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Una storia di FernandaPassarelli

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LABYRINTH

Walking in the dark

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Pubblicato il 25 febbraio 2018 in Thriller/Noir

Tags: labirinto passato

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Il Pelham Bay Park quella domenica mattina era molto accogliente.

I chioschi colorati emanavano profumi che difficilmente davano spazio all'indifferenza;

pop-corn, hot-dog, zucchero filato, sembravano sirene ammaliatrici dalle quali chiunque sarebbe rimasto rapito.

I palloncini variopinti e di forme diverse avevano la capacità di trasformare genitori in vere e proprie marionette, abilmente manipolate dai loro sorridenti bambini.

Un sole tiepido di fine primavera incitava i numerosi runner a percorrere le varie corsie preferenziali, parallelamente accostate alle ampie piste ciclabili già occupate da ciclisti amatoriali che ostentavano dubbie capacità professionali.

Martin Drecoll, detective in forza al 13° Distretto di Polizia di New York, aveva indossato la sua tuta nera col cappuccio grigio e facendo stretching provava la durezza del terreno sperando che le sue nuove Nike riuscissero ad ammortizzare bene ogni suo movimento. Il lavoro lo aveva tenuto lontano dal suo hobby preferito e quella giornata di relax sentiva di meritarsela. Inspirò a pieni polmoni e passo dopo passo decise di mantenere un'andatura moderata, si era prefissato di correre pochi chilometri.

L'immagine intera di Martin era stata catturata da un teleobiettivo montato su una Nikon D5300 nera e il dito indice, con addosso un grosso anello di ferro battuto raffigurante un labirinto, premette più volte il pulsante di scatto, immortalando decine di pose, non autorizzate, del detective. Una volta terminato, lo sconosciuto fotografo osservò gli scatti appena salvati e smontando lo zoom dalla macchina fotografica fu soddisfatto di essere in possesso di diversi ritratti dell'uomo che più al mondo, odiava.

Il detective Drecoll tornò a casa che erano le 10:30 e, gettati per terra gli abiti inzuppati di sudore, si infilò sotto la doccia. L'acqua bollente lo fece riprendere in pochi secondi e il bagno era già inondato dal vapore. Pensava che ormai era vicino ai 40 e che non era più il giovane in forze di qualche anno fa, quando riusciva anche a spararsi 20km di corsa e non risentirne affatto. Ora ne bastavano solo pochi per confinarlo al divano di casa per un giorno intero con solo il mal di schiena a tenergli compagnia.

Rivestitosi, aveva intenzione di dedicarsi a quello che era ormai il suo unico vizio: sorseggiare un pò di whisky mentre ascoltava gli LP dei Beatles, e nè l'ora, poco adatta a quel tipo di attività, nè il sole primaverile che provava ad intrufolarsi dalle tende, potevano in qualche modo ostacolarlo. Una volta sul divano però la sua attenzione venne catturata da quella foto che ormai da tanto, troppo tempo, si ritrovava sul mobiletto della tv a prendere polvere. Era Rachel, la sua ex moglie. Aveva uno splendido vestito azzurro, e i capelli castani le svolazzavano per il vento. Teneva in braccio la loro piccola Leila, che all'epoca doveva avere all'incirca 1 anno e mezzo. Non ricordava se piangeva l'ultima volta che l'aveva vista. Non ricordava quanti bicchieri di whisky gli servirono per crollare a terra e non avere più la forza di rialzarsi. Quanto tempo era passato? Un abisso. Martin buttò giù il bicchiere tutto d'un sorso.

La testina di lettura si era riadagiata dolcemente e il giradischi aveva iniziato a suonare "Rain". Ringo Starr stava picchiando forte sulla batteria in quella che probabilmente era la sua miglior performance quando il telefono iniziò a squillare rompendo quella magica atmosfera.

Era Harry.

- Capo, mi dispiace disturbarla di domenica ma dovrebbe raggiungerci il prima possibile.

La sua voce rivelava una profonda inquietudine. Martin capi che doveva essere successo qualcosa di grave.

- Dove sei?

- Nei dintorni del Pelham Bay Park. Le mando la posizione esatta col gps.

Martin riagganciò senza aggiungere altro. Spense con la tristezza nel cuore il giradischi mentre John Lennon diceva che pioggia o sole non importa, è solo uno stato d'animo. Era una vera e propria eresia interrompere in quel punto ma si disse che c'erano cose più importanti da fare. La sua domenica di relax era già finita. Si diresse verso l'auto pensando a che cosa potesse essere mai successo nel parco stra-affollato che aveva lasciato solo pochi minuti prima.

Una volta arrivato spense il motore e, sceso dall'auto, si ritrovò immerso in una folla di persone che mormoravano di qualcosa di terribile. Mentre si faceva largo tra la folla cercando di raggiungere il posto indicatogli da Harry, Martin riusci a carpire solo qualche parola qui e là: ragazza, morta, assassinata. Bastavano per rendergli un oscuro quadro di quello che lo aspettava al di là del nastro segnaletico: una giovane intorno ai 20 anni giaceva a terra esanime. Il corpo sembrava perfettamente integro e non c'erano segni di colluttazione. Un particolare insignificante, un dettaglio che chiunque altro avrebbe trascurato, fece inorridire Martin, riesumando dei ricordi che pensava di aver sepolto per sempre.

Sul dorso della mano sinistra la ragazza aveva un piccolo tatuaggio:

un labirinto.

Martin era davanti al computer.

Al distretto era rimasto solo Stevenson, l'agente di guardia che era al telefono, gli altri colleghi erano fuori per un turno che prometteva una notte abbastanza movimentata. Aveva sentito che c'era stata una rapina al C-Town Supermarkets sulla Boston road e dei tossici stavano creando problemi al Dunkin' Donuts sulla Main street.

Erano passate da poco le h 21:00 e l'immagine sul monitor non gli permetteva di staccare dal suo turno. I risultati dell'autopsia sarebbero arrivati l'indomani mattina e quello che aveva era solo l'ingrandimento del tatuaggio rinvenuto sul cadavere della ragazza. Il caso era suo ma essere coinvolti emotivamente non deponeva a suo favore. In Accademia aveva imparato che la poca lucidità porta spesso a compromettere l'intera operazione. Conoscere il significato del tatuaggio era la causa della sua indecisione se aprirsi oppure no al Capitano Kendall. Erano vecchi amici anche se subalterni, e tra di loro non c'erano mai stati segreti, piuttosto condivisioni e tutte avevano contribuito a creare un team che poco spazio dava alle avances di ogni forma che il male assumeva ciclicamente, cercando d'impossessarsi della città, in ogni occasione.

Il male questa volta aveva assunto la forma più subdola e la sua mente era tornata a più di 10 anni prima quando era agente in un piccolo distretto a New Orleans. Fu in quell'occasione che conobbe Rachel e il "Labirinto" teneva sotto scacco l'intera città, seminando terrore.

Martin stampò l'ingrandimento del tatuaggio, guardò l'ora e vide che erano le h 23:00. Salutò Stevenson il quale ricambiò con un cenno della testa, era per l'ennesima volta al telefono del centralino. Scendendo le scale incontrò, salutandoli, Mills e Salieri e tra i due, ammanettato, il rapinatore del supermarket.

Una volta arrivato in strada premette il telecomando dell'auto e alla chiamata rispose una Jeep Renegade nera 140 cv, segnalando la sua posizione. Martin salì in macchina con la consapevolezza che sarebbe stata una lunga notte in bianco e mentre si avviava verso Lafayette street portandolo a casa, non si accorse che uno sconosciuto prendeva la sigaretta ormai terminata e la buttava a terra calpestandola con le sue Timberland chiare. L'uomo prese il telefono e digitò un numero memorizzato, usato già diverse volte.

<<Dove sei?>> disse una voce, dall'altra parte del telefono.

<<Dietro il nostro uomo>> rispose lo sconosciuto.

<<Continua a seguirlo, ormai saprà di noi>> intimò il primo uomo.

<<Ne sono certo e credo che non sarà felice di saperlo>> concluse il secondo uomo, spegnendo il telefonino col dito indice sul quale, l'anello indossato raffigurava lo stesso Labirinto tatuato sul dorso della mano della ragazza morta.

New Orleans - 19 giugno 2005

A New Orleans pioveva, pioveva sempre. E quella afosa e torrida notte di giugno non faceva eccezione. Mentre guidava la sua vecchia e scassata Chevrolet, affettuosamente ribattezzata "Nancy", Martin pensava che era molto ansioso di iniziare la sua prima esperienza come agente in un vero distretto di polizia. Gli avevano parlato molto bene di quella città. Il suo motto era "Lasciate spazio al divertimento", e la chiamavano "La città dimenticata dai problemi".

Era proprio quello di cui Martin aveva bisogno.

Appena arrivato si rese conto di non essere in un posto qualunque: il Mississippi che si intravedeva in lontananza, i colori sgargianti delle basse e ravvicinate abitazioni, le luci delle insegne al neon, la pioggia battente. C'era una sorta di magia nell'aria. Nonostante fosse notte inoltrata volle comunque fermarsi a bere qualcosa, per iniziare a farsi un'idea della gente del posto, di quelli che sarebbero stati i suoi concittadini per i prossimi anni. Parcheggiò il suo catorcio all'ingresso di un Bar il cui nome, chissà perchè, gli aveva ispirato simpatia:

"The District".

Varcata la soglia ebbe l'impressione di aver fatto un viaggio indietro nel tempo. Luci soffuse, odore di sigari cubani, meravigliosa musica jazz a tutto volume. Se non fosse stato per la compagnia, prevalentemente maschile, Martin avrebbe pensato di trovarsi in paradiso.

- Che bevi dolcezza?

A rivolgergli quel cordiale saluto era una ragazzina che non poteva avere più di 20 anni. Magrolina, aveva dei lunghi capelli castani, e l'aria di una che dalla vita aveva ricevuto già tante batoste. Probabilmente era l'unica donna in tutto il locale, ma non sembrava preoccuparsene.

- Ehm...prendo del Whisky. Liscio grazie.

La giovane barista versò il contenuto della bottiglia nel bicchiere di Martin mentre in sottofondo si udivano le note di Minor Swing.

- Il tuo Whisky dolcezza.

- Mi chiamo Martin, Martin Drecoll.

- E chi te l'ha chiesto, dolcezza?

Martin era a dir poco intimidito. Quella ragazzina sapeva il fatto suo.

- Tratti sempre cosi i tuoi clienti? - le disse, mentre iniziava a sorseggiare il suo Whisky.

- A dir la verità li tratto molto peggio.

- E tornano?

Sorrise.

- Non credo che gli importi qualcosa di come li tratto. Vengono qui per bere.

- O per ascoltare dell'ottima musica.

- Ascolti il jazz?

- Non quanto vorrei, ma abbastanza per conoscere Django Reinhardt.

Sorrise di nuovo.

- Sai, dubito che la maggior parte delle persone qui dentro lo conoscano. Mi hai stupito Martin Drecoll.

Martin sapeva di aver fatto colpo. La sua infinita cultura in campo musicale lo aiutava sempre con le donne di gusto. Ma sapeva anche che era il momento di andare via. Non dilungarsi al primo incontro era una delle regole basilari, per non diventare banali e soprattutto per lasciare un alone di mistero.

- Devo andare - disse, dopo aver vuotato il suo bicchiere. - E' stato un piacere... ehm, non mi hai detto qual è il tuo nome.

La ragazza lasciò passare qualche secondo di indecisione prima di rispondere. Si vedeva che non era abituata a dare confidenze ai clienti, ma in Martin c'era qualcosa che le ispirava fiducia.

- Rachel. Mi chiamo Rachel.

<div>Lo squillo del telefono spazzò via il malinconico ricordo di Rachel, sul display apparve la parola Kurt, nome di battesimo del Capitano Kendall.</div>

<div><<Martin, vediamoci tra mezzora nel mio ufficio, è arrivato il risultato dell'autopsia ma ci sono problemi di competenza, a dopo>>, nel chiudere la comunicazione, il suo superiore gli aveva dato appena il tempo di esprimere la sua disponibilità senza aggiungere altro, ma la sollecita comunicazione e l'aver menzionato i " problemi di competenze ", significavano una sola cosa, avrebbero avuto problemi nel seguire il caso.</div>

<div>Quando arrivò al distretto, Harry gli andò incontro e insieme entrarono nella stanza del Capitano. Insieme a Kurt, Martin salutò anche il suo ospite che si presentò come avvocato Dustin Meyer. Kendall aveva tra le mani la scheda del medico legale, contenente l'esito dell'autopsia.</div>

<div>Krystell Duvall, 20 anni, studentessa di giurisprudenza domiciliata a New Orleans, iscritta ad un'agenzia di escort di lusso, causa del decesso : overdose di eroina. Accanto ad altri dati personali e a diverse foto sia in vita che distesa inanime, quello che si voleva sottolineare era la sua posizione di figlia primogenita del Procuratore Distrettuale di New Orleans, Brendon Duvall.</div>

<div>Martin, mentre ascoltava il Capitano che elencava i vari dati, si sorprese nel realizzare come in poche ore New Orleans avesse bussato con violenza alla porta della sua anima.</div>

<div><<Il Procuratore Duvall ha chiesto ed ottenuto che l'omicidio, così lo possiamo definire, venga seguito dal distretto di polizia di New Orleans, poichè altre due ragazze hanno incontrato la morte qualche settimana fa e.....>> l'avvocato fu interrotto da Martin al quale fece alcune domande:</div>

<div><<Le altre due ragazze sono morte anche di overdose? Sono rispettivamente figlie di personaggi di spicco di New Orleans? Avevano lo stesso simbolo del Labirinto tatuato sul loro corpo come Kristell?>> Quand Martin terminò le domande stette qualche secondo in silenzio. Il primo motivo era dettato dalla curiosità di scoprire un imbarazzato avvocato, il secondo motivo era figlio di una paura ritornata a galla, con la speranza che le eventuali risposte negative la potessero riportare nell'abisso più profondo. Purtroppo le risposte furono positive, le altre due ragazze erano tatuate come la figlia del Procuratore, erano morte per overdose di eroina ed erano la figlia del Farmacista, la prima, la figlia del primario di Chirurgia, la seconda.</div>

<div><<Abbiamo le mani legate>> disse, uno sconsolato, Kendall, che, guardando Martin, gli fece capire che più tardi avrebbe preteso una spiegazione, << il caso passa ai nostri colleghi di New Orleans, possiamo solo metterci a disposizione svolgendo le indagini che riguardano il nostro territorio>> il Capitano, concludendo la frase, si alzò e tese la mano destra all'avvocato che ricambiò, garantendogli il massimo appoggio anche a nome del suo team. Anche Martin strinse la mano all'ospite, non gradito, del Capitano e in cuor suo sapeva benissimo che il sorriso che aveva stampato sul suo viso era ben lontano dall'essere cordiale.</div>

<div>Una volta uscito Dustin Meyer, il Capitan chiese ad Harry di lasciarli soli. Controvoglia, il detective uscì, e appena la porta si chiuse, l'impeto di Kendall si fece sentire.</div>

<div><<Di che cosa stiamo parlando? Ho avuto l'impressione che tu e l'avvocato viaggiavate sullo stesso treno, sicuramente proiettato verso un baratro da cui difficilmente se ne esce indenni ed è la prima volta che ti vedo rinunciare ad un caso, così facilmente>>. Quando Kendall terminò la frase si sedette, accese una sigaretta e diede il tempo a Martin di riflettere sul come iniziare a dare una spiegazione.</div>

<div><<Esiste una leggenda dove chiunque penetrasse nella dimora del Mostro, attraverso un labirinto, non incontrava nessuna difficoltà nel trovarlo, era nell'uscirne fuori il vero calvario, tale da condurlo a morte certa se non riceveva, in tempo, forti aiuti dall'esterno>>, Martin stette qualche secondo in silenzio, sperando che il suo interlocutore cogliesse il senso della metafora.</div>

<div><<Quando ero un giovane agente, la mia prima destinazione fu New Orleans, il Tenente Salinas mi accolse bene, ma in breve tempo dovette vestirsi da truce, unica barriera contro un'organizzazione che riusciva ad attirare nella sua dimora chiunque avesse voluto godere i subdoli piaceri della vita, soldi, droga, sesso, potere, tutte essenze riconducibili al male puro, fatto di violenza, ricatti, morte. Ogni vittima doveva pagare un prezzo molto alto per poter uscire dalla tana del Mostro , un prezzo che poteva essere soddisfatto solo con la morte della vittima o qualcuno molto vicino a lei, una figlia, una moglie, una madre.....>></div>

<div><<Come si chiamava questa organizzazione?>> domandò il Capitano, interrompendo Martin durante la sua esposizione di avvenimenti così remoti.</div>

<<Labyrinth....>> rispose il detective,<<....ha il suo quartier generale a New Orleans e ho accettato lo scippo del caso solo perchè ho un conto da saldare con loro e da esterno posso muovermi più liberamente, avevo in mente di chiamare Salines, ora divenuto Capitano e sperare, così, di poter lasciare alle mie spalle un incubo che mi perseguita da oltre 10 anni>>.

New Orleans - 30 giugno 2005

"Faceva caldo come dentro il forno di un panettiere in una notte di giugno a New Orleans."

- Jack Kerouac

Martin non riusciva a dormire. Un po' per l'umidità e il caldo disumano che gli davano il tormento, un po' perchè la sua mente quella notte non accennava a spegnersi nè i pensieri a placarsi. Era arrivato ormai da due settimane a New Orleans e non era successo assolutamente nulla. Calma piatta. Non un omicidio, un rapimento, una rapina, nemmeno uno scippo ad una povera vecchietta. Niente di niente. Tra il caldo e la noia mortale Martin pensò di stare per impazzire. Decise di uscire, di fare un salto al District. Ci andava quasi tutte le notti. Era diventata un'abitudine ormai, cosi come le piacevoli conversazioni che teneva con la giovane barista tra un drink e l'altro. In più li si poteva ascoltare davvero dell'ottima musica, era questo che Martin continuava a ripetersi come scusa.

Entrò al District che erano quasi le 4 del mattino. Ancora non aveva avuto occasione di visitarlo a notte tanto inoltrata, e rimase stupito di trovare un locale deserto. Ma non gli importava poi più di tanto. Rachel era li, dietro il bancone. Stava asciugando dei bicchieri con un panno bianco. Lo faceva con una tale cura e meticolosità che Martin ebbe paura di disturbarla. Sembrava stesse svolgendo un compito dall'importanza vitale. Quando lo vide quasi trasalì per lo spavento.

- Oh sei tu. Scusami, non ti aspettavo a quest'ora.

- E' che non riuscivo a dormire.

- E io che pensavo avessi voglia di vedermi. Che povera sciocca.

Sapeva flirtare la ragazza, bisogna riconoscerlo.

- Come mai non c'è nessuno? Andate a letto cosi presto voi del sud?

