scrivi

Una storia di Accolla

6

L'eutanasia del maile

Pubblicato il 12 settembre 2017

Assunsi tempo fa una Droga.

Ricordo: mi piacque.

Dalla prima volta passarono anni, ma ancora oggi mi porto a braccetto il vizio.

- A mio avviso la depravazione più sincera che l’animo umano può assecondare è quella creata dall’insieme delle pluralità che si crea quando il Bello, inteso come soggettiva interpretazione dell’atto e il consequenziale appagamento, si mescola con il Brutto, ovvero l’inebriante scossa del socialmente sbagliato. Il matrimonio tra sacro e profano da origine all’essenza, ovvero ciò che l’umano traduce in piacere.

Gli anni trascorsero, Passioni e Droga diventarono amiche.

In uno scenario immaginario ricordava una di quelle conoscenti che salutavo sempre, se pur timidamente, mentre passeggiavo nel giardino di casa. Questo faceva di lei un’amica, tacita amica, di cui conoscevo solo le forme e nulla più. Sapevo solo che il suo cane pisciava con puntualità sacrale alle otto di tutte le sere. Io a quell’ora rincasavo. L’abitudine diede vita al mutevole, ovvero l’amicizia.

Pensavo che nel rapporto tra me e Kel, così si chiama la tacita appena citata, non ci fosse nulla di pubblicamente interessante o quanto meno niente che potesse far mutare l’idea dell’altro sul mio conto: è il limite che si tende ad imporre nel giudizio basato sul pregiudizio. A quanto pare in una Società questo “teorema” non può valere. Per esempio: se leggi Hemingway e sei un coglione, il fatto in sé non muterà le tue origini, al massimo ti garantirà un’imposta da versare nei fondi di intelligenze altrui.

Comunque:

- Ritengo che, accostare attributi deterministici a persone esclusivamente per quello che fanno (e con” fare” intendo l’agire senza ostacolare, egoistico, ma senza infliggere), sia uno dei tanti atteggiamenti che ha portato l’uomo a giudicare in massa riconoscendo per vero l’univoco atteggiamento come fosse una retroattività legislativa.

Considerando in più il fatto che Hemingway non riuscì a salvare nemmeno sé stesso, non vedo perché avrebbe dovuto salvare te dall’essere ciò che sei, senza aver lottato per questo merito. Se estendiamo questo esempio non solo all’uomo, ma anche all’intera nicchia universale di esseri viventi, si intuisce come lo stesso valga anche per animali e vegetali: essere e rimanere ciò che si è se nulla viene intrinsecamente fatto per svilupparsi, se nulla viene distrutto per poi essere riassemblato, soprattutto se hai la stoffa di un coglione. A chi il caso dona coscienza si può dire parta con un vantaggio, a chi invece non ne ha una, non credo si possa estendere il pensiero.

La natura insegna che ognuno è libero di essere ciò che è ma non quello che vorrebbe essere. Tollera persino la bestia più brutale. Ogni essere nascente porta con sé una condanna. L’appartenenza, la forma e la struttura sono i sintomi dell’impossibilità di scegliere chi essere. La lotta con il proprio io e l’attitudine al pensiero possono, non senza sforzo, mutare le origini. Noi che siamo animali evoluti ci siamo civilizzati ed istruiti decidendo di coltivare morale e regole, utilissima al collettivo, un po’ meno all’individuo che tende al cambiamento. La legge ha canonizzato il buon senso lasciando poca alternativa alle opposizioni di pensiero.

La natura però, ti impedisce di poter scegliere di essere amico di chiunque: la società pure. Dove abito, io e Kel non possiamo essere amici.

La società tutela il Bravo Cittadino da coloro che instaurano questi rapporti, facendosi garante delle buone maniere, lasciando intendere che lei (la società) ne ha di atavicamente pure, talvolta ponendosi come faro ed esempio. Figurarsi che Lei non ha nemmeno letto Hemingway. Lo Stato: un supereroe che piomba nelle dinamiche della vita di qualcuno per salvarlo da un qualcosa che è comunemente chiamato sventura, ma che non per forza è tale. Una bufala. Seguendo la logica del Bravo Cittadino, sarei felice se qualcheduno si facesse carico della mia immunità, se qualcun’altro difendesse i deboli da mascalzoni malintenzionati. Il vantaggio è sotto gli occhi di tutti. Dal momento che non tutti esigono lo stesso, mi aspetterei che venisse almeno domandato se il bisogno di aiuto sia o meno necessario.

Io, da Cittadino, riconosco la simbiotica esistenza tra società e salvaguardia di chi ve ne fa parte: d’altro canto la Democrazia dovrà pur difendersi dalla sua più acerrima nemica: la Criminalità. Stessi interessi, diversi approcci, stesso fine, diversi mezzi. A volte non esiste nemmeno concorrenza: qui dove abito io, gente la chiama col primo, altra col secondo nome, come fossero sinonimi.

