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Una storia di Massimo.ferraris

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Quando sfidai Babbo Natale

Pubblicato il 16 dicembre 2016

Era avvolto in carta argentata, di quelle che quando le guardi capisci subito che è Natale, in cima un fiocco rosso, disegnato a piccole renne ed elfi e sul basso l'incrocio perfetto che divideva la base in quattro. Scintillava, creando nella stanza un senso di felicità che ancora oggi riesco a ricordare. Messo sotto l'albero, quel pacco rappresentava l'inizio delle feste; le luci si riflettevano su di esso ed era magia, perchè negli occhi di un bimbo di cinque anni conta solo quello.

Abitavamo in un appartamento acquistato con fatica a rate, in tempi in cui lo stipendio lo portava a casa solo papà e la mamma si arrangiava con piccoli lavoretti a consolidare le finanze. Eravamo felici, insieme a noi abitava nonna, fonte inesauribile di storie, che raccontava in dialetto, inculcandolo nella mia mente di bambino quei termini strani, ma affascinanti.

Il pacco era lì, non osavo avvicinarmi per paura che toccandolo Babbo Natale non sarebbe più passato; mancavano ancora dieci giorni al suo arrivo, ancora troppi, ma resistevo, facendo finta che quella scatola rettangolare non esistesse. Entravo nella stanza e giravo lo sguardo sulle palline colorate, le strisce che si muovevano al lieve spostamento del corpo quando mi avvicinavo. La sera mi sedevo sulla poltrona, aspettavo che facesse buio e accendevo le luci. Era bellissimo, sembravano quasi una danza che, partendo dalla stella in punta, scivolava sino sul fondo, andando a colpire il pacco. Cercavo di frenare la corsa, ma inesorabilmente gli occhi si posavano su di lui. Più di una volta avrei voluto chiedere a mamma cosa contenesse, ma il timore mi frenava. Nonna spazzava di continuo il pavimento, era una vera maniaca dell'ordine e così facendo spesso lo spostava, mettendolo sul tavolo.

Tre giorni prima della vigilia, con indosso il pigiama, andai a sedermi sulla poltrona: ormai contavo le ore che mi separavano dall'arrivo di Babbo Natale e il pacco era passato indenne alla mia curiosità, tanto che ormai mi considerai immune da ogni tentazione. Le luci splendevano come sempre, sul soffitto creavano disegni veloci e colpendo le palline i colori guizzavano nei miei occhi. Aspettavo anche la neve, perchè avevo visto in un libro immagini di alberi imbiancati e finestre da cui si potevano osservare i fiocchi scendere. Tutto era perfetto, la letterina era stata spedita con largo anticipo e nulla pareva turbare quella pace. Nulla, a parte un piccolo particolare: il pacco era sul tavolo! La nonna non l'aveva rimesso a posto, cosa strana visto che difficilmente dimenticava le cose. Forse le avrebbe fatto piacere che lo facessi io, in fondo sarebbe stato un atto di cortesia, non di curiosità. Lo fissai a lungo in segno di sfida, quasi che davanti a me si trovasse un oggetto sacro, e più lo guardavo meno avevo voglia di mantenere fede alla promessa. Babbo Natale avrebbe capito che quel semplice gesto era dettato dall'affetto di un bambino verso la nonna, cosa c'era di male? Mamma mi aveva insegnato che quando si fa qualcosa che ci fa sentire male basta una piccola preghiera e tutto torna a posto. Mi alzai di scatto dalla poltrona, iniziando a recitare il Padre nostro a fior di labbra; intorno silenzio, a parte il rumore del termosifone che gorgogliava, nonostante papà avesse passato giorni nel cercare di svuotare d'aria l'impianto. Faceva da colonna sonora,​ unito al battito del mio cuore che aveva avuto un'improvvisa accelerata. Le parole venivano con difficoltà alle labbra, in un punto invece di pane quotidiano pronunciai pacco quotidiano, uno sbaglio che colpì la mia piccola mente. Era un segno oppure un avvertimento? Chiusi gli occhi, non terminai nemmeno la preghiera ed esclamai un frettoloso amen, mentre le mani si posavano sul pacco. L'avevo fatto, non potevo tornare più indietro. La carta era lucida e morbida, sotto di essa potevo sentire la rigidità di una scatola. Tornai a guardare e vidi le dita avvolte sugli angoli; in quel momento se nonna o mamma fossero capitate in sala di sicuro avrei mollato gli ormeggi dalla paura, finendo con i piedi a bagno. Invece tutto taceva, a parte il solito termosifone, quindi lo alzai e scrollando non riuscii a capire cosa contenesse. Era leggero, più di quanto mi aspettassi, ma non potevo perdere altro tempo, già lo avevo soppesato (e questo non era bello nei confronti di Babbo...), quindi andava immediatamente posizionato al suo posto e poi di corsa a nanna. Così feci, raggiungendo la mia stanza nel tempo di un battito di ciglia.

