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Una storia di Consalvoromano

Caos

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Pubblicato il 21 agosto 2018 in Storie d’amore

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È come se fosse il primo giorno di scuola: immagino di essere, in giacca e cravatta, in un'aula grande e luminosa, emozionato, fiumi di parole che escono dalla mia bocca, cercando di non deludere le vostre aspettative.

Per tutta la notte ho pensato a cosa dirvi quando vi avrei incontrato per la prima volta. Dai vostri sguardi posso immaginare la vostra curiosità: - Allora, chi è quest'uomo che avete di fronte? - Voi mi spronate a parlare di me, incuriositi.

- Raccontaci la tua storia, Prof.! - Sono parole che risuonano nella mia mente fin da piccolo ma ho difficoltà a trovare delle risposte esaustive per soddisfare la vostra curiosità.

Chiuso nel bagno del mio appartamento, osservo la mia immagine riflessa nello specchio, fiacca e annebbiata, e ripenso al mio primo giorno presso l'associazione Alcolisti Anonimi: seduti in cerchio, a turno, i nuovi arrivati si presentavano sotto lo sguardo vigile dei presenti. Al mio turno mi presentavo anch'io, timido e impacciato: in quel momento mettevo a nudo i miei sentimenti.

- Mi chiamo Mattia, sono qui perché sono un alcolizzato! - Arrossivo per la vergogna.

- Ciao, Mattia! - Gli altri in coro mi davano il loro benvenuto. A guardarli, gli altri, mi pentivo di essere lì.

Il rumore dei passi dell'inqulino del terzo piano mi riporta alla realtà. Sospiro per un attimo. Oggi devo essere dinamico e accattivante.

- Sarò all'altezza del mio compito? - Dimmelo tu! Punto l'indice della mano destra contro l'uomo riflesso nello specchio ma la risposta tarda ad arrivare. Pazienza. Sospiro.


Ritornando al mio profilo personale: - Cosa posso dirvi di me? - penso di non avere una storia interessante da raccontarvi ma insistete così tanto... un attimo... stringo il nodo della cravatta... inspiro. Pronti... via...


Primo. Non amo raccontarmi. Preferisco che siano gli altri a farlo. Ah... questo già lo sapete!

A differenza di Mauro, il mio migliore amico, credo, o meglio spero, in un domani migliore. Restare a vivere nel mio paese significa accontentarsi e io non sono una persona che si accontenta. Mauro trascorre le sue giornate pescando al fiume. È un fanatico della pesca e partecipa a molte gare. Mi racconta che stare seduto tutto il giorno lungo la riva del fiume, sotto il sole, lo aiuta a riflettere. Il silenzio allontana i demoni che vivono nella sua testa. Non invidio il mio caro amico Mauro!


Secondo. Posso dirvi che da poco meno di due ore ho compiuto trent'anni e quando questa sera spegnerò le candeline il mio unico pensiero sarà fuggire da questo posto dimenticato da Dio dove pian piano il verde sta scomparendo.


Terzo. Per molto tempo ho vissuto di espedienti per raccimolare qualche soldo e pagare le bollette ma vivere qui è difficile per tutti. La settimana scorsa, Sandro, il meccanico del paese, si è suicidato. La polizia lo ha trovato nella sua officina impiccato a una trave: non ha lasciato nessuna lettera di addio alla sua famiglia ma posso comprendere il suo gesto.

Potevo esserci io al suo posto.


Quarto. Da questa mattina prenderò tutti i giorni il treno per andare all'Università: vivo in un piccolo paesino limitrofo i cui abitanti si possono contare sulle dita delle mani e se non mi impegno nel mio nuovo lavoro toccherà anche a me restare qui e seppellire i mie sogni per sempre. Qui, è la tradizione.

L'Università è in città: dopo una vita di sacrifici i miei genitori non vogliono che i sogni restino tali anche per me. Quindi mi hanno convinto ad accettare il posto vacante all'Università. È solo un anno ma è già un nuovo inizio.


Quinto. Ho appena chiuso la porta di casa. Sceso le scale con la mia solita andatura altalenante.