- Oh il contrario. Dopo un certo orario qui ci si dedica ad altre attività. Non mi dire che non te ne eri ancora accorto? - sul suo volto si disegnò un'espressione beffarda che voleva dissimulare la profonda vergogna che in realtà la ragazza stava provando dentro di sè.

Martin divenne improvvisamente serio. Capì che Rachel stava per confessargli qualcosa di importante.

- Di cosa stai parlando?

- Merda! Lo sapevo che non avrei dovuto socializzare con uno sbirro!

- Rachel, ti prego, dimmi di cosa si tratta. Vorrei tirarti fuori dai guai. - le prese la mano.

La ragazza si sciolse e iniziò a piangere. Nessuno era mai stato cosi dolce con lei come quell'arrogante agente di polizia venuto da chissà dove. Lei che dalla vita aveva ricevuto solo una delusione dopo l'altra, adesso, dopo tanto, troppo tempo, sentiva di nuovo di potersi fidare di qualcuno.

- Un tempo New Orleans aveva il suo quartiere a luci rosse. Si chiamava Storyville, ed era popolato da ragazze perdute, giovani e belle prostitute che venivano prevalentemente dal sud america. Poi un'ondata moralizzatrice partita dai vertici dell'esercito ne determinò la chiusura e proprio nello stesso periodo venne aperto questo locale. Sai con quale altro nome era anche conosciuto quel lurido quartiere?

Martin non le diede il tempo di continuare. Prese il telefono e chiamò subito la centrale. Pensò che doveva essere stato veramente uno sciocco a non accorgersene prima. Il nome del quartiere lo sapeva, era "The District".

Dopo aver sfollato il locale e mandato tutti in centrale per gli interrogatori e le perquisizioni di rito Martin conobbe Erik Salinas, che sarebbe diventato il suo mentore al distretto di polizia di New Orleans. Martin se lo immaginava decisamente diverso, in base a quello che aveva sentito in giro. Il tenente Salinas invece era solo un ragazzo, poteva avere al massimo 30 anni, ma a differenza di Martin sembrava aver trovato già il suo posto nel mondo. Era felicemente sposato, aveva due splendidi bambini e un lavoro che amava e che affrontava con l'entusiasmo del novellino e la professionalità di un veterano. Insomma, la sua esistenza sembrava aver raggiunto già il suo apice e non c'era nulla che potesse chiedere di più dalla vita. Martin in fondo lo invidiava, invidiava quella serenità che contraddistingueva il tenente, ma sapeva che non erano fatti della stessa pasta. La sua anima non avrebbe mai trovato pace. Era un segugio infernale, non si sarebbe mai fermato, avrebbe sempre dato la caccia a qualcosa o qualcuno, ne sentiva il bisogno. Non avrebbe mai immaginato che un giorno anche lui sarebbe diventato una preda.

<div><<Allacci la cintura per favore, stiamo per atterrare>>.</div>

<div>Il volto di Erik Salinas svanì, dando spazio a quello dell'hostess che, con modi gentili, stava preparando i passeggeri all'atterraggio, erano arrivati a New Orleans.</div>

<div><<Non fare cazzate!!>> furono le ultime parole che il Capitano Kendall gli disse dopo avergli riferito l'intenzione di prendere alcuni giorni di ferie. Martin sorrise e una volta ritirato il trolley, uscì fuori dall'Aeroporto Internazionale Louis Armstrong.</div>

<div>Una Volvo V60 bianca suonò il clacson, Martin fece segno di aver capito e si avviò verso l'auto, parcheggiata dall'altra parte della strada. L'uomo al volante scese e attese, sorridendo, il detective arrivato da New York.</div>

<div><<Erik>> esordì Martin, abbracciando il Capitano Salinas.</div>

<div><<Martin>> disse, in sincrono, l'ufficiale di New Orleans.</div>

<div>I secondi che passarono tra l'abbraccio ed il guardarsi negli occhi sembrarono ore, utili ad entrambi a ricollegare un contatto interrotto tanti anni prima.</div>

<div><<Quanto tempo...>> disse, serio, Salinas.</div>

<div><<Tanto..., troppo direi..., ma dopo quel che successe in quel periodo, nessun tempo riuscirebbe a cancellare il dolore nel quale finimmo con la mia famiglia>> e quando Martin finì la frase, abbassò la testa, lasciando alle lacrime la libertà di scendergli sulle guance, rigando un viso stanco e rugoso, reso ancor più malinconico da una barba incolta da più di una settimana.</div>

<div>Salinas diede all'amico il tempo di recuperare un presente che stava rischiando di restare intrappolato in un passato che, purtroppo, conoscva molto bene. La guerra ingaggiata con i vertici di Labyrinth aveva reso uomini sia Erik che Martin, ma a quale prezzo. Salinas non avrebbe mai più dimenticato gli occhi svuotati del suo collega, quando dovette seppellire per sempre le ragioni che avevano dato un senso alla sua vita, sua moglie Rachel e sua figlia Leila.</div>

<div><<Andiamo, ci stanno aspettando al Distretto, nel frattempo mi spieghi meglio il motivo di questa visita>> disse Erik, mettendo in moto la sua Volvo e avviandosi verso il centro città.</div>

<div><<Il Labyrinth è tornato!!! Come già sai, il cadavere della figlia del vostro Procuratore Distrettuale è stato trovato in un parco di New York, dove spesso faccio jogging e la decisione di far seguire a voi il caso mi ha costretto a ritornare nel posto che, più di altri, avrei voluto dimenticare, l'invito che il Labyrinth mi ha fatto ha un solo significato, vendetta!!! Qualcuno vuole chiudere i conti con me, per sempre>>, concludendo la frase, Martin, stette qualche secondo in silenzio, dando al collega l tempo di realizzare che la sua permanenza sarebbe terminata con la totale sconfitta dell'organizzazione votata al male, oppure, con la sua morte.</div>

<div><<Non sei solo!!!>> e così dicendo, Erik, fece capire all'amico di aver compreso le sue intenzioni.</div>

<div>La Volvo bianca aveva già percorso circa un chilometro dall'aeroporto e un Land Rover verde petrolio la seguiva a distanza. All'interno del fuoristrada, un uomo, con un labirinto tatuato sul polso della mano destra, prese il suo cellulare e premette l'invio di chiamata, una volta trovato il numero in rubrica.</div>

<<Li sto seguendo>> disse l'uomo alla guida, dopo aver ricevuto il pronto dall'altro interlocutore.

New Orleans - 29 agosto 2005

Con Rachel le cose andavano bene. Dapprima avevano iniziato a vedersi regolarmente e ora ogni tanto lei passava la notte da lui. Dopo la chiusura del District era rimasta senza lavoro, per cui in questo periodo si sentiva molto vulnerabile e Martin cercava di non farle mancare nulla. Passavano ore e ore a parlare. Entrambi si erano inconsapevolmente cercati per tutti quegli anni prima di incontrarsi e ora dovevano recuperare il tempo perduto. Sapevano di essere fatti per stare insieme.

Al lavoro le cose si erano un tantino incasinate, per usare un eufemismo. Dopo la retata al District, che portò all'arresto di una ventina di persone tra gangster, prostitute e spacciatori, nella città si era dilagata un'ondata di violenza che non lasciava un attimo di sosta. Sembrava fosse scoppiata una bomba. Nel giro di poche settimane si erano verificati 11 casi di omicidio, alcuni con modalità decisamente cruenti e, la cosa più macabra, era che sembravano tutti collegati, come se dietro ci fosse un disegno comune, una sola folle mente.

Dopo giorni di indagini e notti insonni, Martin riusci a scoprire insieme a Salinas, che dietro gli omicidi c'era un'organizzazione segreta che si faceva chiamare "Labyrinth". In seguito a questa scoperta venne convocata una riunione di emergenza nell'ufficio del capo del dipartimento, Jim Sauness.

- Si facciano avanti l'agente Martin Drecoll e il tenente Erik Salinas.

Silenzio tombale. I passi dei due amici riecheggiarono nella stanza dove si riusciva a sentire solo il pesante respiro di Sauness.

- Sembra che voi due siate una bella squadra. Fateci un bel resoconto di quello che avete scoperto sui recenti casi di omicidio.

Cosi Erik iniziò a raccontare delle ricerche incrociate nei database della centrale, degli appostamenti a notte fonda e degli interrogatori nei locali notturni più squallidi di New Orleans. Tutto mentre il capo del dipartimento lo fissava con aria attenta e meditabonda. Una volta terminato il racconto seguirono dei secondi di interminabile silenzio. Poi Sauness prese la sua incontestabile decisione.

- Ottimo lavoro tenente Salinas. Ora, quello che ci serve è che lei riesca ad infiltrarsi in questa organizzazione di pazzi in modo da scoprire più dettagli possibili e fornirci le prove per incastrarli.

Il viso di Erik cambiò colore. Martin pensò immediatamente alla famiglia del suo amico e collega: la giovane moglie e i due bambini che anche quella sera l'avrebbero aspettato per cena. Non poteva permettere che il suo unico amico rischiasse la vita. Un tempo avrebbe pensato che lui non aveva niente da perdere, adesso invece c'era Rachel. Ma non era la stessa cosa. Erik aveva dei figli.

- Capo, vorrei propormi come infiltrato per l'operazione Labyrinth al posto del mio collega. - disse Martin facendo coraggiosamente un passo avanti.

Tutti rimasero di stucco, soprattutto Salinas. Nessuno aveva mai osato contraddire Jim Sauness. - La riunione è conclusa. - disse il capo del dipartimento, non lasciando spazio ad altre contestazioni.

Erik e Martin si guardarono sapendo che quello poteva essere una sorta di addio. Una volta infiltrato nell'organizzazione il tenente non avrebbe più potuto avere rapporti con il distretto, se non con i vertici, e in più, Martin sapeva che il suo amico sarebbe diventato una persona diversa. Il suo animo puro e sincero si sarebbe contaminato a contatto con il male perpetrato dal Labyrinth, immerso nella corruzione e nella violenza.

Quella notte l'uragano Katrina si abbattè sulla città. Gli argini del Mississippi strariparono e New Orleans venne inondata. Una devastazione che provocò migliaia di vittime. Al notiziario una giovane e carina giornalista fingeva preoccupazione per quanto stava accadendo e diceva che nei prossimi due giorni le condizioni climatiche sarebbero peggiorate ulteriormente, per cui, quello era l'ultimo momento utile per lasciare la città, poi non sarebbe più stato possibile.

Martin pensò che quell'uragano doveva essere un castigo divino per l'abisso di depravazione e violenza in cui era sprofondata la città. Chiamò immediatamente Rachel e si diedero appuntamento alla stazione ferroviaria principale, la Union Passenger Terminal. Solitamente preferivano usare la metro ma la linea St.Charles era stata gravemente danneggiata dall'uragano ed era inagibile.

Fece i bagagli in fretta e furia pensando a come in pochi mesi quella magica città gli avesse cambiato la vita, forse per sempre. Gli aveva dato tanto, soprattutto lì aveva trovato l'amore, e ora lui la stava abbandonando nel momento in cui lei sembrava avere più bisogno di aiuto. Martin sentì una fitta al cuore, come se stesse tradendo New Orleans. Giurò a se stesso che un giorno sarebbe tornato, per farsi perdonare.

La pioggia cadeva pesantemente sul cappotto del giovane agente e il vento possente sembrava volesse spezzare le porte della stazione e staccare da terra le panchine. Erano le 2 di notte e, stranamente, la stazione era più che affollata. A quanto pare erano in molti ad aver preso la stessa decisione: abbandonare New Orleans. Martin cercava con lo sguardo Rachel ma non riusciva a trovarla. Poi decise di salire sul treno per controllare se non fosse già all'interno di qualche vagone. La trovò assorta, seduta vicino al finestrino, che guardava fuori, con lo sguardo perso. Si precipitò verso di lei e la strinse forte tra le braccia fino a quando ad entrambi non mancò il respiro.

- Hey, non cosi forte! - protestò la ragazza.

- Volevi partire senza di me?

- Mai. Ho preso i posti per tutti e due. Non so se te ne sei accorto ma fuori c'è un po' di gente in cerca di biglietti.

- Hai ragione, scusami. E' che ero molto preoccupato per te.

- Beh, da oggi in poi avrai un altro motivo per esserlo - disse con un sorrisetto misterioso.

- Che vuoi dire?

- Sono incinta.

L'immagine di Rachel si dissolveva insieme al grande edificio che ospitava la Ferrovia New Orleans Union Passenger Terminal, una volta che l'oltrepassarono per dirigersi al centro città, dove era situato il piccolo distretto con a capo Salinas.

- Il tuo silenzio sembra che custodisca molti segreti, amico mio - disse Erik, rivolgendosi al suo compagno di viaggio.

- E' un silenzio che cerca di soffocare un dolore mai placato nonostante siano trascorsi molti anni....Il tempo, spesso ci cambia, come è cambiata, del resto, anche New Orleans dopo l'uragano Katrina e probabilmente sarà proprio la nuova città ad aiutarmi a rinascere, perchè è di questo che ho bisogno. Vivere a New York mi ha reso solo un burattino nelle mani di una delle città più tentacolari del mondo, è tempo di liberare la mia anima che, da troppo tempo,cammina nel buio.- Quando Martin concluse la frase, Erik riuscì a scorgere un lucido velo intorno agli occhi dell'amico, pronto a rompere gli argini.

- Hai ragione, New Orleans è cambiata e noi con lei. Si vive giorno per giorno cercando di non dare troppa importanza al futuro ma da quando sono diventato Capitano ho cominciato a subire il peso della responsabilità, non solo verso la mia famiglia ma anche nei confronti degli uomini al mio distretto.

Ho due Tenenti con me, il veterano Bill Forsyth, 44 anni, sposato con Carol, avvocato e padre di Sybil, figlia adolescente, e poi, da circa tre anni, è arrivata Lindsay Cameron, 34 anni, divorziata senza figli con la passione per l'antropologia forense, i tre agenti che completano la squadra sanno farsi valere; Doug Smith, 30 anni, esperto informatico, Steve Molinas, 29 anni, con il pregio di essersi defilato da una famiglia di contrabbandieri e, infine, Richard Falco, 29 anni, di origini italiane e con il pallino delle belle donne, è molto affidabile nei conflitti a fuoco, ci sa fare con le armi e sa come coprirti le spalle...- Erik fu interrotto da Martin quando gli chiese cosa avrebbe detto loro riguardo alla sua presenza a New Orleans.

- Sei un vecchio amico con alcuni giorni di ferie....., una rimpatriata tra colleghi - rispose Salinas, strizzando l'occhio destro e, segnalando la svolta a sinistra, azionò la leva dell'indicatore di direzione, dirigendosi verso lo spazio contrassegnato come posto riservato. La Volvo parcheggiò difronte ad un piccolo edificio a due piani, color arancio e con delle imposte color giallo.

- Siamo arrivati - continuò Salinas, tirando la leva del freno a mano. I due aprirono le portiere simultaneamente e si avviarono verso il portone a vetro, traslucido, posizionato al centro del distretto.

Quando entrarono, Martin non passò inosservato.

Il primo a guardarlo negli occhi fu Bill, che non rispose al sorriso di circostanza dell'agente di New York. Quest'ultimo si limitò ad un saluto generale pronunciando il suo nome e cognome ed Erik aggiunse la frase stabilita poco prima, in macchina. Steve, Richard e Doug risposero al saluto ricambiando il sorriso, Lindsay, intanto, era al telefono e una volta riattaccato si alzò e, seria, si avvicinò al suo Capitano.

- Hanno trovato un'altra ragazza morta, capo, prendo Steve e mi reco subito sul posto - disse il Tenente Cameron, prendendo la pistola dal cassetto della sua scrivania e mettendosela nella fondina posizionata sotto l'ascella sinistra. Uscendo, accennò un saluto veloce al nuovo ospite del distretto.

- Ho la sensazione che il Labyrinth ti abbia preparato un comitato di benvenuto, ma spero che non sia così, per te e, soprattutto per me.- Così dicendo, Erik chiese a Martin di seguirlo nel suo ufficio.

Atlanta - 13 aprile 2006

Rachel era sotto la doccia. I vetri appannati del separè permettevano di intravederne il profilo, che ormai ad un mese dal parto, stava tornando ad assumere una forma praticamente perfetta. La piccola dormiva serenamente nella sua culla color ciliegio. L'avevano chiamata Leila, da un'espressione araba che significa "la bella dagli occhi color della notte." Mentre la osservava, Martin pensò che il nome l'avevano davvero azzeccato. Innanzitutto perchè era bellissima, la bambina più bella che avesse mai visto, e poi perchè aveva occhi e capelli molto scuri a dispetto della carnagione bianca come la neve. Era una bambina molto tranquilla, non piangeva praticamente mai e quando Martin tornava a casa stanco dopo un'intensa giornata di lavoro, bastava un suo piccolo sorriso per scacciare via tutto il malessere.

Si erano trasferiti ad Atlanta, come tante altre persone in fuga da New Orleans, da diversi mesi ormai e, dopo un iniziale e scontato periodo di difficile ambientamento, le cose stavano iniziando ad andare per il verso giusto. Martin aveva da poco ricevuto una promozione nel nuovo distretto e, anche se non aveva nessuna intenzione di stringere nuove amicizie, non disdegnava l'ambiente di lavoro nè i nuovi colleghi che gli sembravano molto professionali. Rachel lavorava come cameriera in un ristorante di lusso all'interno dell'Hartsfied-Jackson International Airport, il principale aeroporto della città. Aveva insistito per continuare a lavorare anche durante gran parte del periodo della gravidanza e Martin acconsenti, in parte perchè economicamente non se la passavano bene e avevano bisogno di un'altra entrata, e in parte perchè in fondo sapeva che non sarebbe mai riuscito a farle cambiare idea. Quando si metteva in testa qualcosa era praticamente impossibile dissuaderla.

Guardò l'orologio, che segnava le 8:14. Tra poco sarebbe dovuto andare a lavoro. Stavano dando la caccia a degli spacciatori di crack e ormai li avevano in pugno. Forse quella era la giornata giusta per prenderli. Il suono del campanello fece svegliare la piccola Leila che guardò immediatamente il padre con uno sguardo interrogativo, come a chiedere chi potesse mai essere.

- Tesoro, aspettiamo qualcuno? - chiese Martin.

- Noi non aspettiamo mai nessuno - rispose Rachel da sotto la doccia.

Era vero. Non avevano stretto amicizie ad Atlanta e di conseguenza non avevano ancora avuto ospiti nella nuova casa. Martin andò ad aprire la porta pensando che potesse essere il postino. Si ritrovò di fronte invece un ragazzino asiatico con la faccia piena di piercing e un'espressione dubbiosa sul volto, come se lo stesso esaminando.

- E' lei l'agente Drecoll?

- Detective Drecoll. E tu chi sei?

- Un suo vecchio amico di New Orleans le manda questa.

