E poi alla Bauhaus sono ammesse anche le donne. Possono addirittura frequentare il laboratorio di metallurgia».
«Ma io... cosa farò, senza di te?».
«Cosa farai, amore mio? Due cose: smettila di fare l'ipersensibile e... diventa ciò che sei».


I giorni successivi alla partenza di Kasia furono malinconici per Hans. Gli venne la strampalata idea di andare a Weimar, di farle una sorpresa, che idea stupida...lui doveva lavorare. E così fece. Intendeva mettersi da parte abbastanza soldi per raggiungerla, per sperimentare il centro pulsante di tutta quella nuova arte che stava travolgendo il mondo, insieme alla sua amata. Che vita splendida per lui, lontana dalle metropoli industriali, dalla frenesia, da quel mondo borghese perbenista.
Hans una sera rientrò più tardi dal negozio, dovendo risistemare il magazzino, per tornare prima a casa tagliò vie e quartieri. Passando in un vicolo una mano gli toccò la spalla, si girò di scatto, un signorotto anziano con un cappello a cilindro, un mantello, un elegante bastone da passeggio e dei folti baffi sospirò.

«​Mi scusi...dov'è diretto?».​

«​​A casa»​.

Rispose pronto e perplesso Hans, il monocolo dell'uomo lo scrutò.

«​​Ah voi giovani, così prestanti ed energici... ce ne vorrebbero di più di fanciulli come voi per la nostra causa...»​​.

«​Mi perdoni... quale causa?»​​.

Chiese dubbioso il ragazzo.

«​​Uh... il Paese è allo sfascio mio caro ragazzo, i governi sono servitori di Paesi stranieri, di Versailles, che ci stritolano per i debiti di guerra, non lo sai? Non servono il nostro popolo, oppresso dalla miseria e dalla fame, credo sia una vergogna, sono ricche solo le minoranze, quelle che sono in combutta con gli stranieri, soprattutto banchieri ed ebrei. Io sono un umile esponente del Deutschnationale Volkspartei, ne hai sentito parlare, ragazzo?».

«​Sì...ho letto su qualche giornale dei vostri progetti... rivolete il Kaiser... e una nazione bellicosa se non sbaglio»​.

Il signore lo fissò più attentamente e incuriosito.

«​​Oh no, disprezziamo la guerra nefasta, io l'ho fatta, quando avevo la tua età però - rise -. Noi vogliamo solo ordine per la grande famiglia tedesca. Non so se le piaccia il mondo della politica... così complicato... così inaffidabile... il Kaiser era la Germania, la nostra grande Prussia, ed è stato costretto ad andarsene».​

Hans lo interruppe.

«​​L'ha voluta lui la guerra, è colpa sua se siamo così ora...».​

Il signore sorrise, guardò altre persone in arrivo, poi gli porse un volantino del partito pronto a passare a qualcun altro.

«​​​Ci pensi, mi raccomando».


Quella frase risuonò per un po' nella testa di Hans, s'assiepava dietro qualche incombenza del momento, per poi rispuntare come se nulla fosse, usando il primo escamotage che le associazioni mentali le offrivano. Il problema era uno solo, Hans si chiedeva se sino a quel momento, lui "ci avesse pensato"... seriamente. Se avesse, cioè, preso sul serio non solo quello che stava accadendo nel mondo, ma anche chi lo circondava, addirittura se stesso. In fondo lui chi era, e che cosa aveva fatto sino ad allora? Kasia al contrario - pensava riordinando alcune scatole su un ripiano - era una che "ci aveva pensato". E "pensarci" faceva la differenza. Rimase fermo. Immobile. Era scattato qualcosa nella sua testa. I pensieri di Hans sembravano in preda ad una tormenta che portava un gelo che sapeva di consapevolezza. Che sapeva di qui ed ora. Il presente era ciò che Hans aveva trascurato, non perché non avesse vissuto il suo tempo, o il suo ruolo, o non avesse pensato ciò che sino ad allora aveva sostenuto. Il giovane aveva vissuto un presente senza consapevolezza. Aveva lasciato che gli altri vivessero, e che il mondo intorno a lui girasse facendolo vivere. Ora ci stava pensando, senza esortazioni. Per questo uscì, senza dire una parola, senza guardare in faccia nessuno. Per questo uscì senza sapere per una volta che strada fare, che luogo raggiungere, che ore fossero, quali incombenze avesse ancora in programma per quel giorno. Giunse su un ponte ferroviario. Fece per scavalcare il bordo e restò seduto con le gambe a penzoloni. Un treno passò e la fuliggine lo riempì, lo avvolse, lo annerì, lo intossicò. Eppure i suoi polmoni erano finalmente liberi, come la sua testa, gli orizzonti dei suoi pensieri che non erano più gli stessi. Erano opportunità. Erano consapevolezza. Hans era finalmente se stesso e sarebbe stato difficile ricondurlo su una strada cancellata dal palesarsi dell'età adulta.

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