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Una storia di Buenosaires

Il vento e le rose

La reciproca allegria era per entrambi una sorta di dipendenza: li aveva uniti per buona parte della vita, li aiutava a non arrendersi

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Storie d’amore

Tags: Vento Rose Amore PattyPravo Musica

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Era una domenica mattina di inizio marzo. Il raggi del sole filtravano dalle persiane socchiuse e illuminavano piccole porzioni di quella grande camera affacciata su un cortile che, piano piano, si sarebbe svegliato dal torpore dell'inverno. Un venticello freddo muoveva i ramoscelli più sottili e sbatteva leggero contro la casa. La città stava per la maggior parte ancora dormendo: almeno quel giorno non c'era fretta di uscire.

Avvolti nelle coperte color carta da zucchero, stretti in un abbraccio che li riscaldava, i loro due corpi sembravano fondersi uno nell'altro. Perfetti nei reciproci difetti e nelle differenze - anche quelle più piccole, apparentemente insignificanti ma necessarie. Sveglio da pochi minuti, l'uomo la stringeva a sé con un braccio, come per proteggerla e rassicurarla del fatto che nulla li avrebbe mai allontanati. Le passava le dita all'attaccatura dei morbidi capelli neri che cadevano poi sul cuscino e accarezzava il suo viso, il collo e le spalle. Era così magra che si potevano vedere le costole, più in basso le anche e così via. Una magrezza sana, viva, che la definiva in tutto il suo spirito. Temeva, però, che una pressione lievemente maggiore la potesse in qualche modo rompere o crepare. Era sempre stata una sua preoccupazione questa, fin dalla prima sera.

La donna dormiva profondamente con la fronte e la mano sinistra sul petto di lui, nessuno avrebbe dovuto interrompere quel sonno. Respirava muovendo tutto l'addome e di tanto in tanto si rannicchiava un po’ di più per non sentire troppo freddo. L'uomo la guardava con estrema tenerezza, le sorrideva come se lo stesse osservando e le dava un bacio sui capelli. Succedeva sempre così: si svegliava prima e aspettava che anche lei aprisse gli occhi - quei profondi occhi castani. A volte ciò avveniva a breve distanza, altre poteva anche metterci mezz'ora. L'importante, comunque, era rispettare una tacita regola che si erano imposti: alle otto e mezza sarebbero dovuti tornare ad essere di nuovo due mondi affini e sempre in contatto, ma distanti. Quel giorno, però, avrebbe potuto concedersi più calma, perché non lo aspettava nessuno. La moglie e le figlie, infatti, erano lontane da casa dal venerdì e sarebbero tornate nel tardo pomeriggio.

L'uomo guardò la sveglia che segnava le sette e venti minuti, voltò il viso verso la persiana e un piccolo fascio di raggi gli illuminò una guancia. Cercando di non svegliarla, avvicinò ancora le labbra alla fronte di lei e si accorse che la sua temperatura era leggermente più alta del solito. Non sarebbe dovuta andare in giro così scoperta il giorno prima: faceva freddo e di sicuro non aveva chiuso abbastanza bottoni al cappotto. Sotto certi aspetti era ancora una bambina, ma a lui piaceva prendersene cura (se lei glielo avesse permesso, ovviamente). Le accarezzò un braccio come per scaldarla e si mise a sedere sul bordo del materasso. La donna finì con la testa sull'estremità più bassa del cuscino, rimanendo quasi del tutto nascosta dal lenzuolo e dal piumone e con un'espressione forse contrariata, o forse un po’ contratta in volto.