L’animo si scioglie tra commozione e incredulità quando lo Stato vuole tutelare me, Cittadino senza epiteto.

- Fu dichiarato che: “Il rapporto con le Droghe (se pur amiche, aggiungo io) non solo aliena l’individuo dal ruolo sociale e da sé ma, arreca danno e disordine all’intero sistema”. -

Il mio stupore non fu fomentato tanto dalla seconda parte dello scritto, che come già detto trovo assurda ma appunto per questo plausibile secondo le leggi della coerenza insegnatemi sin da piccolo, bensì per l’inaspettato interesse che “questa gente” dimostrò nei confronti della mia salute e del mio inserimento. Anche se figlio unico, mai successe di sentirmi così al centro dell’attenzione.

Ritenevo che dal momento in cui lo Stato avesse in mano il mio caso, da quanto appreso nella mia poca cultura sui Diritti e Doveri, avrebbe dovuto aiutare me nel percorso di reinserimento, pur senza consenso, e agevolare l’incauto peccatore nella palingenesi terrestre.

Lo Stato Madre raccomanda, il Figlio Cittadino obbedisce. Io aspetto la sentenza.

Per il rapporto con Kel, alla fine, fui condannato a tre anni di reclusione e una multa di ottomila euro: a me, fino ad allora incensurato e presunto Buon Cittadino, fu clementemente permesso di scontare quattro mesi tra le mura domestiche pagando la metà della cifra pattuita, omaggiato di un nuovo familismo. Furono mesi tranquilli. Stare a casa non era poi così male: continuavo a vedere Kel, a far sesso, a mangiare, leggere e scrivere. L’aspetto interessante fu che per difendere me da me stesso mi chiusero tra quattro mura, solo. Questo fu l’unico mezzo di precauzione e di salvaguardia che lo Stato mostrò nei miei confronti. Se solo avessi scelto Giurisprudenza invece che Filosofia forse avrei meno da lamentarmi. Comunque contro ogni previsione passai indenne la reclusione: sicché ero una minaccia anche per me stesso, fui lieto di arrivar vivo a fine pena. Considerai questo un virtuoso traguardo.

Passano veloci quattro mesi: il danno scalfì più la mia reputazione che l’integrità d’animo: nonostante il mio pensiero, la mia persona, insomma la totalità di me fosse pressoché la stessa non riuscii a far meno di notare come per la Gente non fosse esattamente valida la stessa logica. Ero ora un Cittadino Pregiudicato, o meglio un Cittadino Giudicato. “Ciò che sappiamo di noi stessi e conserviamo nella memoria non è così decisivo per la felicità della nostra vita come si pensa. Un bel giorno ti piomba addosso quello che gli altri sanno di noi (o credono di sapere) – e allora riconosciamo che è questa la cosa più potente. E’ più facile farla in barba alla propria cattiva coscienza che alla propria brutta reputazione”. In virtù di parole più sagge di quanto il mio intelletto non riuscisse a partorire, riuscii a divincolarmi dalla logica sociale più spietata che l’Ego abbia mai potuto accettare. Trovai la scorciatoia giusta.

Quindi: Fui sottoposto al giudizio di chi non conosceva me, di chi ogni volta che mi chiamava per nome doveva abbassare l’occhio sul foglio per poterselo ricordare, di chi osservava le mie forme dal basso all’alto, di chi giudicava la totalità della mia persona in base ad un singolo gesto, di chi decideva per me il giusto e lo sbagliato, di chi conosceva ciò che sapeva e purtroppo non sapeva andar oltre: ecco, questa fu la mia vera condanna.

Successe un po' come in quei talk show, che la noia durante la reclusione mi fece conoscere, dove un individuo, bullizzato, viene lapidato da sentenze altrui senza possibilità di far capire e cambiare quella condanna che si intreccia in maniera capillare nelle menti di chi si sente puro e senza peccato. Fondamentalmente a nessuno interessava davvero perché io avessi quei rapporti, perché mi piacessero tanto o cosa disturbasse la mia quiete quotidiana: a nessuno importava che Io fossi li. Contava solo dimostrare la propria superiorità etica e morale, urlata, condivisa e approvata da chi aveva deciso quale etica e morale adottare.

Son passate tante notti dall’ultimo giorno di “comoda reclusione” ad oggi ma, poche in cui il mio pensiero non è stato condizionato da tale avvenimento. La mente continuava a farfugliare e produrre, lasciandomi in balia di stati d’animo contrastanti ma pur sempre stimolanti. Non ero tormentato da ciò che successe, ma curioso e vorace di capire quali furono le tante coincidenze che mi facevano essere quello che ero.

