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Una storia di BettinaB

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Io non sono Elisabeth

Ognuno dovrebbe scegliere da che parte stare. La propria, resta sempre la migliore.

Pubblicato il 20 aprile 2015

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Quartiere

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"Mano Attende Tremula Eccelsa Ricompensa"

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L'unico sentimento che poteva salvarmi era la pietà. Volevo provarne per te e per il coccodrillo. Lo tenevi sul ventre come un figlio appena nato, sotto la tua pelle correvano vene blu dallo sforzo.

Al contrario di ciò che una mente ragionevole avrebbe preteso, io scappai nella mia stanza a cercare il calore delle lenzuola. Non avevo più un cuore, ma un martello che batteva sullo stesso dolore.

Avevo avuto ragione tutte le volte che le tue mani mi avevano spostato le ciocche dei capelli dalla fronte; anziché avvertire un tocco materno io avvertivo il freddo. -

Che hai Elisabeth? chiedevi sondandomi lo sguardo. Avevo imparato ad eclissarlo restando due passi dietro di te.

-Tu ci credi agli angeli e a dio, vero?, domandai un giorno che stavi sotto al pergolato di glicine.

-Certo che sì..., altrimenti nessuno di noi sarebbe qua adesso, non credi?

-e della Pietà che pensi?

Piegasti i calzini con cura, sempre sotto al pergolato, e li sistemasti con ordine sopra al tavolo in ferro laccato, quello che era costato un occhio della testa al tuo re.

-Quante domande, Elisabeth. La pietà è quella che ha avuto Dio con te il giorno che parevi morta.

-Ma io non ero morta.

Rimanesti in silenzio. Un silenzio troppo lungo.

-Desideravi che lo fossi?

-Dici delle cose senza senso Elisabeth..., il tono di voce ti si impennò. Mi sarebbe bastata una carezza e ti avrei dato ragione. Che la pietà Dio l'aveva avuta davvero con me.

Io non te la potevo concedere, quella notte, dietro la porta.

Sperai che dio tornasse, ma non a prendere me per riportarmi indietro.

Per tutto il tempo sotto alle lenzuola immaginai che arrivasse e ti guardasse con i suoi occhi di cristallo per concederti il tuo riflesso, provare pietà per te stessa.

Avresti visto una donna arida, incapace all'amore, abile a tenere i segreti stretti nella pancia.

Per poi farli uscire come rettili. Saresti morta nel vedere che nemmeno dio poteva darti quello che si concede ai meritevoli.

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Ero bianca e respiravo. Pensavano che non ne fossi capace! Ero bianca e non mi piacevo. Faticavo ad entrare nella vita, ma sapevo che non volevo morire e quel battesimo non lo accettavo. Un battesimo affrettato perché non volassi via senz'anima. Io lo sentivo il rumore del mare nell'anima. Dovevo essere arrivata di là. Dalle onde che mi avevano rubato a un'altra vita. Quando il mare ruba, si prende tutto, pure il cuore. Ero bianca e volevo urlare. Ero bianca dalla paura di sentire troppo presto l'odore umido del terreno che ti abbraccia e ti copre. Non volevo coperte! Mi soffocavano! Preferivo il mare, era la mia casa. Le onde erano braccia spalancate un cui sapevo rotolare insieme ai respiri. Ero bianca e volevo chiedere in prestito le parole. Se avessi parlato, mi avrebbero sentito. Come potevo proteggermi? Mi avevano spiegato che la vita protegge come una mamma, come un nido. Io avvertivo uno strano prurito sulla pelle: ero nata e volevo crescere. Ero nata per non essere bianca. Ero nata per non essere Elizabeth. Ero me e basta. Un volto da incrociare. Uno sguardo da avvolgere. E labbra perfette da baciare. Ad un tratto mi sentii meno bianca. Uno strano rossore mi imporporó le guance. L'aria che mi aveva strozzato il fiato uscì e cominciai a gridare e a piangere. Scoprii che il pianto allora era meraviglioso. Mi stava salvando. Niente chiesa, prete, congedi. Mi osservavano. "Piange!", disse la mamma. Finalmente! Non ero bianca e volevo restare.