Sospirò e studiò la camera per capire dove fossero finiti i suoi indumenti. Era tutto sparpagliato qua e là, ma aveva un po’ freddo e non avrebbe potuto farsi vincere dalla pigrizia e lasciarli in giro. Rivestendosi, osservava il corpo di lei immobile al centro del letto e si chiedeva se ne sarebbero usciti vivi da quella situazione che ormai durava da molto tempo. Rimase alcuni istanti a guardare tra le persiane socchiuse e poi si sedette sulla poltrona dove aveva ritrovato i pantaloni. Passò una mano sul viso e sentì che la barba era più lunga rispetto al giorno prima: avrebbe dovuto lasciarla crescere ancora un po’ prima di poterla tagliare. Si voltò verso l'armadio e notò, sulla maniglia, una gruccia a cui era stata appesa una maglietta nera con le maniche corte. La stava cercando dall'ultima volta in cui avevano lavorato fuori città, era ormai sicuro di averla dimenticata da qualche parte… Invece l’aveva tenuta lei, come era già accaduto altre volte in passato. Sorrise e i suoi occhi chiari si spostarono su quelli della donna, che da pochi minuti lo fissavano nascosti tra le lenzuola. Schiuse appena le labbra, avrebbe voluto ringraziarla per essersi ricordata della maglietta, ma gli sembrava di rovinare un momento troppo speciale.

All'improvviso, il suono del campanello interruppe il loro silenzio. L'uomo sbarrò gli occhi e la guardò, saltando subito alle peggiori conclusioni. “Forse mia moglie è tornata prima,” pensava, balzando in piedi, “ma come ha fatto a capire che sono qui?”. La donna si voltò dalla parte opposta e alzò la coperta fin sopra la testa per non sentire quel rumore. Lui la guardava dubbioso: perché non si stava agitando? Cosa stava succedendo? Dopo un indefinibile lamento, da sotto il lenzuolo si udì una voce che lo rassicurò:

- Vengono sempre a quest'ora di domenica… Se fingi di non esserci, dopo un po’ smettono.

- Ma… - cercò di rispondere l'uomo, che subito venne interrotto da un altro suono del campanello.

- Non dovresti comunque andare tu ad aprire. - disse secca lei. Le piaceva poco dare spiegazioni da appena sveglia, soprattutto quando non erano necessarie. Nel palazzo, inoltre, qualcuno aveva notato quello strano viavai in determinati giorni della settimana, se fosse andato lui a rispondere alla porta sicuramente avrebbe alimentato le voci.

Incapace di controbattere ad una frase detta con tanta fermezza, l'uomo si avvicinò alla gruccia per prendere la maglietta nera, la piegò e l'appoggiò sulla poltrona. Gli sembrava così buffa lei con le coperte fino alla fronte, avrebbe voluto ridere di quella scena ma non era pronto all'ira funesta che ne sarebbe conseguita. Le tornò a sdraiarsi accanto, sopra le lenzuola, e le accarezzò i capelli, poi si avvicinò ancora e sfiorò il suo collo con le labbra. Istintivamente, la donna si mosse di scatto: non era abituata a sentire il solletico causato dalla barba e si mise a ridere.

- Non sono ancora le otto del mattino e già ti prendi gioco di me? - le domandò lui in tono scherzoso.

- Sempre. - gli rispose scoprendo il viso. Iniziava a sentire freddo e, allo stesso tempo, un po’ caldo, sapeva che uno di quei giorni si sarebbe presa la febbre. Una mano fresca le si posò sulla fronte e lei prontamente la strinse nella propria. Un po’ la infastidiva non poter avere il controllo della situazione e dargli quelle stesse attenzioni che lui le stava riservando, ma covava quei malanni di stagione da settimane e finalmente si erano degnati di apparire.

- Vuoi la colazione? - domandò l'uomo, sollevando il busto con un gomito sul cuscino. Lei annuì con un cennò del capo e lo ascoltò muoversi, scendere dal letto e dirigersi verso la porta. - Un caffè?

- Grazie.

- Anche se hai la febbre?

- Sì.

- Poco, però…

- Va bene.

