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Una storia di AlessiaScipioni

Questa storia è presente nel magazine La Rosa dei Nove Fati

Questioni in sospeso

Capitolo 12

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Pubblicato il 20 marzo 2018 in Storie d’amore

Tags: amore Capitolo12 LaRosaDeiNoveFati

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Armando non era affatto interessato ad andare in ufficio quel giorno, gli premeva altro. Era solito organizzarsi il lavoro nei minimi dettagli, proprio per non incappare negli imprevisti, di cui teneva sempre conto, ma pronosticare una nevicata di dieci centimetri era qualcosa di imprevedibile: in quella parte della campagna romana non nevicava quasi mai,se non in casi sporadici e per pochi grumoli di neve.

"Hai liberato la strada del viale Paolo?", domandò al domestico.

"Ho finito proprio ora di ripulire il cancello centrale signore". Rispose la sua fedele ombra appoggiando la pala a terra.

"Bene, prepara la macchina allora". Si accese una sigaretta guardando il viale innevato.

"Signore, non vorrà mica andare fino alla fattoria? Oggi? Con questo tempo? Se posso permettermi di dirlo: è una follia. Non tutte le strade principali saranno libere dalla neve e siamo sprovvisti di catene al momento". Replicò Paolo premuroso.

"Ti ringrazio per la premura Paolo, ci fermeremo a comprare le catene lungo la strada. Avevo in programma di andarci e ci andrò, non saranno pochi centimetri di neve a frenare la mia tabella di marcia". Armando sottolineò il suo dire con una fumante boccata dalla sigaretta.

Paolo si guardò velocemente attorno, nei paraggi non c'era nessuno che li potesse sentire, erano tutti in casa a proteggersi dal freddo, soltanto Ermanno, il giardiniere, era lungo il parco, ma troppo distante per sentirli chiacchierare.

"Armando - si avvicinò con il volto a quello del suo padrone e amico, in pubblico avevano un rapporto fatto di servitù, ma nel privato, quando erano soli, i due scendevano a una confidenza amichevole - è una follia ti dico. Capisco la tabella di marcia e tutto il resto, ma la fattoria da lì non scappa, possiamo andarci quando il tempo sarà migliore, magari anche domani, ma non oggi...rischiamo di romperci l'osso del collo su per quelle montagne".

"Paolo...tu sai quanto è importante per me andarci, e comunque, quella gente avrà bisogno di aiuto con questo tempo, se posso fare qualcosa per loro, lo farò". Il fumo della sigaretta con il suo dialogare si mischiava con il vapore generato dal freddo, lasciando Armando avvolto da una nebbia bianca incredibile.

"Sì, ok Armando, è importante per te, ma puoi chiamare Cecilia al telefono e farti dire se hanno bisogno di qualcosa e agire...". Incalzò l'amico nel tentativo di dissuaderlo.

"Sono anni che aspetto questo incontro Paolo, non ci rinuncio, l'ho programmato da mesi". Armando usò un tono quasi autoritario.

Paolo scosse la testa:

"Sei più testardo di un mulo...vado a preparare la macchina. Hai messo in programma, con questo tempo, che potremmo anche rimanere bloccati lassù?", cercò invano l'ultimo tentativo di distoglierlo dal fare una follia del genere.

"Vai Paolo, ti aspetto qui". Armando non volle sentire ragione.

Nel frattempo, nella suddetta fattoria, che Armando aveva acquistato da poco strappandola a un gruppo di costruttori che volevano smantellarla per farci un centro commerciale, Roberto Feresi era fuori dalla grazia del Signore.

"Tutta questa neve rovinerà il raccolto! Quest'anno faremo la fame". Sentenziò guardando la moglie.

"Non è detto, da domani il tempo migliorerà, lo hanno detto poco fa alla tv". Gli rispose Rossella.

"La neve è filtrata anche nel capanno delle mucche, persino le pecore di Gennaro se la stanno vedendo brutta, per non parlare dei polli e dei maiali...Luigi ha trovato due abbacchi morti e un paio di maialini quasi congelati. E come se non bastasse...siamo in mano ai Kadosh, loro sono la ciliegina sulla torta in tutto questo!". Disse con rabbia.

"Dovresti ringraziarlo Armando Kadosh invece che ingiuriarlo...se non avesse comprato la fattoria, ora saremmo tutti disoccupati". Replicò secca sua moglie portandogli il caffè caldo da bere.