Ricordo che mi svegliai più volte quella notte e al mattino nonna mi squadrò dubbiosa quando varcai la porta della cucina. Disse che avevo una brutta cera, come di un bambino che sa di aver fatto qualcosa di brutto e il rimorso non l'ha fatto dormire. Nonna era una strega, ve lo posso assicurare, riusciva a capire al volo lo stato delle persone solo dando un'occhiata al viso. Comunque negai, diedi la colpa alle caramelle mangiate di nascosto; ricevetti una lavata di capo, ma meglio quella che una confessione che contemplava la violazione del sacro pacco.

La mia fede in Babbo Natale era totale, forse credevo più a lui che all'esistenza dei personaggi tv, che reputavo vivessero nascosti dentro la scatola della televisione. Il grande uomo rosso, dalla barba bianca, scatenava un'euforia tale che, la sera della vigilia si trasformò in panico vero e proprio. Continuavo a pensare al pacco, al fatto di averlo toccato e la paura di non ricevere doni per colpa di quel semplice gesto era una cosa impensabile. Eppure c'era la remota possibilità che questo accadesse, anche perchè ricordavo bene di non aver fatto il segno della croce durante l'operazione e che la preghiera l'avevo terminata bruscamente senza pensare alle conseguenze.

Dovevo chiedere scusa a Babbo Natale, non c'era altra soluzione. Sapevo che la cosa non era facile, che Babbo addormentava tutti con una polverina magica che faceva scendere dal cielo quando entrava in casa, così studiai per bene il piano d'attacco. Papà lavorava come muratore d'interni, era esperto nel dare il bianco, mettere la tappezzeria e per il suo lavoro usava diversi attrezzi, tra i quali delle mascherine anti polvere. Erano in dispensa, le avevo viste più volte dentro una scatola gialla, impilate una sull'altra; erano tante, perciò una in meno non avrebbe fatto la differenza. Sgattaiolai furtivo e ne presi un paio: doppia barriera, efficacia maggiore! Mi occorreva poi qualcosa per tenermi sveglio, e nella mia piccola testa elaborai le nozioni conosciute ricordandomi del caffè. Quella era la parte più difficile, non mi era consentito avvicinarmi al fornello a gas, figuriamoci usare la caffettiera. Un bel guaio, eppure qualcosa dovevo trovare, altrimenti avrei rischiato di addormentarmi sul più bello. L'idea balzò fulminea: la nonna adorava i pocket coffee (anche io a dire la verità), ne aveva diversi astucci che teneva chiusi sotto chiave in camera sua. Io sapevo dov'erano e, cosa ancora più importante, conoscevo dove nascondeva la chiave, sotto al letto, appesa ad un bullone.

La cena si protrasse più del dovuto, ma finalmente alle ventidue mamma mi mandò a letto, facendo le solite raccomandazioni pre arrivo di Babbo Natale. Nonna mi seguì a ruota, a quell'ora infatti si ritirava in camera, Natale o no. Papà e mamma erano seduti davanti alla tv a guardare un film, aspettai che durante un intervallo venisse a controllare che dormissi, finsi come non mai, quindi mi misi in moto. Non sapevo ancora bene cosa dirgli, di sicuro delle scuse per essermi comportato male, ma in fondo speravo che nella sua immensa bontà liquidasse tutto con un sorriso e qualche bel regalo extra. Le undici, avevo ancora un'ora e la missione più importante, quella di entrare in camera di nonna. Mi mossi silenzioso, nei piedi solo calzini e niente ciabatte, il pigiama aderiva come il costume di Spiderman e la porta si aprì senza rumore, merito di papà e del grasso che metteva periodicamente sui cardini. La massa scura sul letto era ferma, ma il russare basso e prolungato indicava che nonna stava dormendo della grossa. Mi appiattii a terra e strisciai sotto al letto, urtando un paio di scarpe e altri oggetti che non sapevo si trovassero lì. Nonna aveva il sonno pesante, ma ultimamente soffriva di riflusso che la faceva spesso svegliare di soprassalto in preda ad un senso di soffocamento. Incrociai le dita che il suo stomaco stesse buonino per cinque minuti, quindi allungai la mano e toccai il montante del letto, dove ad un esame più attento, al buio, incontrai la chiave. Mi scappò un verso di esultanza che rischiò di farmi cadere nel panico, mentre il tremore accompagnava il pensiero di stare facendo qualcosa di mai osato prima. Quando valutai di essere tornato calmo girai sul fianco e sbucai fuori; l'anta dell'armadio era a portata di mano, spinsi la chiave nella serratura e la feci girare.

