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Una storia di _MartaGasparon

Nessun rimpianto

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Pubblicato il 12 aprile 2018 in Storie d’amore

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Conobbi Serena al ballo scolastico di fine anno. Io facevo la quinta, lei ancora la quarta.

Non appena i miei occhi incrociarono i suoi, scuri come la brace, capii immediatamente che non sarei riuscito a scordarli tanto in fretta.

Le chiesi di ballare, le offrii da bere e una sigaretta da fumare in cortile, al che lei mi rispose secca:«Non fumo. Se però è per fare quattro chiacchiere fuori, volentieri».

Più mi parlava di lei, più mi convincevo che nessuna ragazza avrebbe potuto reggere il confronto. Mi feci coraggio e, preso il suo viso fra le mani un po' tremanti, posai le mie labbra sulle sue, in attesa di capire se le sarebbe piaciuto ricambiare un mio bacio.

Ci siamo messi insieme il 9 giugno, pochi giorni prima della mia maturità, peraltro andata piuttosto male. Ci siamo lasciati il 9 giugno di sei anni dopo, data che da quel momento attendo sempre con un certo nervosismo e fastidio.

Una proposta di lavoro in Canada per lei, gli studi di medicina da portare avanti a Padova per me: lasciarci fu l'unica soluzione possibile per consentire a entrambi di vivere la vita che avevamo sempre desiderato. Peccato solo che tra i miei progetti futuri ci fosse anche quello di sposarla.

Destino crudele.

Mi alzo dal letto, vado in cucina per prepararmi la colazione e, con la coda dell'occhio, sbircio il calendario appeso alla parete cercando di capire che giorno sia. Da quando ci hanno preso gusto a farmi fare i turni notturni al pronto soccorso, ho completamente perso la cognizione del tempo.

Il 9 giugno.

Strano che non mi si sia chiuso lo stomaco alla piacevole scoperta; anzi, mi preparo più fette biscottate del solito.

Carico lo zaino sulle spalle, verifico di essere in orario e mi incammino in direzione dell'ospedale: Padova si è svegliata con il sole stamattina, sarebbe un peccato prendere la macchina. Inspiro l'aria ancora piuttosto fresca delle sette e mezza del mattino e mi fermo dal giornalaio sotto casa per comprare il “Corriere”. Alle otto meno cinque sono già arrivato: indosso il camice e mi preparo ad affrontare le urgenze della giornata.

Il primo caso con il quale ho a che fare è quello di un ragazzino che è caduto dalla bicicletta mentre stava andando a scuola: si è rotto il naso e un gomito.

Il secondo paziente è un settantenne che fatica a respirare, probabilmente uno sbalzo di pressione. Il terzo caso è invece quello di un trentatreenne che è scivolato scendendo le scale. Ha una brutta ferita sulla fronte, sicuramente ci vorranno dei punti.

Inizio a tamponare un po' il sangue e sento bussare alla porta.

«Avanti».

«Buongiorno, sono la sua fidanzata. Giovanni, come ti senti?».

Eppure quella voce non mi è nuova. Sposto istintivamente lo sguardo dal mio paziente – il quale nel frattempo borbotta qualcosa – alla giovane ferma sulla soglia.

Non appena i miei occhi incrociano i suoi, scuri come la brace, lei si irrigidisce. Di tempo ne è passato parecchio, eppure io la riconoscerei ancora fra mille: è Serena.

Comprendo il suo imbarazzo e penso sia meglio far finta di niente. Abbozzo dunque un sorriso timido, ma lei non ricambia.

«Ecco fatto! La accompagno da un collega per i punti», riferisco al paziente. Sembra terrorizzato, al che cerco di smorzare un po' la tensione con la prima battuta che mi viene in mente:«Non si preoccupi, non è in pericolo di vita!». Forse avrei fatto bene a tacere.

Serena storge il naso infastidita. Lei.

E io allora che dovrei fare? In fondo ho soltanto un motivo in più per detestare il 9 giugno.

Pausa pranzo, finalmente. Ho proprio bisogno di staccare.

Come non detto, ecco di nuovo Serena che viene nella mia direzione.

«Speravo di incontrarti, Luca. Scusami per prima, ma Giovanni non sa di te. Sai, è un tipo molto geloso... Non sarei stata capace di mentirgli».

«Non ti devi giustificare, davvero. Ti vedo bene, comunque».

Non posso crederci di averglielo detto per davvero! In effetti è innegabile: è uno splendore. I capelli raccolti in una coda laterale, dei jeans elasticizzati che le segnano le curve, una maglietta un po' scollata. Non ha più nulla, ormai, della ragazza che ho amato per sei anni della mia vita eppure, quei suoi occhi intelligenti e vivaci, mi ricordano un sacco la Serena di un tempo.

«Allora, alla fine ce l'hai fatta, dottor Riva. Il camice le dona, sa?». Sembra che Serena voglia riconquistare la mia simpatia. Tentativo fallito.

«Devo scappare, mi dispiace. La mensa chiude fra poco. Mi ha fatto piacere rivederti».

Lei di tutta risposta fa un sorriso sghembo e se ne va.

In mensa non ci vado nemmeno. Stavolta lo stomaco mi si è chiuso sul serio.