"Ringraziare un figlio di papà viziato e presuntuoso? Mi deludi Rossella". Prese con rabbia la tazzina di caffè.

"Tu sei accecato dalla rabbia verso suo padre, ma lui non c'entra nulla con il comportamento di Alvaro Kadosh. E comunque sì, dovresti ringraziarlo eccome, è merito suo se hai ancora la possibilità di mantenere i tuoi figli".

"Sono tutti una razza Rossella, non ti credere, i ricchi sono tutti una razza! Armando non sarà tanto differente dal padre...ha comprato questa fattoria ok, ma sono mesi ormai e non si è fatto neanche vedere, ma figurati se quello si viene a mischiare con gente come noi...quello non sa che vuol dire lavorare, non sa niente di come funzionano qui le cose e non sarà neanche interessato a saperlo...sai quale sarà l'unica cosa che gli importerà? Quanto utile ricava dalle nostre schiene spezzate a fine anno!". Roberto alzò la voce così tanto che persino i figli smisero di giocare con la neve.

"Roberto, c'è il padrone che ti cerca, sapessi che cazzo di macchinone ha quel tizio...", Luigi si avvicinò alla porta di casa del bracciante parlando sottovoce per non farsi sentire da Armando che avanzava verso l'abitazione. "Sta venendo qui, preparati".

"Parli del diavolo e spuntano le corna! - sentenziò Rossella - e stai calmo, ricordati che lui è il padrone e tu lavori per lui, ma soprattutto ricordati che hai due figli da mantenere!". Rossella era assai preoccupata. Conosceva suo marito e la sua indole impulsiva, ma soprattutto sapeva quanto odio e rancore provasse al solo sentir nominare i Kadosh.

"Buongiorno - la figura di Armando si materializzò sulla soglia della casetta in legno - sto cercando Roberto Feresi, mi hanno detto che abita qui, è in casa?". Armando guardava la donna con decisione.

"Sì, sono io". Rispose Roberto facendo alcuni passi avanti e portandosi le mani sui fianchi.

Armando spostò il volto verso di lui.

Eccolo finalmente...pensò, dopo tanto tempo e dopo tutte le ricerche che ho fatto, finalmente sei davanti a me!

"Armando Kadosh,piacere". Allungò la mano per presentarsi, ma Roberto rimase immobile mostrando una certa faccia scocciata dalla sua presenza.

"Che sei venuto a fare Kadosh, a vedere come ci spacchiamo la schiena per te? O vuoi comunicarci i nuovi ordini? Oppure vuoi far presente a quanto ammonta la tua percentuale sul nostro sudore?", domandò inviperito Roberto.

Dal petto di Rossella rimbombò un leggero tossire diretto a far abbassare la cresta al marito. Armando non si scompose più di tanto.

"Posso offrirle una tazza di caffé caldo? L'ho fatto da poco signore", Rossella cercò di limitare i danni inferti dal marito, ma Roberto ribatté con forza all'offerta della moglie.

"Caffè? Andiamo cara lo sanno tutti che i ricchi bevono solo champagne!".

"Finiscila Roberto, hai deciso di farti cacciare?", Rossella non si capacitava seppur era cosciente da dove venisse tutto quel rancore verso quella famiglia.

"Che mi cacci pure se questo è il prezzo per la verità!", osservò deciso Roberto portandosi le braccia conserte sul petto.

"Sì, certo, poi ai bambini gli dai la verità da mangiare!", Rossella era seriamente preoccupata.

"Verità... - Armando fece qualche passo avanti portandosi davanti al volto di Roberto - che tu ci creda o meno, è proprio in nome della verità che sono venuto qui. Una verità che aspetto da anni, da quando sono venuto a conoscenza della tua esistenza. E' da allora che ti cerco e se non fosse stato per quell'offerta che ho ricevuto, per puro caso, di far parte a quel gruppo di sovvenzionatori per il centro commerciale, non ti avrei mai trovato forse".

Roberto puntò le pupille quasi nere sul Kadosh. Possibile che sappia tutto? Si domandò d'istinto.

"Non capisco a cosa alludi e a cosa intendi per verità", fece un leggero passo indietro con la cresta del gallo che gli era spuntata.

