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Una storia di StefanoLabbia

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Lo sciopero dei sentimenti

Pubblicato il 25 aprile 2017

Attendevo il bus che doveva portarmi ad un'anteprima stampa. C'era sciopero. Sciopero a fasce garantite. Ovvero sia che i mezzi pubblici tutti, garantivano un minimo di servizio in alcune fasce orarie. Le più “sensibili”. Lo smog era arrivato alle stelle già di prima mattina dove un'incredibile onda di auto, furgoni, furgoncini, apecar, scooter, moto da cross, trattori ed ogni mezzo a metano – benzina (insomma, inquinante) era in movimento con a bordo minimo tre persone. Incazzate. Feroci. Con la schiuma alla bocca. Idrofobe. I clacson. I clacson suonavano a festa. Ed era tutto un «Si levi dalle balle!» «Vada al diavolo!» ed altri improperi che non sto a ripetere. C'era sciopero. Sciopero dei sentimenti. Sciopero dell'umanità. Sciopero della poesia. Sciopero del cervello. Era tutto spento e non c'erano fasce orarie per questo. La volgarità era alle stelle e nessuno guardava in faccia nessuno. Letteralmente. Era, in verità, tutto un annegare nel vortice liquido e feroce del consumismo duro e crudo. O nei vizi più sciatti, rognosi, cafoni e schifosi. Una massa di zombie incazzati, schiavizzati dalle mode del momento, dallo smartphone da 700 euro a cui si aggrappano: mezzo stipendio per alcuni. Stipendio intero per altri. E alla sera? Kebab. Piadina. Rosticceria. Un supplì, anzi due, me ne dia tre. C'era sciopero. Sciopero dei (buoni) sentimenti. I cattivi avevano prevalso. Il menefreghismo soprattutto. Dopo un'ora e un quarto di attesa passò il bus che mi avrebbe portato all'anteprima. Just in time. E lo sciopero aveva fatto infine una magia: aveva fatto passare con un quarto d'ora d'anticipo l'autobus, rispetto ai tempi “normali” del quotidiano. Sul bus che procedeva a singhiozzo, non ci si poteva tenere agli appositi sostegni, come recitano cartelli e sticker adesivi cui il mezzo è praticamente sommerso. Ma non c'era pericolo di cadere a terra o di farsi male: si era stretti come sardine, uno addosso all'altra. Rischio erezione per lui, rischio palpatina indesiderata per lei. Rischio – per entrambi – di uscire dal bus senza portafogli. La guida spericolata dell'autista, fatta di frenate, scambio di auguri (improperi) non proprio felici con i vicini di clacson, bestemmie e starnuti – rigorosamente senza mano davanti alla bocca – ci ha condotti dopo alcuni interminabili minuti al centro di Roma. Centro di Roma diviso dal Tevere. Ai lati, file e file di auto in coda, distanziate solo da semafori rossi, arancioni e verdi in un'alternanza epilettica e caleidoscopica di luci, esattamente a 100 metri l'una dall'altra. C'era sciopero. C'era sciopero dell'educazione, del sorriso, del «vuole sedersi?», della galanteria e del condividere. Tutto. Tutto quanto. Per ogni persona che scendeva dal bus che procedeva a singhiozzi, è bene ribadirlo, ne montavano tre. Sembrava di essere in una barzelletta ed invece era una tragedia. Velata, ma pur sempre tragedia. Sembrava che nessuno si fosse lavato quella mattina. Niente. Nemmeno i denti. Era traumatico, quel viaggio. Niente a che vedere con i viaggi della “speranza”, ovvio. Ma pur sempre traumatizzante. E c'era chi, nonostante fosse a due millimetri di distanza dall'altro, di spalle o d'innanzi all'altro non era importante, sollecitava con schiaffi, gomitate, frecciatine velenose – vere o solo vomitate dalla bocca – pacche generose, pugni e mosse di wrestling ad andare avanti. Altri ancora, invece, intelligentemente, procedevano ogni tre per due a cambiare la canzone del loro maledetto lettore mp3 portatile che poi riponevano nella loro maledetta tasca dei pantaloni. Sol per poi riprenderlo in mano e ripetere l'operazione, in un loop smanioso e frenetico, concitato e convulso, alla ricerca della canzone perduta. Della canzone perfetta. O il tizio che pretende di leggere, in ordine: free press, libri, tomi di enciclopedie marine, ingredienti dei piselli surgelati (!), giornali di gossip, ricette segrete della giovinezza, articoli su come lo sperma di coguaro albino con tre esemplari al mondo su territorio del terzo mondo in cui è in corso una faida millenaria tra due tribù, possa risolvere l'annoso problema della perdita dei capelli se ingerito regolarmente. Ad alta voce. Urtandoti ripetutamente, sia fisicamente che mentalmente. Altra corsa altro giro, Siore e Siori: donna che sale sul bus dall'uscita con carrozzina modello panzer tedesco della Prima Guerra con a bordo ragazzini pestiferi di varia età (si va dagli zero ai sedici anni. Giuro.); gente che pretende di fare un break / pausa pranzo / aperitivo / cena tenendosi in euquilibrio – o almeno provandoci – per sistematicamente franarti addosso; tizio che si ravana il naso alla ricerca dell'arca perduta; Tizia che parla in una lingua sconosciuta, forse aliena, al telefono da capolinea a capolinea – dannati minuti illimitati!!!; Tizio che si tatua sul braccio “Ti amo Lucho” per poi accorgersi che la pronuncia del nome dell'amato non è corretta. Che già è un microcosmo / campionario di (dis)umanità a cui sei abituato a vedere e con cui hai dimestichezza, nel quotidiano, se sei frequentatore dei mezzi pubblici in genere. Ma che ti fanno scattare l'allarme insofferenza durante giornate come queste, dove già hai atteso un anno il bus, per poi salire a bordo di un mezzo inquinante (psicologicamente per chi ci monta e... realmente, avvelenando l'aria che poi respiriamo una volta scesi) scatenando effetti a catena devastanti... sulla salute della collettività ma prima di tutti della tua.

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