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Una storia di BSQuarodi

1

La difesa è sempre legittima.

Un ex poliziotto coglie in flagranza un ladro. Dovendo aspettare la notte per sparargli...

Pubblicato il 08 agosto 2017

Pistol duel, Moscow State Museum.

“Non è punibile chi ha commesso il fatto,

per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui

contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta,

sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.”

Articolo 52 c.p.

PARTE I: LA RAPINA

Ognuno crede di essere libero e, pertanto, agisce come meglio crede, o come crede gli sia permesso agire. La libertà è un concetto che Ciro aveva sempre dato per scontato; certe domande ci nascono dentro molto tempo prima, senza trovare mai l’occasione per venire a galla. Niente di quello che stava accadendo in quella stanza gli sembrava reale: contravveniva alle sue leggi logiche, violava un diritto costitutivo e caratteristico di sé stesso, cioè la sua libertà – di agire, di parlare, di muoversi, di sorridere – e per uno che ha sempre fatto quello che voleva, essere ammanettato e avere una pistola puntata contro è una bella rottura di cazzo.

Non faceva che fissare la bocca della canna, impercettibilmente più nera del resto, e quel dito peloso, adagiato sul grilletto come una immonda larva in agonia su una foglia. Ciro continuava a fissare quel dito, che aveva due stati, come il resto delle cose del mondo, e che poteva passare in qualsiasi momento da rilassato a contratto, spingendo il grilletto da avanti verso l’indietro, il colpo da dentro la pistola a fuori la pistola, rendere la sua persona da viva a morta.

Iniziò a mordersi le labbra, nervoso, e chiuse gli occhi: il pensiero di un pendolo lo rincuorò, fornendogli per un attimo una distrazione immaginaria. Si concentrò sulla corda, poi sull’ottone: non gli veniva in mente che la parola “pomello”, così scosse la testa e strizzò le palpebre. Seguiva il movimento (destra, sinistra..) fino a quando non iniziò a farlo anche lui con il collo. Dopodiché si arrestò, fece un bel respiro profondo e aspettò lo sparo.

***

28 AGOSTO 2015, VILLA LITERNO, CE

<Woff! Woff! Wrrhoff!>

<Ehm…off! Buongiorno Annibale, buongiorno…>

Annibale aspettò che Gerardo scostasse il lenzuolo e che tirasse i piedi fuori dal letto, per tornare alla sua ciotola d’acqua in cucina. Erano anni che si svegliava prima di lui con una fame da lupi, ma questa mattina non gli andava di aspettare. Erano le 6.25 precise. Gerardo se ne accorse e, sorridendo assonnato al cagnolone, prese il bustone di crocchette e ne riempì una grossa ciotola, lasciando una scia di crocchette fin dentro il ripostiglio. Si pulì la sinistra con la destra e, sulle punte, andò alla ricerca del barattolo del caffè, che ormai non vedeva più perché con gli anni era diventato bassino. Di macinato, un cucchiaino e mezzo,a fare la montagnella; 2 minuti a fiamma media, poi, quando sta per uscire, a fiamma corta. La tazzina del caffè del giorno prima era ancora nel lavandino; sul fondo, un cerchio marrone e qualche granello di posa. La sgrullò e ci versò dentro il caffè caldo, girandolo con un movimento di polso. Qualche istante a fissare il vuoto, rimuginando su un sogno che non ricordava già più. Dopo una breve visita al bagno, afferrò il pantalone verde e la maglietta bianca di cotone che pendevano dall’uomo morto, si infilò le bretelle ed aprì la porta di un soffio: Annibale si precipitò giù ad aspettarlo. Con le mani piene per via del guinzaglio e delle chiavi, si fermò ogni due scalini, per abbottonarsi la camicia.

Attraversato uno spiazzo adiacente ai giardini comunali, percorse la difficile strada per la cittadella. I mocassini scricchiolavano sulla dura pietra ed ogni tanto gli facevano male ai piedi.

<Annibale, ma tu come fai a camminare scalzo tutto il giorno?>

Appena finito di marcare un muretto, Annibale si voltò impaziente e ricominciò a tirare, puntando qualcosa in piazza. Gerardo assisteva a quello che era un rito nel rito, ogni mattina, vale a dire l’incontro dei soliti irriducibili anziani, prima della messa delle 7.00, di fronte al portico. Vestiti pregni di deodorante al muschio, denti finti, occhiali spessi e continui fraintendimenti dovuti alla pochezza dell’udito: questi scheletri viventi che recitavano per il loro essere in vita, andavano in chiesa ogni mattina, come se potessero scampare all’inevitabile…

Gerardo trattenne per un attimo il cane, sputò un grumo di muco giallastro a terra e continuò a bofonchiare, rivolgendosi, a tratti, ad Annibale. Mentre parlava, si guardava le mani, callose, con quelle unghie che si erano inspessite e che davano alle dita la forma di una bacchetta di tamburo.

Al circolo cacciatori, alle 7.05, si apriva il torneo di tressette. Il gestore assisteva in disparte mentre due signori sulla 60ina avevano già sistemato uno scatolone a mò di tavolo per iniziare il riscaldamento. Alcuni vecchietti di passaggio si fermavano ad assistere come le modiano venissero scagliate violentemente sul ripiano, accompagnate da bestemmie in dialetto. Gerardo, vedendoli da lontano, incalzò Annibale, superando il circolo con una goffa corsetta, la quale fu a malapena seguita con gli occhi dal gestore del che, nel frattempo, era impegnato ad uscire i tavoli.

<Sti vecchi non tengono veramente un cazzo da fare…>

***

Annibale, accucciolato di fianco alla ciotola, aspettava il pranzo. Ammazzò l’attesa guardandosi un po’ le zampe, poi ne posò una sul telecomando, premendo qualche tasto a caso; il servizio riuscì a coprire le parole di Gerardo che, mentre spartiva i bucatini all’amatriciana, spiegava all’animale il da farsi:

<Quello sembra ieri che stava in braccio a me mentre gli spiegavo perché il full vale più della doppia coppia…e invece guarda adesso: è sposato, tiene un figlio..

Caro Annibale, che cosa siamo!>

Annibale alzò il capo: il pranzo era pronto. Affondò il muso nella coppa, fingendo a tratti di prestare orecchio.

Gerardo coprì la sua porzione con un piattino e si infilò la camicia; prima di andare, si tastò le tasche, fissando l’animale con gli occhi un po’ languidi.

< ‘Nu muorzo, Annì. Simm’ nu muorzo!>

Sfilò l’asciugamano dal volante della Mondeo e si avviò da Peppino, suo nipote. Questi gli aveva lasciato il compito di dare un occhio alla casa mentre lui, sua moglie e il piccerillo si godevano la loro prima vacanza in Nicaragua. In estate è più frequente subire un furto d’appartamento: ai ladri interessano proprio le case di quei pochi che le vacanze se le possono permettere.

