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Una storia di AndreaGarofalo

Tè nero

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Pubblicato il 08 settembre 2018 in Thriller/Noir

Tags: memoria racconto ricordo thriller

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Spensi il fuoco e lentamente versai l’acqua bollente nella tazza. Presi una bustina di tè nero e la osservai per qualche istante, rigirandola tra le dita. La immersi con cura contemplando il liquido che si tingeva inizialmente di arancio, poi di un colore sempre più scuro. Un aroma intenso si sprigionò con l’aiuto del vapore, che ora saliva e riempiva le mie narici. Un intero sistema di pensieri e ricordi stimolato da un singolo odore. Ricordai i pomeriggi a casa di mia nonna, le merende invernali. Fluirono dalla memoria le domeniche mattine, le colazioni affrettate e le inutili chiacchiere con persone ora lontane. Da sempre quell’infuso, e il suo profumo, avevano accompagnato la mia vita; un filo teso che legava la mia giovinezza con l’età adulta.
Aggiunsi un cucchiaino di zucchero, poi afferrai la tazza e due lacci poggiati lì di fianco. Camminai verso il salotto assicurandomi che la bevanda non si riversasse sul pavimento, la posai silenziosamente sul tavolino e alzai lo sguardo.
Lei era seduta su una sedia, dove l’avevo lasciata qualche minuto prima. Tentava di muovere leggermente le braccia legate dietro la schiena; i suoi occhi, fissi su di me, scrutavano ogni mio spostamento. Inspirò rumorosamente per un istante, poi si ricompose e balbettando chiese: «Chi sei?». Abbozzai un leggero sorriso, le porsi il tè fumante e le accarezzai dolcemente la guancia. Tremando scostò la testa, mi osservò impaurita per qualche secondo, quindi si dimenò violentemente sbraitando: «Cosa vuoi da me? Dove mi trovo?». «Calmati, ti prego» le dissi cercando di tranquillizzarla, «Non voglio farti nulla». Alla sua destra, poggiata sul tappeto, si trovava un’anfora di terracotta; oscillando con la sedia la colpì bruscamente, il vaso cadde rovinosamente e, mentre lo osservai frantumarsi a terra in mille pezzi, sentii l’addome stretto in una morsa e avvertii un odio crescente verso quel gesto compiuto con così tanta indifferenza. Provai a bloccarla afferrandole le spalle, poi, senza stringere eccessivamente i lacci, le immobilizzai le caviglie alle gambe della sedia. A quel punto il terrore emerse sul suo volto; mantenne gli occhi spalancati, ma non riuscì a pronunciare alcuna parola. Dispiaciuto per quello che le avevo fatto, la avvolsi immediatamente in un abbraccio, appoggiando le mie labbra sulla sua spalla. Percepii subito il suo disgusto e, comprendendo quanto l’affetto non fosse ricambiato, mi allontanai rapidamente.
«So che non mi conosci» affermai sottovoce, «Ma voglio solo che tu stia bene e che non mi uccida, non posso fare altro». In quel momento abbassai lo sguardo e osservai il pavimento: i cocci di terracotta erano disseminati in tutta la stanza. Rimasi immobile per qualche minuto fissando attonito il pavimento e percependo il violento disgregarsi della mia memoria.