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Il tempo ha cambiato faccia per ogni stagione.

La tua è rimasta sempre quella, la pelle chiara appena rosea intorno al naso, gli occhi azzurri che se cambiano umore diventano grigi. La migliore delle spose.

Nelle stagioni e nel tempo che mutava viso, io come loro avevo messo le gambe esili e a volte grasse, a seconda dei mali dell'inverno e dell'appetito crescente d'estate.

Solare come sempre, attenta a non sporcare il mio nome. Sedevo sul letto e pensavo, lontana dai tuoi occhi. Non eri stata tu con le tue lacrime a tirarmi fuori dal buio; forse un santa, oppure era stato quell'essere senza forma che tutti chiamano dio. Potevo ridere della mia ingenuità di dodicenne e del vostro sconcerto, quello raccontato dalle vostre bocche ai parenti e pure agli sconosciuti al mercato del venerdì mentre io stavo attenta a non schiacciare le mosche che ronzavano sul mio gelato alla crema in piena estate. Una che si chiama Elisabeth non schiaccia le mosche, casomai prega anche per loro. Ho sognato a volte di pregare per le mosche, per i falchi. Pure per i coralli.

Ho pregato per tutti, tranne che per me. Anche nel giorno della mia prima comunione ho pregato per tutti, anche per quelli che non conoscevo. Se muore uno che non conosci non puoi dire nemmeno Amen, ma io ho pregato ugualmente.

Fino a che quella notte ha albeggiato prima del previsto.

C'era il fresco delle lenzuola e tirava un vento che prometteva pioggia. Quella attesa da oltre una settimana, che potesse finalmente arrivare a riempire i fossi in secca e a dar da bere ai tetti.

-Prega per la pioggia, Elisabeth, avevi chiesto un pomeriggio che ti sventolavi con un giornale glamour in mano. Lo smalto si sarebbe seccato prima sulle tue unghie. Unghie adatte alla migliore sposa. Lo diceva anche la foto del giorno del tuo matrimonio. Una donna raggiante con le spalle coperte dal velo. Era posta sul mobile di sala, poco dopo la porta d'ingresso così che ogni ospite la potesse notare appena varcata la soglia. E' importante l'aspetto di una casa, le cose che tieni e come le tieni dicono chi sei. Dicono anche chi ami. Vicino a te c'era lui, il mio re. Il tuo.

L'ho fatto. Ho pregato che il vento soffiasse e portasse le nuvole da nord. Ho visto un chiarore entrare nella mia stanza e portare via di nuovo il buio. Ha portato con sé anche un lamento.

Era un grido sommesso, tenuto a forza nelle corde vocali e non capivo se era vero o se fosse uscito dalla notte. Nel cielo si faceva giorno, e l'unica cosa che mi è venuta in mente è stata quella di scendere dal letto e venire a cercarti, te e il tuo re.

Un secondo chiarore ha mosso la coltre di ombre nella tua stanza e ho visto.

Tenevi le gambe sollevate e tenevi stretto nello stomaco un urlo che nascondeva il dolore. Lui ti aiutava. Ho pensato che stavi per morire, e volevo correre, chiamarti, ma i piedi erano piombo e la mia voce era bloccata in una tana.

Ti ho vista.

Quella notte che fuori albeggiava per i lampi nel cielo, tu hai partorito un coccodrillo. Non eri la migliore sposa, eri un demone con il velo di un angelo sopra gli occhi.

Dietro una porta socchiusa ho smesso di essere Elisabeth.

Le timorate di dio non temono i demoni. Li vedono per come sono.

E se sono sagge l'ultima cosa che fanno è pregare per loro.

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Si muoveva per casa, tu gli correvi dietro tra grida e risolini. Attenta a non inciampare, guardinga del pericolo.

Aveva tutto quello che serve, due braccia, due gambe, un viso ben delineato nel profilo che ti somigliava, ma io vedevo la sua coda sbattere sotto al tavolo, la pelle di rettile e due orbite immobili. Per gli altri era il tuo ultimo nato.

