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Una storia di Massimo.ferraris

I dubbi di Dave

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Pubblicato il 18 giugno 2018 in Fantascienza

Tags: alieni mondi futuro

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Da dietro la finestra di casa, Dave guardò fuori e pensò che anche quel pomeriggio sarebbe finito per piovere. Era una settimana che, puntuale come le tasse, il tempo regalava mezza giornata ininterrotta di pioggia, cosa che sembrava divertire molto Jack, il figlio dei vicini di casa. Mantellina gialla e stivali rossi ai piedi, il piccolo, dell'età di otto anni, si metteva a correre avanti e indietro per il giardino, saltando tra le pozzanghere. I genitori sembravano fregarsene di lui, tanto che pareva nemmeno esistessero.

L'auto dei Parker, questo era il loro cognome, era ferma da parecchi giorni, cosa normale, se non fosse che il padre di Jack faceva il tassista e sull'auto spiccava la classica targhetta. Ora che ci pensava, a parte il bambino, di loro non aveva più avuto modo di vedere nemmeno i visi dietro la finestra.

Dave decise di lasciar perdere, in fondo Parker non gli stava nemmeno simpatico, sin da quella volta in cui finì con il trattore contro il suo steccato.

-Colpa tua che lo hai costruito troppo vicino alla strada!- aveva urlato.

La riparazione era costata una bella pila di dollari, tutti di tasca sua. A parte l'incidente, i contatti con i Parker si limitavano al saluto, che dal "buongiorno" di qualche anno prima era passato al semplice "grugnito", per poi finire all'attuale cenno del capo.

Jack continuava a saltellare, i pantaloni ormai zuppi d'acqua, ed ogni tanto lanciava sguardi nella sua direzione. Quegli occhi, nascosti dal cappuccio della mantellina, pareva volessero scrutarlo, mettendolo a disagio. Decise che era meglio lasciar perdere il bambino, e indossato il cappello si avviò verso la stalla, dove lo attendeva Sally, la sua mucca, pronta per essere munta.

A qualche miglio di distanza Arnold Mattle stava guidando la sua auto sotto una pioggia scrosciante. Il suo lavoro di veterinario lo impegnava al massimo, e gli spazi sterminati tra una fattoria e l'altra, in quella vasta porzione di America, gli occupavano gran parte del tempo al volante. Dopo aver fatto nascere due puledri e curato un cane per una ferita alla zampa, l'ultimo compito della giornata riguardava la mucca di Dave Norton. Il mese prima era rimasta incinta e da quel giorno Dave lo assillava di telefonate, nemmeno si trattasse della gravidanza della moglie.

"Strano tipo quell'uomo" pensò Arnold, spostando la leva della velocità del tergicristallo sulla posizione max. Non si vedeva un accidenti, a parte la striscia bianca di mezzeria che, fino a prova contraria, lo avrebbe guidato alla fattoria.

Accese la radio sulla stazione locale, dove note country ebbero il potere di rilassarlo. Prima di tornare a casa avrebbe dovuto fare un salto al centro commerciale, altrimenti la moglie gliene avrebbe dette di tutti i colori. Perso nei pensieri e attento alla guida, Arnold ebbe un tuffo al cuore quando improvvisamente un mezzo dalla luce bianca ed abbagliante lo sorpassò. Non ebbe nemmeno il tempo di vedere chi fosse, tanto era veloce, e nel giro di un paio di secondi scomparve davanti a lui. Mise la freccia e sostò spaventato a bordo strada. La strada bagnata e la visuale limitata non avrebbe permesso a nessun mezzo di procedere così spedito, ed inoltre, passandogli accanto, non aveva udito nessun rumore di motore. La musica nell'auto era a basso volume, e un mezzo con quell'andatura avrebbe provocato un rumore assordante. Invece nulla.

Dave mise il secchio sotto Sally e le accarezzò la pancia. La mucca parve gradire il gesto e contraccambiò guardandolo, emettendo un muggito. Prese il seggiolino in legno, ma non ebbe nemmeno il tempo di sedersi che una luce violenta illuminò la stalla. Le galline si misero ad urlare, e anche Sally scartò di lato violentemente finendo contro la mangiatoia. Dave si girò di scatto, in allarme e pronto a difendere se stesso e Sally da chiunque. Ma come un flash, la luce si smorzò, lasciandolo nella inconsistente luminosità che la giornata piovosa faceva filtrare dalla vetrata. Uscì di scatto, nella speranza di scorgere cosa avesse provocato il bagliore, ma non scorse nulla, tutto era calmo, l’auto di Parker al suo posto e il piccolo Jack che continuava a giocare come se nulla fosse accaduto.