Non poteva credere alle proprie orecchie: per la prima volta in quattordici anni non aveva dovuto lottare contro le sue proteste, gli era bastato parlarle con tranquillità per convincerla. Uscì dalla camera e sparì dietro il muro, cercava di ricordarsi in quale credenza fossero le tazzine. Aprì la porta del bagno e la richiuse pochi istanti dopo senza far rumore, muovendosi con estrema cautela.

La donna lo seguì con lo sguardo divertito e, allo stesso tempo, un po’ stanco. Buttò le lenzuola da un lato del materasso con un gesto della mano, ma avendo freddo si avvolse in una coperta prima di mettersi a raccogliere i vestiti che avrebbe indossato finché non avesse fatto la doccia. Lui, come al solito, aveva avuto l'accortezza, settimane addietro, di lasciare in quella casa il minimo indispensabile per passare la notte lì: sarebbe dovuto tornare dalla moglie come nuovo, o almeno non peggio della sera prima. Passò davanti allo specchiò e osservò l'immagine riflessa: la matita e il mascara si erano inevitabilmente sciolti lasciando un'ombra scura intorno alle ciglia, i capelli avevano una piega tutta loro che lei riuscì a domare scrollandoli e poi sistemandoli dietro le orecchie. Si sentiva esausta e non capiva se fosse colpa della febbre o del fatto che non avesse, a suo dire, più l'età per dormire così poco. La sveglia segnava le otto meno cinque minuti, il calendario indicava il mese di marzo 1995. Alzò un sopracciglio e si giudicò impresentabile a chiunque, passò quindi le dita sugli occhi per tentare invano di togliere quel che restava del trucco. Quando udì la porta del bagno aprirsi nuovamente e l'uomo dirigersi fischiettando verso la cucina, scelse in fretta gli indumenti puliti e corse sotto la doccia. Sentiva l'acqua calda precipitarle addosso per portarsi via brutti pensieri e ricordi che le davano più dolore che sollievo, con l'indice disegnava arabeschi sul vetro attorno a sé per togliere la condensa.

Aspettando che il caffè fosse pronto, l'uomo sedeva al tavolo con la radio accesa sulle notizie del giorno. Aveva preparato tutto per bene, come gli era stato insegnato da lei, perfino i cucchiaini per lo zucchero sembravano essere al loro posto. Una maniacalità, quella, che poco si adattava al suo spirito, ma se così non avesse fatto si sarebbe ritrovato con un mal di testa assurdo. Si voltò verso i fornelli e osservò la caffettiera disperdere del fumo che riempiva la cucina di aroma. Aspettò che il brontolio smettesse e, proprio in quel momento, si accorse che alle sue spalle si stava avvicinando lei, con il viso lievemente rosso, mentre strofinava i capelli bagnati nell'asciugamano. I due si guardarono alcuni istanti, poi la donna fece cadere l'imbarazzo con un sorriso e si sedette a tavola. Si stupì nel notare con quanta cura fossero sistemate le tazzine accanto ai cucchiaini e al barattolo di zucchero. Seguì con lo sguardo l'uomo che portava la caffettiera cercando di non rovesciarne il contenuto. Era davvero lì con lei, anche se non avrebbe dovuto: aveva deciso di rimanere ancora qualche ora in quella casa non lasciandola da sola e lei, di questo, gli era grata.

- Grazie. - gli disse, quando lui le avvicinò la tazzina. Appoggiò l'asciugamano sulle ginocchia e iniziò a versare pochi cucchiaini di zucchero nel caffè, mescolando per non farlo rimanere sul fondo.

Le sembrava così strano che ancora resistessero a tutti gli ostacoli e alle difficoltà: quei circa quattro anni “di pausa” avevano dato loro il tempo di riflettere su quanto avessero vissuto insieme e, soprattutto, la certezza che nel piccolo e sconsiderato mondo in cui spesso si erano rifugiati sarebbero molto incoscientemente tornati. La cosa che più la feriva, però, era sapere che non mancava troppo al momento in cui avrebbero messo la parola “fine” una volta per tutte.