Parcheggiò nel cortile, di fronte alla guardiola di Vincenzo il portiere, e si avviò sopra. Già si prefigurava una siesta sul comodissimo divano del salotto, di fronte al ventilatore. Il condominio era antico, fatto per lo più di tufo; la scalinata di pietra, fresca e nuda, e l’odore delle piante lo misero di buon umore: intrappolato fra le labbra chiuse, il motivetto d’apertura de “In 1/2 ora”. Fece per aprire, quando notò il pomello lento. Diede una spintarella e sbirciò all’interno: alcuni quadri erano abboccati alla parete, la tv era avvolta dal pluriball, ma il divano per la siesta era ancora lì. Adagio, entrò chiudendosi la porta alle spalle. Appiattito alla parete, si accorse di non potersi vedere i piedi, con quella pancia. La frustrazione durò un secondo; dalla cucina sentiva una voce immatura cantare:

<Ma si ven staser / tu nun fa cchiù a scem / e si t sbatt o cor nun t l’ia vasà..>

Qualcuno, accovacciato, frugava nell’angolo sotto il lavello. Gerardo si toccò la cinta, un vecchio riflesso di quando impugnava la fondina, e digrignò i denti: erano soli? Cosa stava cercando in cucina? Come avrebbe fatto a disarmarlo? L’ansia, come un fulmine, aveva già lasciato spazio ad un piano d’azione. Afferrò la pistola giocattolo di suo nipote, dimenticata sul tavolino del salotto, e con tre passi sicuri fu dietro il ladro; il calcio di plastica non faceva male come uno vero, ma fu abbastanza duro da tramortirlo. Gli sfilò le cuffie, prendendolo di sorpresa, e allo stesso tempo gli affondò il beccuccio rosso contro la tempia, stringendo la morsa ad ogni parola.

<Voglio sape’ chi sfaccimm s’i! Chi sfaccimm s’i? PARL’! A chi appartieni?>

L’ultima frase la ripeté all’infinito, mentre cercava di prendere tempo. Il ladro era paralizzato dalla paura: Gerardo era diventato una piovra che frugava dappertutto. Dopo, riflettendoci, si sarebbe quasi offeso dalla totale assenza di reazione, ma il sentimento preponderante in quel momento fu uno strano fastidio: gli unici ladri che Gerardo voleva vedere dopo la pensione erano in tv, ospiti a Quinta Colonna, e basta.

A strattoni e gomitate, lo mandò contro il doppio vetro; finalmente trovò qualcosa di interessante, un vecchio .38 – buono più ad intimidire che ad altro. Sorrise al dolce tocco del metallo.

Lo spinse contro la finestra, tenendolo puntato; sbolliva la rabbia soffiando fra i denti, mentre apprezzava tutto il peso nelle sue mani. I penosi mugolii del rapinatore venivano catturati dall’afa incorporea.

< Aggirati! Aggia vedè chi s’i. ‘GGirati!>

Non avrà avuto più di 16 anni, quel ragazzino mulatto. I suoi occhi erano grandi e neri come quelli di un cucciolo di leone e mostrava la stessa innocenza dei giovani predatori, quelli che si trasformeranno in terrori viventi da un momento all’altro della loro vita. Non sapeva niente di lui, non aveva idea da dove venisse; aveva un baffetto di latte e una corporatura magra, probabilmente non si faceva ancora la barba. Gerardo abbassò leggermente la pistola, ma non lasciò che quello si divincolasse dall’angolo. Nella sua testa, si rimproverava di essersi ammorbidito coi malviventi; i sentimenti sono gli anticorpi dei mariuoli.

Con la sinistra, cercò l’unica cosa alla quale non rinunciava mai, mentre la destra riprendeva la posizione di partenza. Le sue vecchie amiche manette: sempre al posto giusto al momento giusto.

< Fa’ ampresso, ammanèttati al termosifone. >

Si fece scappare un sorriso. Il petto del giovane si gonfiò e il suo sguardo svanì sotto la chioma picea: le aveva raccolte.

***

< Quale pazzoide va in giro con un paio di manette?

Non lo so. Quale fesso fa una rapina con una pistola da museo?

Se il ferro ce l’ho, vuol dire che un motivo ci sta.>

Gerardo squadrò bene il revolver e sorrise compiaciuto: vecchi brividi di goduria risalivano in superficie, insieme ai ricordi della sua prima Beretta.

< A chi appartieni? Ancora non me l’hai detto.

Ai Casalesi.

E quanti anni tieni?

E a te che te ne fotte? – replicò un po’ insicuro. Ma Gerardo era stizzito dalla mancanza del voi.

Me ne fotte, perché se a 15 anni fai le rapine, invece di stare sotto a qualcuno, vuol dire che non sei buono.

Chi ti ha detto che tengo 15 anni?

Fèti ancora di Plasmon, piccerì.

Guarda che tengo il ferro; me l’hanno dato loro.

Loro chi? Chi ti ha mandato qua?

Gennaro Auricchio>

I nomi non si fanno mai senza un motivo, ma quel ragazzino sembrava saperla lunga: che stesse cercando di intimidirlo? Si inumidì le labbra; la pistola era ormai scesa lungo il corpo e l’atteggiamento del ragazzo era più rilassato, quasi spavaldo. Chiamò il suo bluff.

<Stai sotto a Pruvulon.

Hai capito brav’.

E tu come ci sei finito, sotto a Pruvulon?

So cazzi miei.

Lo sai perché lo chiamano così? Lo pizzicarono a Gragnano, in una fabbrica di latticini: fecero un blitz durante un incontro e si portarono quasi tutti i capi.

Lo saccio.

Sì? E sai pure che sta in carcere, sennò come mette piede fuori se lo fanno? Uagliò, ma tu sei veramente di qua o fai solo finta?

E forse mi manda chi ha pigliato il posto suo, no?

E muglierema s’chiama Charlize Theron. Jamme, forza, come sapevi che non ci stava nessuno qua? Da quanto tempo spiavi l’appartamento?

Ma che vuoi? Quello che dovevi sapere, te l’ho detto. Mò muoviti ad aprire le manette che me ne voglio andare.

Eh, come no, così mi porti la polizia.

Guarda che so’ minorenne, mica so’ strunz: che faccio, vado alla polizia a denunciare il fatto che stavo a casa tua? Se devo chiamare qualcuno, chiamo a chi so io, no? Tanto dove abiti lo so già.>

Un grumo di rabbia, come un trombo, obliterò per un attimo la vista di Gerardo: se fosse tornato con i rinforzi avrebbe trovato non lui, ma suo nipote col piccerillo. Il pensiero di una vendetta trasversale si condensò veloce: in quel paese pure e pullece tenevano ‘a tosse. Sorrise ironico.

<Chi chiami, l’amico tuo Pruvulon?

Lo so io.

Io invece so un’altra cosa, che hai violato almeno una decina di norme penali e che il carcere minorile non te lo leva nessuno, se non mi dici chi ti ha mandato veramente.

Pfiu. Già ci hanno provato un sacco di volte a chiudermi e non ci sono mai riusciti..

