scrivi

Una storia di Antonella

4

La melodia dei pensieri

Nodi intrecciati dalle penne di Massimo Ferraris e Antonella R.

Pubblicato il 03 agosto 2017

Le prime luci dell’alba filtravano dalla piccola finestra del tetto spiovente ed illuminava quell’angolo di soffitta rendendolo magico. Tutto era immobile. Il letto era intatto, un copriletto di ciniglia carta da zucchero, sopra un paio di cuscini dai colori pastello, il comodino semplice, un tappeto. Una vecchia cassapanca ai piedi del letto di quelle in legno massello con la chiusura a chiavistello. Qualche quadro, uno scrittoio, quadernetti, qualche pennarello. Sul lato opposto al letto una libreria e tanti libri classici su un ripiano e sull’altro dei dischi di musica classica. Ogni suppellettile era ricoperto di polvere e ragnatele. Il mio sguardo si posò su quella vecchia sedia accanto al tavolino, non molto distante dal camino. Incuriosita mi avvicinai e scorsi una carpettina in cuoio da cui fuoriuscivano dei fogli ingialliti dal tempo. Non riuscivo a vedere bene ma mi resi conto che non si trattava di carta ma di una serie di pagine con tante parole scritte a mano. La calligrafia era armoniosa e allo stesso tempo ordinata. Il tempo aveva invecchiato tutto ma non aveva sbiadito quel fiume di parole. Cercai un fazzoletto nelle mie tasche e, facendo attenzione, li presi tra le mani. Delicatamente tolsi la polvere, mi avvicinai all’unico angolo della stanza dove il fascio di luce era forte e cercai di leggere ...

***

Eravamo così, innamorati e spaventati, con l'idea che quello che tra noi era poesia al mondo sembrasse distacco, timore di perdere l'incanto e ritrovarsi di colpo con i cocci di una magia che sapeva di sogno. Sapevamo di appartenerci, come la luce il mattino e la notte le stelle, confusi e felici in uno scambio di sguardi in cui tutto aveva senso e nulla andava perduto. Ricordo quando accadde e fu doloroso, l'inizio di un cambiamento che ci portò sulla via razionale dell'amarsi, dove tutto cambia sostanza e sembra perdere spontaneità, mentre è la maturazione di un sentimento che vuole consolidarsi. Il treno era arrivato in orario, nella vecchia stazione di campagna dove abitavamo da sempre; due famiglie come tante, con entrambi i genitori occupati a tirare avanti lungo una vita fatta di sacrifici e responsabilità verso i figli. Io, studente di ingegneria al secondo anno fuori corso, e tu alla ricerca di un lavoro difficile da trovare. La magia era sbocciata e ci aveva raggiunto in un attimo, il tempo di un battito di ciglia e ci aveva rapiti. Amore, sentimento puro, maturato in settimane di incontri casuali e poi di inviti ad uscire, di baci e carezze, di tramonti e passeggiate in campagna. Poi quel treno, arrivato in anticipo ed io fermo sul marciapiede ad osservarlo. Lo stridore dei freni, il rallentare dei vagoni, mani che si sbracciavano e sorrisi che illuminavano visi in attesa. Tu eri lì, in piedi dietro al vetro, ma non sola. Accanto a te un ragazzo più o meno della nostra età, due occhi scuri e penetranti. Parlavate e sorridendo l'avevi guardato nello stesso modo in cui facevamo noi. Una fitta di dolore misto a gelosia e la paura di perderti ebbero in me l'effetto di vederci sotto un'altra luce. Aspettai l'apertura delle porte e ti corsi incontro stringendoti forte a me, bisognoso per la prima volta di un contatto che significava più di mille sguardi. (Davide)

