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Una storia di SerenaP

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Essenziale 2049

A mani sporche

...e a morsi di pannocchia.

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Pubblicato il 02 dicembre 2017 in Didattica

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Celeste cara,

in un momento come questo tu cammini mentre io, guardando dove vai, ogni tanto con la coda

dell’occhio mi giro per cercare ancora quella che eri. Ed è così che mi capita spesso di pensare a quali siano stati i momenti della tua, della nostra crescita insieme.

Hai avuto il tuo primo Robot quando da bimba ti sei tramutata in donna: l'hai chiamato Andrew.

A lui dici tutto, tutto eccetto i segreti più intimi.

E ti ho comprato una navicella tutta rosa per andare a scuola.

Da giovane mi ero ripromessa di non esporti alle tecnologie prima dei tredici anni, ma poi da mamma mi sono tramutata in madre.

E ho iniziato a capire le esigenze di una ragazzina nata in un'epoca come questa:

l'epoca dei robot, delle automobili automatiche, delle cure per il cancro, delle sigarette senza male, del caffè che si fa da solo, delle finestre che si spalancano con lo schiocco delle dita.

L’epoca dei maestri-robot che non ti guardano negli occhi e non si congratulano, non ti chiedono veramente come stai, non ti incoraggiano e non ti scrivono ‘’dieci’’ sul quaderno.

L’epoca che non ti fa sporcare le mani con i pennarelli e non ti fa uscire fuori dai bordi.

L’epoca dei libri dimenticati, delle gite su Marte, delle pizze senza pizzerie, dei film senza cinema, di Babbo Natale in astronave.

L’epoca in cui la vita ti comanda e tu non comandi più la vita.

Tuttavia, sebbene io abbia fatto di tutto per farti sentire parte di questo mondo dominato dalla meccanicità, allo stesso tempo ho fatto in modo che in esso, ti abituassi a non diventare tu stessa una macchina.

Così ti ho portata alla nostra casa al mare. Ogni estate.

Ci siamo sporcate le mani, i capelli, i vestiti.

Abbiamo ballato. Cucinato. Preparato un falò.

Ti ho fatto conoscere Fellini. E hai visto ‘’Grease’’ in un caldo pomeriggio di agosto.

‘’Buona, la farò fare anche ad Andrew’’ mi hai detto, mentre addentavi una pannocchia.

Sull’Esperanca del nonno, mentre io ti insegnavo a pescare, tu facevi molto di più.

Mi insegnavi a ritrovare me stessa.

Come quella volta in cui, dopo aver catturato il tuo primo polipo, decidesti di riportarlo in mare perché troppo ‘’piccino’’.

E così, dopo una vita passata a cercarmi di fronte a uno specchio, mi rividi.

Nella tua innocenza.

Nel tuo giudizio di bimba.

Nei tuoi occhi cristallini.

Un giorno, mentre eri intenta a giocare con Andrew gli chiedesti perché papà e io ci eravamo separati.

Andrew che aveva sempre le risposte per tutto, quella volta non disse nulla.

Sbuffasti mentre io di nascosto ti osservavo dalla cucina.

Allora a cena lo chiedesti a me.

Fui dura, ci misi un po' prima di trovare le parole giuste.

A tredici anni il tuo primo amore.

Vissuto in maniera totalmente diversa dal mio.

Ma il primo ‘’cuore rotto’’ ti ha fatta piangere come una disperata e lì mi son rivista di nuovo in te.

Così come mi sono rivista nella tua voglia di realizzarti, l’altro giorno, quando mi hai detto:

‘’Dopo la fine dell’estate vado a vivere su Marte, mi hanno presa come grafica.’’

Non so bene che espressione tu abbia letto sul mio viso ma sono sicura sia stata quella ad indurti ad abbracciarmi forte e a sussurrarmi:-

‘’Andiamo alla casa? Stasera ho voglia di cantare, di gridare, di ballare in riva al mare’’

Da piccola volevi fare la scrittrice come me, poi l'architetto, poi ti volevi inventare un lavoro tutto tuo.

Adesso ti vedo prendere il volo.

Su un altro pianeta, non più così distante dal mio.

Figlia mia,

sogna sempre come una principessa.

Custodisci i tuoi occhi di bimba attraverso i quali ho riscoperto l'essenziale:

La vita. Quella reale.

Presa a morsi di pannocchia.

Fatta prima di mani sporche, di pensieri storti, di bordi oltrepassati.

E poi di tutto il resto.

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