E poi le tue minacce non mi fanno niente; tu non puoi farmi niente. Anzi, se non mi liberi mò mò mi metto pure a strillare..>

Gerardo stavolta non lasciò andare. Fece per colpirlo col calcio della pistola come a pugnalarlo, ma con la mano libera il ragazzo riusciva a difendersi più che a sufficienza. Un paio di morsi e unghiate e il vecchio arretrò inviperito: il giovanotto era ossuto e molto più agile di lui. Si liberò dalla presa, pagando l’ascesso di rabbia con qualche strappo sulla camicia, e tolse la sicura: ne esplose tre in tutto, uno ai suoi piedi e gli altri due per aria.

Qualche calcinaccio nevicò dal soffitto; stizzito e con una tosse spastica, si accasciò nell’angolo opposto, mentre il ragazzo, mani contro il termosifone, si era rannicchiato cercando di non tremare. Acuto come uno spillo e lucido, l’occhio del ragazzo brillava da quella sagoma impolverata di una luce fragile e incostante, simile a quella di una fiammella mossa dal vento. Gerardo si guardò dritto negli occhi, dall’armadio a specchio di fronte a lui: era un carneo ammasso deforme, sadico e frustrato; la fronte grondava sudore e gli occhiali cadevano sulla punta del naso. Il suo colorito normale stava tornando.

Perchè, perchè mi sta succedendo questo? – si ripeteva – Che cosa devo fare con questo qui?

Le risposte si affollarono tremende, offuscandogli la vista; una coscienza sibilante gli dettò cosa fare, parlandogli dal riflesso. Si levò, appoggiandosi al ginocchio, e guardò dritto in quel punto nero, mettendolo nel mirino. Aveva vinto di tutto, dal mirino. La forza sprigionata da un proiettile esploso è un’infinità di volte maggiore di quella che serve a premere un grilletto, ma questo Gerardo sembrava non ricordarlo: concentrò tutta la sua forza nella mano, al punto da farsi venire i crampi. L’impugnatura ribolliva nella morsa sudata e più si inumidiva più la stretta aumentava. Ad un tratto il tremore si arrestò: con un lungo respiro scagliò via il revolver, coprendosi il volto con le mani.

Ci volle qualche minuto per trasalire: un tonfo, una porta chiusa, il silenzio. Il vecchio se n’era andato. Solo, nell’appartamento, una sensazione di vertigine si arrampicò lungo la schiena, come una scossa: scoppiò in una risata nervosa.

Era sopravvissuto.

PARTE II: FANTASMI

AHMEDABAD, 1976

“Muhammad! Muhammad!“

Qualcuno lo chiama. Corre in direzione della voce: è sua madre. E’ sicuro che fra poco gli sarà permesso di vedere la sua sorellina, il frutto di Harsha, la ricompensa per l’attesa.

Ali Rajan tira su una grossa rete dal fiume. Alcuni pesci si dimenano ciechi nel tentativo di scappare. Muhammad sta per acchiapparne qualcuno, ma Ali lo rimprovera: “la loro cattura è necessaria quanto la loro fuga”. “Bapu, ma così facendo moriremo di fame!”. “Ricorda che l’occhio del Dio Vagish veglia su queste acque”. La voce di suo padre lo immobilizza: è il suo occhio ad intimorirlo, non quello del Dio.

Lo chiamano ancora, “Muhammad, Muhammad!“. L’accampamento ostetrico è un viavai di persone. Si gira, aguzzando i sensi. Si ricorda del Dio e si inginocchia a pregare sulla dura terra, ma Vagish sembra avere solo occhi, non orecchie. Lo chiamano ancora; felicissimo corre verso la fonte, ma la voce di sua madre muore nella bocca di un altra donna, con in braccio due bimbi obesi con occhi minuscoli. La folla si accalca tutto intorno a lui, quasi trapassandolo, quasi come se non esistesse.

“Muhammad! Mhuammad…“

<Ciro, a mammà, dove vai?

Mà, esco. >

Una serie di domande le restano fra la gola e il palato.

< Mohamè, ma possibile che tuo figlio sta sempre in un modo?

Gelsomina, ma perché quando fa qualcosa di sbagliato è sempre mio figlio?

Perché non mi parla; non mi dice che cosa fa, con chi va…

Questo fatto che devi sapere sempre tutto di Ciro, poi, un giorno di questi me lo spieghi.

Tu ti sei dimenticato quello che ha fatto al professor Esposito, quando stava alle medie?

Ma quelle so ragazzate, Gelsomì: bucare le gomme ad un professore che ti sta antipatico è quasi normale. O ti sei dimenticata dove viviamo? Perché questa non è Milano, tu lo sai bene.

Guarda Mohamè, non ricominciare un altra volta col fatto che ti ho costretto io a trasferirti qua perché non è vero. Il lavoro al Centro Direzionale l’hai accettato tu.

E certo, che l’ho accettato. Che dovevo fare, il pendolare come Claudio Bisio? Napoli-Milano, Milano-Napoli…

Ma perché la causa della tua infelicità devo essere sempre io?

Ma chi ti ha detto che sono infelice?

Tu devi ringraziare a me, se la mia famiglia..>

Muhammad mise da parte il giornale; il metallo del Rolex sbattè contro l’incerata del tavolo della cucina. Non un muscolo si mosse per andare a riprendere Gelsomina, che ne frattempo se n’era andata in camera da letto a “pensare”. La caffettiera fumava leggermente: si versò una tazzina, tiepida, e si mise la 24ore a tracolla. L’occhio di Istanbul, appeso allo stesso chiodo di un calendario di Frate Indovino, lo accompagnò fino all’ingresso. Mohammad lo fissò quasi con disprezzo, chiudendosi la porta alle spalle. “તેને જેઓ મૃત્યુ પામ્યા!”.

***

Quando Agostino gli disse che stava per partire per cercare un lavoro e una casa con Denise, Ciro quasi non ci credette. Insieme fin dalle scuole medie, Ciro e Agostino ne avevano combinate di tutti i colori. Dopo la bravata verso quella testa di cazzo di Esposito, un professore saccente e razzista che gli insegnava Storia, avevano intrapreso la difficile carriera di galoppini, prima con le biciclette e poi, coi soldi guadagnati, con i motorini. Quella mattina Ciro, dopo essersi sorbito il solito cazziatone materno e la solita occhiataccia del padre, era zompato sul suo Beverly e si era avviato al bar per parlare con Agostino di “lavoro”.

< Bombolè, guarda cosa ti aggio portato>.

Era una lista di persone e indirizzi scritte su un pezzo di carta stropicciato.

<E che è?

Queste qui sono tutte prede facili, persone che hanno lasciato le case di proprietà incustodite e che non tengono manco l’allarme attaccato.

Ville?

No, appartamenti.

E a te chi cazzo te li ha dati?