Ciononostante, la vita procedeva a passo lento e costante. Il giorno seguiva la notte e viceversa, e così via a seguirsi fino a quando una sera, sdraiato sul divano ancora col vizio della tv tra le mani (e che la tv non sia un vizio lo dicono solo coloro che ne giovano), girai o per caso o per abitudine, insomma per lo stesso motivo per cui anni dietro incontrai Kel, su uno di quei documentari che trasmettevano sulla rete nazionale. Un inviato, giornalista o qualsiasi mestiere sia quello di andare per il mondo a riprendere chi fa il proprio lavoro, un mezzadro e una famiglia di maiali, nulla di trascendentalmente emozionante, ma con la dovuta previsione, dal beffardo significato. Dico ciò perché la sensazione che senza alcun senso invase i miei settantacinque chili fu più o meno la stessa che, in più giovane età, mi accompagnò durante la lettura di un romanzo russo e di rimbalzo mi riportò senza consapevolezza all’inconveniente poco fa raccontato. Il richiamo emotivo era quello dell’appartenenza, ovvero la relazione che in qualche modo legava me alle immagini. Riuscii subito a definire lo stato d’animo poiché da ragazzo successe un evento simile quando, imbattutomi in un romanzo dostoevskiano, mi immedesimai in quel topo che strisciava lungo i bordi della città, quindi della vita, che senza alternativa mi corrodeva la mente.

Lo schermo innanzi a me rifletteva l’immagine di una famigliola di maiali, che giuro sembrare essere sorridenti, composta da una Scrofa e la sua prole, mentre l’allevatore dalla folta barba ma dai pochi capelli s’apprestava a spiegare la facinorosa tecnica con la quale era solito sgozzare e pulire l’animale. Io, che non sono solito essere vittima di grandi sconforti e avvilimenti, mi ritrovai un masso in grembo. Non appena il mandriano finì di decantare le teorie della faccenda, intrepidamente si avvicinò alla Madre di Famiglia e, senza entrare nel pioneristico dettaglio, la capovolse a testa in giù incidendogli prima un taglio sulla giugulare, dalla quale sgorgarono litri e litri di sangue, poi uno più lungo e profondo lungo tutto l’addome. Beh la mia curiosità cresceva all’aumentare del dolore, come fosse una pratica masochista. Una volta che la mente metabolizzò il complesso dello scenario, subito la mia attenzione cadde sullo sfondo del teleschermo, dove uno dei cuccioli assisteva come un bronzo allo sbrandellamento della madre. Il lattonzolo rimase impassibile, fermo senza accennare alcuna protesta o intenzione: si certo sono animali, ma la mia tenacia intuitiva prevedeva almeno un cenno di grugnito o qualsiasi altra reazione, ma nulla. Come niente fosse, con la sua creatrice ancora penzolante, l’animale si tuffò in un’accozzaglia di fango, ancora con il sorriso in volto. Stupito del turbamento, spensi la tele, chiacchierai con Kel e mi gettai tra le braccia di Morfeo. Non mi soffermai sull’avvenimento se non l’indomani quando il volto senza mimiche del maiale mi si ripresentò all’improvviso in testa come un fulmine a ciel sereno.

Rimuginai, e lo feci su quanto l’impassibilità dell’essere (il piccolo maiale) fosse così sincera, nonostante a lui fosse stato inflitto un torto senza colpa. Suppongo che nulla avesse fatto nella sua vita per assistere alla morte senza dignità della Scrofa, nulla se non accondiscendere la sua vita, se non essere quello che la volontà aveva senza giudice scelto per lui. Era, al mio occhio, senza colpa alcuna, eppure condannato ad un umano dolore. Ovvio, il fatto che fosse un cazzo d’animale faceva probabilmente crollare tutto questo sentimentalismo, ma supporre senza conoscere fu la stessa pena che dovetti subire io. Siccome la Legge mi ha insegnato che bisogna imparare dai propri errori, presi atto di ciò e chiamai la polizia per denunciare l’assassino dell’animale. La chiamata durò pochi minuti, tempo di essere sbeffeggiato dall’agente dall’altra parte della cornetta. Kel bussò alla porta, le aprii e iniziammo a parlare. Lei sì che sapeva ascoltare.

Ora, che scrivo da dove il grigio del cielo si alterna ad intermittenza con lamine di metallo, con vestiti poco uniformi al mio gusto, beh oggi mi tuffo in una pozzanghera di fango e non mi curo del giudizio di chi presume. Io, che oggi son riconosciuto con la nomea di “pazzo”, dirigo un’orchestra di animi. Insegno a conoscere. Imparo che ho torto.

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×