Il giovane messaggero porse a Martin un'anonima busta gialla, molto sottile. Poteva contenere al massimo una lettera o poco altro. Poi, fece per andarsene.

- Hey aspetta. Chi la manda?

- Ha detto che lei avrebbe capito. Addio detective - disse senza voltarsi.

Martin continuava a fissare la busta indeciso sul da farsi. Il mittente si era firmato semplicemente come "un suo vecchio amico di New Orleans". Pensò immediatamente ad Erik Salinas.

Apri lentamente la busta. All'interno c'era solo una fotografia. Nessuna lettera, nessun biglietto. Nella foto era stato immortalato un signore sui 60 anni, alto, robusto e praticamente quasi calvo. Era all'interno di un auto e si guardava intorno con aria sospettosa. Martin girò la foto per controllare se vi fosse riportata la data o qualche indizio.

C'era solo una scritta: "Chiedi a Rachel."

<<Adesso che è qui, come hai intenzione di agire?>> domandò l'uomo in piedi, difronte ad una massiccia scrivania di ciliegio oltre la quale era seduto, su una poltrona di pelle nera con lo schienale alto, il suo interlocutore.

<<Giocheremo con lui come fa il gatto col topo, la sua sete di vendetta è direttamente proporzionale alla nostra rinascita, l'unica differenza, questa volta, che dal labirinto ne uscirà morto. Abbiamo posizionato pedine insospettabili che ci garantiranno un costante monitoraggio dei movimenti di Drecoll e quando sarà il momento lo voglio vedere in faccia, chiarendogli, una volta per tutte, che niente e nessuno può più fermarci. Gli errori del passato ci hanno sicuramente indeboliti, ma non sconfitti, piuttosto fortificati a dispetto delle mele marce presenti tra le nostre file in quel periodo e deve diventare da esempio quello che successe ad Axel Moore, l'aver tradito Labyrinth lo condannò ad una privazione molto dolorosa, quella delle persone a lui più care, sua figlia Rachel e sua nipote Leila>> e concludendo, l'uomo si alzò e prima di congedare colui che lo aveva ascoltato con molta attenzione, prese le foto di Martin e di Axel e, dandogli fuoco con un accendino Zippo argentato con su impresso il simbolo di un labirinto, divennero cenere fumante adagiata nel grande posacenere nero al centro dell'imponente scrivania.

L'ufficio di Salinas era piccolo ma non per la mancanza di spazio all'interno del distretto, ma per una sua personale convinzione che un uomo di legge poco tempo doveva dedicare allo stazionamento difronte ad una scrivania e molte ore, invece, alla difesa del territorio, motivo per il quale era pagato.

Niente era personalizzato, sia la scrivania, color wenge, che le due sedie con la sua poltrona in finta pelle chiara, erano stati comprati in serie nei discount di arredamenti presenti in città, tutti i distretti sparsi sul territorio erano stati arredati allo stesso modo, persino i pochi quadri, raffiguranti foto vintage di New Orleans, erano posizionati su delle pareti grigio chiaro.

L'unica nota personale era rappresentata da una piccola cornice d'argento posata sul tavolo, nella quale era collocata una foto dove, come soggetto, posavano sorridenti una donna mora sulla quarantina con un ragazzo ed una ragazza, non più bambini, che l'abbracciavano. Martin riconobbe Nicole con Jason e Julia, rispettivamente, moglie e figli di Salinas.

<<Come stanno?>> chiese Drecoll, indicando con gli occhi, la preziosa portafoto immersa tra le tante cartelline colorate poste sulla scrivania.

<<Non male..., Nicole al momento ha sospeso la collaborazione con lo studio legale dove lavorava, il Bright L. & K. Law Firm, aveva bisogno di ripulirsi la coscenza, ha detto; Jason ha appena compiuto 18 anni e suona il sassofono jazz al Nocca ( the New Orleans Center for Crative Arts) e Julia, 19 anni, gioca al volleyball nell'istituto De La Salle High School.....>> e mentre Erik descriveva con orgoglio le attività dei propri figli, la telefonata del tenente Cameron gli spazzava via la serenità che il dialogo con Martin gli stava regalando.

<<C'è un altro tatuaggio, capo, e credo di aver riconosciuto la vittima, si tratta di Victoria Percival, figlia maggiore del Prof. Aron Percival dell'istituto De La Salle High School e compagna di squadra di Julia, tua figlia!!!>> Lindsay ottenne come risposta un " arrivo subito" da un concitato Salinas, che, dopo aver ottenuto l'indirizzo del luogo del delitto, aveva chiuso la comunicazione, trascinando con se l'amico di New York.

<<Porca puttana!!!>> gridò Bill Forsyth, il tenente sbattè forte il pugno sulla sua scrivania facendo sussultare l'agente Richard Falco che era seduto alla scrivania centrale, intento a digitare sulla tastiera del suo Acer.

<<Che cos'hai?!?>> domandò il collega, sospendendo quello che stava facendo.

<<Dovevamo andare noi, sono io il responsabile dell'unità omicidi e quel Drecoll non mi piace per niente, è spuntato qui all'improvviso nel bel mezzo di un'operazione che sto seguendo dall'inizio, da quando abbiamo trovato la prima vittima, la figlia del farmacista.....>> il tenente fu interrotto dallo squillo del suo telefonino, osservò il numero apparso sul display e, allontanandosi dal collega al computer, andò a rispondere in un'altra stanza con un tono abbastanza basso in modo tale da non essere ascoltato.

Quando Erik e Martin erano usciti dalla stanza, avevano trovato Bill quasi a ridosso della porta del Capitano, rischiando di sbattergliela in faccia e dopo qualche secondo, tempo in cui il tenente di New Orleans ed il Detective di New York, si guardarono negli occhi, Salinas riferì che stavano raggiungendo Lindsay. La Volvo bianca era partita sgommando con sirena e lampeggiante acceso.

L'agente Falco terminò di digitare sulla tastiera e una volta premuto il tasto d'invio apparve un'immagine, era la foto di Martin con affianco una donna con una bambina in braccio, l'osservò ingrandendola e subito dopo, accertandosi che il tenente fosse ancora nell'altra stanza al telefonino, premette il tasto di stampa e dopo qualche secondo uscì il foglio A4 con impressa la famiglia Drecoll, immortalata ad Atlanta.

Atlanta - 4 Maggio 2006

Era passato quasi un mese da quando Martin aveva ricevuto quella foto e ancora non era riuscito ad affrontare l'argomento con Rachel. Si ritrovava in una situazione di stallo che lo stava facendo impazzire. Fin quando non le avesse chiesto chiarimenti ogni ipotesi sarebbe rimasta plausibile e nulla da escludere. Il dubbio lo stava tormentando. Lei era coinvolta? Perchè mai Salinas, infiltrato in un'organizzazione criminale a New Orleans, doveva essersi interessato al passato di Rachel? Era una situazione paradossale, un po' come quella del gatto di Schrodinger: un gatto è rinchiuso in una scatola con una minuscola quantità di sostanza radioattiva. Fin quando qualcuno non si decide ad aprire la scatola il gatto potrà essere (paradossalmente) sia vivo che morto. Il seme del dubbio era stato seminato nella mente di Martin, e sarebbe bastato per farlo impazzire di li a poco, se non avesse aperto la scatola per conoscere la sorte del povero gatto.

Decise di sfruttare l'onda di quel momento, in cui si sentiva abbastanza sicuro sul da farsi. Forse, più tardi, avrebbe perso il coraggio e rimandato per l'ennesima volta. Rachel era seduta sul letto e stava allattando la piccola Leila. Era una scena di una dolcezza unica, gli sembrò di osservare un dipinto. Pensò che anche facendo le migliori ipotesi, non aveva mai auspicato di poter essere tanto felice nella sua vita. Sentì che il cuore poteva scoppiargli da un momento all'altro, gravido di gioia, come se non potesse tollerare tanta felicità. Stava quasi per irrompere in camera da letto, ma poi si fermò di colpo. Un'idea, un vago sospetto, uno sgradevole pensiero lo fece arrestare. In quel momento pensò che una volta affrontata la questione con Rachel niente sarebbe stato più come prima. Forse quella meravigliosa felicità, raggiunta in modo cosi semplice, si sarebbe rivelata drammaticamente effimera. Forse Martin aveva raggiunto la vetta, il punto più alto nella vita di un uomo e, dall'alto, potava solo precipitare. Consapevole di tutto ciò, aspettò che Rachel adagiasse la piccola nella culla e, preso coraggio, le mostrò la foto incriminata, senza aggiungere altro. Istantaneamente l'espressione di gioia presente sul suo volto mutò prima in stupore, poi in tristezza.

- Come l'hai avuta? - chiese, prendendo la foto tra le mani e fissandola con molta attenzione come se non ne avesse mai vista una in vita sua.

- Salinas. Me l'ha fatta recapitare lui. Rachel, ti prego, dimmi se sei coinvolta in questa storia. - disse Martin, sputando tutto d'un fiato quelle parole che fino a pochi secondi fa gli sembravano inpronunciabili.

- No. Io non c'entro nulla con le indagini di Erik.

- E allora perchè lui dice di chiedere a te? Guarda qui, sul retro. E chi è l'uomo nella foto?

- Tesoro - disse lei, sedendosi - scusami se non ti ho mai parlato di questo. Giuro che è l'unico segreto che ho.

- Non fa niente. Ma adesso, spiegami per favore. Devo capire se siamo in pericolo.

- L'uomo nella foto è mio padre. Non ti ho mai parlato di lui. Era davvero un buon uomo ma da un giorno all'altro cambiò completamente. Diventò scontroso e intrattabile. A casa si respirava un'aria pesante visto che eravamo solo io e lui e ben presto la situazione divenne insostenibile. Un giorno, sbirciando di nascosto nel suo ufficio, scoprii che era entrato a far parte di una sorta di organizzazione segreta per uomini potenti e corrotti. Avevo solo 16 anni. Ne rimasi sconvolta. Cosi presi le mie cose e scappai di casa. Non lo rividi più. Non so nemmeno se sia vivo o morto.

- Amore mi dispiace tanto. Non so cosa dire.

- Devi contattare Erik - disse Rachel, alzando lo sguardo, con una lucidità che quasi spaventò Martin. La sua voce era diventata improvvisamente ferma e decisa. - Questi tizi sono pericolosi, sono dei pazzi criminali. Non possiamo permettere che accada qualcosa alla bambina.

Rachel aveva ragione, come sempre, e Martin lo sapeva. Le diede un bacio sulla fronte, prese la pistola d'ordinanza, e si diresse verso l'ignoto, verso tutto ciò che l'avrebbe aspettato da oggi in poi fuori da quella porta, forse, il baratro.

Quando la Volvo arrivò al civico 123 di Bourbon Street, Martin si irrigidì, si trovavano nel quartiere Storyville District proprio difronte all'edificio dove, molti anni prima, era collocato il locale nel quale aveva conosciuto Rachel, il bar "The District".

Erik salutò l'agente Steve Molinas, il quale riferì che Lindsay si trovava nel vicolo, accanto al cadavere di Victoria, insieme agli uomini della scientifica ed al medico legale.

Drecoll non seguì subito il collega, il tempo sembrò fermarsi e i ricordi lo raggiunsero con velocità e con violenza, lasciandolo stordito, il dolore non aveva mai abbandonato il suo cuore, complice un'anima ormai spenta e poco proiettata verso un risveglio emozionale.

<<Martin!....Sei con noi?>> La voce di Salinas lo riportò ad un presente non tanto diverso dall'incubo che aveva appena rivissuto.

<<Arrivo subito>> rispose Martin, dirigendosi verso la scena del crimine.

<<Che ci fa lui quì>> chiese, nervosa, Lindsay.

<<Poi ti spiego>> rispose, secco, Erik e si avvicinò con il suo ospite agli agenti che stavano fotografando il corpo senza vita di una ragazza giovanissima, con il solo errore di aver tatuato sul dorso della mano sinistra un piccolo labirinto.

<<La ragazza non è morta qui!>> La frase secca e sicura, permise a Martin e ad Erik, uno sguardo d'intesa reso ancora più intenso quando il coroner concluse la sua diagnosi, aggiungendo che la morte per soffocamento causata da una busta di plastica intorno al collo, probabilmente in seguito ad un gioco erotico, avrebbe provocato alla vittima uno spasmo tale da muovere sia gli arti superiori che quelli inferiori in modo convulso e volento nella vana speranza di liberarsi dalla presa mortale, ma essendo la ragazza scalza e priva di escoriazioni nonostante un cemento vecchio e molto scheggiato come quello del vialetto, la possibilità di uno spostamento del cadavere restava la più concreta, anche se strana, ipotesi.

Una volta terminate le procedure, sia la scientifica che il medico legale se ne andarono promettendo ad Erik un rapporto dettagliato per il giorno successivo.

Rimasero in quattro e tutti immersi nel proprio silenzio, osservavano come ipnotizzati la linea bianca che, delimitando, ricordava ad ognuno la sagoma della povera Victoria Percival.

Fu Steve il primo ad andarsene dicendo agli altri che aveva un impegno importante e che in serata li avrebbe raggiunti al distretto.

Erik non ebbe il tempo di obiettare poichè fu chiamato al telefonino e spiegò che, Nicole, sua moglie gli chiedeva di raggiungerlo al più presto ma prima di andare via chiese a Lindsay se poteva accompagnare Martin al New Orleans Marriot Hotel.

<<Io non ti piaccio, vero?>> Domandò Martin, una volta saliti sulla Mazda CX-5 nera del tenente Cameron.

<<Non mi piacciono gli sconosciuti!>> Rispose Lindsay, agganciandosi la cintura di sicurezza.

<<Martin Drecoll, Detective di New York e amico e collega del Capitano Salinas, sono qui in ferie ma sfortunatamente Erik è in servizio e il delitto di oggi lo terrà molto occupato per i prossimi giorni>> e mentre l'uomo parlava, allungò la sua mano destra, aperta in segno di cortesia, cercando quella della sua interlocutrice.

<<Lindsay Cameron, Tenente di polizia a New Orleans e amica di Nicole, la moglie di Erik>> e presentandosi, la donna ricambiò il gesto del collega, stringendogli la mano, ancora in attesa. Un sorriso inaspettato regalò ai volti di entrambi una piacevole espressione serena che spazzò via la cupidigia che li aveva intrappolati durante tutta la mattinata.

<<Bene, adesso che non siamo più sconosciuti puoi indicarmi un locale dove mangiare qualcosa di buono? Molto tempo fa frequentavo il Cochon, esiste acora?>> chiese Martin.

<<Certo! Cucinano il miglior maiale speziato nei suoi molteplici tagli e la loro cucina rustica soddisfa ogni tipo di palato e gusto>> rispose Lindsay che, ingoiando, non riuscì a nascondere un evidente languore di stomaco, dettato dal fatto che erano passate già da molto le h 14:00.

<<Ti secca se ti invito a pranzo?>> Domandò, timido, Martin.

<<Mmm....perchè no, comunque ognuno paga per se!>> Rispose Lindsay e, segnalando con l'indicatore di direzione acceso, girò a sinistra, direzione Cochon Restaurant, al civico 930 di Tchoupitoulas Street.

........

<<Sono solamente in due>> disse l'uomo al telefono, attendendo nuovi ordini dall'altro capo della comunicazione.

<<Il signor Drecoll dovrà vivere le emozioni che chiunque vivrebbe all'interno di un labirinto ossia la consapevolezza del perdersi e del ritrovarsi. Lo renderemo vulnerabile fino a quando l'angoscia di non ritrovare più l'uscita s'impossesserà di lui, annientandolo definitamente. E' in quel preciso istante che entrerai in gioco tu, eliminandolo.

Atlanta - 11 Gennaio 2007

Il cappuccino si era ormai raffreddato, e Martin lo osservava con aria sbadata, mescolandolo di tanto in tanto col cucchiaino, ma si vedeva lontano un miglio che ormai non aveva più intenzione di berlo. Sembrava un gatto che gioca con un topo, dopo averlo ucciso, e non sapendo più cosa farne. Era seduto in quel bar ormai da più di un'ora, a leggere i vari quotidiani nazionali. Lo faceva praticamente ogni giorno, sperando di trovare qualche notizia sul famoso Labyrinth che ormai stava tenendo sotto scacco tutta la costa orientale degli Stati Uniti. Sperava di trovare una notizia in particolare, quella che ne annunciava l'arresto di tutti i componenti.

Nei mesi passati Martin aveva provato a contattare Salinas in tutti i modi possibili, ma non c'era riuscito. Era andato a New Orleans, a cercarlo per le strade, poi al distretto, dove gli avevano caparbiamente negato ogni tipo di informazione. Martin in realtà sapeva che era praticamente impossibile rintracciare un agente sotto copertura, ma ci aveva provato lo stesso, lo doveva a Rachel, non poteva deluderla. Una volta che fu chiaro come il sole che non sarebbe mai riuscito a trovare il suo vecchio e caro amico Martin non potè fare altro che rassegnarsi, e cedere alla sensazione che odiava di più: l'autocommiserazione.

Prima di uscire di casa aveva visto le previsioni del meteo, che annunciavano pioggia e grandinate, ma, almeno per ora, sembravano aver toppato alla grande. Era una bella e soleggiata giornata, quasi primaverile. C'erano ragazzi addirittura a maniche corte, e gente che faceva jogging sulle strade. Un clima davvero anomalo per Atlanta in quella stagione. Martin pensò che quel clima cosi mite avrebbe dovuto metterlo di buon umore e invece non faceva altro che rendergli ancora più evidente il suo malessere, facendolo riemergere in superficie, e manifestando il suo cozzare con i benevoli agenti atmosferici.

Stava per infilarsi in auto e tornarsene al distretto quando sentì i passi e il respiro affannato di un uomo alle sue spalle che gli correva incontro. Martin mise la mano nella tasca della giacca, dove teneva la pistola, e fece per girarsi. L'uomo mise immediatamente le mani in alto per annunciare che non aveva cattive intenzioni. Era il cameriere del bar.

- Detective - disse, appogiandosi ad un lampione, e cercando di recuperare il fiato - mi scusi. Dovrebbe tornare al bar. C'è una persona che la cerca. Ha detto che è urgente.

Il povero ragazzo riusciva a pronunciare solo frasi molto brevi. La corsa doveva averlo provato seriamente.

- Una persona? - chiese Martin. - Che tipo di persona?

- Non saprei. E' al telefono.

Erik.

I due si avviarono verso il bar, senza pronunciare altre parole. Martin perchè era concentrato su quello che avrebbe dovuto dire al suo amico, e il cameriere, beh, perchè era sfinito.

- Detective Drecoll - disse Martin sollevando l'apparecchio, - con chi parlo?

- Sono io. - Erik non pronunciò il suo nome ma non ce n'era bisogno. Martin avrebbe riconosciuto la sua voce tra migliaia. E poi nessun altro aveva una tale confidenza con lui da potersi annunciare in quel modo.