Stammi a sentì, valli almeno a vedere. Se te la senti, entri. Aggio già controllato io, so’ tranquilli.>

Ciro, chiamato Bomboletta per via di una divertente storia con gli estintori, guardò quel foglietto un po’ scettico.

<E adesso ascolta, che ti devo dire una cosa importante: io me ne devo andare, Bombolè. Devo uscire dal giro..

Come, te ne devi anda’?

Ciro, non posso fare più questa vita. Denise sta preoccupata, tiene ragione. Devo mettere la testa a posto.

Ma che stai dicendo? Tu qua ci sei nato, come fai ad andartene?

Vado da mio zio, a Dusseldorf; ha detto che mi ha trovato un lavoro. Per il momento mi appoggio da lui, poi appena mi sistemo faccio venire anche Denise>.

In quel parcheggio, più piazza dedita a commerci che altro, non c’era mai stato quel silenzio. I due ragazzi si guardarono un pò in imbarazzo, l’uno di fronte all’altro, quasi timorosi di toccarsi.

<Almeno ti posso venire a trovare, ogni tanto?

Eh, come no, ti aspetto; basta che non ti presenti con quel Beverlì, che mi fai fare le figure di merda>.

Si abbracciarono forte, ridendo. Mentre si allontanava in sella allo scooter, Ciro non ci poteva credere quanto fosse strano, tutto questo: da oggi in poi non avrebbe più avuto nessuno che gli coprisse le spalle.

***

A bordo della Mondeo, Gerardo sembrava impassibile e meccanicamente ripercorreva la strada di casa; la sua mente, inceppatasi su quanto era accaduto poco prima, tornò, senza un apparente motivo, a quei giorni di febbraio, in cui seppe del bombardamento alla città di Hama. I soldati aprirono il fuoco su 30000 persone, fra cui civili, paramedici e, ovviamente, anche sulla sua Filomena.

Per mesi attese una telefonata che smentisse i suoi presentimenti: le aveva supplicato di non partire, l’aveva rassicurata che un posto gliel’avrebbe trovato lui…

Si ricordò delle numerose chiacchierate che avevano avuto sul futuro e sui sogni, di come bisogna inseguirli fino alla fine, perché sono l’unica cosa che resta, che ci rende immortali; Gerardo si limitava ad accarezzarle i capelli, perso nei suoi pensieri, incapace di vederla allo stesso modo. Perché la realizzazione di un sogno deve voler dire la distruzione di un altro? Per questo motivo, quando pensava a come se n’era andata, se al centro di una deflagrazione o dilaniata dalle ferite, tratteneva sempre le lacrime: il disprezzo era sempre più grande dello sconforto. Il dolore, come tutto, ha due facce.

In che modo cercò conforto non volle ricordarlo, ma la vergogna montava e saliva come il puntatore del tachimetro. Alcool, puttane, scommesse e ancora puttane; diede un colpo di acceleratore ad ogni punto della lista, noncurante dei semafori e delle altre auto. Qualcosa correva sulla sua guancia, pizzicandolo, ma non seppe dire se si trattasse di sudore o di lacrime o di un insetto.

Si ricordò di Pamela, quella troia bionda che invitava spesso a casa: era l’unica che varcava quell’uscio, quello del loro nido d’amore. Incapace di piangere, si era afferrato a quei seni, nudo, mentre ella dormiva, senza mai guardarla in faccia, senza mai vegliare sul suo riposo. Non l’avrebbe baciata sulla bocca, su quelle bellissime labbra nere, e non l’avrebbe destata: si sarebbe svegliato solo, come al solito, circondato da bottiglie di Chivas, alle prime luci dell’alba.

<Gerà, ma si può sapere che tieni? Mi pari uno straccio.

Niente, Annibale: cose.

Cose di che, di femmine?

Eh, sapessi.>

Annibale era uno dei pochi del Comando che gli rivolgeva la parola. Tutti gli altri avevano interposto una forma di distanza protettiva, forse in buona fede, che però Gerardo odiava; il Fontana, invece, lo avvicinava come poteva per raccontargli dei fatti suoi…

Gerardo si limitava a commentare a versi, sorridendo o girando gli occhi a seconda della risposta, ma in realtà si concentrava sull’accento: si divertiva nel vedere un magrebino con la cadenza bergamasca. Povero Annibale: quante cose avrebbe oggi da dirgli, se fosse ancora vivo.

Da lì a qualche mese, perse anche lui in uno stupido conflitto di strada, nel tentativo di sedare una rivolta incominciata da un gruppo di tunisini. Neri come la polvere, si accesero allo sputo di un passante, inveendo contro quelli che accorrevano in sua difesa. I tentativi delle guardie di separarli furono durissimi; Gerardo, pistola alla mano, si fece spazio mentre trascinava via per il bavero della giubba il suo compagno ferito. In quella calca sabbiosa e secca, quegli occhi gialli sembravano tante perfide luci pronte ad uccidere. “Non sono nè i Rossi nè il Mostro, sono solo dei negri di merda: vedi di farcela!”. Legato alla barella, Annibale gli rivolse un sorriso: “negri di merda?”, chiese ironico, prima di sparire dietro le porte dell’ambulanza.

Una sirena passò in direzione contraria. Si accorse di essere quasi arrivato. Parcheggiò in diagonale, giocò qualche minuto con le chiavi, cercando quella giusta ed entrò in casa furtivo: c’era sempre stato questo silenzio? Posando la camicia sull’uomo morto, si girò verso le cornici esposte sul tavolino in salotto: lui e Annibale in mezzo al resto della squadra, immortalati in una posa statica; Filomena, in cuffietta bianca, abbronzata e con in braccio due bambine sorridenti; lui, al suo 60esimo compleanno, che soffiava su una torta in penombra. La cifra tonda era di nuovo alle porte, eppure tutti quei momenti gli apparvero vicinissimi, come accaduti ieri. Il sole irradiava spietato il salotto; il cane si era forse addormentato al fresco; entrò nella camera da letto, al buio, accendendo il lumino e frugando fra gli abiti. Fra le giacche di lana e i cappotti regalati e mai indossati, trovò imbustata una sua vecchia divisa. Ne indossò la blusa, la cintura e il cappello, lasciandosi addosso i suoi calzoni e i mocassini, e andò a specchiarsi: anche se c’era pelle che pendeva dappertutto, sotto sotto sembrava ancora lui. Eppure manca ancora qualcosa, si disse. Allungò il braccio sul fondo e, avvolta in un panno, trovò il suo tesoro. Stette diversi minuti a contemplare la sua immagine, a lisciarsi la divisa e ad impugnare la Beretta con fare comico.

“Adesso basta. È il momento di farla pagare a quei neri di merda”.

Uscì vestito, ma rientrò dopo poco per rimettersi la camicia di prima. “Fa troppo caldo”, fu la sua scusa.

***

Sdraiato a formare una bizzarra “T” sul pavimento, Ciro assaporò l’inebriante condizione di chi sta per sfuggire ad un pericolo mortale.