L'uomo glielo leggeva negli occhi che la sua mente era già oltre quel presente, mentre lui ancora doveva metabolizzare il passaggio da due e una sola persona con cui lavorare. Si sedette davanti a lei e le strinse la mano: nessuna parola al mondo avrebbe trasmesso lo stesso conforto di quel gesto. Rimasero in silenzio a lungo, soltanto la radio riempiva la cucina con la propria voce. L’uomo si sporse per posare il cucchiaino nel lavello e notò che sul davanzale della finestra era stato appoggiato un piccolo vaso con dentro una rosa.

- È un regalo di mia figlia. – spiegò la donna. – Ci teneva a metterlo lì dentro… con l’acqua. Non me la sentivo di contraddirla, non ora.

- Cosa c’è di strano in un fiore di carta inzuppato di acqua? Avrà diritto anche lui ad una vita, no? – le rispose l’uomo in tono serio ma scherzoso. I loro occhi, occhi così profondi nella loro diametrale diversità, si incontrarono di nuovo: avevano vissuto altre mattine come quella, ma nessuna di esse era mai riuscita a far provar loro una strana sensazione di normalità; come se fosse parte della loro quotidianità trovarsi in cucina a raccontarsi ciò che succedeva in casa ogni giorno. Era un’ennesima illusione: sarebbe andata bene, non ci sarebbero più stati motivi per soffrire, tutto avrebbe preso la direzione giusta.

Rimasero in silenzio per qualche minuto, la quiete interrotta solo dal tintinnare sordo della porcellana. Lei scoprì non poter fare a meno di guardarlo, con un sorriso appena accennato. L'uomo che le sedeva di fronte non era più il ragazzo impacciato che aveva conosciuto tanti anni addietro: adesso una barba scura gli copriva il viso e i capelli - portati più lunghi del solito - mostravano i primi segni di ingrigimento; con gli anni sempre più rughe erano andate aggiungendosi attorno ai suoi occhi, ma lei aveva imparato ad amarle una ad una.

Osservò le sue spalle - le stesse spalle alle quali più e più volte si era sorretta per non vacillare - flettersi sinuose mentre compiva il meccanico gesto di portarsi la tazzina alle labbra e viceversa riposarla sul tavolo: c'era qualcosa in lui - qualcosa che non era mai riuscita a definire con precisione - che l'aveva rapita fin dal primo istante. Il suo sguardo scese sulle braccia muscolose, parzialmente coperte dalla camicia; erano braccia che l'avevano cullata e protetta, in mezzo alle quali si era sentita al sicuro da ogni turbamento e al riparo da ogni temporale; tra quelle braccia puntualmente crollavano le sue difese, lì si era persa e si era ritrovata più e più volte; eppure - la sua mente le ricordava amaramente - erano le stesse braccia che ogni notte stringevano un'altra.

- Che fai? - chiese l'uomo, distogliendola da quei dolorosi pensieri. Si era subito reso conto di essere oggetto di una lenta e minuziosa analisi e aveva arricciato la bocca in un'espressione compiaciuta, fingendo – senza risultare credibile – uno sguardo interrogativo.

Lei non disse nulla, inarcando invece un sopracciglio a mo’ di risposta. “Non fare l’idiota,” pensò, proseguendo poi a studiarlo con zelo, “sai benissimo cosa sto facendo”. Al polso portava il solito orologio d'oro, un regalo di molti anni prima della moglie. Non se ne separava mai, nemmeno a letto, quasi fosse un amuleto salvifico, e lei lo aveva sempre trovato un vezzo estremamente sensuale; eppure, in quel momento, pareva esserle piombato davanti agli occhi come l'ennesima beffa, prime su tutte le lancette che, dal quadrante rotondo, ammiccavano spietate il poco tempo rimasto a loro disposizione. Le lacrime si affacciarono veloci nei suoi occhi, ma le ricacciò indietro, impassibile. Era una sensazione che non sopportava: sentirsi usata, una bambola di pezza alla mercé dei suoi impulsi carnali. Avrebbe voluto schiaffeggiarlo, mandarlo al diavolo, fargli male almeno quanto lui ne faceva a lei; eppure non reagì, come sempre si strinse al petto il suo dolore, incapace di abbandonarsi un momento di più al dolce oblio che fino a un attimo prima sembrava averli intrappolati.