E c'era l'imbarazzo di ritrovarsi, gli sguardi che si sfiorano, le labbra che si schiudono in un fiato di sillabe appena accennate per paura di rompere la magia.... poi quel brivido che corre sulla pelle quando senti il calore dell'altro pur rimanendo spazi distanti .... il silenzio soffocava i pensieri, in fondo alla gola si aggrovigliavano paura e desiderio di andare oltre quell’alchimia naturale che ci avvicinava l’uno all’altro. Fosse stata attrazione avrebbe trovato la passione dove sentirsi libera di essere. Ma non era che un incontro come tanti. Uno sguardo, qualche frase accattivante e poi la voglia di conoscersi. Una semplice, banale conoscenza che col passare del tempo era diventata una amicizia. La prima volta che ci incontrammo, Gio era seduto nel mio stesso vagone accanto al finestrino. Ricordo che urtai involontariamente il mio trolley con le sue ginocchia, imbarazzata mi scusai e lui si offrì di sistemarmi il bagaglio nel vano apposito. Qualche frase formale per ringraziarlo e poi ognuno di noi si immerse nei propri pensieri con lo sguardo su quel paesaggio che scorreva veloce dietro il vetro. Da qualche settimana avevo ottenuto un lavoro in città, a circa un centinaio di chilometri dal paese dove vivevo. Ebbi la fortuna di essere assunta in una clinica privata come infermiera e senza esitazioni accettai, anche se dovetti trasferirmi e tornavo a casa quando ero libera dai turni. Gio era un giovane agente di commercio, anche lui pendolare. Non sempre ci si incontrava ma ogni volta che capitava il viaggio sembrava sempre troppo breve. Non era un uomo di tante parole, ma amava ridere, giocare con le frasi e mi ascoltava in un modo speciale. A volte mi capitava di raccontarmi, gli parlavo del mio lavoro, della mia passione per la musica, dei miei sogni mai realizzati e di te, del nostro incontro e di come mi ero innamorata. (Mina)

Sentivo l'incrinarsi di quella meravigliosa attrazione come la neve sotto gli scarponi. Non più un soffice manto bianco e immacolato, ma orme che si muovevano furtive, lasciando segni sul mio cuore. Mina si irrigidì nel mio abbraccio, me ne accorsi subito e la lasciai andare. Quello che scorse nei miei occhi forse fu paura, perché la sua mano corse ad accarezzare la guancia sulla quale posò poi un delicato bacio. Cinque giorni senza di lei equivalevano a un abisso di disperazione. Il suo lavoro di infermiera e la lontananza da casa stavano minando le mie certezze; forse avrei dovuto anch'io partire, smettere di studiare ed impegnarmi in qualcosa che ci potesse far riavvicinare. Poi, con naturalezza, quel ragazzo si avvicinò. Possedeva un bel sorriso e mi porse la mano presentandosi.

-Sono Gio- disse quasi scusandosi. Accettai la stretta e notai che Mina apprezzò il gesto. -Davide, il ragazzo di Mina- volli precisare, quasi ce ne fosse bisogno. Non lo turbai, al contrario fu felice di fare la mia conoscenza, perchè, mi disse, di me sapeva molto, ed era curioso di vedere come fossi di persona. Una punta di gelosia mi attraversò la mente; il pensiero di Mina che raccontava di noi mi fece sentire nudo e vulnerabile, il protagonista di un racconto a cui non era possibile intervenire. Era sceso dal treno, probabilmente perché viveva lì. Strano, non lo conoscevo, mi sarei ricordato di lui. -Ho invitato Gio a pranzo- disse Mina con allegria. -Sarei contenta se voi due diventaste amici-. Lui tra noi, che rubava quel tempo prezioso che ci divideva dall'inizio di una nuova settimana, dall'ennesimo doloroso distacco. Fu in quel momento che iniziai ad odiarlo e temerlo come fosse il più acerrimo nemico. (Davide)

La spontaneità di Mina spiazzò anche me che per un attimo mi sentii a disagio. Ma non era la prima volta che la mia compagna di chiacchierate mi investiva con i suoi slanci così pieni di vitalità che non lasciavano spazio a pensieri di nessun genere. Davide non commentò e io: -No, dai! Mangerò un panino veloce qui al bar e poi aspetto il cambio di treno. Ti ringrazio. Magari la prossima volta ci organizziamo. Sarei felice di conoscerti Davide. Per oggi ci salutiamo qui!- Mina si sentì stupida. Cosa le era saltato in testa? Davide aveva un'espressione che non le piaceva e io ero palesemente imbarazzato. Doveva rimediare, sfoderò uno dei suoi sorrisi speciali e disse: - Si, allora siamo d'accordo! Organizziamo. Lo prendo come un impegno. Magari riesci a lasciarti mezza giornata libera e porti con te Mary. Potrebbe essere l’occasione perfetta per conoscerci tutti!- Sembrava essere riuscita a spezzare quel leggero velo di imbarazzo che ci aveva colpito. Accennai mezzo sorriso, confermai la disponibilità e li salutai. Poi ognuno prese la sua strada. Davide aveva lasciato l'auto al parcheggio appena fuori la stazione. Lungo il tragitto verso casa non disse una parola, come mi riferì Mina. La musica riempì l'abitacolo quasi a voler celare i mille pensieri che pressavano dentro la sua mente. Sapeva che Mina lo amava e conosceva bene quanto potesse essere esuberante e allo stesso tempo affettuosa e amichevole con gli altri. Lui stesso era rimasto colpito da me, ne ero sicuro. Aveva scelto di essere una infermiera per curare i malati per amore verso il prossimo. Ma questo suo modo di essere andava oltre la sua professione. Lei era un dono dal cielo per tutti coloro che avevano la fortuna di conoscerla. Sapeva essere tanto esuberante quanto profondamente sensibile e chi le stava vicino non poteva che restarne affascinato. Però quella complicità tra Mina e il sottoscritto era qualcosa che andava oltre. (Gio)