Con la mente sgombra, si allungò a pancia sotto per afferrare il revolver col quale il vecchio l’aveva tramortito; centinaia di pietruzze colorate erano franate da un vaso a causa degli strattoni al tappeto che aveva dato per avvicinare l’arma a sé. Il suo indice, più di un semplice dito in quegli attimi, sfiorò la superficie pulita e opaca, aderendo sorprendentemente ad essa.

Mettendosi a sedere, l’entusiasmo fu tale che non riuscì ad apprezzare il peso di quello che, in realtà, era una pistola giocattolo e cercò di far saltare la catena. Poi, rabbioso ed amareggiato, si accanì con un punto imprecisato del pavimento, come se colpendo ripetutamente l’oggetto potesse farlo “funzionare”. Bestemmiò in napoletano un paio di volte, sorprendendosi della sua stessa voce: era stato parecchio tempo senza parlare, non era da lui.

Alcuni passi risuonarono fuori. La porta blindata, con gli occhi da mariuolo, gli apparve in tutta la sua vulnerabilità e il sapore delle gocce di sudore si legarono ai piacevoli ricordi di vecchi scassi andati a segno. Decise, in pochi attimi, che morire per mano di una guardia in pensione non avrebbe portato nessun onore e si meravigliò di questo residuato di sentimento quasi come stesse soppesando i cambiamenti del volto di un vecchio zio non visto da tempo. Iniziò così a gridare aiuto, con la mente di nuovo sgombra da pensieri altri dalla necessità di sopravvivere, meravigliandosi e maledicendosi allo stesso tempo nel notare un uomo col berretto della Polizia fare capolino in risposta alle grida: non era mai stato così felice di vedere un guardio. Ma con la testa seguì il corpo; Ciro riconobbe l’uomo col pancione, il naso rosso e le scarpe scolorite avanzare verso il centro della stanza e guardarlo sfoggiando uno strano sorriso.

< Che cazzo hai combinato, qua a terra? Ti faccio pulire con la lingua.

Mi hai minacciato con una pistola giocattolo? Che razza di poliziotto sei?

Perché, pensi di meritarne una vera? Vuoi davvero essere minacciato con una pistola vera? >

La .38 sembrava un’estroflessione del pavimento e giaceva lontana, dimenticata. Gerardo, ormai in canotta, sfoggiava dei ciuffi di peli sulle braccia e camminava avanti e indietro con le mani raccolte dietro la schiena. Si sedette e tirò fuori la Beretta.

< Lo sai perché in Italia non si può sparare ai ladri? Perché sono tutti protetti. L’Italia è la Repubblica fondata sul lavoro altrui.

Non puoi difenderti da solo, non ti puoi fare giustizia da solo, ci deve pensare lo Stato, le Leggi, la Polizia; padre, figliuolo e spirito santo – e quello che è peggio è che lo Stato non c’è quando ne hai bisogno. Ti nega un diritto che nemmeno in tutta la sua potenza può adempiere.

Così come Dio concedeva a Satana di esistere, lo Stato permette che i nigeriani che stuprano le ragazzine camminino ancora con le palle attaccate. E allora mi chiedo: che benefici danno i ladri, gli stupratori, i clandestini? Perché è concessa la sopravvivenza a qualcosa che contraddice la natura stessa delle Leggi, cioè perseguire la Giustizia, l’Ordine?

Da poliziotto, sono sempre stato nel mezzo, fra l’esigenza di agire e la necessità di obbedire. La Fede è quasi l’unica cosa che ti rimane, ad un certo punto, perché le credenze ti distolgono dalla bruttura di quello che ti circonda (e tu, la monnezza che esiste in giro, credimi, la puoi solo indovinare).

Ma adesso non c’entra la Bibbia o la Giustizia – c’è gente che prima di ammazzare magari cita Ezechiele; la verità è che le divinità sono sempre state l’alibi morale dietro cui nascondere condotte deplorevoli e vendette personali. No – non ti ammazzerò, se è questo che pensi. Io sono una forza dell’ordine: io non mi vendico…>

Si appoggiò sugli avambracci, incrociando gli occhi neri e vuoti di Ciro, il quale, silenzioso, ascoltava. Si scambiarono più volte occhiate ricche di tensione, poiché nessuno sapeva bene cosa stesse per succedere. Gerardo accarezzava gli spigoli smussati del revolver, mentre Ciro, a braccia conserte, si immerse nel ronzio del contatore con l’avidità di chi riconosce una sinfonia.

<…ma ho tempo fino alle 22.00 per potermi difendere.>

E dopo aver messo la sicura alla pistola, si alzò e, come volesse farsi guardare, si avviò verso la cucina. Ciro guardava basso, in cerca di qualcosa con cui forzare le catenelle, perché nonostante tutto questo sproloquio, che altro non era che i vaneggiamenti di un vecchio arteriosclerotico, conservava la sua calma, un po’ pensando ad Agostino ed immaginando il suo sguardo in disaccordo. Cosa avrebbe pensato se l’avesse visto ammanettato ad un termosifone da un ex sbirro che aveva fatto le scuole con Garibaldi? La sua concentrazione, e quella di Gerardo, il quale si piantò immobile sull’uscio appena varcato, si spezzò non appena, come il verso di un animale preistorico, il campanello eruttò all’improvviso.

***

Chi poteva essere? Chiunque. E Gerardo fu a tanto così dall’avere un infarto. Ciro, dall’altro lato, aveva vinto il risentimento sedimentato dentro se stesso; quel campanello gli provocò un sussulto di gioia e di ilarità, pari solo a quello che ebbe nel tagliare le gomme a quel ricchione del prof. Esposito. Ma la vecchia volpe, scaltra e col colpo già in canna, gli fece capire che non era il caso di rilasciare, come una bomba, il suo grido di contentezza fra quelle quattro mura; Ciro fu costretto, come incantato dalle mani di un prestigiatore, a coprirsi col telo del divano, l’unica cosa a portata di mano oltre al polveroso tappeto persiano. Era come se il calore stesse bruciando tutto l’ossigeno rimasto lì sotto e che la mancanza d’aria fosse il vero motivo per il quale gli era impossibile gridare aiuto.

Gerardo accese la tv e si stropicciò gli occhi con le nocche inumidite dalla saliva: un vecchio trucco da caserma. Bloccò la porta con la catenella e aprì uno spiraglio, tenendo la metà destra nascosta.

< Assafà! Finalmente! Ma che ci vuole ad aprire?

Signora Assunta! Buongiorno..

Buonasera, volete dire! Sono quasi le sei! Si può sapere che state facendo? Vi eravate addormentato?

Io.. sì, veramente, stavo dormendo. Pensavo fossero i soliti Testimoni di Geova che..

Ah, per questo avete levato la coperta dal divano.

Sì. Ma perché?

Avete fatto bene: quella cosa si azzecca addosso e prude di una maniera incredibile, quando fa caldo.

Eh, sì, lo so.

E la televisione? I quadri? Che è tutto ‘sto bordello?