-Ehi, hai visto cos’era?- si rivolse al bambino. Non ebbe risposta, solo uno sguardo e un brivido da parte sua. Perché mai lo mettesse così a disagio era una domanda a cui non sapeva dare risposta; c’era qualcosa in quel bambino che negli ultimi giorni era cresciuto e lo rendeva pericoloso. Sally muggì ancora, ma questa volta per richiamare l’attenzione di Dave. Scrutò il cielo prima di rientrare e pensò che un lampo non era stato, non con quel tipo di tempo, e poi così violento.

Arnold si calmò, spense la radio e si mise in ascolto. A parte il picchiare della pioggia sul tetto, dall'esterno non proveniva nessun rumore. Prese il cellulare, perchè qualcosa nella sua testa gli diceva di chiamare la moglie, ma si accorse che non c'era segnale.

Appena finito di mungere Sally, Dave fece ritorno in casa con il secchio del latte. Arnold sarebbe giunto di li a poco, sempre che la pioggia non lo avesse fermato. Sembrava non volesse smettere, anzi la sentiva picchiare con maggiore intensità sul pergolato in giardino. Mise il bollitore dell'acqua sul fuoco e si posizionò di vedetta alla finestra. Lo sguardo andò a posarsi su Jack, sempre intento a giocare. Possibile che Parker non richiamasse suo figlio in casa? Gli venne quasi voglia di alzare il telefono per domandarglielo, ma subito si ricordò che da un paio di giorni la linea era interrotta. Nemmeno del cellulare si poteva fidare, per via del segnale altalenante.

Si rese conto di essere isolato dal resto del mondo, solo, in compagnia di Sally e dei fantasmi dei vicini. Avrebbe dovuto riallacciare i rapporti: in momenti come quello essere soli poteva risultare pericoloso. Ci avrebbe pensato domani, ora voleva solo che il veterinario arrivasse a controllare Sally.

Arnold rimise il cellulare in tasca, maledicendo la tecnologia moderna, sempre inutile quando effettivamente serve, poi fece girare la chiave nel quadro di accensione. Il motore diede qualche giro, poi decise che per quella sera ne aveva abbastanza.

-No, no, nooo... merda!- gridò all'auto, nella speranza che qualche insulto l'avrebbe convinta a riaccendersi. Invece nulla, solo un ultimo "tic" e buonanotte. Appoggiò la testa al volante e respirò con calma nel tentativo di non farsi prendere dal panico. La fattoria di Dave distava ancora un chilometro buono e con quel tempo e un ombrello da due dollari sarebbe giunto da lui zuppo fradicio. Non c'era altro da fare: scese e s'incamminò sotto il diluvio universale.

Furono trenta minuti interminabili. Dopo pochi passi l'ombrello cedette alla violenza della pioggia, e Arnold si trovò a procedere senza riparo. Mise la borsa da lavoro sulla testa e passo dopo passo raggiunse l'entrata della fattoria. Dave, da dietro la finestra, continuava ad osservare la strada, lanciando sguardi alla pendola. Il dottore gli aveva promesso di venire, e sino ad oggi non era mai mancato. Certo, la pioggia era un problema e senza comunicazione poteva aver pensato di rinunciare senza avere la possibilità di avvertirlo.

Jack continuava ad infastidirlo, con il suo correre avanti e indietro sotto l'acqua.

"Ti prendesse una polmonite", pensò rabbiosamente, ma poi si pentì: era solo un bambino. Lo guardò attraverso le tende e notò qualcosa di sbagliato in lui. Da subito non capì cosa, perchè la scena era sempre la stessa, ma poi realizzò che di sbagliato c'erano gli stivali. Erano verdi, alti quasi fino al ginocchio, mentre fino a poco fa era sicuro fossero rossi e bassi. L'avrebbe giurato sulla Bibbia, ne era stramaledettamente sicuro!

La sagoma di Arnold apparve sotto forma di alone in lontananza. Dave capì immediatamente che si trattava di lui e che c'era qualche problema. Corse a prendere l'ombrello e raggiunse a grandi passi l'amico. Era in condizioni pietose, completamente distrutto e sofferente.

-Che diavolo è successo?- urlò per farsi sentire sul rumore della pioggia.

-Quella stronza di macchina ha pensato bene di spegnersi un chilometro circa da qui. Ti prego, entriamo in casa, sento che sto per svenire-.