Ricordai una leggera brezza, l’odore di terra; risentii il rumore degli scalpelli sulle rocce. Poi la memoria si fece forza e vidi chiaramente il piccolo sito archeologico dove, più di vent’anni prima, iniziai a lavorare. Dissotterrai l’anfora in quel luogo, lavorando pedantemente come si addice a una persona che voglia apparire il più diligente possibile. Il mio rivale, in quell’esibizionismo quasi agonistico, era una ragazza, intenta, come me, a dimostrare la sua preparazione; il suo sguardo balzava da un frammento di roccia ad un altro, mentre le sue mani, più velocemente, animavano il pennello. Ne rimasi incantato e, rifiutando il titolo di archeologo principiante del giorno e auspicando unicamente ad averla accanto, le chiesi aiuto per estrarre il mio ritrovamento. Si avvicinò, ed ogni giorno lo fece sempre di più, finché non mi fu accanto anche sull’altare.
A quel punto il flusso che stava percorrendo le mie memorie si legò nuovamente a quell’odore, quella fragranza intensa proveniente dalla piantagione di tè che circondava la casa dove io e mia moglie abitavamo; l’aroma, crescendo di volume, raggiungeva la nostra camera e col tempo, gli anni, si imprimeva nelle pareti, nelle narici e nei ricordi. Tutte le parole, le risate, i discorsi, le litigate e gli abbracci racchiusi nella mente erano immersi in quel profumo.
Lavoravamo ancora l’uno accanto all’altra, così come ci eravamo conosciuti, sempre in quegli scavi, tra le rocce e la terra. Non avrei mai immaginato che il luogo nel quale tutto era iniziato avrebbe imposto il suo crudele segno al corso degli eventi. Ricordo la pietra frantumarsi sopra le nostre teste, poi una nube di polvere; il pontile di legno sul quale ci trovavamo si inclinò e il rumore delle assi che si spezzavano accompagnò un breve urlo di terrore. Rividi il corpo di mia moglie riaffiorare dal pulviscolo, che lentamente si diradava e che, non riuscendo a portare con sé la sua vita, le sottrasse tutto il resto.

Scossi la testa e puntai lo sguardo verso la tazza, la afferrai e provai a porgerla nuovamente verso quel viso che ora appariva meno impaurito. Le slegai le braccia per consentirle di reggere la bevanda, che annusò cautamente. Si fermò un istante fissando il vuoto dinnanzi a sé, mentre la sua bocca semiaperta attendeva le parole che il cervello non riusciva a suggerirle. Poi, come se l’esperienza precedente non le fosse bastata, riavvicinò la punta del naso alla tazza e inspirò in modo più sicuro. Sperava, forse, che il vapore, inondandole le narici, potesse rivelarle ciò che lei non riusciva a percepire. Sapevo che qualcosa era riuscito a muoversi nell’oscurità che dominava la sua testa; qualcosa che cercava di farsi strada, ma che, priva di ogni impulso, moriva in qualche antro remoto della mente.
Mi avvicinai al suo viso, tentando di non eseguire movimenti bruschi; cercai il suo sguardo, una minima luce nei suoi occhi. La sua espressione non accennava nessun cambiamento, nemmeno un frammento della mia persona destava in lei alcun interesse. Quando, rassegnato, decisi di allontanarmi, i suoi occhi guizzarono improvvisamente, poi, senza pensarci troppo, alzò la tazza sopra la spalla e la diresse violentemente verso la mia fronte.
Una superficie rigida mi premeva fastidiosamente la faccia, mentre una gelida corrente d’aria soffiava sulla mia schiena. Spalancai gli occhi e mi accorsi di essere disteso a terra con il naso compresso sul pavimento; tentai un lieve movimento del dorso, ma fui immobilizzato all’istante. Due mani mi strinsero le braccia, sollevandomi vigorosamente sino a portarmi ad una posizione quasi eretta. Mi guardai rapidamente attorno e notai una divisa, poi il corpo panciuto che la riempiva; immaginai che l’uomo alle mie spalle fosse vestito similmente.
Fui scortato in modo brutale fuori dalla mia abitazione, trascinato sul pavimento che avevo calpestato tranquillamente per anni. Alzai la testa muovendola repentinamente in cerca di un’ultima visione, qualcosa che, almeno io, potessi custodire. Ci riuscii nell’ultimo istante e, prima che la porta si richiudesse e che le luci lampeggianti mi accecassero la vista, porsi rassegnato un ultimo sguardo verso quel volto, che ora mi guardava spaventato e completamente smarrito.

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