- Devo ricordarmi di riordinare casa prima che arrivi la bambina…- disse, con finta noncuranza. Da una parte della stanza faceva capolino un cesto pieno zeppo di giocattoli appartenenti alla piccola dai capelli biondi delle numerose foto appese ai muri: un contrasto quasi grottesco tra il clima familiare della casa e la sgradevole clandestinità che si insinuava ogni volta che l'uomo vi metteva piede.

- Tu non fai proprio nulla, - ribatté lui con fermezza - non in queste condizioni.

Cercava il suo sguardo, ma lei evitava ostinatamente qualsiasi contatto visivo, anche se questo significava mostrarsi improvvisamente interessata alle ragnatele del soffitto. Entrambi sapevano che era solo un pretesto per litigare, nascondendo l’orgoglio ferito dietro argomentazioni tutt’altro che pertinenti.

- Ascolta… - disse pacatamente, prendendola per mano.

- Che c'è? - rispose la donna in tono scocciato. Avrebbe fatto di tutto pur di accendere la discussione, nonostante la ferisse comportarsi così. Avevano sbagliato entrambi, ma non si sarebbe mai sognata né di ammetterlo né di addossargli l'intera responsabilità. Le cose si fanno in due.

- Vorrei sapere perché ti diverti tanto ad essere così scontrosa… - bisbigliò lui, avendo l'accortezza di essere comunque sentito.

La donna lo guardò lateralmente e il suo volto ospitò un'espressione un po’ supponente: le dava fastidio quando la stuzzicava fingendo di voler parlare a bassa voce. Nell'ultimo periodo aveva preso quella pessima abitudine che lei non tollerava perché la faceva sentire presa in giro proprio dall'unica persona a cui dava la più completa fiducia.

- Ti dispiace prestarmi attenzione per un momento? - insistette lui, - Ascolta…

- No, ascolta un accidente, pensi di essere nella condizione di darmi ordini? - sbottò lei. Agitando una mano per lasciare la presa dell'uomo, urtò la tazzina vuota del caffè che precipitò sul pavimento e si ruppe in mille pezzi. Entrambi si sporsero lenti oltre il tavolo e osservarono i cocci sparsi a terra, poi si guardarono. Come accomunati dallo stesso istinto, scoppiarono a ridere, prima lui e subito dopo lei. Era una risata liberatoria apparentemente senza alcun senso, causata dall’assurdità della situazione in cui ancora una volta si trovavano ma anche perché ridere era la sola cosa capace di permettere loro di dimenticare lo strazio di doversi lasciare anche quella mattina. Le risate riempivano la stanza dando nuova luce a quello scenario desolato.

Seduti uno di fronte all’altra attorno al tavolo, si guardavano negli occhi e non riuscivano a smettere: ridevano e ridevano ancora; d’un tratto ogni errore era perdonato, ogni malanimo dissolto nel nulla. Si beavano ognuno del riso dell’altro e ne attingevano quasi fosse una fonte vitale, come un beduino nel deserto trovata finalmente una sorgente d’acqua. La reciproca allegria, anche solo quella di qualche istante, era per entrambi una sorta di dipendenza: li aveva uniti per buona parte della vita, era stata in grado di offrire loro ragioni per cui non arrendersi né allontanarsi.

All'improvviso il campanello - nemico tanto invisibile quanto molesto - suonò, interrompendo quello stato di grazia.

- Oggi non si danno pace!- commentò la donna, alzandosi dalla sedia e piegando l'asciugamano. - Contenti loro…

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