Passò un mese, senza che di lui ne avessi notizia. Il treno arrivava, Mina scendeva, e dietro di lei rimaneva solo lo scompartimento vuoto. Più di una volta fui sul punto di chiederle che fine avesse fatto, ma la curiosità faceva a pugni con la gelosia, così finivo con lo stare zitto e immusonito. Lei si accorgeva di questo mio cambiamento, tanto che un giorno fu lei a parlare.

-Gio ha cambiato zona, non lavora più vicino a me. Lo vedo ogni tanto, giusto il tempo di un caffè-.

Lo vedeva, nonostante sapesse il dispiacere che mi procurava. In quel momento avrei voluto insultarla, usare parole più dolorose di uno schiaffo, invece fermai l'auto e la guardai duro.

-Apri la portiera e vattene!- mi guardò con occhi spaventati. -Tu non hai più bisogno di me, ma di quel Gio di cui ti sei innamorata-.

Non disse nulla, non versò nemmeno una lacrima, sul suo viso, che aspettavo si rigasse di pianto, comparve una smorfia di compassione. Raccolse borsetta e sacca ed uscì. Che cosa avevo fatto? La mia gelosia era arrivata a un punto così meschino da rendermi una feccia umana. L'umiliazione si era rivoltata contro di me, rendendo lei fiera e vincitrice ed io lurido e gretto. Non si girò, allungò il passo verso casa, seguendo il ciglio della strada. Quelle lacrime che aspettavo si riversarono dai miei occhi, mentre sgommando partii in direzione del centro paese. Avevo rotto la cosa più bella che possedevo, l'amore di Mina. Gli scricchiolii della mia anima mi fecero capire che qualcosa era cambiato per sempre, così decisi di affogare il dolore nell'unico bar presente. Lino, il proprietario, cercò di farmi ragionare, ma quando la rabbia mi spinse ad inveire contro di lui e i presenti, mi lasciò fare, relegandomi in un angolo in compagnia di una bottiglia di liquore. Riempivo il bicchiere, lo ingollavo senza sentirne nemmeno il gusto e piangevo. Andai avanti fino a quando due braccia mi sollevarono e portarono fuori dal locale. Venni adagiato su una panchina e lì mi addormentai, sognando Mina e Gio, abbracciati e felici.

Mi svegliai alle prime luci dell'alba, in preda ad un tremendo mal di testa che mi martellava in profondità. Ogni colpo era il nome di Mina, ogni silenzio la mia agonia...

Riuscii a liberare lo stomaco da tutte quelle porcherie e cercai di trovare in me un minimo di pace. Dovevo fare qualcosa, intervenire prima che fosse troppo tardi. Ma cosa? Chiedere perdono a Mina, supplicarla in ginocchio. Non c'era altra soluzione.

Mi avviai a piedi verso casa sua, con fatica, respirando l'aria fresca del mattino che passo dopo passo mi ristorò. Un chilometro dopo ero davanti all'abitazione. Bussai e mi venne ad aprire Gloria, la sorella. Lo sguardo di ghiaccio mi fece capire che sapeva.

-Che vuoi?-mi chiese. -Fare altri danni?-

-Voglio... solo Mina...- mormorai, la voce impastata.

-Mina non c'è, è tornata in città. Guardati, non sei altro che un ubriacone che non si merita un angelo come mia sorella. Vattene!- e così dicendo rientrò, sbattendo la porta.