No, signò, veramente sto facendo qualche lavoretto di pulizia, prima che tornano i ragazzi. Quelli, fra il lavoro e i bambini, non hanno mai tempo..

Avete fatto bene! Benissimo! Io ce lo dico sempre a quei due, che la casa è come una persona, come un figlio, che se ne devono occupare come se fosse uno della famiglia! Meno male che ci state voi.

Eh, sì.

Io prima mi sono spaventata: ho sentito delle botte tremende – pensavo ci fossero i ladri, stavo per chiamare qualcuno.

No, no, ma quando mai, quali ladri: ero io che pulivo.

E quei rumori fortissimi? E’ scoppiato qualcosa?

Ehm.. sì, veramente, sono le lampadine.

Com’è, le lampadine?

Stavo provando le lampadine di Natale e alcune sono saltate. Quelle so’ cinesi..

E perché stavate provando le lampadine di Natale con sto caldo?

Signò, che ne so, le avevano lasciate in mezzo … poi a me piacciono.

Vi piacciono le luci di Natale.

Eh. Perché, non si può?

Lo sapete che piacciono pure a me? A me st’estate un po’ mi annoia, non succede mai niente.

Infatti…

Ma sentite, mò che vi siete svegliato, perché non mi fate entrare? Vi metto a fare il caffè, vi aiuto col divano …>

Gerardo sgranò gli occhi come di ritorno da un lungo sonno. Notò una luce maliziosa negli occhi della sig.ra Assunta, forse persino troppo lusinghiera. Guardò alle sue spalle e vide Ciro da sotto il mantello leopardato strabuzzare e sbuffare per il troppo caldo, mimando con le labbra dei “vattènne!” furiosi. Liquidò l’ospite con una frase mozzata a metà dall’incedere dell’acciaio delle mandate, aspettando diversi minuti prima di abbassare il cannone e fare segno al ragazzo. Dopodiché, come fosse stato indifeso per tutto il tempo, si buscò dei cuscini volanti, una scarpa e diverse manciate di pietruzze raccattate alla meno peggio dal sudatissimo Ciro, di ritorno da un’immersione atipica. Quando il ragazzo si fu calmato, Gerardo andò in bagno a sciacquarsi la faccia e, con mezza sorpresa, gli portò un panno di cotone inumidito, che Ciro si passò prima intorno al collo e poi si legò in fronte a mo’ di bandana.

<Eh, oilloc, abbiamo fatto il piccolo Sandokan…

Di Sàndokàn ce ne sta solo uno, o’ zì.

E vabbuò, come ti devo chiamare, allora?

Bomboletta.

Ma che nome è? Non te lo sapevi scegliere un poco meglio?

I soprannomi non si scelgono, o’ zì.

E smettila di chiamarmi così.

Come così?

O’ zì. E non mi dare del tu!

Se mi dici come ti chiami, io poi ti dico il mio.

Lascia sta’, è meglio se ti chiamo bomboletta…>

***

Canale 5 trasmetteva Il Segreto. Benché fosse una replica, Gerardo prestò una notevole attenzione a quello che stava succedendo, poiché con gli anni, anche se faceva fatica ad ammetterlo persino ad Annibale, che di lui sapeva tutto, stava iniziando a dimenticare il fatto e il non fatto. Ciro dormiva impassibile, spalle al termosifone, appoggiando la testa sul braccio costretto, che teneva sul petto. Il TG5 delle 20.00 aprì con l’ennesimo servizio sui migranti; più di 8000 persone salvate dalle acque e portate sul suolo italiano. Gerardo fece per commentare, ma l’insulto gli morì fra i denti quando, alla luce calante del tardo pomeriggio, notò i lineamenti femminei di Ciro: i capelli neri suggellavano le palpebre chiuse ed il naso era piccolo e rotondeggiante. Si incantò per un attimo, grattandosi la gamba pelosa e sudata, e continuò ad ascoltare il TG, lanciando qualche occhiata di tanto in tanto. Quello che non immaginava è che Ciro non dormiva, ma meditava vendetta, nascosto dietro quell’alone santo di crudele innocenza.

PARTE III: IL NOSTRO POSTO

Come a creare un pattern di rumori continuo e inosservato, Ciro si stava battendo la mani sulle cosce al ritmo della sua canzone preferita. Spalle al termosifone e cuffie alle orecchie, meditava una strategia che non comprendesse il suo vecchio revolver; con la mano libera raggiunse la valvola dell’acqua sopra la sua testa … gli scappò un sorriso.

Gerardo, su un pezzo di legno umido adattato a tagliere, schiaffò delle fette di pane alle quali erano state tolti i bordi per via della muffa e ci premette sopra, con un cucchiaio, dei formaggini Tigre, aggiungendo delle fette di crudo essiccato e salatissimo, rimasugli dall’antipasto domenicale; addentò un mezzo supplì e premette col pollice l’altra metà sul prosciutto, aggiungendo la seconda fetta di pane e azzeppando tutto con uno stuzzicadenti. Lasciò il piatto dove Ciro potesse prenderlo, anche se ci vollero diversi minuti prima che questi si accorgesse dell’odore pastoso che saliva dalle vicinanze. Si tolse le cuffie e se lo avvicinò sospettoso.

<Che è, ‘sta schifezza?

Ti ho fatto un panino. Non hai mangiato niente, oggi.

Da quando vi preoccupate per me?

Non si lavora a stomaco vuoto.

Se era per me, mica stavo ancora qua.

Eh-eh. Tieni ragione, sei stato sfortunato.

Sono stato fesso, volete dire.

I ladri sono sempre fessi, tranne quando si fanno acchiappare. Sapessi quante volte l’ho sentita, questa frase.

Si vede che quelli erano tutti pentiti.

Tu invece non lo sei.

No. Io so’stato fesso, ma non sono un infame.

Parli come se facessi questo da tutta una vita.

Che ne sapete che non è così?

I tuoi genitori non lavorano?

Ma che è, l’interrogatorio?

Sono solo curioso.

E’ per farmi mangiare il panino? L’avete avvelenato?

Ma quanto sei scemo?!

Vabbuò, comunque non lo posso mangiare con una mano sola.

Io non ti imbocco.

E allora liberatemi.

Sì, come no!

E io non mangio.

Muori di fame, che ti devo dire.

Che ci sta dentro, poi, che fete così tanto?

Quello che ho trovato, quello ti ho dato.

…munch.

Bravo, a zio.

Ma come, la palla di riso nel panino?

Ai miei tempi, pane e riso era il mangiare dei ricchi!

Possibile che int’a sta casa non ci stava un pacchetto di iustel?

Sgrunt. Ti ho detto che quello che ho trovato, quello ti ho dato; ringrazia che mangi!

Mò, proprio, mi sembrate papà, per come parlate.

E vuol dire che tuo padre è una brava persona.

Pure lui negro?

No, non è “negro”, è indiano. E’ stato adottato da bambino dai miei nonni di Bergamo.

Quindi papà tuo è un uomo di mondo.

