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Una storia di Valeriaiannini

7

Il volto altrove

Un viaggio dall'Afghanistan all'Italia

Pubblicato il 26 novembre 2017

Distese le ginocchia che scricchiolarono all’unisono e rotolò giù dall’asse del rimorchio, restando nascosto dietro a una ruota. La luce che gli aveva dato l’illusione del giorno era in realtà il bagliore diafano del tramonto. Sentì gli ultimi residui di sole sul viso e chiuse gli occhi, assaporandone il calore tenue. Per un attimo rimase in ascolto dello sciabordio indolente delle onde contro gli scogli, era stato in mare così tante ore ma non aveva sentito altro che il rimbombo meccanico del motore e lo stridio dei tir chiusi nella stiva.

Si avvicinò furtivo alla banchina, le cose persero poco a poco colore e rimasero solo forme indistinte, cercò invano il riflesso del suo volto sulla superficie del mare, ma l’unica cosa che riuscì a vedere fu un’ombra ancora più scura dell’acqua.

Quella notte era la sua notte, lo sentiva. «Stanotte me ne vado, Omid», fece rivolto all’amico che era steso sul letto a fianco e nella sua voce c’era quella calma consapevole che hanno le intuizioni quando prendono forma. «Ne hai quattro prima di te, non questa sera Rahim, dormi tranquillo», disse Omid che si girò dall’altra parte e iniziò a russare quasi immediatamente. Rahim restò a fissare il soffitto, ma lo sguardo attraversava quelle mura, quella città e correva via veloce insieme ai suoi sogni. Era tutto il giorno che aveva addosso quella frenesia, come se stesse per accadere qualcosa; i pensieri che di solito evaporavano velocemente, gli rimanevano incollati in testa, e ciò che fino al giorno prima sembrava impossibile o ancora lontano, ora aveva la consistenza e l’insistenza delle cose ineluttabili. Non poteva aspettare che partissero gli altri quattro che erano là da prima, ci voleva una buona dose di coraggio e di intraprendenza che forse loro non avevano. Aveva imparato la lezione qualche tempo addietro, nel suo viaggio dall’Iran alla frontiera turca: a volte bisogna badare solo a se stessi, per non morire. Ripensò a quanta strada aveva dovuto fare per arrivare al confine, sentiva ancora il rumore soffocato della neve che scricchiolava sotto i suoi piedi e il vento gelido che tagliava il viso. Il gruppo era di trenta afgani; un iraniano, colluso con la malavita locale, faceva da “guida” e li avrebbe condotti in Turchia, ma dovevano camminare un giorno intero in quelle condizioni. A metà cammino parte del gruppo iniziò a rallentare, il cibo era scarso, la stanchezza cominciava a essere insopportabile, e la neve continuava a scendere impietosa. Il primo ad accasciarsi fu un uomo di mezza età e dopo di lui anche altri cedettero, come se le poche forze che ancora possedevano fossero state trascinate in ginocchio con quell’uomo. La guida valutò se era il caso di fermarsi e ricominciare il mattino dopo, ma la bufera non sembrava volersi placare, così Rahim – per quanto fosse il più giovane – prese in mano la situazione e si rivolse con rabbia all’iraniano che li guidava: «Se rimaniamo qui moriremo tutti e trenta, non c’è un riparo, finiremo congelati!…Io vado avanti». E con gli altri venti che lo seguirono riprese il cammino.

Ripensando a quei momenti sentiva ancora la sensazione del fazzoletto che si appiccicava alla pelle del viso – i fazzoletti che sua mamma aveva ricamato per lui prima della partenza e che in quel momento erano l’unica cosa che aveva per proteggersi dal gelo – dopo pochi minuti doveva strapparseli via, che diventavano un tutt’uno con la pelle, ferendogli le labbra, riempiendogli le narici; se li lasciava indietro, uno ad uno a brandelli, parte di quel bianco che si estendeva, violento, a perdita d’occhio e il pensiero di sua mamma davanti al camino che li teneva con delicatezza nelle mani, per ricamarli, aveva in quel momento tutto la forza del contrasto: del fuoco contro il gelo, della setosità contro la rigidezza, dell’innocenza contro la consapevolezza.

Si alzò dal letto, deciso, e uscì di casa. Il porto di Patrasso quella sera era affollato come al solito, i tir facevano la fila coi motori accesi per imbarcarsi. Nascosto dietro a un pilone di cemento e col favore della luce scarsa rimase in attesa, mentre la frenesia che lo aveva assillato per l’intera giornata si era spostata dalla testa allo stomaco.

E ci fu un istante, uno di quegli istanti che ci viene in soccorso dai nostri sogni, ma di cui spesso ci accorgiamo solo troppo tardi, una scintilla, un breve impulso che a dargli ascolto in ogni bivio della nostra esistenza sapremmo già qual è la nostra strada: quell’istante Rahim lo ebbe chiaro davanti a sé – la torcia dell’Ufficiale che controlla sotto il rimorchio di un camion, che osserva con cura tra le ruote, semmai ci fosse nascosto uno dei tanti clandestini che ogni notte tenta l’imbarco, l’Ufficiale che prosegue verso il prossimo tir, la corsa veloce di Rahim, i suoi passi che si perdono tra i rumori del porto, un istante e lui è aggrappato all’asse tra le ruote di quel rimorchio, col cuore in gola e il fiato corto, gli occhi serrati per il timore di vedere se la luce della torcia si avvicini di nuovo, occhi che si aprono solo quando sente il portellone della stiva che si chiude e il rombo del motore del traghetto.

Lo risvegliarono i rumori del porto di Ancona. Si era addormentato dietro al camion, sfinito e affamato. Intorno a lui tutto sembrava avere tinte così intense che faceva male agli occhi. Arrivò in strada. E mentre camminava, in quella mattina di fine estate, in quel luogo di cui non conosceva nemmeno il nome, fu colto da una sensazione che non aveva mai provato: come se non avesse più peso, come se lo spazio circostante fosse senza fine, come se fosse nato in quel preciso istante. Le persone si spostavano in fretta e lo trascinavano nella loro direzione, chi veniva di fronte lo guardava incuriosito e solo quando fu portato in Questura ne comprese il motivo: si guardò allo specchio e il suo volto era completamente nero, ricoperto da olio del camion e polvere. Si abbandonò indietro, sorretto dal poliziotto che gli stava prendendo le impronte digitali. Il fischio nelle orecchie lo riportò lontano, nella sua casa in Afghanistan: sentì l’odore rassicurante del pane caldo, scorse il sorriso di sua madre nella luce ansimante del focolare, e nell’acqua trasparente del bacile, ripetuto in molteplici cerchi, trovò il suo volto di bambino.

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