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Una storia di GianlucaDiMatola

Teresa

Pubblicato il 19 febbraio 2018 in Altro

Tags: amore desideri lavoro provincia razzismo

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Le mani si erano spaccate come accadeva al cemento sotto la potenza del sole, o per la violenza degli pneumatici. L’acido della lavanderia era micidiale. A parte quello che combinava alle mani nonostante i guanti, era ciò che faceva ai polmoni quando non c’erano le mascherine da indossare.

Il titolare della ditta era un calabrese che negli anni d’oro aveva fatto i soldi e s’era trasferito da queste parti, in Provincia di Napoli. Voleva starsene più tranquillo, raccontava in giro. In realtà pare che a Cosenza gli avessero dato il foglio di via. Ma non la questura, la ‘ndrangheta.

Ho sempre obbedito agli ordini che mi venivano impartiti. Caricavo le vasche di liquidi dove poi ci mettevamo a mollo i vestiti. Dieci ore immerso con i piedi e le braccia nell’acqua. Per quel compito dovevamo essere almeno in due, ma alla fine me ne occupavo sempre e solo io. In lavanderia si risparmiava su tutto, sugli stipendi in particolare.

A Teresa l’avevo sempre amata. Forse pure nelle mie precedenti esistenze. Un mio amico fissato con la filosofia, dopo un estenuante pippone, mi ripeteva che un uomo è fatto d’amore e di passioni. Allora gli rispondevo che se davvero era come diceva lui, io ero fatto solo di Teresa.

Insomma, non c’erano né Santi e né madonne, era lei che volevo, fin da quando mi era passata accanto nell’ufficio postale, e di anni ne avevo soltanto quindici. Io stavo lì per pagare una bolletta del gas a mia madre, lei una multa per divieto di sosta. Sì, Teresa aveva tre anni più di me, e quell’errore alla guida l’aveva nascosto a suo padre.

Dopo due anni a rincorrerla, per lei doveva spuntarmi almeno la barba, finalmente la convinsi a fidarsi di questo ragazzo con i capelli crespi come la stoppa. “Sono sempre io, Arturo. Vorrai mica sentirti eternamente responsabile della mia infelicità? Sai, sono piuttosto incline all’autolesionismo” le dissi prima di vederla sorridere.

Dal mensile che mi davano ogni fine mese in lavanderia scalai qualsiasi spesa inutile. A momenti smettevo finanche di magiare. “Tanto di fame non si muore, basta bere” mi dicevo. Teresa meritava il meglio. Non le doveva mancare niente. Dovevo acquistare casa perché lì dentro avremmo saldato noi stessi.

“È proprio un affare” mi consigliarono. In effetti, valutando il mercato immobiliare della zona, era esattamente come dicevano. Una manciata di euro per quasi ottanta metri quadri. Un progetto innovativo di edilizia popolare. Certo, stava al settimo piano. Ma con l’ascensore che ti porta cosa vuoi che siano sette piani. Premevi un bottone, fischiettavi una melodia ed eri già bello che arrivato.

I materiali di costruzione erano di prima fattura. Pure le rifiniture, niente di grezzo. A Teresa sarebbe certamente piaciuta. Un passo alla volta e ce la saremmo aggiustata a nostro piacimento: da un lato il divano, la lampada di sua nonna Assunta, in cucina un bel tavolo grande per ospitare i parenti e gli amici.

E non era finita lì. Lo spettacolo vero lo nascondeva il terrazzino. E chi ce l’aveva mai avuto un terrazzino. C’avremmo sistemato la lavatrice e lo stendino per i panni. Aveva una bella esposizione. Le finestre si sarebbero gonfiate di luce.

Ottenere la busta paga per accedere al mutuo non fu affatto facile. Il calabrese non voleva mostrarmela. La ragione era semplice: mi pagava ottocento euro, ma ne dichiarava mille e trecento per ottenere gli incentivi dello Stato. La differenza se la schiattava lui in tasca per bruciarsela ai cavalli.

Le rate che la banca mi appioppò sarebbero durate almeno quindici anni. Eppure le avrei pagate senza alcun peso. I miei pensieri erano tutti per Teresa e alla casa che volevo per noi.

Le chiavi ce le consegnarono che a pasqua mancavano tre giorni. Mi ricordo la gioia. La festa. Teresa che mi bagnava il collo con le sue lacrime. Poi lo stereo. Noi due che ballavamo sulle note di Domenica Lunatica:

...non far del male a te!

...questo lo devo fare!

lo devo fare perché!

...tu non hai fatto niente di male...

ed hai ragione te!

quando dici che sono un bambino

e che non sono maturo!

...ed hai vent'anni di meno!

Vasco ci liberava da ogni inquietudine.

Nell’ultima riunione il costruttore ci comunicò che entro due mesi, dovevano completare gli allacci alla rete elettrica, avremmo potuto prendere pieno possesso dell’appartamento.

Macché, altro che sessanta giorni. Di anni ne sono trascorsi dieci. E le rate continuano ad assorbire il conto corrente. Per pagarle, adesso, di lavori ne faccio due, pure se la bronchite cronica mi sfianca per diversi mesi all’anno. Maledetta lavanderia. Maledetti acidi.

Pure Teresa ha cominciato a lavorare. Pulisce lo studio di un avvocato. Ci va tre volte alla settimana. Anche le sue mani hanno conosciuto le crepe dello sfruttamento. Non sono più morbide e prive di esperienze negative. Mostrano i tagli della vita.

Ci capita spesso di passare da quelle parti. Fuori alle palazzine rosa. Ci fermiamo a circa cento metri di distanza ed osserviamo il fabbricato e. Sul ballatoio del nostro terrazzo, con due bicchieri di plastica ad improvvisare dei posacenere, fumano due tizi. Stranieri sicuramente.

Mentre provo ad avviare il motore della mia vecchia Fiat Punto, ci mette un minuto abbondante prima di far sentire la sua voce, mi accorgo che su un muro è apparsa una scritta: l’Italia agli italiani.

Io e Teresa abbiamo paura. Riflettiamo sul calabrese. Su chi ci ha venduti la casa speculandoci. Pensiamo pure all’avvocato che pranza e cena nei ristoranti di lusso e poi la paga pochi euro all’ora. Quando si ricorda di pagarla.

Io e Teresa ci guardiamo. Ci teniamo per mano. Avvertiamo le nostre ferite. Io e Teresa abbiamo paura. L’Italia degli italiani.

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