Dave lo sorresse per una spalla e lo accompagnò all'asciutto. Arnold finì disteso sul divano, creando un grosso alone che lentamente impregnò il tessuto.

Riuscì ad addormentarsi come un sasso, sfinito dalla lotta intrapresa con la pioggia. Se solo fossero stati cento metri di più sapeva che non ce l'avrebbe fatta. Dave lo coprì e ravvivò il fuoco nel caminetto. Provò di nuovo ad alzare la cornetta: nulla. Nemmeno il cellulare dava segni di vita. Questo voleva dire che erano isolati, e chissà per quanto ancora.

Si alzò, dirigendosi verso la cucina, con l'intenzione di preparare della minestra calda per lui e Arnold, una volta che si fosse svegliato. Ma non fece in tempo a percorrere la lunghezza della stanza che la luce si spense. Gli sembrava troppo bello essere isolato solo con le comunicazioni, ora ci si metteva pure la corrente elettrica. Il vecchio generatore, nel locale attiguo alla stalla era fermo da un paio d'anni e Dave sperò con tutto il cuore che ci fosse ancora carburante e che partisse. Si rimise la mantella e aprì la porta di casa; la pioggia batteva così forte sulle tegole del portico che ebbe paura potesse crollare. Si fermò ad osservare la casa dei Parker, ma non vide traccia di Jack; lo stupì invece la luminosità che proveniva da ogni stanza della casa. Nessun generatore a questo mondo avrebbe potuto sviluppare tanta potenza, a meno che non fosse progettato per la NASA. Cercò di non pensarci, aveva altro da fare, e poi i Parker non lo avrebbero mai aiutato. Sperò in cuor suo, per la seconda volta nel giro di poco, una cattiveria: "speriamo che almeno la pioggia si porti via l'auto". Era posteggiata vicino allo steccato, ma guardandola a Dave venne un altro dubbio, quella sensazione di sbagliato che non lo aveva ancora abbandonato da quando aveva visto gli stivali di Jack. La scritta sul lato riportava il numero di matricola, e Dave avrebbe giurato sulla propria vita che era sempre stato il 34. Ora un 54 aveva preso il suo posto.

Dave iniziò ad avere davvero paura.

La luce accecante tornò circa mezz'ora dopo, mentre Dave era seduto a tavola intento a mangiare la zuppa. Questa volta il lampo fu talmente forte che rimase accecato qualche minuto, nonostante la candela accesa sul tavolo. Arnold dormiva, senza essersi accorto di nulla, ma dalla stalla udì il muggito di Sally sovrastare il rumore della pioggia. Afferrò la mantella di corsa e si precipitò fuori. Adesso la pioggia iniziava davvero a spaventare, un fiume di acqua e fango scorreva al posto di quella che sino al pomeriggio era stata la strada. La casa dei Parker era sempre illuminata, e guardandola Dave provò nuovamente la sensazione di sbagliato. I dubbi che gli tarlavano la mente iniziavano a sconvolgerlo. L'auto riportava di nuovo il 34, ma quello era il problema minore. La fattoria dei vicini, resa inconsistente dal muro d'acqua aveva i contorni mal definiti. Nel buio della notte, rotto solo dalle luci di casa, avrebbe giurato che il tetto risultava vibrante. Non sarebbe riuscito a trovare altro termine; sembrava quasi della consistenza della neve che si forma nel televisore quando manca il segnale.

Aveva bisogno di luce, e di vedere lo stato di Sally. La mucca era seduta a terra, il grosso ventre appoggiato sulla paglia e lo guardò sconsolata vedendolo entrare. Almeno stava bene. Armeggiò con le chiavi e trovò quella del ripostiglio, dove il generatore lo accolse alla luce della torcia. Svitò il tappo e vide che il carburante era sufficiente per farlo partire, poi avrebbe provveduto a riempirlo, quindi afferrò la corda a strappo ed iniziò a tirare. Al decimo tentativo, quando ormai le braccia si erano fatte dolenti, magicamente partì. Si accesero le luci della stalla, poi una ad una quelle del portico e della casa.

-Maledetta pioggia e maledetti Parker!- gridò in direzione della fattoria e rientrò in casa.