Papà? Papà è nu chiattillo scemo che si crede chissà chi, solo perché fa l’impiegato al Centro Direzionale.

Non dovresti offendere chi fa un lavoro onesto. Come hai fatto a diventare così, mi chiedo, se veramente tieni quell’esempio..

Ma voi che ne sapete? Quello è proprio per via del suo esempio che mi è venuto, da subito, lo schifo per il lavoro onesto. Vi sembra normale che uno si deve sfiacchire di questa maniera per guadagnare in un mese quello che faccio io in una settimana?

E ti senti fiero di quello che fai? Le rapine per le case? In mano a gente come Pruvulon, che, come non gli servi più, ti manda contro qualche altro mastino, che dopo ti devono raccogliere col cucchiaino?

Ah, mò siete preoccupato per me.

No. Però devo capire.

Che ci sta da capire? Io solo questa vita conosco; ci ho messo tempo, è vero, rispetto ad altri della mia età che già comandano, ma tengo un gruppo tutto mio, tengo i contatti…voi in questo momento non lo sapete, ma state parlando col futuro boss di Caserta e dintorni. Io arrevoto tutt’cose.

Allora meno male che me l’hai detto, guarda, perchè ci stavo quasi ripensando.

Tsk. Voi anziani mi fate morire.

In che senso?

Parlate sempre dei tempi di “guerra”, in cui c’erano i nazifascisti, i partigiani e compagnia cantante; la verità è che per noi, invece, la guerra non è mai iniziata, non c’è mai stata. Non abbiamo mai avuto un nemico da respingere: i nemici sono sempre stati attorno a noi. Siamo di una generazione che combatte contro se stessa. E’ questo, quello che non capirete mai.

Ed è per questo che vi dobbiamo fermare subito; perché è la gente come te che sta distruggendo quello che abbiamo costruito.

O zì, o come vi chiamate: siamo noi, quello che avete costruito.>

Gerardo, che per tutta la conversazione aveva scandito con dei movimenti del pollici altalenanti le lancette dell’orologio a ghirigori metallici appeso in cucina, ad aprire e a chiudere la sicura della Beretta, restò alcuni minuti senza muoversi dal divano, con la testa bassa e la mani penzolanti, mentre Ciro consumava i resti del panino, pizzicando qualche chicco di riso rosso caduto sul pavimento e leccandosi le dita. Si rigirò lo stuzzicadenti fra le mani unte e si immaginò per pochi instanti Naruto, capace di trasformare quel legnetto in un pugnale intriso di chakra letale; divertito, scosse la testa, spezzandolo in due e gettandolo nel piatto di plastica alla sua destra. Hai avuto anche la tua ultima cena – pensò fissando l’orologio. Poi, tornò con la mano alla valvola, sicuro dello sguardo distratto del suo aguzzino.

***

Nel silenzio dell’appartamento in penombra, era l’andirivieni di alcune automobili in lontananza a fornire la perfetta distrazione alle menti di Ciro e Gerardo; i loro occhi, come respinti magneticamente, cercavano di non far trasparire all’altro la più totale incompiutezza dei loro pensieri.

Le 22.00. Un’ombra di sole tiepido si affacciava sul salotto. Gerardo inforcò con un gesto repentino gli occhiali e recuperò la camicia, che indossò aperta; Ciro si alzò, guardando altrove, ma completamente consapevole di quello che stava per succedere. Immaginò tutta la scena: gli avrebbe chiesto di avvicinarsi, con una scusa banale, un’ultima sigaretta; al momento buono, avrebbe aperto la valvola dell’acqua del termosifone per distrarlo, mentre con la mano libera avrebbe recuperato la molletta che, per tutto il tempo, aveva nascosto nei binari di alluminio. Accarezzò l’idea imminente del suo primo pezzo, riuscendo quasi a sentire il peso della Beretta strappata da quelle fredde dita. Le mani gli iniziarono a tremare per l’emozione. Gli conveniva ritrovare la calma, e subito: il vecchio era pronto.

< Alzati, dai.

Che volete fare?

Non lo so, tu che dici?

Ma voi veramente fate?

Guarda che sei tu che stai violando la legge: secondo l’art.52, sei una minaccia per l’incolumità mia e dei miei beni. Posso aprire il fuoco legittimame..

Mi avete tenuto prigioniero tutto il giorno in casa! Adesso mi state per accirere, come un cane! Non esiste nessun articolo, per questo?

Non che io ricordi.

Oh, stronzate!

..!

Umpf. Che inculata. Almeno fatemi mettere di spalle, non voglio guardare.

D’accordo.

..cli-clack.

O’ zì, dite..

Mh?

..prima di sparare, non è che mi fareste fumare na sigaretta?

Non sei troppo piccolo per fumare?

Sono anche troppo piccolo per morire.

Eh-eh. Allora sta bene la sigaretta. Dove ce le hai?

Non le tengo.

Mi sa che dovrai rinunciare. Non le tengo nemmeno io.

(merda..!) Non è che me ne potete cercare una?

Adesso? Ma manco p’a capa!

(Che cazzo faccio adesso?)

C’è qualcos’altro?

Mh..sì, una cosa ci sarebbe.

Ok.

Mi dovete sparare a bruciapelo.

Vuoi dire..

Al centro della testa, qui dietro. Voglio morire sul colpo.

Una richiesta strana..

Non vi piace neanche questo, come ultimo desiderio?>

Ciro lo guardava, mordendosi le labbra e fissando la bocca della canna, impercettibilmente più nera del resto. Avrebbe abboccato? Doveva.

Gerardo meditò brevemente grattandosi la testa con la punta della pistola, ma poi fece segno che sì, andava bene, ed aspettò che Ciro si voltasse. Questi, con le mani ben piantate sul termosifone, ripeteva un mantra, immaginando il movimento di un pendolo per sentirsi più leggero a mano a mano che l’ossigeno saturava alcune aree del cervello; consapevole dei suoi stessi nervi, aguzzò il tatto, pronto a scattare, felino, al primo tocco del revolver. Stava lì, aggrappato ad un sottile respiro, quando un rumore lo fece sussultare, un tintinnio contro la finestra di fronte a lui. Si voltò a bocca aperta verso il vecchio, che lo teneva puntato ad una certa distanza.

< Eh?

Apriti le manette e vattene immediatamente da qui.>

La mente di Ciro, completamente in fiamme, recepì queste informazioni con netto ritardo. Nella totale incapacità di coordinarsi, tastò il davanzale più volte, prima di riuscire ad afferrare la minuscola chiave. Con lo sguardo fisso su quell’uomo, a tentoni, trovò la serratura e si liberò il polso. Ripescò l’euforia dal lontanissimo luogo in cui l’aveva segregata. Esplose in una risata affannata, mentre Gerardo si fece spuntare un anacronistico sorrisetto smorfioso sulle labbra.