"Io, invece, sono dell'idea che lo sai benissimo", replicò Armando.

"Quindi, dimmi, hai comprato questa fattoria per farmi l'elemosina? O per avere la soddisfazione di vedermi lavorare per te? Deve riempirti d'orgoglio immagino!". Roberto non indietreggiò di fronte al fatto che Armando potesse realmente sapere come stavano le cose tra lui e Alvaro Kadosh.

"Qui nessuno lavorerà per me, è uno dei punti fondamentali per cui sono venuto. Casomai lavoreranno per te, Roberto. Questa fattoria la gestirai tu e solo voi, intendo chi ci lavora, dal primo all'ultimo, ne ricaverete guadagno. Io non voglio niente da questo podere, volevo solo evitare che vi ritrovaste in mezzo a una strada per far spazio all'ennesimo mostro del capitalismo!". Armando si appoggiò con la schiena addosso alla parete di legno guardando con attenzione la reazione del suo interlocutore.

"Risparmiami la tua elemosina Kadosh e vai al diavolo insieme a quel bastardo di tuo padre!". Roberto non mostrò molta gratitudine, anzi sembrava alquanto offeso dal gesto di Armando.

"Roberto!", sua moglie cercò di farlo rientrare nei ranghi.

"Stia tranquilla signora - Armando le fece un gesto intento a tranquillizzarla - non mi feriscono le sue parole e ne comprendo la natura da cui derivano. Del resto è cosa risaputa che mio padre sia un bastardo, o forse Roberto, dovrei dire...nostro padre".

"Tuo padre!", replicò con rabbia il bracciante. "Io sono lo scarto che si è scordato strada facendo!".

"Mio, tuo, nostro...che importanza ha? Su una cosa siamo d'accordo: è un bastardo! Lo dici tu, dopo quello che ha fatto a tua madre e, di conseguenza a te, lo affermo io, che ci ho vissuto con quell'essere. Vogliamo dunque, seppellire quest'ascia di guerra inutile tra di noi, in quanto io non sono responsabile delle azioni di quell'uomo e darci una mano a vicenda?". Armando mostrò persino una certa emozione nel dirlo, in finale aspettava quel momento da anni, era effettivamente emozionato al pensiero di avere davanti il fratellastro maggiore, come era emotivamente colpito all'idea che in cortile stavano giocando i suoi nipotini.

"E' facile dirlo nelle tue vesti, tu non hai mai faticato o accarezzato la fame, io sì! Permetti che sono incazzato per questo?". Sentenziò Roberto.

"Lo comprendo, davvero. Dico solo che stai sputando veleno contro la persona sbagliata. Io non c'entro nulla e, come ho detto prima, ti cerco da quando sono venuto a conoscenza dei fatti. Anch'io ho molto risentimento nei confronti di nostro padre e insieme possiamo distruggerlo Roberto". Armando si portò ancora più vicino a lui.

"Che cos'hai da reclamare tu? Non ti ha comprato il Porche quando glielo hai chiesto? Oppure non ti ha lasciato usare la carta di credito da ragazzo?", Roberto non voleva ammettere a se stesso che Armando avesse fatto una vita da schifo come la sua.

"No, ma ho di peggio su cui chiedergli il conto. Ora però ho poco tempo per raccontarti la storia, ed è lunga parecchio credimi. Devo rientrare a palazzo prima di sera, altrimenti rischio di ritrovare mia moglie in una crisi di nervi. Tornerò quando il tempo è migliore e avremo così più tempo per parlarne. Intanto pensa e rifletti sulla mia proposta - dalla tasca tirò fuori una mazzetta consistente da cinquecento euro - questi soldi ve li lascio, e prima che scambi tutto questo per elemosina, usateli per sistemare questa fattoria. Tutta, dateli anche agli altri braccianti, sistemate le cose in modo tale che non vi nevichi nelle stalle e in casa, da quel che vedo, immagino quando piove. Ritornerò tra qualche giorno e parleremo con calma". Appoggiò la mazzetta sul tavolino e si voltò uscendo, seguito come sempre, dall'immancabile Paolo.

Roberto e Rossella rimasero a bocca aperta nel vedere tutti quei soldi sul loro tavolino. Roberto pensò, per la prima volta da quando era nato, che forse non tutti i ricchi erano uguali.

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