"Stock!" si udì chiaramente, forte e deciso, quasi come un colpo di martello. Sentii la nonna mettersi a sedere e chiamare mamma. Oh mio Dio! Ero fregato, la notte di Natale con sulla coscienza il pacco toccato e il furto delle chiavi di nonna. Di sicuro babbo Natale avrebbe stracciato la mia scheda per almeno i prossimi vent'anni. La porta si aprì nel momento in cui tornai sotto al letto, rannicchiato in fondo e la luce si accese, mettendo in chiaro le gambe di mamma. Questa volta tremavo veramente di paura, quando sentii la nonna parlarle del rumore e la mamma chiedere se veniva da sotto il letto. Se guardava ero finito: chiusi gli occhi e ascoltai la nonna dire di no, secondo lei era qualcosa che era sbattuto contro il vetro della finestra. Ci fu un'ispezione, altre chiacchiere di mamma che assicuravano nonna di aver fatto solo un brutto sogno, le luci si spensero e nonna tornò a sdraiarsi. Non osavo muovermi, speravo che mamma fosse tornata dritta sul divano senza transitare da camera mia; non avevo pensato di creare un fantoccio sotto le coperte.

Dopo una decina di minuti nonna tornò a russare e io potei uscire da sotto il letto. I cioccolatini sarebbero rimasti al loro posto, dovevo solo contare sulla consapevolezza di avere la forza di rimanere sveglio ad ogni costo. Quando raggiunsi camera mia saltai sul letto e rimasi ad osservare l'orologio sveglia luminoso. Le ventitre e ventisette, sembrava che il tempo non passasse mai; il film era finito e i miei si stavano preparando per andare a letto. Anche per loro vigeva la regola della mezzanotte e non importava se fossero stati ancora sul divano o a letto, il sonno li avrebbe colti all'improvviso. Ma a me no, questo era poco ma sicuro, io avevo la doppia maschera. Quando l'orologio ebbe raggiunto i quaranta e in casa non si udiva nulla a parte il solito borbottio del termosifone, le indossai. Babbo era furbo, ma anche io non scherzavo: se avesse anticipato lo spargimento della polvere magica di qualche minuto mi avrebbe trovato preparato. Non avevo sonno, questo era un buon segno, l'adrenalina mi teneva lucido e scattante. Ai cinquanta decisi che era il momento di andare in sala e nascondermi dietro il divano; lo spostai leggermente, quel tanto che bastava per non essere visto, poggiai un cuscino a terra e mi sedetti sopra, rimanendo in silenzio. Respirare con la doppia maschera era faticoso e inoltre non sapevo se quel materiale fosse del tutto innocuo, possedeva un odore come di carta bagnata. L'albero scintillava con le sue luci che creavano danze sempre diverse. Il pacco era sempre al suo posto, anche lui assorbiva e rifletteva i bagliori che trasmetteva alle pareti. Era come una ninna nanna silenziosa che portò in me quella pace che la tensione delle ultime due ore avevano accantonato. Mi sembrava la cosa più bella che avessi mai visto, mi sentivo protetto dietro il divano, con il pacco che sembrava non essere più una minaccia, ma quasi un amico messo lì a tenermi compagnia.

Avevo cinque anni, mancavano pochi minuti alla mezzanotte e volevo sfidare Babbo Natale. Ma fu lui ad avere la meglio, perchè il mio ultimo ricordo fu quello di mille magiche luci che roteavano davanti agli occhi.

Quando li riaprii la luce del sole aveva invaso la stanza, addosso avevo una coperta e sotto la testa il cuscino che avevo usato per sedermi. Qualcuno mi aveva messo sul divano. Papà fece capolino con quel sorriso che risultava buffamente asimmetrico e si sedette accanto. Fece segno verso l'albero e mi sorpresi di trovare una decina di pacchetti, tutti per me.

-Ti sei addormentato qui- disse papà. -Non hai resistito, vero?-.

Non capivo, mi ero sì addormentato, ma dietro il divano, con sulla bocca...

Mi affacciai dal bracciolo e guardai in giro, nulla.

-Che cerchi?- mi chiese. Scrollai la testa, lui sembrava essere ignaro di tutto, ma io sapevo. Babbo Natale aveva vinto la sfida, ma di sicuro ci sarebbero state altre occasioni: ogni anno avrei imparato cose nuove, sino a quando un bel Natale la sfida non l'avrei vinta io!

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