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Una storia di CuorDiPolvere

Il mito moderno della musica sull'epica primordiale

Scrittura, composizione ed integrazione di simboli e miti arcaici nella realtà musicale

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Pubblicato il 06 giugno 2018 in Arte

Tags: Saggistica Osservazioni

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Come fatto sociale, la musica è un concetto dinamico che si adatta all'andamento della civiltà: eccellente mezzo di comunicazione, la “canzone” si è andata sviluppando parallelamente allo stato emotivo delle persone, carezzandone il centro e tirando fuori dagli artisti lo specchio delle loro speranze, le illusioni, il mondo che cozza con le aspettative della vita. La realtà che esplode nel cuore degli uomini.

Così è stato per ogni decennio, durante il quale abbiamo visto generi nascere e moltiplicarsi, specializzarsi.

Ma da sempre la “canzone” è un rituale primordiale, il cui fine è diverso a seconda della melodia e delle danze. Al giorno d'oggi, diremo:“A seconda di quanto ti fa rizzare i peli sulle braccia, e per quale motivo”.

Ogni gesto viene consacrato e ripetuto per la ragione stessa che un Eroe, un Dio o un Antenato l'ha fatto “all'inizio”, in ilio tempore.

Spesso, per certi tipi di rituali arcaici, c’è bisogno di garantirsene l’accesso tramite un'iniziazione: quella prima volta che ascolti una canzone e ne senti delle assonanze miracolose con la tua vita, come un vecchio amico che sa quello che stai passando, come uno specchio.

“Potrei averla scritta io!”

Questa cosa mi è successa con un gruppo, come capita a tutti: perché ci piace quella canzone? Perché proprio quella sonorità, quel ritmo, quelle parole?

Quel gruppo erano i Manowar.

Torno indietro con la memoria e rivedo la copertina di Battle Hymns, Kings of Metal, Louder Than Hell.

Al pubblico mostravano, sostanzialmente, la “Maschera” del vichingo/barbaro palestrato, uscito fuori da un gioco di ruolo; stesso dicasi per l'abbigliamento. Ma ci sta, è coerente, e ci arriviamo tra poco.

I testi scritti di loro pugno ripetevano, in buona sostanza, il furor della battaglia, del duello, o della vita sacra del guerriero che torna a casa (Heart of Steel) vittorioso sui nemici, concetto archetipico del sole che ritorna a sorgere.

Le incomprensioni si creano, tuttavia, da chi -spesso per ignoranza-, si ferma all'apparenza e cerca lo scontro volontariamente: in ogni loro copertina, quasi a forza, vediamo infilate bandiere dappertutto, di quante più nazioni possibili. Perché?

Per capire cosa si nasconde dietro la maschera che indossano, bisogna scomodare nientemeno che Mircea Eliade, “storico delle religioni, antropologo, scrittore, filosofo, mitografo, saggista ed accademico rumeno” (Wikipedia).

Nella sua opera “Il Mito dell’eterno Ritorno”, Mircea Eliade scrive quanto segue:

Lotte, conflitti, guerre hanno per la maggior parte una causa e una funzione rituale. È un'opposizione stimolante tra le due metà del clan, o una lotta tra i rappresentanti di due divinità (per esempio, in Egitto, il combattimento tra due gruppi rappresentanti Osiride e Seth); ma essa commemorerà sempre un episodio del dramma cosmico e divino. Non si può spiegare in nessun caso la guerra o il duello con motivi razionalistici. Hocart ha giustamente messo in rilievo la funzione rituale delle ostilità. Ogni volta che il conflitto si ripete, vi è un'imitazione di un modello archetipico. Nella tradizione nordica, il primo duello è avvenuto quando Thòrr, provocato dal gigante Hrungnir, lo affrontò alla «frontiera» e lo vinse in singolar tenzone. Si ritrova questo motivo nella mitologia indoeuropea, e Georges Dumézil a ragione lo considera come una versione tardiva, ma tuttavia autentica, dello scenario molto antico di una iniziazione militare. Il giovane guerriero doveva ripetere il combattimento di Thòrr e di Hrungnir; infatti, l'iniziazione militare consiste in un atto di bravura il cui prototipo mitico è l'uccisione di un mostro tricefalo…

Detto questo possiamo facilmente tirare la corda e trovare un esemplare “arcaico”, puro, del guerriero invincibile, un eroe o un dio che ispira gli uomini con le sue gesta, e li spinge ad imitarlo negli atti e nella condotta morale.

Archetipo universale, giustamente, perché come il mito di Thor, qualsiasi altra cultura ne ha una propria rivisitazione, persino nelle pitture rupestri.

Il messaggio, per quanto banale possa sembrare a un primo ascolto, preferisce come corsia principale l'intelligenza emotiva, non verbale, che batte sulle parole come Eric Adams esplode nella voce in acuti, ruggiti, battiti e sussurri. Stando a sentire quel che dice, pare di sentire sempre la stessa storia, le stesse parole, ma con un accordo diverso, un qualcosa che è cambiato ed è coerente, e che costruisce la canzone e la “consacra” a rituale, a preghiera contro le asperità della vita, ad avere la forza di combattere ed attingere la sicurezza non da mezzi esterni -che mai riempiono il vuoto della vita- ma dal proprio centro, che al colpo di chitarre e bassi si trasforma in fuoco: in quel momento ti si drizzano i peli sulle braccia, là si percepisce il messaggio intraducibile in parole.

La musica parla ogni lingua: una canzone, per quanto se ne possa dire, è figlia di un’intuizione, di un fatto emotivo, di una scoperta sensazionale; un piacere del tutto astratto e forte, a seconda di dove ti batte il cuore, di come pensi sia giusto pensare.

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