- Ti stavo cercando da mesi. Ormai ci avevo perso le speranze. Come stai?

- Me la cavo.

- Ho parlato con Rachel di...

- Non fare il suo nome qui.

- Hai ragione. Comunque mi ha raccontato tutto. Lei pensa che possiamo essere in pericolo. E' cosi?

- Beh, prima non lo eravate.

- E adesso?

- E' successa una cosa. - Passò qualche secondo in cui nessuno dei due sembrava trovare la forza di parlare. Poi Erik trasse un profondo sospiro e proseguì. - L'uomo della foto è sparito. Non riusciamo più a trovarlo. Come ricorderai bene in questa società ci sono delle regole precise. Quella principale è che una volta entrati non se ne può più uscire. - Altro silenzio...

- Ci sei?

- Si.

- Sai cosa significa vero? - Martin non rispose ma Erik immaginò che il suo amico stesse annuendo dall'altra parte del filo, per cui continuò.

- Se la prenderanno con le persone più vicine a lui. E sai chi sono.

- Cosa devo fare?

- Non lasciare Atlanta, è pericoloso, e non pensare minimamente di venire qui a New Orleans come hai fatto qualche mese fa. - Lui lo sapeva. Forse l'aveva anche visto. - Devi licenziarti dal distretto. Dovete cambiare lavoro entrambi e ovviamente cambiare residenza. Dovete far perdere le vostre tracce, ma senza decisioni eclatanti, come quella di cambiare stato. In tal caso vi rintraccerebbero.

- E' una situazione di merda. Non potrò resistere a lungo. Non riesco a sentirmi braccato, col fiato sul collo, senza reagire. Non so stare in una scatola come un topo, dovresti saperlo.

- Lo so bene, credimi. Ma, fidati di me. E' solo per un po' di tempo. Sono sulla strada giusta per sgominare questa organizzazione di malati mentali.

- Va bene, hai ragione. Farò come hai detto. - Martin stava già per riagganciare quando...

- Ah, un'ultima cosa. Ovviamente non potete portare la piccola con voi.

I brutti ricordi non fanno bene ad un animo inquieto e senza nessuna eccezione, soprattutto per Martin che, nel frattempo, era seduto ad un tavolo apparecchiato per due, vicino all'ampia finestra che regalava un bellissimo panorama sul Mississippi.

Lindsay notò l'assenza temporanea del collega e non disse nulla, "ognuno è libero di viaggiare con la mente", pensò, augurandosi però che fosse stato piacevole, in fondo non sapeva niente del Detective Martin Drecoll.

Le note di un sax, scandivano una piacevole melodia jazz, avvolgendo gli ospiti del Cochon Restaurant e il cameriere aveva appena servito le costine di maiale con pickle anguria accompagnate da un'insalata di cetrioli ed erbe in aceto.

<<Avevi ragione, è molto migliorato da quando lo frequentavo anni fa>> e intanto che parlava, Martin alzò, all'altezza del suo viso, il calice con dentro un vino rosso consigliato, uno Chateau D'Arvigny del 2010 e attese che Lindsay facesse lo stesso.

Lo fece e, sfiorando il bicchiere del collega, brindò al ritorno del figliol prodigo, così aveva scherzosamente definito l'uomo che era seduto difronte a lei.

Martin, in macchina, le aveva parlato della sua prima esperienza come agente nella Louisiana e di come finì al distretto di New York. Aveva, momentaneamente, omesso la parentesi Rachel, preferì rimandare per parlarne poi con Erik, le indagini avrebbero potuto subire delle ripercussioni, sicuramente non facili da spiegare.

Lindsay aveva accennato al suo divorzio ma entrambi, volutamente, diedero poco spazio alla loro vita privata per focalizzarsi maggiormente sulla morte violenta della ragazza e di quelle che l'avevano preceduta.

<<Sembra una firma>> disse la donna, quasi assorta.

<<A cosa ti riferisci?>> domandò, sembrando vago, l'uomo difronte.

<<Sai benissimo a cosa mi riferisco e se credi di prendermi in giro, convinto che l'amicizia con Erik avalli il tuo atteggiamento omertoso, ti sbagli di grosso! I miei gradi li ho conquistati sul campo, con fiuto e perseveranza e tu devi dirmi cosa si nasconde dietro questa scia di morti con il tatuaggio!>> e la frase, nonostante interrogativa, sapeva di imperativo, non lasciava all'interlocutore la possibilità di scegliere cosa rispondere, ma l'obbligo di una risposta esaustiva e poichè aveva fiutato il pericolo, la donna esigeva una spiegazione.

<<Hai ragione>> e la risposta di Martin arrivò dopo qualche secondo di esitazione, il tempo necessario per realizzare che probabilmente poteva fidarsi della collega che aveva davanti.

<<E' una storia che ha radici molto profonde e molto remote, ci ha coinvolti molti anni fa, e le ferite ci hanno lasciato delle cicatrici che non andranno mai più via.....>> gli accadimenti storici di Drecoll furono interrotti dall'arrivo, nel locale, di due uomini che appena entrati sembrava che cercassero proprio loro due, a conferma di ciò passarono in rassegna tutti i volti dei vari clienti del ristorante soffermandosi su quelli dei due agenti.

Soddisfatti della ricerca si sedettero ad un tavolo non molto lontano da quello di Martin e di Lindsay e uno dei due prese il telefonino, digitò il numero e iniziò a parlare, continuando a fissare negli occhi, il Detective di New York.

<<Dobbiamo andare via!>> Disse Martin, esortando la collega.

<<Che succede?>> Domandò, incuriosita, Lindsay.

<<Ti spiegherò strada facendo>> e terminando la frase, Martin si alzò e aspettando la collega, si avviò verso l'uscita, tenendo d'occhio i due minacciosi sconosciuti. Quest'ultimi si alzarono ed uscirono dal ristorante alla ricerca dei due agenti di polizia.

Martin e Lindsay salirono in macchina frettolosamente e agganciandosi la cintura di sicurezza, si diressero verso il distretto, dando molto gas alla Mazda nera.

La mercedes grigia, con a bordo gli inseguitori, sgommò e in pochi istanti aveva nella sua visuale l'auto in corsa del tenente Cameron.

Il traffico intenso sulla statale impediva alla prima auto di seminare la seconda, anzi in più riprese la vettura che inseguiva riusciva ad affiancare quella seguita.

Arrivati all'imbocco del Ponte Manchac, il traffico si presentò più serrato e poco propenso a velocità tali da permettere un ampio distacco tra chi insegue e tra chi fugge. In più occasioni la donna dovette dimostrare di saperci fare alla guida, ben tre furono le auto che dovette evitare scongiurando dei pericolosi tamponamenti, soprattutto quando evitando la terza auto, aveva rischiato di schiantarsi contro il guardrail e finire direttamente nella "Palude dei Fantasmi".

Fu esattamente alla fine del Manchac che la Mercedes riuscì a raggiungere la Mazda, speronandola. Lindsay dovette tenere le braccia molto tese per evitare di perdere il controllo del volante e quindi la stabilità della sua auto in corsa. Quando l'auto dei due sconosciuti stava per assestare il colpo finale, un Hammer di colore giallo spuntò dietro di loro, trascinandoli verso il lato sinistro del ponte. L'impatto con la protezione ai bordi della strada fu devastante, la Mercedes perse l'aderenza con l'asfalto e volava via oltre il ponte, finendo con la parte anteriore nella palude sottostante, scendendo molto velocemente e non permettendo ai due occupanti dell'auto di forzare gli sportelli, bloccati a causa del tuffo nella melma.

La Mazda si fermò ed il primo a scendere fu Martin, si affacciò e vide solo il cofano posteriore della Mercedes che stava sparendo, ormai risucchiata " dai Fantasmi". Avrebbe voluto fermarli vivi e da lì, risalire ai vertici, ma questa intenzione era solo rimandata. Anche Lindsay era scesa e aveva raggiunto il collega, e mentre cercava di fotografare la targa dell'auto inghiottita, l'Hammer giallo sfrecciò davanti ai due agenti.

<<Non è possibile!!!>> Esclamò, Martin, dopo aver guardato all'interno dell'enorme fuoristrada.

<<Conosci quell'uomo?>> domandò Lindsay.

<<Credo di aver visto un fantasma e della specie più brutta, temo; andiamocene adesso, dobbiamo raggiungere Erik e riordinare le idee, mi piacerebbe che tu fossi dei nostri>> e mentre l'uomo terminava la frase, la donna gli indicò la sua auto, era pronta a fare questo viaggio insieme a lui.

Nell'ufficio di Salinas erano in quattro.

Seduti con Erik c'erano Martin, Lindsay e Bill. Quest'ultimo, molto alterato, non aveva accettato il fatto che un estraneo al distretto potesse partecipare alle operazioni di loro competenza. Erik lo aveva calmato e lo aveva invitato a riflettere sulla concreta possibilità che fossero tutti in pericolo e l'incidente della mattinata gli dava ragione, motivo per cui la presenza di Drecoll potesse tornare molto utile al caso.

<<Capisco il suo punto di vista, Tenente Forsyth, io stesso non ho accettato che l'omicidio commesso a New York passasse a voi come competenza e ho dovuto obbedire ad ordini superiori, ma sono convinto che sia collegato ai delitti avvenuti qui a New Orleans, credo che una velata collaborazione possa diventare produttiva.>> Quando Martin finì di parlare, guardò Erik, che prese la parola.

<<Conosco il vostro collega da molti anni e se è convinto di quello che dice credo che potremmo provare a dargli credito. Lui, come me del resto, si è già fatto un'idea di chi possa essere l'artefice di questa scia di violenza, sicuramente ancora non terminata. Molti anni fa mi ero infiltrato in un'organizzazione che si faceva chiamare Labyrinth e con l'aiuto di Martin riuscimmo a decapitare i vertici subendo conseguenze drammatiche, soprattutto per il nostro amico di New York, gli hanno ucciso la moglie e la figlia!!>> Alla fine della frase, sia Bill che Lindsay guardarono in direzione di Martin, che nel frattempo si strofinava gli occhi guardando oltre la finestra dell'ufficio di Erik.

<<Ho perso molto in quella storia e desidero che nessun altro debba subire la violenza che Labyrinth è capace di infliggere e, credetemi, non posso accettare che, stamattina, il Tenente Cameron abbia rischiato la, sua, vita per causa mia. Sono più che convinto che Labyrinth sia tornato più violento e più subdolo di prima e ho la sensazione che siano cambiati i loro obiettivi. Dai dati che avete ottenuto risulta che le ragazze uccise risulterebbero iscritte ad un sito criptato di Escort di lusso, attività recente per quanto io ne sappia ma quello che non sarebbe cambiato è, invece, l'obiettivo estorsivo nei confronti di personaggi di spicco facilmente ricattabili o, nella peggiore delle ipotesi, punibili, e la morte delle loro figlie con tatuato addosso un labirinto mi fa pensare ad un logico collegamento, convinti soprattutto che avermi attirato a New Orleans con la loro esca mi conduca dritto al loro amo, mortale.>> Dopo che Martin espose il suo pensiero, calò sul gruppo un silenzio che solo Lindsay interruppe per prima.

<<Credo che le collaborazioni siano sempre costrutive e mi trovo d'accordo sul dividerci i compiti, adesso che sappiamo che abbiamo poco tempo a disposizione. Bill, credo che le tue conoscenze nell'alta società possano tornarci utili e io mi muovo molto bene nel territorio della prostituzione di lusso....>>

<<Io e Martin invece, interrompendo ma ringraziando e scusandosi con la collega, faremo un viaggio nel passato, verificando l'esistenza o meno del vecchio direttivo di Labyrinth ed eventuali collegamenti con il presente, il movente della vendetta penso che sia il più plausibile da parte loro, tutto ciò è avvalorato dall'episodio di tentato omicidio di stamattina, nei confronti di Martin e Lindsay...>> Erik terminò la frase perchè interrotto dal telefono fisso, posto sulla sua scrivania, che squillava.

<<Capitano Salinas, chi parla?>> domandò, una volta alzata la cornetta.

<<Il mio nome non ha importanza, per il momento, ma desideravo comunicarvi che quando una serpe cova nel seno di chi allatta, si ottiene, come cibo, solo del veleno.>> e dopo aver sentenziato, la voce sconosciuta, riattaccò.

<<Chi era?>> chiese Martin, notando una sorta di pallore sul viso di Erik.

<<I piani alti, come al solito pressano affinchè possa terminare al più presto questa catena di delitti e credo che abbiano ragione, dovremmo cominciare a muoverci. Tu Bill, domani andrai con Richard, tu Lindsay con Steve ed io ed Erik, con l'ausilio di Doug al computer, rispolveremo vecchi dossier. Buona notte a tutti e da domani ogni fine turno faremo i nostri report.>> Una volta terminata la riunione, uscirono tutti e restarono nella stanza solo Salinas e Drecoll.

Atlanta - 24 Ottobre 2007

- Tesoro posso chiudere? Hai preso tutto?

- Credo di si, dai andiamo!

- Se hai dimenticato qualcosa io non mi giro. - disse Martin, fingendo un'aria scocciata per stuzzicarla.

- Non torneremo indietro per nessun motivo al mondo - replicò Rachel, raggiante di gioia.

Erano passati 9 lunghi mesi, ma poi la notizia che si era fatta tanto attendere era arrivata. Grazie all'instancabile lavoro di Erik Salinas l'organizzazione criminale che si faceva chiamare "Labirinto" era stata finalmente sgominata e i suoi accoliti processati e arrestati. Durante tutto quel tempo Martin e Rachel dovettero vivere in una casa di campagna situata qualche km fuori da Atlanta e non poterono vedere la piccola Leila. L'avevano lasciata in un posto sicuro, a casa della zia Marion. Ora, finalmente, potevano correre dalla loro figlia e riabbracciarla, dopo tutto quel tempo. Non vedevano l'ora. Nel tragitto in auto nessuno dei due pronunciò alcuna parola, forse perchè avevano entrambi paura di rompere quella magica atmosfera, quella gioiosa frenesia che c'era nell'aria, quella strana e positiva tensione che si avverte solo prima che accada qualcosa di tremendamente bello.

Marion, affettuosamente ribattezzata "zia", era una gentile e discreta signora a cui Rachel era molto affezionata. Era stata infatti sua vicina di casa e dopo la morte di sua madre si era presa parecchie volte cura di lei. Ormai doveva avere all'incirca 65 anni ma con lei abitava anche sua figlia, ed entrambe si erano dette disposte a badare alla piccola Leila per tutto il tempo che fosse stato necessario. Ora abitavano in una lussuosa villa nella zona dell'aeroporto, poco distante da dove lavorava Rachel. Una volta arrivati di fronte l'abitazione, Martin non fece nemmeno in tempo a fermare l'auto che lei scese di corsa per andare a riprendersi la sua piccola ragione di vita. Un sorriso genuino si dipinse sul volto del giovane detective, che non riusciva a non commuoversi davanti alle manifestazioni di amore di una madre per la propria figlia.

Martin si voltò appena in tempo per vedere Rachel che suonava il campanello.

Poi, ci fu l'esplosione.

E il buio.

<<Il buio è qualcosa che ci appartiene, Monsignore, siamo sempre alla ricerca di una luce che illumini la nostra anima nera>> disse l'uomo, calmo e distinto, difronte al Vescono di New Orleans.

<<Credo di non aver compreso bene il significato delle sue parole e, peraltro, non ho ben chiaro il motivo per il quale ha chiesto un mio incontro stamattina, lei sa bene quanti impegni abbia un responsabile religioso come me>> e nella sua frase, il prelato fece intuire il fastidio che, quella conversazione, gli stava provocando.

<<Sto attraversando un periodo delicato della mia vita e ho la certezza che lei possa essermi d'aiuto a tal proposito, soprattutto quando si amano i bambini come fa lei, anche se l'amore che intendo io è ben diverso da come l'interpreta lei, Eminenza, e violare innocenti creature non credo rientri tra i suoi innumerevoli impegni, come uomo di chiesa>>, gli occhi di colui che parlava penetrarono con forza quelli di colui che ascoltava, arrivando, con impeto, dritti all'anima, scuotendogli l'intero sistema nervoso e come conseguenza, il Vescovo cominciò a tremare.

<<Chi è lei !?!>> incalzò il religioso.

<<Sono quello che la può trascinare nell'abisso più profondo e mi piacerebbe tanto, mi creda, ma ho bisogno di un'informazione e vista la sua posizione penso che le convenga collaborare, non sono io il suo giudice terreno ma attraverso di lei posso fare giustizia ad un torto subito tanti anni fa.>> La fermezza delle sue parole permise al Vescovo di riflettere e, successivamente, di sentenziare.

<<Lei non ha niente contro di me e la conversazione può considerarla conclusa, abbia la compiacenza di lasciare questa stanza altrimenti sarò costretto a denunciarla per diffamazione>> e mentre parlava, il prelato si alzò, cercando di liberarsi del suo interlocutore.

<<Vede Eminenza, alle volte si ha la certezza di imboccare un percorso senza paura di perdersi, convinti delle proprie scelte, ma ci sentiamo smarriti quando difronte ad un qualsiasi ostacolo proviamo quella brutta sensazione di disorientamento, tipica di chi non riesce più a trovare l'uscita di un insidioso, Labirinto !!!>> Axel Moore rimarcò quest'ultima parola sapendo di toccare un nervo scoperto, che avrebbe fatto scivolare via l'ostentata, ma apparente, sicurezza emotiva del Vescovo.

Il Monsignore si sedette, perdendo la grinta dimostrata qualche minuto prima, lo sguardo basso andò sulla grossa croce d'oro che gli pendeva dal collo, la prese tra le mani e la strinse forte e invocò il perdono guardando in direzione di una grande croce di legno con Gesù crocefisso. Poi guardò Axel, con gli occhi di chi ormai ha rassegnato corpo e anima nelle mani di una giustizia non più terrena e iniziò a raccontare la sua storia.

Nell'aria le note di High Hopes, una delle sue canzoni preferite. Per tutta la durata del pezzo Martin aspettava con impazienza la parte finale dove con il suo assolo di chitarra David Gilmour dava vita a qualcosa di epico. Quelle note, celestiali e infernali allo stesso tempo, avevano il potere di catapultarlo in un limbo psichico, in viaggio verso mondi lontani, su terreni inesplorati. Le note sembravano toccare vette irraggiungibili, cosi come il suo assassino, che continuava a sfuggirgli, e che in quel momento gli sembrava cosi lontano.

Quella notte sognò Rachel. Lo stava aspettando sorseggiando un bicchiere di vino rosso, seduta su uno sgabello, nella hole di un hotel. Aveva un cappotto beige e delle scarpe nere lucide. I capelli castani, lisci e sciolti, le cadevano da un lato, come se li avesse scostati per ascoltare meglio qualcosa. Con le gambe accavallate, dondolava leggermente un piede, lasciando trasparire una leggera impazienza, come se fosse in attesa di qualcuno. Martin pensò che era di una bellezza divina.

