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Una storia di IvanBerardi

Il bosco

Una passeggiata verso il crepuscolo

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Pubblicato il 08 ottobre 2017 in Thriller/Noir

Tags: lgbtqi natura presenze mistero

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La villetta degli amici si trovava ai piedi delle colline di Mompiano. Da qualche mattina Stefania, avendogli promesso che avrebbe accudito i cani durante la loro vacanza, la raggiungeva in bicicletta prima di recarsi al lavoro. Dopo essere stata accolta da una profusione di scodinzolii portava i cani nella valle per una passeggiata, gli dava da mangiare e quindi riprendeva la bicicletta per raggiungere la metropolitana, lasciandola nel piazzale, legata alla rastrelliera. La sera la routine si ripeteva al contrario e Stefania poteva concedersi più tempo per stare con gli animali.

Era stata una settimana di quelle che le piacevano proprio: le mattine fresche cominciavano con una foschia leggera che si sollevava appena il sole riusciva a spingersi sopra la cima della Maddalena, lasciando così spazio ad un cielo il cui blue intenso faceva da glorioso sfondo ai colori dell’autunno.

E che giornata era stata! L’appuntamento con il Signor Pergani, per discutere sugli ultimi arrangiamenti dell’esposizione nella galleria milanese, era andato bene; ormai collaboravano da anni e si potevano fidare l’un dell’altra. Poi Stefania aveva passato qualche ora nello studio a lavorare sulle bozze di un nuovo progetto e quindi, durante la pausa pranzo, si era incontrata con Giovanna ed insieme avevano sfogliato gli opuscoli per il viaggio di nozze. Non ci poteva quasi credere che si fossero davvero sposate. Erano passate solo due settimane, ma quell’anello d’oro forniva una solida conferma a cui si doveva ancora abituare. E adesso mancava poco; prima di partire verso la primavera Neozelandese.

Nel pomeriggio era tornata nello studio a disegnare.

Il vento giocava con la porta del balconcino che non voleva saperne di stare aperta: appena Stefania si voltava per tornare al tavolo questa sbatteva con una forza quasi aggressiva. Decise di chiuderla una volta per tutte: ci mancava solo che il pannello di vetro si rompesse. Prima però si fece una tazza di caffè sorseggiandola godendosi il panorama dal balcone e notando sorpresa che, dopotutto, di vento non ce n’era.

Doveva essere qualche contraria a far sbattere la porta, pensò abbottonando istintivamente il cardigan. Tornata al tavolo cominciò a selezionare le fotografie che aveva fatto nei giorni precedenti mentre i cani correvano nella valle. Il progetto cui stava lavorando rappresentava un passo in una direzione nuova per lei che era abituata a lavorare su tela: una casa editrice l’aveva avvicinata chiedendole d’illustrare una collezione di quattro racconti intitolata ‘Stagioni’. Aveva deciso di cominciare con ‘Autunno’, una storia gotica ambientata tra i boschi. Aveva già disegnato parecchi schizzi preparatori e la casa editrice si era mostrata entusiasta. Le fotografie erano solo una guida, uno strumento in più a disposizione della sua creatività: gli edifici della vecchia polveriera diventavano un monastero abbandonato, la casetta sul sentiero uno spunto per il villaggio falciato dalla peste e la radura nel bosco… bè quale bosco non ha una radura? Il pomeriggio passò che quasi non se ne accorse; controllò il telefono: mancava poco alle cinque. Alzandosi, si voltò verso il balconcino trovando la porta spalancata, adesso poteva spiegarsi i brividi che le erano venuti mentre era seduta al tavolo. Alla fine, doveva essersi dimenticata di chiuderla, ‘Almeno ha smesso di sbattere’, pensò confusa.

Questa volta si assicurò che la porta fosse davvero chiusa, controllò il gas del cucinotto, scese le scale della palazzina e si diresse verso S. Faustino e la metro.