In città... se ne era andata per non vedermi più. Non potevo perderla, dovevo raggiungerla. Corsi, il passo incerto, gli occhi dei passanti che osservavano il mio procedere. Non me ne importava, il bisogno di lei si fece necessario come l'aria. Raggiunsi la stazione e pagai il biglietto. Il treno sarebbe partito tra quindici minuti. (Davide)

La città era dispersiva, troppo grande da poterla vivere sempre senza uno stacco. Mi sentivo soffocare da quel mare di cemento e luci che avevano su di me l'effetto di un agente allucinogeno. Una cosa era stare al lavoro, tra i colleghi e respirare quell'aria di caserma, un'altra girare per le vie e attraversare il resto del giorno e la notte che mi separava dalla mattina dopo. Ma il momento più brutto era e rimaneva il fine settimana, quelle interminabili qurantott'ore che un tempo aspettavo come la manna dal cielo. Due settimane e sembrava una vita intera senza la mia famiglia, il viaggio in treno e... Gio. Ogni volta che il mio pensiero si fermava su di lui, inesorabilmente tornavo a Davide, l'auto, il suo viso duro quando mi aveva imposto di scendere. La cosa più brutta, sentirsi ripudiata da chi ami. Dentro di me era sceso il gelo, senza nemmeno passare per le lacrime dell'abbandono. Mi ero pietrificata in un atteggiamento che sconvolse anche mia sorella. Quando mi vide fare le valigie non ebbe il coraggio di chiedermi nulla. Lei già sapeva, mi aveva messa in guardia sul carattere di Davide. Ma le orecchi dell'amore non accettano giudizi, sebbene dettati da chi ti vuole bene. Avevo ricevuto dozzine di chiamate da lui e una sola da Gio. Non so perché, ma era l'unica che avevo tenuto, senza però rispondere. Però, nella solitudine di quel sabato sera, passata in casa come una reclusa, l'istinto mi consigliò di chiamarlo.

-Mina, che piacere- la sua voce calda e amichevole mi coprì come un abbraccio. Lui era così, spontaneo e dolce come lo ricordavo. Parlammo per qualche minuto, raccontandoci mille cose di cui non ci importava nulla. Ma essere con lui mi metteva pace.

-Che fai questa sera?- mi chiese all'improvviso. Rimasi in silenzio, cercando una bugia, ma il cuore mi spinse a rispondere: -Nulla, ti ascolto...-

-Allora ti passo a prendere, dimmi dove abiti- questa frase mi riempì di felicità, ma anche di paura.

-Ti dispiace se ci vediamo in Piazza del Vittoriale?- non me la sentivo di rivelargli dove abitassi, non per il momento almeno.

Avevo mezz'ora di tempo, dovevo truccarmi, vestirmi in modo adeguato, anche se non avevo la minima idea di dove mi avrebbe condotta. Ma non importava, la meraviglia era di stare con lui. Scelsi con cura l'abbigliamento, sportivo ma elegante e un filo di matita intorno agli occhi. Quando chiusi la porta alle spalle mi sembrò di vivere in una nuova dimensione, non più in una città fredda e non mia, ma in un luogo magico dove io e Gio avremmo scorrazzato felici. Raggiunsi la Piazza con dieci minuti di anticipo, camminando sulle nuvole e col cuore gonfio ed agitato.

-Mina, sei tu?- sentii esclamare poco lontano. Mi girai, paralizzata dal terrore. Quella voce, che avrei riconosciuto tra mille apparteneva a Davide. -Mio Dio, amore mio, quanto ti ho cercata...-

Mi venne vicino, mi abbracciò, iniziando a piangere come un bambino. (Mina)

***

Il sole era già alto e aveva illuminato ogni angolo di quella stanza in soffitta. La lettura di quei pensieri sparsi mi aveva rapito e non avevo più contato il tempo. Mi sorpresi a riflettere su quanto avevo appena letto. Le parole erano come voci di anime che chiedevano di essere ascoltate. Forse zia Anna non aveva fatto in tempo a raccogliere tutti quei pezzetti di vita e dar loro la giusta storia da vivere. Non ricordava che zia Anna amasse scrivere, ma negli ultimi anni la sua vita era stata tragicamente segnata dalla perdita del suo amato marito e così sempre più spesso si rifugiava in quella soffitta per viversi quel dolore da sola. Non so quante ore, giornate, settimane non scendeva in sala a condividere il pranzo con tutti noi. Io ero ancora bambina, non mi era dato sapere perché la zia si comportasse così. Sapevo che non dovevo fare domande e quelle rare volte che la vedevo io me ne stavo in un angolo ad osservarla. Lei aveva un viso spento ma i tratti erano delicati e nonostante tutto si vedeva che era stata una bella donna. Lei prendeva la sua tazza di cioccolata calda, qualche biscotto e poi risaliva quelle scale. Poi si chiudeva la porta alle sue spalle e l’aria si riempiva di musica.....

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×