Fuori pioveva a dirotto. Lasciò l'ombrello all'ingresso e voleva dirigersi verso di lei ma per qualche strano motivo non ci riusciva. Era come paralizzato. Rachel sapeva che lui era li, ma non si voltava. Continuava a sorseggiare con gusto, molto lentamente, quel vino che aveva l'aria di essere il migliore sulla faccia della terra.

Martin si svegliò all'improvviso, furente, con le mani rabbiose protese verso l'alto, nel disperato tentativo di afferrare quell'immagine che era appena svanita, forse per sempre. Lanciò un grido, un'imprecazione soffocata dalla frustrazione, dovuta al fatto di non essere riuscito a vedere il suo volto. L'aveva vista solo di spalle. Non sapeva nemmeno se stesse ridendo o piangendo.

L'uomo del caffè, così lo chiamava Erik, era appena uscito dall'ufficio di Salinas col suo vassoio vuoto, aveva lasciato quattro tazzine contenenti la gran miscela oro, quella preferita da tutto il distretto.

<<Novità, Bill?>> chiese il Capitano, intanto che zuccherava la sua bevanda nera preferita.

<<Non so se siano importanti, ma, comunque, analizziamole insieme>> rispose il Tenente Forsyth, aprendo il suo inseparabile taccuino. << Ho parlato con tutti i genitori delle vittime e, a parte il dolore per la perdita delle loro figlie, hanno tentennato qualche secondo prima di commentare, ognuno, la scoperta che tutte le ragazze appartenessero ad un'agenzia di escort di lusso, ho avuto la sensazione di palpare una forte tensione, che permise loro di non affrontare l'argomento, pregandomi di rispettare il lutto che li aveva investiti e travolti, inutile è stata la mia rassicurazione sul fatto che ogni piccolo particolare potrebbe tornarci utile per individuare e catturare l'assassino o gli assassini. Infine ho scoperto che ognuno di loro è membro di una fondazione benefica con finalità proiettate verso gli aiuti umanitari, soprattutto sul versante immigrati, l'Ente si chiama L.A.B. ed è l'acronimo di Legal Aid Beyond, che in buona sostanza vuole significare Aiuti Legali Oltre.....i nostri confini, se me lo date per buono, e come Presidente Onorario troviamo l'avvocato Kyle Bright dell'omonimo studio legale....>> Bill stava per concludere la sua relazione quando fu interrotto da Martin, e il Tenente di questo non fu felice, ma si adeguò quando Salinas lo guardò, facendogli segno di ascoltare.

<<L.A.B. ?! che strana coincidenza, vero?>> disse Drecoll, rivolgendosi dritto ad Erik.

<<Eh si!...., tre lettere sono poche ma danno un senso alla tua intuizione>> commentò il Capitano e, digitando sulla tastiera del suo computer, andò sul sito dello studio legale, dove, fino a poco tempo prima, aveva lavorato Nicole, sua moglie.

La pagina iniziale metteva in mostra l'intero staff dello studio con, in primo piano, i fratelli Kyle e Lewis, e un lungo elenco evidenziava la loro proficua attività professionale. Erik cliccò sulla voce L.A.B. e diverse immagini cominciarono a scorrere sul monitor del computer : salvataggi di passeggeri esausti su barconi alla deriva già quasi affondati, foto di centri d'accoglienza dove si potevano vedere donne di colore stanche e piangenti, sia in stato di gravidanza che con figli piccoli in braccio, immagini di bambini con occhi smarriti alla ricerca di un familiare o di una qualsiasi persona che potesse occuparsi di loro.

<<Non vedo niente di strano in quello che il sito ha postato>> esordì Lindsay, guardando Drecoll prima e Salinas poi.

<<Labyrinth si nutre di apparenza, dietro la quale nasconde il suo male assoluto, se riuscissimo a visionare i computer dei genitori delle ragazze uccise, sicuramente ci imbatteremmo in sconvolgenti sorprese>> disse, sicuro, Martin.

<<Possiamo sempre chiedere un mandato al Giudice, per sequestrarli>> aggiunse Bill.

<<Sempre che non abbiano cancellato i file compromettenti, Tenente Forsyth>> ribattè il Detective di New York, che conosceva molto bene come agivano aguzzini e vittime di Labyrinth, anche se il suo riferimento risaliva a qualche decennio prima, ma era certo che alcune abitudini era difficile cambiarle, piuttosto le migliori, affinandole.

<<Sulla memoria di un computer resta sempre qualche traccia e il nostro Doug è un mago dell'elettronica, qualcosa troverebbe, ne sono certo!>> disse Bill, esortando Erik a chiedere alla svelta un mandato di sequestro.

<<E sia!!>> esclamò il Capitano Salinas e, alzando la cornetta del telefono, digitò il numero del Giudice che stava seguendo il caso delle ragazze tatuate.

*****************

Il grande palazzo di vetro di 30 piani era situato all'incrocio di Royal street e Toulouse street.

Lo studio legale Bright L. & K. Law Firm, con i suoi 300 mq, era collocato all'ultimo piano e come panorama poteva godere della vista del fiume Mississippi da un lato e del Louis Armstrong Park dall'altro.

Quando il telefono squillò, l'avvocato Kyle Bright stava firmando dei documenti che Judith, la sua segretaria personale con un piccolo labirinto tatuato sul dorso della mano sinistra, gli aveva portato.

<<Pronto!>> disse Kyle, una volta toccato il tasto di avvio della comunicazione.

<<Sono io.....>> continuò, con un tono sicuro, la voce dall'altro capo del telefono.

<<Novità?>> domandò l'avvocato.

<<Si, è previsto un controllo dei computer dei vostri affiliati, ai quali hai fatto uccidere le figlie>> rispose il suo interlocutore.

<<Grazie, ci sentiremo presto>> e concludendo, il Presidente del L.A.B., premette il tasto che fece terminare la veloce conversazione.

Il legale si alzò dalla sua poltrona di pelle nera e si diresse verso l'ampia finestra che affacciava sul fiume, si accese un sigaro cubano e poi si chiuse nei suoi pensieri.

<<E' arrivato il momento della tua resa, Drecoll>> disse, poi, ad alta voce, spegnendo il sigaro sul grosso vetro che aveva difronte.

**********************

Axel Moore si guardò in giro prima di entrare nel lussuoso palazzo di vetro che aveva difronte.

Entrò e si diresse verso l'ascensore di destra, era appena uscita una signora con un piccolo cagnolino dal pelo bianco e morbido. Una volta dentro premette il tasto col numero 30 e, guardandosi allo specchio, si assicurò che non si vedesse la pistola che aveva nascosto in una fondina ascellare sotto la giacca blu che aveva deciso di indossare quella mattina.

La storia del Vescovo lo aveva sconvolto e non che lui fosse un tipo dal facile sconvolgimento, piuttosto era eccitato dalla concreta possibilità di potersi fare giustizia da solo e anche velocemente, non sapeva a che punto le indagini di Martin ed Erik fossero, ma non voleva rischiare un loro intralcio.

<<Come stai?>> chiese Martin, rivolgendosi a Lindsay, approfittando della pausa che, sia Erik che Bill, si erano presi per telefonare, uscendo dall'ufficio.

Era dalla mattina in cui ebbero lo sfortunato incontro con gli uomini di Labyrinth che non parlava con lei, complici diverse circostanze che tenne lontani l'uno dall'altra.

<<Bene, oggi sembra una giornata più tranquilla, ma l'ozio non è una prerogativa del nostro distretto, come pensi di muoverti?>> domandò la donna, intanto che giocherellava con una bustina di zucchero.

<<Se riuscissimo ad acquisire i computer sarebbe un bel colpo, piuttosto la tua ricerca relativa alle escort com'è andata?>> s'informò il detective.

<<Ho una pista molto probabile e credo che più tardi la verificheremo ma, dato che Steve oggi pomeriggio è impegnato con la moglie, che ne pensi di venire con me?>> Lindsay non si aspettava molto da quella domanda ma fu lieta della risposta affermativa e si ripromisero di uscire subito dopo la riunione ma non prima di aver mangiato qualcosa di veloce.

Erik e Bill rientrarono quasi contemporaneamente, scusandosi per i minuti di ritardo e farfugliando qualcosa di indefinito relativo al contenuto delle loro telefonate. La riunione si sciolse, Martin e Lindsay si diressero verso il chiosco difronte al distretto per consumare il loro fast lunch. Dopo circa un'ora erano già diretti all'Hotel Ritz-Carlton dove avrebbero provato ad avere un incontro con John Bennet, il Direttore. Quest'ultimo, secondo voci attendibili, sarebbe coinvolto nell'istigazione e sfruttamento di escort di lusso, che comprendeva l'intera città di New Orleans.

Lindsay parcheggiò in uno degli spazi riservati all'Hotel e insieme al collega entrò nella hall. Un'impiegata dal bell'aspetto chiese loro se poteva essere utile. La tenente si presentò e mostrò il distintivo. La dipendente alzò la cornetta e comunicò la richiesta della poliziotta al suo direttore. Dopo qualche minuto, quest'ultimò arrivò. Agli occhi allenati dei due agenti non sfuggì la sensazione di imbarazzo che il sig. Bennet mostrò, mimetizzata, malamente, da un'ostentata sicurezza, era chiaro che, Martin e Lindsay, non erano graditi, come ospiti.

<<Tenente Cameron....., cosa desidera la polizia di New Orleans?>> domandò, con aria di sfida, il Direttore.

<<C'è un posto più tranquillo dove porter parlare?>> chiese, calma, Lindsay.

<<Seguitemi, andiamo nel mio ufficio>> e in pochi secondi si trovarono tutti e tre seduti in un'ambiente molto accogliente.

Dopo aver offerto da bere e da fumare ai due detective che, ringraziando, rifiutarono l'invito, il Direttore ruppe gli indugi richiedendo il motivo della loro visita.

Fu Lindsay a parlare, osservata da un attento Martin che sarebbe intervenuto solo in caso di necessità.

<<Ho bisogno di alcune informazioni e credo e spero che lei sia così gentile da aiutarmi>> esordì la donna, guardando negli occhi l'uomo che aveva difronte e certa di aver trasmesso la sua determinazione.

<<E' una conversazione tra amici o devo far chiamare il mio avvocato?>> s'informò il direttore, accennando un sorriso che di complicità aveva ben poco.

<<Dipende dalla sua disponibilità nella collaborazione>> ora Lindsay, affondò ancora di più il suo sguardo.

Martin fu colpito dal modo in cui la collega gestiva il Direttore. Gli piaceva il tono della sua voce e anche la gentilezza nelle sue gestualità, e come carta vincente il suo forte tratto caratteriale. Erano anni che non si soffermava ad osservare una donna, diversa dalla sua Rachel, non c'era stata più nessuno e non aveva fatto più di tanto per sostituirla. Era stato corteggiato, questo si, e la cosa lo imbarazzava anche.

"Quando il cuore non è coinvolto, è inutile che il sesso continui a bussare, chiedendo di essere ricevuto", questo, negli ultimi anni, era diventato, senza alcun turbamento, il suo pensiero. La compagna di vita che aveva perso gli aveva lasciato, nell'anima, una voragine che non si sarebbe, o ancora peggio, non avrebbe mai più colmato. Lindsay la si poteva definire una ragazza molto attraente, i suoi neri capelli corti potevano allontanare l'immagine stereotipata di donna ma bisognava ricredersi quando i suoi occhi verdi incrociavano quelli di chi la guardava, riuscendo, risucchiandoti, a lasciarti interdetto per qualche secondo.

La risposta del Direttore riportò Martin nel modo reale, lasciandolo orfano di una sorta di sogno ad occhi aperti, di cui ebbe, ripensandoci, un po di paura.

<<Tenente, ce la potremmo cavare anche senza avvocato, non crede?>> e il sorriso del sig. Bennet ora lasciava intendere una costretta rassegnazione.

<<Ottima riflessione......, conosce la Fondazione benefica L.A.B.?>> domandò, più rilassata, Lindsay.

<<Dovrei?>> rispose, con un'altra domanda, il Direttore, visibilmente imbarazzato.

<<Tra non molto saremo in grado di avere l'elenco completo di tutti i membri dell'ente che opera nel campo degli aiuti umanitari e se tra questi scopro un suo coinvolgimento, verrebbe meno il nostro rapporto basato sulla fiducia, vero?>> l'espressione di sfida contrastava con la posizione calma e composta del corpo della Tenente, seduta con le gambe accavallate e tenendo le mani unite come se stesse pregando. Martin si scoprì sempre più preso da quella donna che aveva conosciuto da poco e gli piacque quella sorta di ping pong che stava facendo col suo sguardo, guardando, in modo alternato, ora gli occhi di Lindsay, ora gli occhi del sig. Bennet.

<<Va bene....., sono membro del Legal Aid Beyond da qualche anno e mi occupo della gestione logistica della Fondazione, ho il compito di sistemare il personale volontario e coordinare anche gli alloggi per le accoglienze su tutto il territorio di New Orleans>> spiegò, apparendo sereno, il dirigente dell'Hotel.

<<Chi si occupa delle giovani immigrate e dei bambini?>> domandò Lindsay, augurandosi una risposta esaustiva.

<<In che senso?>> rispose, tentennando, il sig. Bennet.

<<In che modo le ragazze entrano in contatto con agenzie dedite alla prostituzione e in che modo i bambini vengono inseriti nei circuiti dediti alla pedofilia?>> con queste domande, la Tenente ottenne come risposta la chiusura del cordiale colloquio da parte del Direttore esprimendo la sua estraneità alle falsità che la sua interlocutrice gli stava presentando e, invocando i suoi diritti, disse che avrebbe continuato a parlare solo in presenza del suo avvocato, invitando entrambi gli agenti di lasciare immediatamente il suo Hotel.

Con calma, Lindsay e Martin si alzarono e quest'ultimo, prima di lasciare l'ufficio, disse le sue uniche parole, prima di andarsene.

<<Sig. Bennet, si ricordi che senza nessuna guida è impossibile uscire vivi dal pericoloso labirinto, in cui, consapevolmente, si è introdotto, buona fortuna!>>

Il Direttore, una volta usciti i due agenti, prese il telefono con la mano che nervosamente gli tremava e digitò il numero. Dall'altro capo della comunicazione, rispose l'Avvocato Kyle Bright.

Il cigolio delle ruote permise, ad Axel Moore, di entrare furtivamente nella stanza che portava scritto sulla porta "Room Service", riuscendo così a non farsi vedere dalla corpulenta donna delle pulizie che spingeva il carrello della biancheria sporca.

L'ingresso dello studio legale era al centro del corridoio, una grande vetrata con stampato, a caratteri cubitali, il logo e il nome dello stesso.

Doveva stare attento, anche se erano trascorsi più di dieci anni rischiava di essere riconosciuto da qualche veterano della vecchia Organizzazione. Axel non era convinto del coinvolgimento di Lewis, ma di Kyle ne era assolutamente certo. Quest'ultimo era legato a Labyrinth da molto tempo, se non altro per pura coincidenza. Ai tempi dell'università, Kyle frequentava lo studio legale di Walter Jr. Smith e in quell'occasione venne accolto dal titolare come una sorta di figlio mai avuto e tanto desiderato. Axel lo conobbe in uno dei tanti incontri con il suo "patrigno professionale" e già gli riconobbe grandi capacità, sia in campo legale che in campo sociale, una vera e propria macchina da guerra, perfettamente funzionante. L'allora giovane avvocato,non impiegò molto a capire cosa si nascondeva dietro gli incontri del direttivo, Labyrinth in quell'epoca tesseva le sue ragnatele in campi edili con appalti truccati, in campi politici attraverso voti di scambio, sfruttamento della prostituzione e, non ultimo, il traffico di ogni sorta di stupefacente. Axel ricordò con tristezza, a causa delle conseguenze che scaturirono in seguito al suo abbandono, il totale rifiuto nei confronti dell'istigazione e sfruttamento della pedofilia, Moore non riusciva ad accettare che l'Organizzazione per la quale collaborava, potesse creare una nuova forma di introito illegale puntando su violenze e abusi su minori. Per Axel, la consapevolezza che, oggi, Labyrinth, in nome di Kyle Bright, stia monopolizzando e ricattando non solo la Louisiana ma anche tutto il resto del mondo, era inaccettabile e, ancora peggio, usando la facciata di una Fondazione umanitaria come L.A.B. per usare e occultare bambini che mai nessuno avrebbe cercato. Moore aveva deciso che Labyrinth doveva essere fermato. Ci avevano provato, anni prima, i detective di New Orleans. Erik Salinas, pensò Axel, fu determinante nel decapitare il vertice del vecchio direttivo, ma la morte involontaria, in un conflitto a fuoco, dell'avvocato Smith permise a Kyle, nel frattempo riuscito a sfuggire alla cattura, di ritornare e prendere il comando del nuovo Labyrinth. Le manie di grandezza lo portarono in breve tempo a diventare uno spietato ricattatore attraverso la pedofilia. Quest'ultima, oggi, lo ha fatto diventare il peggior incubo di tutti coloro che amano vivere, in modo alquanto schifoso, questa pratica sessuale. Per Axel, scoprire come Kyle riuscisse ad annullare menti e conti correnti delle sue vittime, non fu una sorpresa, quello che lo lasciò basito fu scoprire come, in modo subdolo, adescasse le figlie delle sue vittime come escort e senza nessuno scrupolo toglierle di mezzo, uccidendole, infliggendo così, punizioni più violente ai pedofili, ai quali il ricatto, da parte dell'Organizzazione, non sortiva l'effetto sperato.

Il ricordo di Moore si spostò, consapevolmente, anche su Martin Drecoll, l'allora ottimo collaboratore di Salinas ma soprattutto protagonista involontario di quello che fu l'evento più traumatico della sua vita, quello di aver perso per sempre colei che Axel amava di più, sua figlia Rachel.

La malinconia lo avvolse senza pietà, lasciandolo per qualche secondo senza forze, ma l'effetto adrenalinico per quello che vide, lo rinvigorì, non credendo ai suoi occhi. Il dubbio su chi fosse la talpa del distretto adesso era diventata una certezza.

Il tempo che trascorse, dal mandato al sequestro dei computer, fu breve. Più lunghe furono le proteste dei vari proprietari dei PC, non accettando il fatto che anzichè cercare i colpevoli della morte delle loro figlie, la polizia perdesse tempo a cercare tra gli effetti delle persone che, come genitori, ne erano devastati.