Pinna e Pongo, sentendo il fischio, corsero verso il fondo del giardino abbandonando la comoda cuccia in legno -‘Lo chalet’- e saltando su e giù mentre Stefania cercava di entrare dal cancelletto. Erano fratello e sorella, due meticci neri di media grandezza, mezzi Labrador e mezzi chissà che cosa.

Quando si calmarono Stefania gli mise i guinzagli e come di consueto prese la strada che portava dove la piccola valle cominciava a stringersi inerpicandosi tra i boschi.

Il cielo terso di qualche ora prima aveva assunto un grigiore latteo che spegneva tutti i colori. Più Stefania si avvicinava al bosco più questo grigiore diventava permeante. Non era nebbia, piuttosto sembrava che venisse emanato dal bosco stesso, come se il bosco stesse respirando, ed il suo respiro si condensasse nell’aria improvvisamente fredda. Stefania prese il K-way che portava nello zaino e l’indossò sopra al cardigan. Se non fosse stata lì da sola, quella sarebbe stata esattamente l’occasione in cui le sarebbe piaciuto immaginarsi di essere in un rifugio di montagna, magari col fuoco e una bella polenta con funghi. Invece no, a parte lei non c’era nessun altro; nessun altro che portasse a spasso i cani, nessuno che corresse lungo il sentiero, nessuno che stesse facendo una passeggiata. Solo lei e, per fortuna, i cani, pensò rabbrividendo. Quando raggiunsero la vecchia polveriera Stefania li lasciò liberi di correre nel bosco. Prese il telefono e cominciò a scattare altre foto al complesso di baracche abbandonate, riuscendo a vincere il disagio trasmesso dal silenzio e dalla desolazione degli edifici. Pinna, di tanto in tanto, le tornava vicino quasi volesse farle sapere che era ancora lì per poi correre verso Pongo che se ne stava ancora tra gli alberi. Stefania lo poteva vedere, come un’ombra che si muoveva veloce nel sottobosco. Pensò di chiamare Giovanna che a quell’ora avrebbe dovuto già essere a casa ma, ancora prima di cominciare a digitare i numeri si accorse di non avere ricezione. Cosa stava pensando? Lì, nel punto più stretto della valle… però le avrebbe fatto piacere sentire la sua voce: le sembrava stupido ma aveva l’impressione che il bosco la stesse circondando; o meglio, certo che la stava circondando, ma era quasi come fosse diventato un’entità dotata di un’intenzione propria, il problema era che Stefania non sapeva quale intenzione avesse. Indecisa sul da farsi, si mise a ridere: proprio ieri aveva detto alle sue amiche quanto le piacesse avere l’opportunità di essere un po’ a contatto con la natura durante queste passeggiate, adesso l’idea non le sembrava più così allettante. Controllò ancora il telefono, era presto, ma in quelle condizioni la visibilità si era ridotta drasticamente. Le spiacque per i cani ma decise che per oggi sarebbero tornati a casa, quindi si diresse verso la stradina da cui erano venuti, chiamandoli per rimettergli i guinzagli. Pongo arrivò subito, scodinzolando con un bastone fra i denti, Pinna invece rimase ferma dov’era in mezzo al bosco, guardandola con un’espressione che sembrava quasi di sfida, poi si voltò dall’altra parte cominciando a correre in salita addentrandosi nell’oscurità della boscaglia. Stefania urlò: “Pinna! Pinna!”, prima con aria accondiscendente poi con un tono più seccato. Ci mancava solo questa! “Pinna! Pinna!” Chiamò ancora finchè il cane, finalmente, decise di fermarsi in cima alla salita, dove sembrava che il bosco tornasse ad essere pianeggiante. Pinna guardò ancora Stefania