Trovò Arnold in piedi accanto alla finestra, le mani aggrappate alla tenda e un tremore incontrollabile che lo faceva sussultare. Dave pensò ad un attacco di febbre, ma quando si avvicinò all'amico vide che aveva gli occhi sbarrati dalla paura. Stava fissando la casa dei Parker, e forse riusciva a vedere qualcosa che a lui sino a quel momento era sfuggito. Lo toccò su una spalla e Arnold si ritrasse come se il diavolo in persona gli si fosse avvicinato, poi riconoscendolo iniziò a balbettare.

-La... la casa... sparita... c'era un... una... astronave...- Dave riuscì a comprendere. La parola astronave era l'unica pronunciata chiaramente e senza ombra di dubbio l'amico qualcosa doveva averla vista per essersi ridotto in quello stato. La fattoria dei Parker era sempre al suo posto, le luci prepotentemente luminose, ma sembrava più nitida, quasi fosse stata "ridisegnata" nei contorni. Sul tetto, prima quasi invisibile, poteva scorgere il camino e la grossa antenna.

Prese Arnold quasi di peso e lo fece sedere a tavola. Doveva farlo reagire, trovare un modo per rimettere nei suoi occhi un barlume di lucidità. La minestra calda che Dave gli mise sotto il naso ebbe proprio l'effetto sperato, che aiutò Arnold a rientrare in se stesso. Nonostante i brividi, dopo ogni cucchiaiata sembrava riprendersi, e Dave non chiese nulla fino a quando non fu l'altro a parlare.

-Ho visto la casa sparire, quando sei entrato nella stalla. Nel momento stesso in cui la luce è tornata, al posto della fattoria è comparsa un'astronave immensa, dal colore dorato che emetteva una luminescenza propria. Era un UFO, Dave... non sono pazzo,credimi...-

-Ti credo- rispose semplicemente -e voglio vederci chiaro-.

Il fucile si trovava nello sgabuzzino vicino alla cucina. Dave lo teneva sempre carico nel caso qualche malintenzionato si fosse intrufolato in casa. Arnold era bianco come un cencio ed aveva difficoltà a stare in piedi. Decise che sarebbe uscito da solo in perlustrazione. Ufo o non ufo, la cosa andava chiarita e non si faceva certo intimidire da quattro omini verdi, dopo che per una vita aveva lottato per sopravvivere nella fattoria. Aprì la porta e fissò la fattoria dei Parker, dove notò le solite luci accese. Jack era di nuovo fuori, questa volta seduto sotto al portico, intento a leggere qualcosa. La strada era ormai un fiume di fango e attraversarla avrebbe voluto dire sporcarsi come un maiale, ma ormai era in gioco e doveva proseguire.

Si portò sino alla staccionata, guardò l'auto e notò che nonostante la pioggia e il fango sembrava stranamente pulita. Sporse la mano per toccarla, e nello stesso istante un colpo, come una forte spinta, lo scaraventò a terra. Davanti ai suoi occhi il taxi prese ad ondeggiare, come l'immagine di una diapositiva quando viene messa a fuoco. Che diavolo stava succedendo? Si alzò dolorante e completamente sporco di fango. Arnold lo stava osservando da dietro i vetri e gli fece cenno di tornare dentro.

-Non se ne parla nemmeno!- gridò all'amico. Era curioso di sapere cos'era successo, ma senza rischiare di finire nuovamente colpito. Sul ciglio della strada notò un sasso, lo prese e lo scaraventò con tutta la forza che aveva contro l'auto. Una frazione di secondo dopo il sasso passò a pochi centimetri dal suo viso, come se una fionda l'avesse rilanciato. L'auto scomparve per un attimo, poi l'immagine si riformò, ma questa volta al suo posto vide un camioncino per il trasporto bestiame. Dave gridò e si precipitò in casa.

La terra iniziò a vibrare come sotto l'attacco di un terremoto, ma a differenza di questo era accompagnato da un sibilo fortissimo e luci accecanti che partivano dalla fattoria dei Parker e si dirigevano ovunque. Un paio attraversarono anche la sala, dove Dave ed Arnold erano nascosti terrorizzati dalla paura. La pioggia smise di colpo, così come era cominciata e la luce tornò ovunque. Dave sentiva Sally muggire senza sosta e pregò affinchè non le succedesse nulla di male. Che poteva fare per mettere la parola fine a tutto questo? Nulla; in cuor suo sperò solo che gli fosse risparmiata la vita. Arnold tremava come una foglia al vento e lanciava gemiti continui che preoccuparono Dave. Un paio d'anni prima l'amico aveva avuto un infarto e quella situazione non lo aiutava certo. Prese coraggio a due mani e strisciò verso la finestra. Il tremore faceva cadere ogni cosa, minava le fondamenta dell'edificio e rendeva pericoloso lo stare in casa.