La competenza informatica di Doug diede i suoi frutti. Diversi tra link e immagini erano stati cancellati, ma, seguendo degli opportuni algoritmi, furono in pochi minuti ripristinati. Quello che apparve sul monitor lasciò interdetti Steve, Martin e Lindsay, che erano seduti intorno all'agente che era riuscito ad aprire, suo malgrado, le porte dell'abisso più profondo dell'animo umano. Le immagini erano tante e variegate, ma poco differenziate da PC a PC, era evidente una linea comune di accessi, pilotato da un server di partenza che smistava sapientemente i vari siti come una sorta di scatole cinesi, dalle quali arrivavano impulsi sempre più pressanti e coinvolgenti, creando una vera e propria dipendenza sessuale. Una volta catturata l'attenzione, l'utente restava intrappolato in un labirinto vizioso dal quale non sarebbe più uscito, a meno che non pagasse un prezzo molto alto.

Lindsay fu la prima a lasciare il gruppo, dicendo che aveva bisogno di prendere un po d'aria.

Era separata da più di due anni e il matrimonio era terminato a causa di un suo desiderio di maternità mai condiviso dall'allora marito. "Per i figli c'è sempre tempo" le diceva sempre il suo ex, "il tempo dell'amore invece è terminato"rispose lei, nell'ultima volta che discussero. Il pensiero di un figlio mai avuto amplificò in Lindsay il malessere che le immagini di innocenti creature le diedero una volta visionate. Quei mostri, pensò la tenente, nascosti dietro le facciate di rispettabilissimi professionisti per bene, erano riusciti a spogliare quelle piccole creature, non solo dei loro abiti ma, soprattutto, della loro anima gioiosa e candida, sporcata e privata dall'euforica curiosità tipica dei bambini.

Martin raggiunse la collega fuori dal distretto, che nel frattempo stava asciugandosi le lacrime con un fazzolettino di carta.

<<Stai tranquilla, tutto questo orrore sta per terminare>> disse il detective, abbracciando, con dolcezza e rispetto, Lindsay che, rispondendo a quel gesto gentile stringendosi al suo petto, riuscì a percepirne il battito cardiaco, reso accellerato alla sincera emozione che quel momento stava regalando ad entrambi.

<<Che ne dici se andiamo a fare una visita a quel pezzo di merda di Kyle Bright?>> chiese Martin, conoscendo già la risposta della sua collega.

<<Sono stati visionati i computer sequestrati?>> domandò il tenente Bill Forsyth, entrando di fretta nel distretto, rivolgendosi all'agente Doug.

<<Si, e quello che ne è uscito ha molto sconvolto la tenente Cameron>> rispose il poliziotto informatico, girando il monitor in direzione dell'ufficiale che aveva davanti.

Forsyth guardò le immagini scaricate e d'istinto serrò i pugni, molti dei ragazzi e ragazze potevano avere più o meno l'età di Sybil, sua figlia. Con lei, pensò Bill, i rapporti recentemente erano diventati abbastanza tesi, l'adolescenza li stava allontanando l'una dall'altro, nonostante fossero unitissimi pochissimi anni prima. Subdolo complice, di questo freddo periodo emotivo, un matrimonio in crisi con la moglie Carol che, come ambizioso avvocato penalista, poco incline all'essere presente come madre, figurarsi come moglie di uno sgorbutico marito come lui.

<<Dov'è Lindsay, adesso?>> chiese Forsyth, quasi a voler scacciare via i suoi pensieri bui.

<<E' uscita col detective di New York>> rispose Doug, intanto che salvava i file ripristinati, creando diverse cartelle e catalogando così, i vari collegamenti che avrebbero inchiodato alle loro responsabilità i vari proprietari dei PC.

<<...e dove sono andati?...>> s'informò, cauto, l'ufficiale.

<<Non ho idea>> rispose, abbastanza distratto, Doug.

Forsyth uscì dall'ampio spazio riservato alle riunioni di briefing e si avviò verso il balcone che si affacciava sulla strada principale della città. Prese il telefonino e digitò il numero, dopo averlo cercato in rubrica.

<<Ti devo vedere!>> esordì il tenente, appena sentì, dall'altro capo del telefono, la voce del suo interlocutore, il quale confermò subito la sua richiesta.

L'Audi Q5 grigia di Bill Forsyth parcheggiò al lato di un alto palazzo che da anonimo ora poteva definirsi, senza dubbio, originale; il murale raffigurante un enorme sassofonista, sovrastava tutto il quartiere, ben dipinto nei suoi oltre venti metri. Una volta sceso si appoggiò allo sportello e si accese una sigaretta, cercando di stemperare la tensione dell'attesa.

Quando l'altro uomo si avvicinò, Bill gli andò incontro e, dopo aver buttato a terra quel che restava della sigaretta appena fumata, fu lui a parlare per prima.

<<Drecoll si sta avvicinando troppo al nostro uomo e tu sai quanta rabbia riversi sull'organizzazione in questo momento, non se ne andrà fino a quando non avrà ottenuto giustizia in modo definitivo. Rischiare di essere schiacciati tra il newyorchese e il nostro pericoloso avvocato, non mi sembra una buona opzione per noi due, soprattutto perchè a perderci tantissimo, saremmo solamente io e te>> e mentre esponeva il suo pensiero, Forsyth non potè nascondere il suo evidente nervosismo al suo interlocutore, che lo stava ad ascoltare in assoluto silenzio.<<Ho deciso che mi tiro fuori dai giochi, sapevamo entrambi che prima o poi avremmo fatto i conti con la realtà e con la nostra coscenza, come oggi è capitato a me e Drecoll non è un elemento dal quale sbarazzarsi facilmente, lo abbiamo constatato a spese nostre, non ho voglia di abissarmi con voi, ho già i miei problemi a ricordarmi che cazzo di vita stò vivendo in quest'ultimi anni>> aggiunse Bill, cercando di convincere l'altro a riflettere sulla possibilità di tirarsi idietro.

<<Non è più possibile fare quello che dici tu, e lo sai molto bene, non si esce dal labirinto senza averne pagato un prezzo molto alto>> cominciò a parlare l'uomo che fino a qualche minuto prima era rimasto in silenzio.<<La posta in gioco è molto alta e il problema Drecoll è l'ultimo dei miei pensieri, ancora due giorni e poi consideralo un uomo morto, piuttosto mi preoccupa il tuo atteggiamento e quello che ne può scaturire, basta un piccolo passo falso e coliamo tutti a picco. Sai benissimo che non posso darti via libera, anzi, credo che la soluzione migliore sia quella di metterti a tacere per sempre>> e mentre terminava la frase, l'uomo tirò fuori la sua pistola e la puntò dritta in faccia al tenente, il quale non credendo a quello che stava vedendo, ordinò con forza di togliere la canna dell'arma puntata davanti al suo viso, ma il rumore del silenzio, dall'altra parte, fu assordante, tanto da terrorizzarlo.

Non ci fu via di scampo!!

Il proiettile colpì il viso di Bill Forsyth entrando dall'occhio destro e, salendo, devastò il cervello che trovava davanti al suo cammino. Gli atrioci spasmi attraversarono tutto il corpo, ormai a terra, del tenente del Distretto di New Orleans. Alla morte cerebrale seguì, inesorabile, la morte cardiaca.

L'assassino si accertò che non ci fosse più battito nell'uomo che giaceva a terra davanti ai suoi occhi e a bassa voce fece partire un sincero " vaffanculo " .

Prese il telefono e disse, una volta partito il contatto, che sarebbe passato da lui più tardi garantendogli interessanti novità. Dall'altro capo del telefono, l'avvocato Kyle, confemò la sua disponibilità ad un eventuale incontro a breve termine, raccomandando l'altro di non farsi seguire.

Martin e Lindsay erano diretti verso l'imponente palazzo dove aveva sede lo studio dell'avvocato Kyle Bright. Entrambi erano molto concentrati su quello che avrebbero dovuto dire al losco legale per cui durante il tragitto non si persero in chiacchiere. Sembrava avessero stipulato un patto silenzioso che li obbligasse a non sprecare fiato per parole superflue.

Una volta arrivati nell'ampia via che fiancheggiava il grattacielo Martin per la prima volta distolse lo sguardo dalla strada e guardò distrattamente l'ingresso dello stabile.

Improvvisamente rabbrividì. C'era un uomo li davanti. Aveva un cappotto nero, teneva le mani in tasca, e camminava a passo svelto, tenendo la testa bassa. Lindsay si accorse della reazione inusuale del suo collega, che ormai era sbiancato in volto.

- Che c'è, hai visto un fantasma? - chiese, abbozzando un sorriso sghembo.

Ma non ottenne nessuna risposta. Martin sterzò bruscamente facendo stridere le gomme sull'asfalto. Gli autisti che si trovavano dietro suonarono il clacson e imprecarono contro il detective che, tagliando così la strada, si ritrovò davanti al palazzo.

Scese dall'auto lasciando il motore acceso e lo sportello aperto e si diresse ad ampie falcate verso quell'uomo che nel frattempo non si era smosso. Axel Moore non aveva accennato nessuna reazione a tutto quello che era successo. Era come se si aspettasse questa scena da tanto tempo. Fissava il detective negli occhi e continuanuava a tenere le mani in tasca. Martin lo colpì con un pugno in pieno volto, che lo fece precipitare sul marciapiede. Alla vista di questo spettacolo Lindsay aprì lo sportello e corse verso i due uomini saggiando nel frattempo la tasca interna del cappotto per assicurarsi di avere con sè la pistola.

- L'hai uccisa! - sbottò Martin. - L'hai uccisa tu!

Le persone cominciavano a fermarsi tutt'intorno. C'erano macchine in sosta in doppia fila per assistere alla scena, ragazzini che filmavano col telefonino, e chi cercava di comporre il numero della polizia non sapendo che la polizia era già lì.

Moore portò una mano al viso e poi vide il sangue sul suo palmo. Pensò che in fondo meritava tutto questo, meritava una punizione per quello che aveva fatto, forse meritava addirittura la morte. Provò fiaccamente a rimettersi in piedi ma in un attimo il detective Drecoll gli fu addosso e gli strinse le mani attorno al collo con la ferma intenzione di portargli via anche l'ultimo respiro. Fu in quel momento che Axel Moore, forse per la prima volta nella sua vita, ebbe veramente paura. Non paura di morire, no. Era lo sguardo di quell'uomo che aveva di fronte a terrorizzarlo.

Martin digrignava i denti come un mastino, e un rivolo di saliva gli colava dalla bocca. I suoi occhi erano spalancati ed esprimevano tutta la sua fermezza, la sua brama di vendetta, tutti quei sentimenti che si era trascinato dietro per tutto quel tempo. Aveva covato dentro di sè la vendetta troppo a lungo per lasciarsela sfuggire.

- Martin, adesso basta! - disse Lindsay. Aveva puntato il suo revolver contro il collega e teneva l'indice già sul grilletto.

Il detective Drecoll percepì in quelle poche parole la risolutezza della collega e la serietà del suo avvertimento. Non si sarebbe fatta problemi a sparare.

- Martin lascialo immediatamente!

Non aveva intenzione di mollare. Non ora. Ancora pochi secondi e la vendetta sarebbe stata ultimata e forse la sua anima dannata avrebbe finalmente trovato un po' di pace.

Axel Moore sentiva che gli restava poco da vivere. La vista era ormai annebbiata e stava iniziando a perdere conoscenza. Con gli ultimi spasmi di vita rimastigli in corpo riuscì a raccogliere le energie per un'ultima rivelazione.

- Leila è viva.

Martin lasciò immediatamente la presa e cadde verso dietro per lo stupore.

Moore provò a mettersi seduto e si portò le mani al collo annaspando dei profondi respiri.

Tutt' intorno s'erano riuniti gruppetti di curiosi e c'era chi gridava di chiamare un medico.

Lindsay rimise la pistola nel fodero e si diresse verso i due uomini a terra tirando un sospiro di sollievo.

La stanza n° 8 del Marriot Hotel stava ospitando tre persone diverse tra loro ma unite da un destino comune, che stava imponendo la sua carica emotiva e che li avrebbe cambiati per sempre.

Ognuno di loro, rinchiuso nel proprio silenzio, combatteva la propra battaglia all'interno della propria anima, consapevole che qualunque fosse stato l'esito, ne sarebbe uscito comunque devastato e privo di forze.

Martin, affacciato dalla finestra situata al 12° piano, percepì un fastidioso accenno di nausea e a peggiorare il tutto ci pensarono, impietose, le immagini di momenti gioiosi in cui, tre persone, con grande coraggio, stavano costruendo insieme la futura famiglia Drecoll. Frammenti di vita vissuta sottolineavano quanto il sorriso si fosse imposto come protagonista sui visi felici di Martin, Rachel e Leila. Proprio su quest'ultima si soffermò il pensiero del Detective, non si era ancora ripreso dall'inaspettata notizia. Forse ci aveva sperato molti anni prima, l'esplosione aveva distrutto tutto e i corpi dilaniati furono riconosciuti senza verificarne il DNA.

Ora aveva bisogno di risposte; se Leila era viva, dov'era adesso e perchè venirlo a sapere con molti anni di ritardo......Il pensiero di Martin venne interrotto dalla voce stanca di Axel Moore.

<<Credo che tu abbia tutto il diritto ad avercela con me, ma credimi ho delle risposte concrete alle tue domande ma prima dobbiamo risolvere un problema che rischia di diventare letale per noi e, adesso che sapete, anche per Leila. Ho scoperto che il Tenente Bill Forsyth è colluso con Labyrint, è sul libro paga dell'avvocato Kyle Bright.......>> mentre parlava, Moore fu interrotto dallo squillo del telefonino di Lindsay.

La tenente rispose e dopo qualche secondo riattaccò, restando in silenzio.

<<E' successa una cosa terribile.......>> esordì, con sofferenza, la poliziotta, <<Bill Forsyth è stato ucciso con un colpo di pistola dritto in faccia, voi chiaritevi, intanto io raggiungo Steve sulla scena del crimine e dopo ci aggiorniamo>> concluse, agitata, la tenente Cameron.

Martin ed Axel impiegarono pochi secondi per riprendersi dalla notizia dell'atroce delitto e, immobili, videro uscire Lindsay dall'Hotel che stava li stava ospitando.

Nella piccola stanza del Marriot Hotel aleggiava un silenzio pieno di significato e carico di aspettative. I due uomini, seduti l'uno di fronte all'altro, guardavano entrambi a terra in attesa dell'ormai prossimo istante in cui uno dei due avrebbe deciso di spezzare il silenzio.

Fu Martin a prendere l'iniziativa.

- Come sta? - chiese, in un tono molto gentile che non usava da tempo e che sembrò strano persino a lui.

Moore alzò lo sguardo e lo tenne fisso sul suo interlocutore, sintonizzandosi sulla sua stessa frequenza, riconoscendosi negli occhi di quell'uomo che aveva sofferto almeno quanto lui.

- Sta bene, puoi stare tranquillo. E' una ragazzina molto in gamba, intelligente, e in buona salute.

Di nuovo lo sguardo del detective tornò a fissare il pavimento. Moore capì che quell'uomo proprio in quel momento stava combattendo una battaglia interiore per non cedere alle lacrime o avere un crollo nervoso.

- Non vorresti incontrarla?

A Martin quelle parole non sembrarono vere. Per tanti anni aveva lottato per accettare l'idea che sua figlia avesse smesso di esistere. E ora, un uomo sbucato fuori da quel passato truce e denso di sofferenza, gli stava dando la possibilità di riunirsi a lei. L'unica cosa che frenava Martin era che non poteva sapere quale sarebbe stata la reazione di sua figlia. L'avrebbe abbracciato? Si sarebbe riconosciuta nelle fattezze di un uomo di mezz'età dai modi sgorbutici? O addirittura l'avrebbe ripudiato magari dandogli anche una sberla? Tutta questa incertezza lo paralizzava in uno stato di angoscia ma, pensò, avrebbe sopportato di tutto pur di poterla rivedere anche solo una volta, per provare a se stesso che era ancora viva.

- Andiamo. - sentenziò il detective, alzandosi dalla sedia.

Prima di uscire dalla stanza Axel Moore gli mise una mano sulla spalla, cosa che fece rabbrividire Martin come se fosse stato sfiorato dal fantasma di Belfagor, e gli confessò, con una voce rotta dal dolore, che aveva ragione ad imputargli la colpa della morte di Rachel. Aveva provato a salvare anche lei ma non c'era riuscito.

Martin si voltò e guardò Axel Moore negli occhi e vide il cuore di uomo dilaniato dal dolore e perseguitato dai propri sbagli.

- Lo so. - disse. - Ora portami da mia figlia.

Quando Lindsay arrivò sul luogo dove era stato ucciso Bill, trovò gli altri colleghi del distretto con gli uomini della scientifica ed il medico legale, che nel frattempo aveva terminato i suoi rilievi e ordinato la rimozione della salma, aggiungendo, intanto che andava via, che in laboratorio sarebbe stato più preciso sull'ora della morte e sull'arma utilizzata, poichè del proiettile che aveva causato la morte non c'era nessuna traccia, essendo fuoriuscito dall'area occipitale del cranio e non ritrovato a terra. Il medico era comunque certo che si trattasse di un'arma con una potente carica esplosiva ed utilizzata da una distanza molto ravvicinata, ed era anche convinto che il tenente Forsyth conoscesse il suo assassino.

<<Dov'è Martin?>> domandò Erik, con gli occhi rossi e un'aria molto stanca.

<<E' difficile da spiegare, ma prima parlami di Bill>> rispose Lindsay, facendosi il segno della croce mentre gli assistenti del medico legale chiudevano la cerniera dell'involucro nero che stava per avvolgere il corpo senza vita del collega.

<<Il corpo è stato trovato da un gruppo di ragazzi che, in base ad alcune verifiche, risultano estranei al delitto; nessuno dei vicini, poi, avrebbe sentito degli spari, o mentono oppure è stata usata un'arma silenziata. Quando viene ucciso un poliziotto diventa tutto più complicato, Lindsay, bisogna rovistare nella vita di un collega e dato l'epilogo, potrebbe uscire fuori qualcosa che non ci piacerà, in ogni caso è nostro dovere garantire piena giustizia al nostro amico.>> Erik terminò la frase perchè fu chiamato da un collega della scientifica.

Lindsay, ancora sconvolta, seguì il suo capitano fino all'agente che mostrò loro qualcosa trovato un pò distante dal luogo dove era stato trovato il cadavere. Si trattava di un piccolo ciondolo rappresentante una piccola stella d'argento in bassorilievo, incastonata in un'ovale dorato. Erik osservò il manufatto senza toccarlo, per evitare contaminazioni digitali e, facendolo vedere anche alla collega, constatò che non gli diceva niente ma comunque fu d'accordo con l'agente che sarebbe stato utile catalogarlo tra i reperti rinvenuti sulla scena del crimine.

Quando andarono tutti via, rimasero solo Erik e Lindsay, immersi in un silenzio surreale, nonostante la vita intorno a loro segnalava la sua frenetica e rumorosa presenza; clacson di vetture impazienti, musiche ad alto volume provenienti da diversi chioschetti gastronomici, vociare di passanti curiosi perchè attratti dai lampeggianti accesi delle auto della polizia, parcheggiate lì vicino fino a pochi minuti prima.