con la stessa aria di sfida, mentre questa cercava di raggiungerla arrancando con Pongo tra gli alberi sul tappeto di foglie secche. Quando furono a circa venti metri da Pinna, Stefania la sentì ringhiare, non era mai successo prima ma, quanto meno, non stava ringhiando a lei, infatti guardava nella direzione opposta. Stefania rallentò il passo: non voleva spaventare il cane nè tantomeno farle credere che si trattasse di un gioco, voleva solo avvicinarsi il più possibile, metterle il guinzaglio e tornare a casa. Tra la gente. Dieci metri. Pongo cominciò ad irrigidirsi rifiutandosi di seguirla e quindi, a malincuore, lo dovette tirare. Cinque metri. I denti di Pinna brillavano nella semioscurità del bosco mentre questa continuava a ringhiare a qualcosa che Stefania, dal basso della sua posizione, non riusciva a vedere. D’un tratto Pongo smise di far resistenza e cominciò invece a tirare nella direzione della sorella, ringhiando e facendo perdere l’equilibrio a Stefania che si trovò con la faccia tra le foglie. Il guinzaglio le scivolò di mano, ma quando si rimise in piedi vide che i cani erano ancora lì, fianco a fianco sempre ringhiando. Stefania si accorse solo ora che si trovavano sul perimetro di una radura: la poca luce che c’era, filtrava più liberamente in quello spazio aperto. Pinna si fece mettere il guinzaglio senza togliere però gli occhi da ciò che la stava irritando, Stefania prese quello di Pongo che penzolava flaccido dal collo del cane, quindi avanzò verso il centro della radura. Dapprima pensò che si trattasse di un roccolo per cacciatori, ma gli alberi che circondavano lo spazio non erano quelli tipici e la struttura nel mezzo non aveva le dimensioni giuste. Lo sapeva bene: Stefania odiava i roccoli, ancora di più perchè la loro bellezza, quasi da fiaba, nascondeva la meschinità del loro scopo. No, quello non era un roccolo. Apprensiva, ma incuriosita, continuò ad avanzare. Poteva sentire l’eccitazione dei cani che si trasmetteva attraverso la tensione dei guinzagli. “Buoni, buoni” continuava a ripetere, più che altro per sentire una voce, anche se era solamente la sua. Fu solo quando si trovò ad una ventina di metri dalla struttura al centro della radura che si rese conto di ciò che fosse: una casa diroccata. ‘Probabilmente una cascina’, pensò Stefania che, pur volendo correre via, si sentiva più a suo agio qui, nella relativa luce della radura, piuttosto che nel mezzo del bosco scuro. Se quella era una cascina ci doveva essere una strada o un sentiero d’accesso; anche se il posto era stato abbandonato da anni, ‘dopotutto non siamo in Amazzonia’, pensò per farsi coraggio. Cominciò a camminare attorno allo stabile, cercando allo stesso tempo un varco tra il cerchio di alberi che indicasse la presenza del sentiero. Dopo pochi passi raggiunse una sezione dell’edificio dove le pareti erano crollate così da rivelarne l’interno. Adesso era chiaro: ciò che rimaneva di un altare, un colonnato ed una croce di metallo su un cumulo di macerie, probabilmente caduta assieme al campanile, puntavano tutti al fatto che quella fosse una chiesa. Stefania non sapeva che ce ne fosse una abbandonata tra quei boschi, non ne aveva mai sentito parlare. ‘Facciamo un ultimo sforzo e poi andiamo’ si disse augurandosi che i cani la smettessero di ringhiare, prese il telefono e scattò una decina di fotografie per essere sicura di catturare l’atmosfera del posto, quindi, con fare più determinato, cercò una via d’uscita.