La sera mi ordino una pizza. Tempo di dare un morso alla prima fetta, che sento il cellulare squillare: un messaggio.

“Ti chiedo ancora scusa per oggi. Giovanni sta bene, cinque punti. Ti va un caffè insieme domattina?”.

Improvvisamente mi sembra di non sentire più i miei trentaquattro anni. Il cuore inizia a battere veloce, proprio come quella sera di qualche anno fa, alla festa di fine anno, quando proposi a Serena un ballo; la mente, nel frattempo, non riesce a formulare una risposta sensata.

“Okay. Inizio il turno alle 11, facciamo per le 10 al bar del centro?”.

La conferma è rapidissima: “Bene. A domani!”.

Ho il sospetto che salterò pure la cena.

Mi sveglio alle nove in punto. Fisso l'armadio per una decina di minuti, terribilmente incerto su cosa indossare per l'incontro. Neanche fosse un appuntamento.

Alla fine opto per pantaloni beige e camicia in lino azzurra. Mi faccio la barba, modello i capelli con un po' di gel ed esco di casa.

Arrivo al bar del centro qualche minuto prima delle dieci: un tempo Serena detestava i ritardatari, dubito abbia smesso di farlo.

Le dieci e cinque. La vedo avanzare con passo felpato.

«Ciao!», mi dice stampandomi un bacio sulla guancia. Ma il suo fidanzato non era geloso?

Ci sediamo su un tavolino appartato, proprio in un angolo della sala. Io ordino un cappuccino, Serena preferisce un'aranciata fresca.

«Curioso essersi rivisti, dopo tutto questo tempo, proprio il 9 giugno», sorride divertita. A me, onestamente, risulta difficile.

«Avrei voluto scriverti tante di quelle volte...».

Vorrei domandarle come mai non lo ha fatto, ma poi penso che il motivo sia semplice: Giovanni.

«Che ci fai qui a Padova?», chiedo curioso.

Serena mette una ciocca di capelli dietro l'orecchio, inclinando la testa:«Mia sorella si sposa settimana prossima. Io e Giovanni abbiamo pensato di partire un po' prima per stare con i miei; sai, li vedo così poco. Ti confesso che mia madre non ha mai accettato la nostra separazione, ti riteneva un ragazzo modello».

La guardo imbarazzato, non so che dirle, non più, oramai.

Per un attimo penso a quanto ho sofferto, a quanto ci ho messo prima di riuscire a lasciarmi andare davvero con un'altra ragazza. Averla lì, accanto a me, non mi lascia affatto indifferente, eppure sento che Serena fa parte di un capitolo della mia vita conclusosi da troppo tempo.

Nessun rimpianto, dunque. Quel che è stato è stato.

Non avrò una fidanzata con la quale condividere la mia quotidianità, ma io sto bene lo stesso: amo il mio lavoro, gli amici non mi mancano, la famiglia mi sostiene sempre.

Ah, voglio anche adottare un cane.

Confido a Serena le mie riflessioni:«Mi sento bene, la mia vita mi piace».

Lei si fa seria, estrae una sigaretta dalla borsa e inizia a rigirarla fra le dita, nervosa. Deve aver iniziato a fumare, penso. Io in compenso ho smesso a trent'anni. Meglio così. Glielo vorrei dire, ma non me ne dà il tempo.

«Luca, posso farti una domanda?».

Dove sta il trucco? Annuisco poco convinto.

«Ti è mai capitato di pensare a come sarebbe stato se noi due non ci fossimo lasciati?», Serena abbassa lo sguardo e mi sfiora la mano, ferma sul tavolino.

Vorrei dirle di no, ma non sarei onesto.

«Mi è successo tante volte, sì. Avrei voluto chiederti di sposarmi».

Non so perché, ma a questa mia affermazione è calato improvvisamente il silenzio. Mi tuffo nei suoi occhi, perdendomici: noto con sorpresa che sono lucidi.

«Ora posso fartela io una domanda?», chiedo in un sussurro.

«Certo».

«Che cosa mi avresti risposto?».

«Non avrei avuto alcun bisogno di pensarci. Ti avrei detto di sì», afferma Serena con un sorriso dolce e rassicurante.

Parliamo del più e del meno, finché lo sguardo non mi cade sull'orologio che ho al polso: è tardi, devo raggiungere l'ospedale. Serena si offre di accompagnarmi, tanto ha delle commissioni da sbrigare lì in zona.

Usciti dal bar mi prende per mano. Camminiamo così, con le dita intrecciate le une nelle altre, in silenzio, sbirciandoci ogni tanto da dietro le lenti scure degli occhiali da sole. Se Giovanni ci becca sono guai. Pazienza, vale la pena correre il rischio; in fondo, qualche istante tutto per noi è giusto regalarcelo.

Arrivati all'ingresso dell'ospedale ci abbracciamo.

«Grazie per avermi concesso un po' del tuo tempo. Ci vediamo, Luca».

In verità non credo succederà, immagino ne sia consapevole anche lei. D'altronde è giusto così.

«A presto».

Le nostre strade si dividono ancora una volta: io oltrepasso l'entrata, lei si incammina verso la piazza poco distante. Non mi volto indietro a guardarla andare via nemmeno una volta.

Indosso il camice bianco – quello che secondo Serena mi dona – e mi preparo ad affrontare i casi della giornata.

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