<<Dimmi di Martin>> richiese Salinas, rompendo lo stallo in cui, lui e la collega, erano finiti.

<<Ha incontrato una persona e non è stato un momento felice>> disse Lindsay, guardando negli occhi il capitano.

<<Di chi si tratta?>> chiese, incuriosito, Erik.

<<Axel Moore>> rispose, secca, la tenente.

<<Il padre di Rachel ?!?>> esclamò Salinas.

<<Lo conosci?>> domandò Lindsay.

<<Lo abbiamo cercato per anni, era un elemento tanto importante quanto pericoloso della vecchia organizzazione di Labyrinth; era sparito e molti lo credettero morto, ma io e Martin avevamo sempre avuto dubbi a riguardo, e adesso dove sono?>> s'informò il capitano.

<<Li ho lasciati all'Hotel dove alloggia Martin, il Marriot>> rispose la detective.

<<Andiamo a raggiungerli>> disse, rapido, Salinas, e si diressero entrambi verso le loro auto.

Bussarono più volte prima che la porta si aprisse.

Sulla soglia arrivò un Martin stanco e distratto. Fece entrare i due colleghi e si spostarono nel piccolo salotto dove, due divani color nocciola, di due posti ciascuno, accolsero i tre agenti. Erik e Lindsay si sedettero allo stesso divano, Martin da solo, sull'altro, non prima di aver chiesto ai suoi ospiti se gradivano qualcosa da bere. Il rifiuto nel consumare ogni sorta di alcolici li proiettò direttamente nel cuore di ogni eventuale discorso avessero iniziato. Fu Erik ad iniziare a parlare.

<<Oggi ho avuto una brutta giornata ma credo che anche la tua non sia stata facile>> esordì Salinas, poggiando la sua mano destra sul ginocchio del collega, un gesto che sottolineava solidarietà.

<<E' evidente che Lindsay ti abbia già parlato di Axel e credo anche che non sia un caso se i due avvenimenti siano accaduti quasi in simultanea>> disse Martin, dando la sensazione che stava per iniziare un lungo discorso con la speranza di dissipare qualche dubbio.

<<A cosa ti riferisci?>> domandò, incuriosito, Erik.

<<Ho parlato a lungo con Axel e tra le tante cose importanti che mi ha detto, che poi ti riferirò, spiccava la sua certezza della collusione di Bill, che Dio l'abbia in Gloria, con Labyrinth; mi ha detto di averlo visto uscire dallo studio di Kyle Bright, e non ne usciva come un poliziotto bensì come un vecchio amico, affiatato e sorridente.>>

<<Non è possibile, Bill poteva avere tanti difetti ma non quello di aprirsi al nemico, tradendoci>> obiettò Salinas, con fermezza.

<<E' chiaro che tutto va verificato, data la fonte della notizia, io per prima non mi fido di Moore ma diceva di sapere altre cose su Labyrinth che pian piano usciranno fuori, facilitandoci, così, eventuali arresti futuri>> continuò Martin, intuendo che stava riuscendo ad attirare l'attenzione dell'amico, incuriosendolo.

<<Dov'è adesso Moore?>> chiese Erik al collega.

<<L'ho lasciato andare per consentirgli di riorganizzare l'incontro con Leila, oggi non siamo riusciti ad incontrarla>> rispose Martin, accennando un sorriso.

<<Leila?!?>> esclamò Salinas.

<<Proprio lei>> disse Martin, aggiungendo che Axel gli aveva rivelato dei particolari interessanti risalenti ai tempi dell'esplosione, a causa della quale Rachel perse la vita.

<<Ma non avevamo trovato anche il corpo di Leila??>> domandò, dubbioso, Erik.

<<Come ben sai, accettammo senza verificare in laboratorio, solo ed unicamente per un senso di rispetto nei confronti di quei corpi dilaniati in quella maledetta casa.>> rispose, malinconico e sofferente, il detective di New York.

<<Stasera venite a cena da me>> ordinò Erik ai due colleghi, per stemperare l'atmosfera pesante che stava avvolgendo i tre occupanti della stanza n° 8 del Marriot Hotel.

<<Va bene, ho voglia di salutare la tua famiglia e anche perchè domani sarà una giornata veramente lunga, ho bisogno di un momento di serenità familiare come disintossicante>> disse Martin, guardando Lindsay nell'attesa della sua risposta.

<<Io passo>> aggiunse la tenente, spiegando che una cara amica stava vivendo un brutto momento e aveva bisogno di consigli chiarificatori.

Nel salutare i due colleghi, disse loro che si sarebbero visti la mattina dopo.

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La zona residenziale, che ospitava le eleganti villette a due piani con antistanti dei giardini ben curati, era molto tranquilla. Quella di Erik era la quarta seguendo il senso unico che costeggiava tutto l'isolato.

<<A casa, stasera, c'è solo Nicole, i figli sono ospiti dai rispettivi compagni di scuola. Jason, domani, ha un saggio di sassofono jazz e si sta preparando con Mike; Julia ha una partita importante domani pomeriggio, e domani mattina presto partono col padre della capitana della squadra. Spero di poterteli far conoscere prima che tu parta per New York.>> disse, fiducioso, Salinas, prima di scendere dalla macchina, intanto che parcheggiava nel posto a lui riservato.

L'abbraccio tra Martin e Nicole sottolinava che la loro amicizia non aveva subito cambiamenti, piuttosto tendeva a rinsaldarsi ancora di più, Salinas li guardava soddisfatto.

Nicole chiese ai due uomini di prendersi un aperitivo, aggiungendo che i minuti di cui aveva bisogno, per terminare col forno, erano pochi.

Erik fece visitare la sua nuova casa all'amico, sottolineando che i figli avevano litigato per ottenere la stanza con la finestra più grande. L'aveva spuntata Julia e lo spazio, anch'esso abbastanza grande, ospitava un letto incastonato in un grande armadio a ponte. I vari poster di attori e cantanti famosi tappezzavano tutte le pareti della camera. Quello che risaltava era la testimonianza di una smisurata e costante appartenenza all' Istituto frequentato dalla ragazza, il De La Salle High School. Lo stemma della scuola, molto presente nella sua stanza, lo si poteva trovare in tutte le forme e in tutte le più svariate fatture, di stoffa piuttosto che di ottone, di legno intarsiato piuttosto che di oro e argento. Diverse coppe e medaglie con, alternate, foto sportive, evidenziavano un attaccamento alla squadra di Volleyball per la quale la ragazza giocava,e i tanti titoli ottenuti, dimostravano quanto fosse brava.

<<A tavola!!>> disse, ad alta voce, Nicole, dal piano di sotto, facendo interrompere così, il tour che Erik stava facendo fare all'amico, al piano superiore della sua villetta.

La cena trascorse serena ma la notizia che eccitava di più i tre commensali era la consapevolezza che il giorno dopo Martin sarebbe riuscito ad incontrare Leila alla Cattedrale di San Luigi, poichè il primo tentativo della mattina, con Moore, era fallito a causa di un'imprevista gita della ragazza con delle suore, fuori città.

Martin raccontò alla coppia Salinas che anni prima, Moore, sapendo di essere braccato e certo del male che avrebbero potuto fare alla sua famiglia, cercò di salvarle entrambe, ma quel giorno a casa della sorella di Axel c'era solo Leila. L'uomo la portò via e forte del rapporto con il Vescovo, chiese ed ottenne una sorta di custodia temporanea nella Cattedrale. Axel non poteva immaginare che dopo pochissimo tempo Rachel passasse a prendere Leila a casa della zia.

Il ricordo dell'esplosione lasciò i tre amici in religioso silenzio, durante il quale ognuno provava a ritrovare se stesso.

Martin disse ad Erik che era molto stanco e che voleva tornare in Hotel, chiedendo all'amico di chiamargli un taxi. Salinas si offrì di accompagnarlo ma visto il rifiuto del collega gli propose di prendere la sua auto, che avrebbe ripreso l'indomani mattina.

Martin accettò, ringranziando la padrona di casa ed il consorte per la serena e piacevole serata passata insieme

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La serata era fresca e le luci della città avrebbero distratto chiunque ma non Martin, sapeva cosa fare e una volta trovato il numero nella rubrica del suo cellulare, digitò il tasto d'invio.

<<Martin!! Che succede?>> chiese Lindsay, una volta premuto il tasto di risposta del suo telefonino.

<<Non ti avevo ancora ringraziato per come hai gestito il mio primo incontro con il padre di Rachel e l'esserti defilata dall'invito a cena da Erik, mi ha privato di questa possibilità>> disse Martin, sorprendentemente emozionato.

<<Dove sei adesso?>> domandò la collega, accennando un lieve sorriso, scoprendosi piacevolmente sorpresa nel dialogare col collega.

<<Erik mi ha concesso la sua auto per tornare all'hotel e sono sulla strada del ritorno>> aggiunse Martin.

<<Se non hai passato ancora il luna park puoi passare da casa mia a bere qualcosa e parlare dell'incontro di stamattina che, senza dubbio, lo si può definire un burrascoso incontro di carattere>> e finendo la frase con un sorriso, Lindsay aggiunse l'indirizzo della sua abitazione, intuendo che il collega avrebbe accettato l'invito.

Quando la porta si aprì, Lindsay si fece trovare in tuta e scarpe da tennis, quest'ultime avevano dato il cambio a delle buffe pantofole con su incollati due visi stralunati di panda asiatico, il suo animale preferito.

Dopo un tenero abbraccio di sentita vicinanza e sicuramente carico di adrenalina tale da accellerare i battiti cardiaci di entrambi, Martin e Lindsay si accomodarono su un accogliente divano a tre posti color rosso. Le due dita di scotch che sorseggiarono, si mescolavano bene con i cubetti di ghiaccio immersi nei freddi bicchieri usati dai due.

<<Ho paura!!>> esordì Martin.

<<Di che cosa?>>chiese, con discrezione, Lindsay, capendo che quella affermazione poteva definirla un pensiero ad alta voce.

<<Di qualcosa che non conosco>> aggiunse, malinconico, il detective.

<<Se ti riferisci alla reazione di Leila, credo che sia ragionevole, ma è anche vero che la tua assenza l'ha vissuta tuo malgrado, è sul legame costruito nei suoi primi anni di vita che bisogna lavorare e soprattutto in assoluta semplicità. Noi adulti ci creiamo più problemi di quanti se ne possano creare i bambini stessi. Le nostre paure e le nostre insicurezze vengono percepite immediatamente dai nostri figli, la soluzione migliore è quella di sorridere con loro e far sentire la propria presenza senza strafare.>> e terminando, Lindsay alzò il bicchiere in segno di brindisi e lo avvicinò a quello di Martin.

<<A Leila!>>disse il detective di New York.

<<A Leila e a tutti noi!>> ribattè la donna, e il rumore cristallino che scaturì dal contatto, permise ai due di terminare il gustoso malto che stavano bevendo.

Poggiati i bicchieri la stanza fu avvolta, per qualche secondo, da una sorta di silenziosa attesa, un limbo entro il quale tutto poteva cambiare. Quelle che cambiarono furono le gestualità dei due, da misurate e distanti, in espliciti e simbiotiche.

Fu Martin il primo a sfiorare la mano di Lindsay; l'abbraccio irruente, un secondo dopo, segnalava un'evidente e reciproca attrazione fisica e in un attimo le labbra dei due si fondevano in un unico e coinvolgente bacio passionale liberando ogni freno inibitore. La prima a scivolare via fu la felpa della donna, seguita dalla camicia dell'uomo. Le bocche non si staccarono nonostante gli sforzi continui nello spogliarsi definitivamente. I corpi nudi si adagiarono sul divano uno accanto all'altro, esplorandosi centimetro dopo centimetro. Le sapienti carezze di Martin provocarono in Lindsay dei brividi che la proiettarono in una dimensione che da molto tempo cercava, quella in cui si sentiva piacevolmente cullata da un'estasi sublime.

L'amplesso li travolse lasciandoli sudati e senza forze, si rilassarono sul tappeto antistante al divano, coccolati dai tanti cuscini sparsi qua e la davanti a loro.

La loro soddisfazione sessuale fu amplificata dall'appagamento delle loro anime, specchiandosi, l'una all'altra, attraverso i loro occhi.

La storia della Cattedrale di San Luigi risale alla Francia del 1700, ora sede stabile del Vescovo della città di New Orleans. Considerato il principale luogo di culto cattolico, è diviso in due tronconi, quello religioso rappresentato dalla Chiesa vera e propria, sovrastante l'intera città con i suoi tre maestosi campanili, e quello laico, ossia edifici volti verso l'entroterra e residenze dei volontari addetti alle manutenzioni e ai religiosi in sosta per studi di natura cattolica. In quest'ala esistevano anche refertori usati in occasioni speciali dove venivano dispensati vari alimenti e servizi per i più bisognosi.

Leila divideva una delle stanze dei dormitori con Michelle, la figlia del giardiniere.

Quando Suor Maria l'aveva mandata a chiamare, lei era arrivata subito. La grazia nel fisico e nell'abbigliamento facevano da cornice ad un carattere mite e rispettoso, la buona educazione era una prerogativa necessaria per gli occupanti di un luogo sacro come la chiesa più antica della Louisiana.

I capelli neri e lunghi, raccolti a coda di cavallo, lasciavano libero un volto ovale con zigomi che ben evidenziavano i suoi occhi grandi e scuri, "ricordano molto quelli della mamma", le diceva sempre il nonno Axel. I suoi quasi 14 anni stavano regalando al mondo una futura donna di rara bellezza.

<<Cara, oggi verrà tuo nonno con una persona molto importante per te e ho deciso di dispensarti dallo studio e dalle altre attività quotidiane, la giornata odierna la ricorderai per sempre.>> esordì la religiosa, guardando negli occhi un'adolescente tipicamente curiosa e che fremeva nel sapere di chi si trattasse.

<<Non posso dirti nulla>> continuò la suora,<<una sorpresa non può essere espressa se non dalla persona stessa dell'iniziativa, quindi devi pazientare ancora un paio d'ore, poi verrai chiamata e ci godremo il gioioso momento insieme. Vai a prepararti adesso, ti ho fatto comprare dei vestiti nuovi, spero siano di tuo gradimento, ma conoscendoti credo di aver fatto la scelta giusta.>> Suor Maria congedò la ragazza abbracciandola e dandole un affettuoso bacio sulla fronte.

Leila, con un evidente sorriso impresso sul suo viso abbronzato, ritornò nel suo alloggio, fantasticando sulla natura dell'imminente incontro.

Quando Martin arrivò al distretto c'era solo Steve, che stava compilando dei verbali di fermo, relativi ad alcune operazioni di polizia effettuate durante la notte appena trascorsa. Erik e Lindsay non erano ancora arrivati e quindi ne approfittò per prendere un caffè con ginseng, aveva bisogno di una buona dose di energia per poter affrontare con coraggio l'incontro con Leila alla Cattedrale di San Luigi, Axel lo avrebbe telefonato da lì a poco.

Mentre sorseggiava la sua bevanda nera e bollente, Martin digitò su Google l'acronimo L.A.B. e si concentrò sulla foto di Kyle Bright. Si ripromise di dedicarsi a lui subito dopo aver incontrato sua figlia. Su quest'ultima i pensieri andarono a mille e l'angoscia gli arrivò fino in gola, quasi a fargli mancare il respiro. Alla domanda di cosa lei sapesse dei genitori, Axel gli aveva risposto di aver detto a Leila che il papà e la mamma erano stati inseriti in un programma di sicurezza nazionale e per tutelare la propria figlia, da eventuali ritorsioni pericolose, si era optato per un allontanamento forzato e temporaneo, " prima o poi torneranno" le prometteva sempre il nonno.

Martin aveva insistito su cosa, Moore, avesse detto a riguardo di Rachel e Axel aveva riferito alla nipotina che una brutta malattia se l'era portata in cielo. Le lacrime che l'allora bambina aveva versato, gradualmente diminuirono in virtù dell'aver saputo che il papà sarebbe ritornato finalmente a casa, e per sempre.

Davanti al monitor, ormai spento, Martin si scoprì con gli occhi rossi e pronti a liberare le sue pesanti lacrime sospese, ma la consapevolezza di non riuscire più a piangere lo faceva stare male, era tanto il dolore che aveva dentro e si augurava, in cuor suo, che l'incontro con Leila lo guarisse dalla forte malinconia che lo stava annullando giorno per giorno.

Quando arrivò uno degli uomini della scientifica, con un foglio in mano, chiese del Tenente Cameron, e Martin lo aggiornò sulla momentanea assenza della collega, ritirando per lei il referto relativo al ciondolo ritrovato vicino al cadavere del tenente Bill Forsyth.

Il detective guardò il contenuto trascritto con accanto l'immagine della corposa stella d'argento e dopo pochi minuti stava ancora provando a ricordare dove avesse visto, prima di adesso, quell'artefatto fotografato dai colleghi, sulla scena del crimine.

Non ebbe il tempo di pensarci oltre, perche il suo telefonino squillò, era Axel e lo aspettava fuori dal distretto. Martin lasciò il foglio di carta sulla scrivania di Lindsay e prima di uscire comunicò a Steve la sua destinazione, qualora Erik o Lindsay glielo avessero chiesto.

L'Hammer giallo di Moore aveva già il motore acceso e una volta salito , Martin salutò il padre di Rachel, il quale, ricambiando la cortesia, gli strinse forte la mano destra e domandò se fosse tutto a posto.

Martin, mentendo, rispose di si.

La Cattedrale di S. Louis riusciva ad infondere in Martin un senso di pace che oggi assumeva un significato molto più profondo, lì dentro si trovava l'essenza stessa del suo equilibrio interiore, una serenità che cercava da tempo, della quale, però, aveva molta paura. Non era così semplice presentarsi davanti a Leila e dirle che suo padre era tornato, lo stato di abbandono ogni bambino lo subisce e lo metabolizza in modo molto personale, non esistono regole precise, l'incertezza sta nel come colmare il vuoto che lasciano, uno o addirittura due genitori, in un'età dove la cura, il calore, l'amore incondizionato, fanno la differenza nell'esserci o meno. Nel caso di sua figlia, continuava a pensare Martin, la presenza di Axel era stata determinante e di questo non avrebbe mai smesso di ringraziarlo e poi c'erano state le persone, religiose e laiche, frequentanti il luogo di culto di San Luigi che avevano contribuito a dare una mano al nonno nel crescere Leila nel migliore dei modi, trasmettendo con attenzione quei valori in cui una madre ed un padre credono ciecamente.

La pacca che Axel diede sulla gamba sinistra di Martin gli ricordava che non era solo nell'affrontare le sue paure e le sue incertezze, il detective ebbe la sensazione che Moore l'avesse letto nel pensiero e di rimando gli sorrise, e pensando ad alta voce, gli disse un grazie che sintetizzava tutta la sua gratitudine nell'esserci stato.