Ma Ciro, muto all’eco del suo buonsenso e per niente piegato da quello slancio d’umanità improvviso, tornò serio e spaventosamente in sé: fece saltare la valvola, provocando una pioggia fredda ed irreale nel salotto, ed approfittò del diversivo per aggirare il vecchio che, nel frattempo, avanzava per cercare di tappare la falla con entrambi i palmi. Lo vide, mentre lottava con l’impercettibile brina, come quegli aveva visto lui, fragile e indifeso, senza però cadere nell’insulsa commozione di chi crede di riconoscersi altrove. Al contrario, lo pugnalò alla coscia e poi, veloce, sul tendine, svanendo con una capriola.

Mentre si dibatteva come una grossa murena sanguinante, Gerardo scorse fra le lacrime, sottosopra, il ragazzo farsi strada fra i sassolini e scomparire dietro la porta d’ingresso. Si fece forza fra i suoi stessi lamenti di rabbia, svuotandogli contro l’intero caricatore, ma il ragazzo si era già fiondato giù per le scale. Balzato sul Beverly e inzuppato d’acqua, fu tutt’uno con lo scoppiettio del motore. Lontano.

L’appartamento, stavolta, fu preso d’assalto dai vicini, i quali si divisero secondo una predisposizione naturale in incitatori, soccorritori e guardoni. Dopo avergli medicato la bella coscia pelosa, nuda e senza pantaloni, la sig.ra Assunta mise a fare quel famoso caffè. Gerardo, shockato e con le palle più sudate che bagnate, leggeva una lista di indirizzi che, dopo un po’, accartocciò sbuffando. Era finita.

***

4 SETTEMBRE 2015

<Mà, te lo guardo io il sugo, non ti preoccupare.

Sì? Io vado a levare i panni, allora. Mi raccomando, però!

Vai, vai.

Ma che è sto “vai vai” vicino a me?!

Mà, ma che vuoi?!

Uè, e come stai..>

Come al solito, era stato l’odore del ragù ad agire come filtro della memoria per Ciro. Lo riportò per un attimo a quanto era successo una settimana prima: la salsa sanguigna bolliva come dalla bocca di un vulcano e le foglie di basilico annegavano nel fuoco come i dannati danteschi. Sentì suo padre uscire dalla doccia del bagno e, complice una strana premonizione, afferrò il cellulare per aprire Whatsapp.

Quei messaggi gli fecero uno strano effetto. Si domandò quando avrebbe avuto le palle di rispondere al resto dei ragazzi, ma si zittì immediatamente.

Muhammad entrò in accappatoio, si sedette al tavolo ed iniziò ad affettare il pane, mentre con lo sguardo sotteso spiava Ciro, nascosto dietro il telefonino.

<Quand’è che inizi la scuola?

Non ti preoccupare, un altro poco è. Poi non mi vedi più, in giro per casa.

Io solo una domanda ti ho fatto.

E io ti ho risposto.>

Distratto dallo schermo, Ciro si irrigidì, pronto a controbattere alle velenose sentenze del padre con la sua solita faccia tosta; senza scomporsi, Muhammad posò il coltello, afferrò il telecomando e, con un gesto che sorprese il ragazzo, si alzò senza alcun motivo apparente per ribaltare l’occhio di Istanbul. Il blu penetrante era divenuto un pallido astro solcato in lungo da una crepa marroncina.

<Il terzo anno è quello di transizione, lo sai no?

Che significa?

Significa che ti stai facendo grande, a papà, e che fra poco non avrai più bisogno di qualcuno che ti sorvegli.>

Ciro, di queste parole, proprio non sapeva che farsene: qualcosa passò fra le crepe di quella roccaforte, le cui mura erano orecchie temprate da auricolari sempre a palla, ma gli parve come troppo tardi. Eppure, come colto da un misto di fierezza e nostalgia, qualcosa che non seppe spiegare lì per lì, gli sorrise.

Mentre il Tg2 mandava l’ennesimo caso di omicidio-suicidio, Mohammad gli allungò un pezzo di pane, scuotendo il polso a dirgli di inzupparlo. I due si guardarono contemplando la loro somiglianza reciproca: era come guardare in faccia il proprio gemello di un altra epoca. Un calore dolcissimo arse giù per la gola di Ciro.

<Non spuzzuliate, che dopo dite che non tenete fame!

/ma come fa, tiene il radar?

Ti ho sentito, Mohamè!>

Gli ammonimenti sempre e solo urlati di Gelsomina. Dopo averle risposto all’unisono, Muhammad tornò al pane, mentre Ciro, con la mano libera dalla cucchiarella sporca di sugo, rispose in fretta ad Agostino.

***

Annibale, con la vescica impaziente e galvanizzato dagli odori dell’ora di pranzo, tirava Gerardo a destra e a manca. Le scarpe ortopediche tenevano meglio il terreno, ma l’animale era ancora in netto vantaggio su di lui. Passarono di fronte al circolo cacciatori; il gestore, di spalle, salutò con un cenno del capo quel vecchietto zoppicante.

<Non è manco l’una e già sta in giro, questo! I vecchi non tengono davvero un cazzo da fare..>

A saltelli, salì la scala di calcare pomellato. Annibale lo aspettava in cima con la lingua di fuori, quasi chiamandolo: Gerardo, occhi sulla prospettiva ascendente, pensò a quella canzone dei Survivor per darsi la carica fino alla fine. Legò il cane ad una colonna e gli assestò una carezza distratta.

<Aspetta qui, Annì.>

La chiesetta, poco illuminata e col suo odore di fiori appassiti e ferro, gli ricordò per un attimo il sapore del suo stesso sangue. Si confuse nel denominare un affresco logoro e inscurito che dominava la navata, sorridendo un po’ a tutti quelli che incrociava, come nei primi giorni di camerata, e iniziò ad intonare un “Salve regina”, in coro con la moltitudine di anziani soli ed infiocchettati.

Sbagliò, ovviamente, tutte le parole.

***

Annoiato senza la sua pistola, il figlio di Peppeniello faceva scontrare il suo t-rex contro l’armata di macchinine blu capeggiate dal Generale Zeta. I suoni di esplosioni terribili fatte con la bocca si mischiavano ai dialoghi dei cartoni animati.

Una macchinina fu sbalzata via da un colpo di Cannone Galaxy e rovinò sotto il sofà. Il braccino, per timore di essere divorato dai Mostri Polveroni che abitano sotto tutti i divani, si ritirò subito. A portata di mano, però, c’era qualcosa di più divertente: una pistola. La avvicinò al petto a due mani; pesava un sacco – chissà se era vera!

Andò a prendere il suo cappello da cowboy e tornò in salotto, saltellando pieno di gioia per la nuova scoperta.

Puntò alla foto dei genitori in abiti matrimoniali; Peppeniello sorrideva plastico; gli urlò: bang!

Poi alla tv, dove Cocco Bill trivellava di colpi un salame volante, e: bang!

Trottò verso la cucina.

<Mamma, guarda che ho trovato! Questa è ancora meglio, guarda!>

Bang.

◊___THE END ◊___

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