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Una storia di Raffaele

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Nothing else

Pubblicato il 09 gennaio 2017

Quel pomeriggio, Mario stava facendo l’amore con Teresa mentre il notiziario radiofonico li aggiornava sull’ultima catastrofe.

“…ed il numero delle vittime sarebbe di ventuno persone tra cui sei bambini. Si contano più di sessanta feriti e un centinaio di dispersi. Sul posto si trovano già due squadre di pompieri, Polizia e un gruppo di volontari, gente della zona, accorsa ai primi, impressionanti boati. Dai primi accertamenti si è propensi a credere che si sia trattato di un vero e proprio attentato, infatti, ai primi soccorritori…”.

“Porca vacca!”.

“Che…che…c’è?”.

“Niente…scusa” e si staccò da lei. “Dobbiamo proprio farlo con la radio accesa?”.

“Ma…”.

“Lascia stare, magari stasera, va bene?” e cominciò a vestirsi.

Lei lo guardò per un po’. Era triste e aveva voglia di piangere.

Lui si alzò e spense la radio, poi si rimise a letto.

“Adesso non piangere!” sbraitò. Dopo più calmo aggiunse: “Mi dispiace. Non ci sto con la testa”.

“Prima invece sì” sussurrò lei.

Finse di non sentirla e andò in bagno, si sistemò alla meglio i capelli dandosi una compiaciuta occhiata, quindi tornò da lei.

“Cosa fai stasera?”.

“Non mi va di uscire”.

“Vengo io?”.

“Come vuoi”.

Mario era abituato a cenare con tutta la famiglia, ma la cosa iniziava ad infastidirlo. Non era proprio il fastidio di chi non riesce a vivere, a trent’anni, ancora con i propri genitori, ma l’insofferenza vera di chi non sopporta certi discorsi che solo a tavola sembrano venire fuori.

Mai una volta che ricordasse un commento di suo padre che non fosse stato polemico, mai che sua madre si fosse limitata ad ascoltarlo e basta: aveva sempre da ridire.

E suo fratello? Era più piccolo di lui e quando era a tavola sapeva solo urlare.

Eppure lui non si sarebbe detto infelice, perché aveva un lavoro, una ragazza e i problemi che gli capitava di affrontare in famiglia erano i problemi di tutti: qualche bolletta un po’ più cara, una parola pesante in un momento di stanchezza mentale, roba da poco…

Il sugo degli spaghetti gli colava da un angolo della bocca e lui ne assaporava tutto il gusto.

La TV era accesa e, come sempre alle otto, suo padre guardava il telegiornale.

Mario si limitava a mangiare, alle otto, e solo di sfuggita dava occhiate alla TV.

Non gli importava della crisi di Governo, né dell’andamento della borsa, figurarsi poi…

“…tagliarsi la gola prima dell’arrivo dei Carabinieri. Il folle aveva confessato i suoi omicidi a un diario segreto che teneva tra i libri nel soggiorno di casa. Grazie a questo si sono potuti ritrovare i cadaveri dei genitori sotterrati in giardino. Ora si cercano le altre vittime di cui, purtroppo, si conoscono solo vaghi nomi…”.

“Figlio di puttana!” urlò il padre di Mario con la bocca piena di spaghetti, “Dovrebbero ammazzarli subito questi qua! Vedi!” diceva al figlio, “Vedi che significa essere tolleranti! È tutta colpa del Papa, è solo colpa loro e del loro perdono, ecco che si ottiene con il perdono dei preti!”.

Mentre parlava, schizzi di sugo rosso gli partivano dalla bocca imbrattando la tovaglia bianca e alcuni per poco non arrivarono in faccia a Mario che, alle otto, si teneva sempre a una certa distanza dal padre.

“Bravo il nostro giustiziere!” esclamò il fratello di Mario con un sorriso, “Ma piantala!” aggiunse poi con voce più altera.

Il padre si limitò a guardarlo di traverso.

Il secondo era una succulenta bistecca di maiale, la morte sua, avrebbe detto Mario riferendosi al padre, ma la TV non ne voleva proprio sapere di smetterla…

“…nei loro occhi potete vedere la fame, una fame che sembra derisa dalle mosche che tormentano questi poveri bambini, una fame che però è ignorata dai guerriglieri indipendentisti che hanno come inno di battaglia O vittoria o morte…”.

“Ma che diavolo li fate a fare questi bambini se poi non avete nemmeno la forza di crescerli!” sbraitava ancora suo padre, “Ma tu guarda un po’ questi! Si ammazzano tra loro, si riducono alla fame e noi dobbiamo aiutarli a sopravvivere! Un Governo del cazzo abbiamo, questa è la verità!”.

“Che colpe hanno quelle povere creature!” diceva la moglie, “Se vuoi aiutarli, che t’importa quanti figli hanno e perché li fanno!”.

“Piantatela voi due!” si intromise il fratello di Mario, “Avete rotto con questi discorsi del cazzo! Dov’è piuttosto la frutta, che devo uscire!”.

Mario mangiò in fretta la sua bistecca.

La mangiò a testa bassa cercando di distrarsi dalla TV, da suo padre, da suo fratello, dalla madre: parlavano, parlavano, parlavano…

Rumore, rumore, rumore…

Quella sera Mario tornò da Teresa e le regalò ore più serene e piacevoli, e lei, mai avrebbe pensato che salutandolo più tardi, non lo avrebbe rivisto il giorno successivo.

Mario si incamminò verso un burrone alla periferia della città librandosi in volo come un’aquila notturna. Mentre ascendeva, la sua mente era lucida e serena e non stava ripercorrendo la sua vita in pochi istanti come aveva pensato che gli sarebbe accaduto.

Uno spuntone acuminato di roccia lo attendeva alla fine della sua corsa, ma un pensiero gli metteva gioia: “Qualcuno vomiterà…” diceva a se stesso, “Domani, alle otto, qualcuno vomiterà!

Oh cazzo, quante volte avrei voluto piangere e non l’ ho fatto per vergogna…

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