Una volta parcheggiato l'enorme fuoristrada giallo, nei parcheggi destinati ai visitatori della Cattedrale, i due s'incamminarono lateralmente all'entrata principale della chiesa. Erano diretti agli alloggi dei laici, che occupavano gran parte dei dormitori, i religiosi erano di numero inferiore, tra questi c'era Suor Maria che, aspettandoli, si affacciò e fece segno di avvicinarsi. Una volta presentati, i tre s'incamminarono attraversando un lungo corridoio e avvicinandosi ad una porta grigia chiusa, udirono ben nitide le voci di due ragazze, Martin riuscì a distinguere i battiti, quasi aritmici, del suo cuore.

Quando Suor Maria aprì la porta, Leila e Michelle smisero di parlare e di sorridere. Martin non ebbe dubbi sull'identità della figlia, gli occhi grandi e scuri della ragazza più bruna gli ricordarono quelli di Rachel. Fu proprio la ragazza ipotizzata da Martin che andò a salutare, subito, il nonno, cingendo al suo collo entrambe le braccia, stringendolo forte. Axel ricambiò il tenero gesto riuscendo a percepire quanto fosse emozionata la nipote in quel preciso momento. Adesso Leila aveva bisogno di certezze e il nonno era l'unico in grado di dargliele.

<<Guarda chi ti ho portato>> disse Moore, emozionato, alla nipote.

Gli sguardi tra padre e figlia furono intensi e silenziosi, gli occhi di entrambi stavano permettendo alle reciproche anime di ritrovarsi.

<<E' tuo padre, Leila, finalmente è tornato a casa e per sempre.>> aggiunse, commosso, Axel.

Martin ruppe il silenzio e si ricordò che Lindsay le aveva regalato un simpatico peluche di panda di piccole dimensioni, lo alzò e lo porse alla figlia, sperando che quel dono improvvisato potesse proteggerlo da tutte le frustrazioni che stava vivendo in quei pochi minuti. La reazione di Leila fu inizialmente moderata, ma poi si lasciò andare regalando al padre un coinvolgente sorriso e attese l'arrivo di un segnale da parte del padre. Arrivò con molto trasporto il forte abbraccio che il padre le dedicò, Martin non aspettava altro.

<<Mi sei mancata amore e non ti lascero mai più!!>> disse, con le lacrime agli occhi, Martin.

<<Pensavo che non ritornassi più>> disse sorridendo, la figlia e girandosi verso il nonno gli tese la mano esprimendo il desiderio di abbracciare anche lui. Il gesto, Moore, non se lo fece ripetere una seconda volta e si affrettò a raggiungere gli altri due, amplificando quel bel momento di amore condiviso.

Michelle e Suor Maria erano felici per quello che stavano vedendo e finalmente lasciarono libere le lacrime, a stento trattenute, che solcarono così i loro visi, ben lieti di essere accarezzati da quel fluido carico di gioia.

Quando Kyle ricevette la telefonata, il suo umore si trasformò da spento ad euforico, non poteva crederci, aveva la possibilità di portare a termine la sua vendetta rendendola addirittura plateale, doveva essere chiaro il messaggio che chi ostacolava Labyrinth non poteva sperare in una via d'uscita, se non attraverso la propria morte. Il cammino che lo aveva portato fino ad oggi era stato lungo, il ricordo dei momenti vissuti accanto al suo benefattore, l'avvocato Walter Jr Smith, era sempre più vivo e il desiderio di rendere giustizia al torto subito era giunto al suo picco di massima realizzazione. Gli faceva ancora male rivivere le immagini concitate di oltre dieci anni prima[.....]le irruzioni della polizia nella vecchia sede di Labyrinth[.....]le urla delle forze dell'ordine in contrasto con gli atteggiamenti moderati dei membri dell'ex direttivo[.....]poi gli spari[.....]il conflitto a fuoco tra la mano armata di Labyrinth e gli uomini del distretto di polizia di New Orleans[.....]il corpo dell'avvocato Smith che si accasciava a terra colpito a morte da un proiettile vagante esploso dall'arma d'ordinanza di Martin Drecoll[.....]le fughe dei sopravvissuti all'arresto[.....]Kyle che rivede se stesso che corre tra i vicoli degli isolati vicini all'edificio dove tutto era cominciato e tutto era finito.

"Oggi mi prenderò la tua vita, signor Drecoll !!!", pensò ad alta voce l'avvocato Bright e chiamando il suo autista gli disse di farsi trovare pronto in cinque minuti con altri due uomini e tutti armati, come destinazione, la Cattedrale di San Luigi.

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La prima ad arrivare al Distretto fu Lindsay che, dopo aver consultato il referto arrivato dalla scientifica relativo al ciondolo trovato sul luogo dove Bill aveva perso la vita, chiese a Doug dove fosse il detective Drecoll.

<<Mi ha riferito che andava alla Cattedrale di S. Louis con Axel Moore, e l'ho comunicato anche al capitano che mi ha telefonato qualche minuto fa, facendomi la vostra stessa domanda>> disse l'agente, intanto che sistemava delle cartelle in archivio.

Lindsay chiamò Erik ma trovò il telefono occupato, quindi decise di uscire per dirigersi in direzione della residenza del Vescovo, alla S. Louis. Essendo di strada trovò Salinas che stava arrivando a piedi al distretto, dopo essere sceso dal mezzo pubblico alla fermata vicino al loro posto di lavoro. Lindsay si fermò e fece salire il suo capitano.

<<Dove stai andando?>> domandò Salinas, incuriosito.

<<Alla Cattedrale di San Luigi>> rispose la tenente, premendo sull'accelleratore e facendo sgommare la sua auto.

<<Perchè?>> chiese Erik, non capendo.

<<E' un momento molto importante per Martin e credo che due amici possano far comodo se le cose non vanno come dovrebbero andare>> commentò la donna, non preoccupandosi di esternare il suo interesse per il detective di New York.

<<Hai ragione!>> aggiunse Salinas, restando poi in silenzio fino a destinazione.

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Suor Maria concesse a Leila di uscire con il padre ed il nonno per una mattinata in famiglia, erano tante le cose che si dovevano dire e non sarebbero bastate sicuramente due ore, ma bisognava pur iniziare un percorso di conoscenza e nello specifico, oggi era il giorno giusto.

La religiosa li accompagnò fino all'uscita della Cattedrale e stava per fare le solite raccomandazioni alla ragazza, quando irruppe nel piazzale antistante, facendo stridere i freni, un minaccioso Suv nero della Mercedes con quattro uomini a bordo e con intenzioni non sicuramente cordiali.

Il primo a scendere fu tra quelli seduti dietro che, puntando la pistola al cielo, sparò un colpo, spaventando le due ragazze che si aggrapparono alla suora, anch'essa intimorita.

<<C'è Kyke!!>> urlò Axel, in direzione di Drecoll.

<<Cazzo!!>> imprecò Martin, estraendo, nel frattempo, la sua pistola, consapevole che poco poteva fare contro un mostro come il suo nemico.

Kyle, anch'esso armato, si avvicinò velocemente alla suora sbattendola a terra, dopo averla colpita alla testa con la canna della sua pistola, ferendola seriamente. Intanto che Michelle soccorreva Suor Maria sanguinante, l'uomo armato catturò Leila, tenendola stretta per il collo col braccio sinistro e con l'arma puntata sulla testa.

<<Lasciala!!>> gridò Martin, guardando fisso negli occhi Kyle.

<<Non sei nelle condizioni di dare ordini>> ribattè l'avvocato, poggiando ancora più forte la fredda canna della sua arma alla tempia della ragazza che, sempre più terrorzzata, cominciò a piangere.

Contemporaneamente a due spari di arma da fuoco, cadevano due uomini al servizio di Kyle Bright, Martin si girò e vide Erik e Lindsay che, armati, avevano fatto fuoco in direzione dei due che ormai giacevano a terra senza vita. Drecoll approfittò della confusione per colpire a morte il terzo componente del commando omicida di Labyrinth.

Kyle impiegò qualche secondo per riprendersi dalla sorpresa e Axel colse l'attimo, rapidamente si lanciò in direzione di Bright per cercare di liberare la nipote, ma l'avvocato, con scatto fulmineo, colpì Moore in pieno petto, che si accasciò a terra, sanguinando.

<<Nonno!!!...nooooo...>> gridò Leila, svincolandosi dalla presa di Kyle e correndo verso l'uomo a terra, agonizzante.

Bright, furioso, mirò alla schiena della ragazza, certo di colpirla.

Il proiettile arrivò dritto in fronte e l'avvocato Kyle Bright cadeva a terra lentamente, prima con le ginocchia poi col resto del corpo, gli occhi restarono aperti e un rivolo di sangue rosso cominciò a scorrere tra i suoi occhi color ghiaccio.

Si girarono tutti in direzione di Erik Salinas, aveva ancora la pistola puntata verso l'uomo che aveva appena ucciso.

Martin si avvicinò al corpo di Axel, cercando di tenere lontana sua figlia. Lindsay aveva già chiamato un'ambulanza e stava cercando di calmare Leila che gridava il nome del nonno, scongiurandolo di non abbandonarla.

Martin, chinato, stette vicino ad Axel, in attesa dei soccorsi.

<<....Perdonami.....>> disse, con un filo di voce, Moore, <<....non volevo arrivare in ritardo anche stavolta.....Rachel è morta per colpa mia e non accettavo che succedesse anche con Leila.....stalle vicino.....amala più della tua vita.....>> la voce di Axel diventava sempre più debole, l'emorragia non si fermava.

<<Stai calmo, non affaticarti, Leila starà sempre con te e con me, stai tranquillo, piuttosto ti ringrazio per tutto l'amore che le hai donato.....>> Martin si rese conto che Axel non lo ascoltava più. Nonostante gli occhi aperti, il cuore aveva smesso di battere lasciando Moore senza vita. Il detective gli poggiò la mano sinistra sul viso e delicatamente gli chiuse gli occhi e subito dopo si fece il segno della croce, fu sollevato nel vedere che Leila era lontana da loro e in compagnia di Lindsay.

Erik stava controllando che gli uomini caduti, incluso Kyke, fossero realmente morti, intanto aveva chiamato la scientifica ed il medico legale, poi si avvicinò a Martin, visibilmente scosso, e insieme si avviarono in direzione di Leila e Lindsay.

<div>Il personale sanitario si accertò dei decessi e si prese cura della suora colpita da Kyle. </div>

<<Nonno non c'è più, vero?>> domandò, singhiozzando, Leila, riferendosi a Martin.

<<Si, Axel ha raggiunto Rachel, tua madre, adesso pregheranno per noi, tu come stai?>> chiese, emozionato, Martin.

<<Scossa e disorientata, è stata la giornata più brutta della mia vita, ho paura>> disse, incerta, la ragazza.

<<Io ci sono se tu lo vorrai, so che non è facile, ma credo che la vita ci metta alla prova nelle situazioni più difficili ed imprevedibili, tutto può diventare più semplice se proviamo a costruire qualcosa insieme, pensaci qualche giorno, io saprò aspettare>> e terminando la frase, Martin diede un tenero bacio sulla guancia della figlia, cercando anche le mani, aveva bisogno di sentirla vicina.

<<Va bene>> disse Leila, aggiungendo che sarebbe rimasta nel dormitorio della Cattedrale ancora qualche giorno, il tempo di salutare Michelle e gli altri, tra questi Suor Maria.

Martin non disse nulla, ma i suoi occhi lucidi evidenziarono uno stato di felicità a lungo atteso.

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<<Hai fatto quei controlli che ti avevo chiesto?>> domandò, fremendo, Martin.

<<Si, e avevi ragione, ho incrociato i dati e il risultato va in direzione del tuo ragionamento, se quello che pensi fosse vero, ci troviamo difronte ad una personalità malata e pericolosa>> rispose Lindsay, facendo vedere al collega il lungo elenco dei tabulati telefonici, di cui parlava prima.

Combaciavano tutte le telefonate e ognuna delle quali inchiodava alle proprie responsabilità i due protagonisti delle comunicazioni incriminate, solo che uno dei due giaceva già sepolto da un giorno. Erano passati tre giorni dal terribile evento che segnò la vita di molti che lo vissero.

Leila era ancora alla Cattedrale ma Martin la vedeva tutti i giorni e spesso ci andava in compagnia di Lindsay, le due donne andavano d'accordo e il detective non poteva che esserne felice. La vita al distretto sembrava scorrere come sempre, il crimine quotidiano non dava la possibilità di pensare ad altro. La storia tra Lindsay e Martin era decollata ed era piacevole fare progetti insieme, e il tutto ruotava intorno alle scelte di Leila.

Erik arrivò nella tarda mattinata e pensieroso. Martin gli si avvicinò e gli chiese se poteva ascoltarlo.

<<Dimmi subito, che oggi è una di quelle giornate che spero di dimenticare al più presto>> esordì Salins, accendendo il suo PC.

Nel frattempo era arrivata Lindsay con i tabulati e li stava per consegnare a Martin.

<<Che succede ragazzi?>> s'informò il capitano, guardando entrambi i colleghi negli occhi.

<<Lo riconosci questo?>> disse Martin, mostrando all'amico il ciondolo della stella d'argento incastonata nell'ovale d'oro.

<<Certo, è il simbolo dell'istituto che frequenta mia figlia, ma perchè me lo mostri?>> domandò Erik, poggiando entrambe le mani sui braccioli della sua poltrona.

<<Le vedi queste lettere?>> disse Martin, avvicinandosi di più al capitano.

<<Una "E" e una "S", e che significano?>> s'informò, sempre più impaziente, Erik.

<<Rappresentano le tue iniziali, Erik, l'ho saputo da tua figlia Julia e so anche che non ti separi mai dal ciondolo, lo consideri un porta fortuna, ma stavolta ha fallito, perchè sai perfettamente dove è stato trovato. Quello che non sai, invece, e che sappiamo delle tue continue conversazioni telefoniche con Kyle e quella con Bill qualche minuto prima che venisse ucciso, da te, a sangue freddo>> sentenziò Martin, sbattendo forte le mani sulla scrivania del Capitano Erik Salinas.

<<Tu sei pazzo!!!>> sibilò Erik, con il fuoco negli occhi.

<<Perchè Erik? Cosa ti è successo>> continuò, calmo, Drecoll.

<<Io non devo spiegarti niente perchè stai dicendo solo cazzate, mi hai deluso Martin>> ribattè Salinas, alzando la voce.

<< Lo capisci che le tue telefonate ti inchiodano e ti collocano al soldo di Kyle Bright, perchè hai tradito il tuo ideale, i tuoi colleghi, i tuoi amici, la tua famiglia? Perchè? Rispondi, cazzo!!!>> continuò, incalzando, Martin.

<<Maledetto sia Kyle quando mi obbligò a farti venire quì, voleva la sua vendetta a tutti i costi, il bastardo, invano fu il mio tentativo di dissuasione, essere a capo di un'organizzazione come Labyrinth comporta dei rischi ma anche dei privilegi e Kyle stava diventando troppo ambizioso e troppo pericoloso, i ricatti a sfondo sessuale, soprattutto quando si trattava di pedofilia, lo stavano facendo uscire di senno, stava vivendo un delirio di onnipotenza che non conosceva ostacoli, andava fermato, dovreste ringraziarmi, invece che condannarmi>> Erik ormai aveva perso ogni freno e l'esaltazione lo faceva muovere in modo convulso per tutto l'ufficio, in un attimo di lucidità, però, afferrò la sua pistola sulla scrivania e la puntò verso Martin.

<<Attento, Martin!!!>> gridò Lindsay e con uno scatto si lanciò verso il collega per evitargli il colpo letale, ma, sfortunatamente, venne colpita all'altezza della scapola e, sanguinando, cadde a terra perdendo i sensi.

<<Lindsay!!!>> urlò Martin, cercando di soccorrerla, ma non si accorse che Erik aveva puntato ancora la pistola nella sua direzione e pronto a fare nuovamente fuoco.

Il proiettile, che arrivò dal corridoio, colpì Erik al braccio della mano che impugnava la pistola, facendola cadere a terra e subito dopo Steve, con la sua arma di ordinanza ancora calda per lo sparo, ordinò al suo capitano di alzare le mani e di inginocchiarsi a terra e mentre gli diceva che era tutto finito gli metteva le manette ad entrambi i polsi.

Doug e Martin presero Lindsay e la portarono sull'auto di servizio e tenendo d'occhio la ferita sanguinante, la condussero a tutta velocità e con le sirene accese, all'ospedale più vicino, Richard, intanto, stava avvisando il centralino del pronto soccorso dell'arrivo di un' agente di polizia gravemente ferita.

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Il dolore al petto la fece svegliare lentamente e la forte luce al neon della stanza diede fastidio ai suoi occhi stanchi.

Le immagini che man mano le si materializzavano davanti erano inizialmente sfocate, ma poi, gradualmente, cominciarono a diventare più nitide.

La bocca era molto asciutta e la sensazione di amaro la incoraggiò a chiedere dell'acqua. Una mano le si avvicinò con un bicchiere. Lindsay lo prese e con difficoltà cercò di bagnarsi le labbra e la lingua, solo dopo qualche secondo la degente riconobbe Martin, che intanto stava posando il bicchiere sul comodino vicino al letto dove era stata ricoverata la collega dopo aver superato un delicato intervento chirurgico durato molte ore, avevano temuto tutti per la sua vita, anche i medici non erano stati ottimisti prima di portarla in sala operatoria, il proiettile era rimasto incastrato vicino al cuore e le difficoltà nell'estrarlo erano veramente tante.

Accanto a Martin c'erano Steve, Richard e Doug, e un po più indietro c'era una sorridente Leila con un mazzo di fiori in mano. Lindsay sorrise ad ognuno di loro e i colleghi del distretto la salutarono ma prima di andarsene le dissero che una volta ritornata al lavoro avrebbe ricevuto una bella sorpresa.

Rimasero in tre e il primo a parlare fu Martin, ma prima aveva dato un bacio a stampo alla donna che in quel momento poteva definire la sua ragazza.

<<Come stai?>> chiese, delicatamente, il detective.

<<Il dolore è forte ma penso bene, se ho ancora gli occhi aperti e parlo con voi>> rispose, accennando un sorriso, la tenente.

<<Ciao!>> disse, timidamente, Leila, avvicinandosi al letto e stringendo la mano della compagna di suo padre.

<<Ciao!>> ripetè Lindsay, ricambiando la stretta di mano della ragazza e avvicinandola a se, le disse che era felice della sua presenza.

<<Sai, Leila mi ha detto che vuole vivere con me e insieme volevamo chiederti se volevi fare parte della nostra famiglia, ovviamente qui a New Orleans, anche perchè al distretto hanno bisogno di uomini e anche di un nuovo capitano, si parla di una tua concreta candidatura>> disse Martin, stringendo entrambe le mani delle donne che l'avrebbero accompagnato, per sempre, nella sua vita.

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