Lo vedevo crescere nel tempo che si tira dietro i mesi e poi gli anni, ne erano appena passati due. -Prega per lui, Elisabeth... che cresca sano e forte, ripetevi se l'inverno gli procurava qualche colpo di tosse. Così l'inverno facevo finta di pregare, un'insopportabile nenia appena sussurrata.

Poi arrivava la primavera. Scendevo nel cortile fino al muretto di cinta. Ci avevo contato le crepe e le lucertole, ferme a scaldarsi al sole. Sapevo quanto pietrisco, sassi e pietruzzi conteneva. Mi ci ero fermata dinanzi tante primavere. Avevo visto come le lucertole balzavano in avanti ad afferrare piccoli insetti. Mi saliva in gola un nodo che non potevo sputare perché non era tosse. Era terrore, di finire divorata come i piccoli insetti. Un coccodrillo può divorarti. E tu gli avresti comandato di risputarmi?

A bloccarmi era quel dubbio. Restavo ferma, dando le spalle al mondo intero che avevo dietro di me e concedendo il mio pianto solo a un comunissimo muro che mi stava davanti.

Poi lo scavalcavo. Oltre, correvo per i campi e capivo di essere ancora viva perché il sangue colava dalle ginocchia sbucciate fin sopra i calzini immacolati e ne sentivo il bruciore. Correvo fino all'albero.

Avevo trovato quattro assi piantate sul primo ramo di un gelso, nessuno le visitava più. Era tutto ciò che restava di un gioco d'infanzia portato avanti da chissà chi e per chissà quanto tempo. A giudicare da come erano state bloccate le assi e per il fatto che mi sorreggessero, doveva essere una piccola casa costruita con armonia e passione. Ora era mia.

Ci rimanevo per ore. Dormivo. Pensavo a dio che poi proprio dio non era se si portava via i bambini quando ancora erano bambini. Lo sentivo dire alla TV. Magari non era quello che conoscevo io. Ma un altro. Ridevo. Contavo. Gli uccelli che passavano sopra i rami. Quelli che ci si fermavano sopra. Quelli che si passavano sotto. Ripetevo a voce alta "Io non sono Elisabeth" e godevo del suono della mia voce. Mi salvavo. Nella casa sull'albero. Disabitata dai coccodrilli.

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Tornavo indietro. La casa sull'albero era qualcosa da lasciare alla sera che reclamava il suo posto, il mio era ancora con te e con lui. I bambini non dovrebbero vivere sulle case sopra gli alberi, ma dentro mura calde o accovacciati in un ventre. Scavalcai il muro e Tommy mi si parò davanti. Tommy era più grande di me di un paio di anni e viveva sul mio stesso pianerottolo. Di lui si poteva dire di tutto, compreso che aveva il padre in cella, il che era vero, ma non si poteva dire fosse un codardo. Menava pugni nel quartiere, a quelli che sghignazzavano quando apriva bocca. Tommy era balbuziente e parlava di rado, ma qualcosa alla fine era sempre costretto a dire. Ti fissava coi suoi occhi neri, nascosti da un ciuffo messo lì apposta, a difendere lo sguardo.

-Ciao Tommy!

Tommy sorrise in cenno di saluto.

Mi venne il dubbio che anche lui, come me, volesse raggiungere la casa sull'albero. Mi ero trattenuta più del previsto quel pomeriggio. -Dove vai?, chiesi.

Lui non rispose, si scostò il ciuffo mostrandomi gli occhi. Con una mano iniziò a battersi le dita sulla coscia. I miei discorsi lo innervosivano.

-Tommy...., non riderò di te. Croce sul cuore...

Non rispose. Si mise seduto nella parte più bassa del muro. Lo feci anch'io.

Avrei dovuto parlare solo io. Tommy non avrebbe detto una parola. -Vai sulla casa nell'albero? che la conosci anche te?

"Elisaabeeeth..."L'eco del mio nome si spanse nell'aria, mi stavi chiamando dal terrazzo.