Una volta per strada saluto il fruttivendolo con un cenno del capo.

Rivolgo lo sguardo al cielo: anche questa mattina piove. Ormai sono tre giorni che piove. È un cielo cinereo che toglie il sorriso. Però oggi è diverso e nonostante la pioggia sottile l'aria profuma di rose: c'è una ragazza con i capelli rossi che cammina sull'altro lato della strada e mi piace.

Anche se la giornata è uggiosa, sorride. Ha un sorriso ammaliante.

Il cielo rumoreggia. Le gocce di pioggia continuano a cadere giù come lacrime e mi rigano il volto mentre il vento mi scompiglia i capelli.

Fermo sulle striscie pedonali attendo che scatti il verde per raggiungere la ragazza dai capelli rossi ma il suono di un clacson mi riporta alla realtà... chiedo scusa con un cenno della mano al conducente del furgone del latte. Non accadrà più.

A pochi passi da lei, cammino come se fossi in armonia con il suo Universo. Il suo profumo pervade le mie narici, respiro una nuova fragranza: mai l'orizzonte mi è sembrato così vicino e tangibile. È una linea sottile, impercettibile ma è la mia terra promessa.

I suoi capelli rossi danno un tocco di brillantezza al mondo circostante.

La strada è grigia.

Le case sono grigie.

Il cielo è grigio.

Le persone sono grigie.

Lei è una rosa rossa che si fa largo tra cemento ed erbacce.

Non distolgo lo sguardo da lei, mai. Poi mi accorgo che siamo arrivati a destinazione e ognuno prenderà la sua strada.

Quando raggiungo l'ingresso della stazione ferroviaria immagino di prenderla per mano e di salire sul primo treno con lei.

In quell'istante un taxi si ferma vicino a noi due e un uomo che stringe tra le sue mani una valigia nera scende spintonandomi. Prima di varcare l'ingresso della stazione si guarda intorno e sospira.

La ragazza con i capelli rossi e io entriamo subito dopo, confondendoci tra la folla, in attesa di salire sul treno che ci porterà a destinazione. Con lo sguardo cerco di non perderla mai di vista.


L'orologio della stazione segna le otto e le persone incominciano ad accalcarsi in prossimità dei binari impaziente che il treno sopraggiunga.

La voce quasi metallica dello speaker ci invita a non accalcarci ma di rimanere dietro la linea gialla per l'arrivo imminente del treno e tra la folla in attesa, la ragazza con i capelli rossi e io quasi ci sfioriamo le mani: un brivido mi scuote.

Ci fissiamo e sorridiamo. Le sue guance arrossiscono mentre io quasi mi blocco. Mentre il cuore mi esplode in gola riesco a sussurrarle il mio nome:


- Ciao, sono Mattia e tu come ti chiami? - Arrossisco.

- Elena – arrossisce anche lei.


Poi saliamo sul treno e ci sediamo uno di fronte all'altro e iniziamo a conoscerci ma a un tratto le sue parole diventano suoni atoni che si dissolvono nell'aria.

Quando vedo l'uomo sceso dal taxi camminare avanti e indietro sull'altro lato dei binari ma non ha con sé la sua valigia nera, un dubbio si insinua nella mia mente. Poi un secondo treno affianca il mio e l'immagine di quell'uomo diventa solo un ricordo.

Quindi il capostazione controlla che sia tutto in ordine. Pochi minuti ancora, si sente il fischio che annuncia la partenza del treno ma... la terra trema e non partiamo più.

Istanti.

Intorno tutto è fermo.

L'aria diventa grigia e pesante.

Un boato assordante ci travolge come un uragano e mi ritrovo con la schiena a terra.

Crepe nei muri.

Vagoni sparsi sulle rotaie.

Rosso è il colore che vedono ovunque i mie occhi mentre - Allāh Akbar - sono le ultime parole impresse nella mia memoria.

Urla echeggiano nel vuoto intrise di terrore.

Polveri e ceneri fluttuano nell'aria insieme ai miei ricordi.

Molti sono i corpi a terra.

Non sorridiamo più.

È caos.





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