Appena raggiunse l’altro lato della chiesa, i cani cominciarono a puntare verso una sezione della radura delimitata da un muretto anch’esso mezzo diroccato. Una parte dello spazio recintato era occupata da pietre tombali per lo più appiattite al suolo, coperte da una coltre di muschio e licheni che ne denotavano l’antichità. La parte più cospicua di quello che ovviamente era un cimitero, era invece occupata da una vasta fossa, profonda alcuni metri. Era verso di quella che i cani la stavano trascinando sebbene adesso Stefania stesse offrendo meno resistenza, quasi anche lei volesse dare un senso a ciò che la stava circondando.

Avvicinandosi, il ringhiare dei cani si trasformò in un mugolare docile seguito da un vivace scodinzolare, come se avessero deciso che, in fondo, non c'era pericolo od un nemico pronto ad attaccarli. Poi Stefania la vide. Seduta sull’orlo della fossa vuota, con la sua gonna sporca ed i piedi nudi. I cani non dovettero neppure guidarla questa volta, ci andò da sola. Si sedette accanto alla bambina che però non la guardò, intenta com’era ad accarezzare Pongo. Pinna si accovacciò dall’altro lato, poggiando una zampa sulla sua gamba .

“Sono morti tutti.” Esordì la bambina senza nessuna enfasi, “Anche chi doveva seppellirci in questa buca. Vedi? È vuota”, indicò la voragine sotto di loro.

“Avevo detto a Francesco; mio fratello: ‘Devi chiudere quella porta che se no entra la peste’”, lo recitò come se stesse sgridando il fratello.

“Ce l’aveva detto Padre Antonio dall’altra parte della porta: ‘Laura? La mamma e il papà sono morti?’ Io avevo risposto di sì, che erano lì sul letto da qualche giorno che puzzavano coperti di pustole. La voce del Padre era diventata più severa, quasi un ordine: ‘Tu e Francesco non dovete uscire da lì, dovete tenere la porta chiusa che se no entra la peste! Capito? Dovete stare in casa, mi raccomando!’ Ma Francesco mi diceva ‘Laura! la peste è già entrata in casa, dobbiamo andare via.’ E correva a spalancare la porta. Ma io ero più grande, lo rincorrevo e la sbattevo chiusa.

Ogni giorno ci lasciavano del pane e dell’acqua sulla finestra, ma non durò molto: Francesco cominciò a star male, come la mamma e il papà, gli vennero le bolle e finì anche lui sul letto. Ero rimasta solo io; Francesco aveva avuto ragione: avremmo dovuto lasciare la porta aperta. Scappare. Quando la spalancai era già troppo tardi: vennero le bolle anche a me.”

Stefania la guardò piangendo, sopraffatta da un’enorme tristezza, non c’era più paura, disagio o incredulità. Solo tristezza. Riuscì a domandarle: “Francesco è con te Laura?”. Ma la bambina non rispose cominciando invece a raccontare la stessa storia dall’inizio. Stefania le mise un braccio attorno alle spalle e poggiò la testa contro la sua; profumava di bosco. Dopo qualche istante, prima che la notte calasse del tutto, salutò Laura e si diresse verso quella che era una chiara apertura tra gli alberi, seguì il sentiero e presto si ritrovò a camminare lungo la polveriera e quindi la strada che portava alla casa degli amici. Entrò con circospezione e riempì velocemente le ciotole dei cani: non voleva essere lì da sola in quella casa deserta. Salutò Pinna e Pongo, prese la bicicletta e corse verso il Villaggio Prealpino. Giovanna, arrabbiata, le chiese dov’era stata, che era tardi e si era preoccupata. Che le aveva lasciato 5 o 6 messaggi. Perchè non l’aveva richiamata? Stefania era sfinita, le spiegò che non c’era ricezione e, quasi a confermare le sue parole, il telefono cominciò solo ora a ricevere una sfilza di notificazioni, lo passò a Giovanna, “Visto?” le disse stanca. Alla fine Stefania decise di provare a spiegare a Giovanna quel che era successo, le chiese di venirle accanto. Cercò la chiesa tra le foto sul telefono, ma le ultime dieci erano inquadrature diverse dello stesso soggetto: una radura vuota tra i boschi, illuminata dagli ultimi raggi di un tiepido sole autunnale. In ogni foto Laura, con un vestitino rosso tutto nuovo ed un cappello di paglia guardava l’obiettivo sorridendo, accanto a lei un bambino più piccolo faceva un saluto con la mano mentre con l’altra si proteggeva gli occhi dai raggi bassi del tramonto. Stefania si portò le mani al volto incapace di trattenere le lacrime.

“Cosa è successo? Chi sono questi bambini?”, le domandò Giovanna non capendo.

“Va tutto a bene. Va tutto bene.” Rispose Stefania commossa stringendo la mano della moglie.

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