Tommy mi fissò con aria interrogativa come a domandarsi se avessi capito o no che dovevo rientrare. E io mi domandai come mai nessuno chiamasse lui a quell'ora del tardo pomeriggio. Il crepuscolo avanzava. -Ho sentito Tommy... ho sentito, ma non ho voglia di andare. Chiacchieriamo un pochino, a me basta che tu ascolti. Se non vuoi parlare non m'importa.

Sollevò le spalle, a dire "fai te!".

-Tommy, lo sai che io vivo con un coccodrillo? Lo sai che ero nata morta e poi sono tornata viva?

Si fece il segno della croce. Il fatto che Tommy durasse fatica a parlare incoraggiava me a raccontare; difficilmente avrebbe riferito ad altri i miei discorsi. Il terrore di ascoltare il suono della propria voce lo bloccava. -Tu c'avrai la disgrazia di balbettare, io c'ho quella di sapere che prima o poi lei gli dirà di mangiarmi.

Tommy scoppiò a ridere tenendosi la pancia. Scattai in piedi. -Non ridere! vuoi che io rida di te? Sono seria. Lei ha partorito un mostro. Sembra umano, ma non lo è. Mi fissa con le pupille immobili, mi fiuta mentre lei lo accarezza amorevole. Lei lo sa che io ho capito. Tommy...., mi dici una cosa se la sai?

Di nuovo le sue spalle si alzarono. -Come si uccidono i coccodrilli? dovessi difendermi...

Iniziò a battere forte le dita sui jeans, si concentrò sulle pieghe vicino al ginocchio, le stirò una decina di volte. Si infilò una mano nella tasca dei pantaloni e tirò fuori un coltellino a serramanico, mi fece vedere come si apriva e richiudeva, lo posò nel palmo della mia mano come si trattasse di un fiore, girò le gambe e scavalcò il muretto. Lo vidi scomparire nell'erba alta, tirandosi dietro il silenzio.

Almeno lui il mio nome non lo aveva pronunciato. Mi infilai di corsa nel portone e presi a salire le scale, due gradini per due, ero in ritardo e l'affanno mi agguantò il petto. Mi bloccai alla fine della seconda rampa. C'erano parole d'amore che provenivano dalle pareti di casa, riempievano il vuoto delle scale e arrivavano alle mie orecchie. -Cucciolo mio..., sei rimasto qui a tenere compagnia alla tua mamma, ma lei no. Lei fugge. Non è una bambina, è una schifosa lupa. Tu mangiala e che dio venga a prendersela per davvero. La mangerai amore mio?

Il sudore mi colò nel collo. Cercai di tornare col pensiero ai rami dell'albero, al volo degli uccelli sopra il mio capo. Respinsi indietro il vomito che mi arrivò in gola improvviso e lo sforzo fece uscire le lacrime. Tommy..., l'unico pensiero fu per Tommy, i suoi occhi neri. In quel momento avevo compreso chi ero. Una lupa. Percorsi l'ultima rampa stando attenta a non fare rumore, mi piantai coi piedi divaricati sulla porta d'ingresso e suonai. Nella mano destra avevo già aperta la lama, stesa lungo la gamba.

Venisti ad aprirmi e dietro accorse, senza quasi toccare il pavimento, il coccodrillo. Dalla bocca gli colava un liquido che non avevo mai visto.

-Dove sei stata Elisabeth? non c'era nulla nella tua voce, né apprensione né calore. Una voce vuota.

-Non sono Elisabeth, risposi con la calma di chi ha appena preso una decisione. La mia era stata ancora una volta quella di vivere. Scoppiasti a ridere, ti spostasti per tornare verso la cucina e la tua bestia restò indecisa sul da farsi, se seguirti o azzannarmi. Io, invece, dubbi non ne avevo. Girò il collo di poco per muovere il muso nella tua direzione, e io mossi la lama alla velocità di un batter d'ali. Fui invasa da un lago rosso che prese a correre giù per le scale. La sua coda sbatteva dal muro al pavimento con un rumore assordante, mi tappai lei orecchie.

Urlasti, devastata dal dolore. Ti tenesti i seni come a volerli strappare, e al contempo strappare me dalla tua vista, ma non potevi perché io c'ero.

Non ero la tua bambina, ma la tua lupa. Il più abile dei cacciatori.

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