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Una storia di Franco.frasca.bhae

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Scirocco

Il vento che soffia al sud

Pubblicato il 22 maggio 2015

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I nomadi del deserto lo chiamano vento di mezzogiorno. Nasce all’improvviso, disegna le dune, le increspa, le spiana. Poi quando diventa forte e impetuoso attraversa il mare. Cattura le gocce dei flutti e si riversa caldo, asfissiante, umido su tutto quello che incontra nel suo vagare. Ghermisce l’Isola sin dalle prime ore del mattino, l’avvolge senza pietà, togliendole a volte anche il fiato. Soffoca con il suo abbraccio uomini, animali, avvizzisce i fiori delle piante, leviga le pietre dei palazzi e delle chiese.

Inesorabile, indifferente alla gioia o al dolore, alla fatica o al divertimento, alla gloria o alla meschinità, alla ricchezza o alla indigenza. E’ la stessa misteriosa corrente che gonfia le vele delle nostre navi, è quella che spinge gli stormi dei grandi uccelli verso i sacri luoghi dei loro nidi. E’ l’aria che respiriamo , è il sudore che bagna la nostra fronte, è il calore che si rimpiange quando si è soli e tremendamente lontani. Dicono che qui si nasce e si muore solo quando soffia forte il vento caldo che viene dal mare.

Qui il vento di scirocco cadenza da sempre la nostra esistenza. Molti di noi sono convinti che altro non è che la carezza di un Dio che ci porta segretamente nel suo cuore.

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Si misero d’accordo Dio e lo scirocco per soffiare.

I tempi erano perfetti, le intenzioni mutevoli.

Il gioco delle dune stigmatizzava le volute di sabbia e tratteneva le ombre.

Rosseggiava anche il mare quando si vestiva di sabbia e di sole.

Non era un abito comodo quel vento.

Scuoteva tutto dal profondo e costringeva a chiudere gli occhi.

Più si soffiava, più mutava il volto di quel paesaggio e del cuore.

I nomadi sapevano bene che le altalene finivano col rompere gli equilibri.

Non si potevano pedalare le nuvole e per chi era affamato di cielo, fallivano miseramente i tentativi di intrecciarlo.

I passi contati erano meno dei passi trattenuti; le ancelle della terra versavano acqua nei vasi della vita ma, quando vi cadeva la sabbia, l’intruglio risultava sgradevole e ceruleo, se non granuloso.

Il pavimento limpido dei sogni era solo un ricordo e tutto ciò che era lontano si avvicinava spinto dalle braccia del vento.

Mi chiedevo se anche quelle di Dio avessero la stessa apertura per fare più carezze.

Lo scirocco, a volte, era cinico. Dio mai!

Più mi muovevo, più masticavo sabbia e amarezza.

Avevo imparato da solo a raccontarmi le favole, come quando ero bambino.

Era un modo per ingannare il tempo che non volevo respirare.

Come annegare tra spruzzi di mare per cancellare le scorie. Quegli elementi residuali del passato si stavano ancorando al presente, rubandomi gli occhi.

Il gran banchetto era cessato e io, l’ospite d’onore, mi ero precipitato nel tempo di Dio più che in quello del vento.

Ci eravamo mescolati per confonderci e costruire nuove identità.

Dio mi aveva perdonato, lo scirocco no.

Mi stava sfidando: la caccia al nemico era ancora aperta.

Credimi, te lo volevo sottrarre il gioco della memoria.

Poi capii che contemplare era anche ragionare troppo sulle cose e mi lasciai rubare gli occhi per non soffrire.

La favola era continuata, il nemico si era nascosto nel mare e l’occhio buono di Dio voleva solo simulare la caccia.

Nemmeno il mare voleva far morire il sole.

7

Ho aperto con curiosità e grande timidezza

Le persiane della mia casa

E ho lasciato che nel mio ordinato salotto entrasse

Odore di fichi e di pomodori seccati al sole,

Datteri che quasi riescono a maturare e terra…

Vento sabbioso e vento marino

I miei capelli, scompigliati dal vento,

Si sono così imbevuti di sale e di odore di alghe …

Ho provato,

ho provato a richiudere le persiane della mia casa

Ma il vento me lo ha impedito

E il salotto si era ormai impolverato

Irrimediabilmente.

E poi, in fondo, non ho voluto farlo.

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