Alzò la testa e quello che vide lo fece rimanere impietrito: un grosso disco volante, illuminato da tutte quelle scie che piroettavano nell'intorno, sorgeva al posto della fattoria. Non esisteva più nulla, ne steccato, ne taxi e nemmeno Jack. Ebbe timore che per i Parker non ci fosse più nulla da fare.

L'ufo emise un suono sordo e fastidioso, come quello di un martello pneumatico sulla roccia, poi si alzò in volo, diventando silenzioso di colpo. Sparì all'istante, lasciando un grosso spazio vuoto al suo posto. Della fattoria dei Parker non rimaneva nulla.

Sally smise di muggire e anche la terra si fermò. Silenzio, solo il rumore della notte faceva loro compagnia. Dave decise di uscire di casa.

I minuti seguenti furono i più concitati che Dave avesse mai vissuto. La paura mista a curiosità lo sorresse sulle gambe e gli permise di avvicinarsi alla fattoria dei Parker. Nessun campo di forza cercò di fermarlo e nessun essere verde era presente. Solo terra arida al posto del disco volante, con intorno un mare di fango. Vide luccicare qualcosa e si avvicinò curioso. Sembrava una lucciola, ma quando la fissò meglio si accorse che era un piccolo globo di luce. La toccò con la punta del fucile, ma la canna la attraversò senza provocare alcuna reazione. Sporse la mano e appena un dito la sfiorò Dave venne attraversato da una sensazione di calore. Non si trovava più dai Parker, ma in un posto sconosciuto, con fiori e piante mai visti. Quella che sembrava erba possedeva un colore che cangiava dal rosso al blu; le piante non avevano tronchi, ma materia pulsante. Si girò spaesato, nella luce accecante di quel sole non terrestre. Sapeva di essere in un altro mondo, lo percepiva dal paesaggio, dagli odori, da tutta una serie di esseri che camminavano, strisciavano e volavano intorno a lui. Non era spaventato, solo curioso, così mosse alcuni passi verso una zona collinare attraversata da quello che lui reputò essere un sentiero. Si sentiva più leggero, forse per via della gravità, ma l'aria era perfetta per un essere umano e poi era così profumata. Quando arrivò al culmine si sporse oltre per osservare e la visione lo stupì più per la bellezza che per il fatto di scorgerla. Una città si stagliava ai suoi piedi, con case, strade e mezzi in movimento. Esseri simili a lui si muovevano, proprio come in una città terrestre. Quando sentì posare una mano sulla spalla non si stupì, faceva tutto parte del sogno in cui era entrato. Si girò e scorse un essere alto più di due metri, con fattezze umane, ma dalla pelle color arancio. Era Jotra, il traghettatore.

section 12

gancjo

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-Abbiamo bisogno di te, e di quelli come te- gli dice, con un tono nella voce che sa di metallo. -Siamo su Somak, nella costellazione di Tritone, il pianeta più avanzato dell'intera galassia.-

-Gente come noi?- chiede Dave, continuando ad osservare prima il paesaggio e poi l'essere.

-Contadini, persone che sanno coltivare la terra. Ci troviamo nell'ultima riserva naturale del pianeta. Tutto al di fuori di qui è arido e brullo. La popolazione è stata decimata dalla carestia, per il semplice motivo che ci siamo dimenticati come coltivare, nonostante la nostra tecnologia si sia sviluppata in modo esponenziale.-

Abitanti di un pianeta distante anni luce dalla Terra avevano bisogno di lui, gli sembrava un sogno. Jotra fece segno a Dave di seguirlo e lo accompagnò in una costruzione poco distante del tutto uguale alla fattoria dei Parker.

-Io sono il traghettatore- continuò, -e vi ho portato sin qui per pregarvi umilmente di aiutarci. Sono il tramite tra i mondi e se non foste d'accordo vi riporterò immediatamente indietro. Ma sappiate che il vostro aiuto potrebbe salvare la mia razza.-

Dave soppesò le parole e capì che stava parlando al plurale. Chi erano gli altri di cui parlava?

Udì un rumore affrettato di passi, e voltandosi scorse una figura bassa avvolta in una mantellina gialla con ai piedi gli stivalini rossi. Era Jack. Vide Dave, gli sorrise, poi si avvicinò e gli prese la mano.

-Vieni, signor Dave, i miei genitori ti aspettano. Abbiamo molto lavoro da fare.-

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