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Una storia di AlessiaMariani

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Julian ritorna a casa.

Pubblicato il 19 novembre 2017

I.

Quella mattina Julian si era ferito un dito.

Aveva lavorato per una settimana intera a quel pezzo di tronco rubato nella fabbrica del padre.

Per prima cosa lo aveva diviso in cinque parti, poi, con dei coltellini che nascondeva accuratamente nel comodino, ogni parte l’aveva intagliata fino a crearne un cucchiaio da minestra , due spargimiele e una ciotolina ovale. Non male per un piccoletto di 12 anni.

Il quinto pezzetto, ancora in lavorazione, era un pressa tabacco per pipe, con il quale era sicuro di riuscire a stupire il padre.

In realtà, un po’ tutte le creazioni di Julian erano per lui.

Il cucchiaio era per la minestra di porri che la cameriera Astrid preparava nelle gelide sere in cui suo padre tornava da lavoro, ancora così indaffarato che a tavola rimaneva a stento cinque minuti.

I due spargimiele erano per la frettolosa colazione che condividevano in veranda la mattina, prima che lui corresse a lavoro, a base di fette biscottate e miele di melata.

La ciotolina ovale era per le pillole che prendeva la sera prima di dormire e che, diceva, gli facevano dimenticare, ogni volta, di augurare la buonanotte al figlio.

Julian, infatti, odiava quelle orribili pillole. Per colpa loro doveva sempre addormentarsi da solo o, al massimo, con un cenno di Astrid che si fermava sull’uscio della porta per spegnere la luce.

Il pressa tabacco era, tra tutti, il pezzo forte. Dovete sapere che la pipa era da sempre l’unica cosa che riusciva a far uscire il padre dal suo ufficio, dove stava rinchiuso tutto il tempo a fare calcoli e trascrivere documenti. Era proprio in quei momenti che Julian, scorgendolo fumare dalla finestra della sua cameretta, si precipitava giù per le scale e quasi rompeva ogni volta la porta per correre fuori, piazzarsi davanti a lui e cercare di approfittare di quei pochi minuti per fargli qualche domanda e raccontargli qualcosa delle sue giornate.

Purtroppo, anche in questi momenti, raramente riusciva a catturare a pieno la sua attenzione, e troppo spesso si sentiva dire tra una nuvola di fumo e l’altra:

‘‘ Julian, sono molto stanco e indaffarato. Tu sei ancora piccolo per capire cosa significa essere un uomo d’affari , avere una fabbrica da portare avanti e un bambino iperattivo come te da accudire! ’’.

Oppure:

‘’ Non ho tempo ora per queste cose infantili, ho troppo lavoro da svolgere. Da quando se n’è andata tua madre è tutto sulle mie spalle! Se non ci fossi io, non avremmo niente di tutto quello che abbiamo! ’’.

Era proprio per questi motivi che aveva deciso di rubare il coccio di legno. Voleva attirare l’attenzione del padre dimostrandogli che anche lui era capace di fare qualcosa. Voleva guardarlo negli occhi mentre prendeva con fierezza i lavori intagliati con tanto impegno, ed era quasi sicuro che, per la prima volta, il padre lo avrebbe lodato e gli avrebbe stretto la mano, come faceva con tutti quegli ‘’uomini d’affari’’ che venivano a casa per discutere di ‘cose da grandi’ .

Ma quella mattina qualcosa andò storto. Mentre intagliava il manico del pressa tabacco non fece abbastanza attenzione. La lama sottile del coltellino affondò nella carne del suo polpastrello scivolando giù, fino al palmo.

A Julian il sangue non era mai piaciuto. Corse al piano di sotto, con il cuora a mille, il dito stretto nell’altra mano, e pochi secondi dopo, mentre Astrid lo medicava, perse i sensi.

Si risvegliò nello studio del padre. La mano fasciata.

Ci mise un po’ per orientarsi, non passava molto del suo tempo lì.

Poi, davanti a lui, sparsi per terra, scorse uno per uno tutti i suoi lavori: Il cucchiaio, i due spargimiele, la ciotolina, e il pressa tabacco sporco di sangue. Si alzò di scatto e, mentre faceva per raccoglierli, il padre gli si piazzò davanti, lo guardò dall’alto verso il basso e disse : ‘‘ Julian, oggi mi hai procurato una forte delusione. I bambini di 12 anni non dovrebbero giocare con i coltelli, e non dovrebbero rubare cose che non sono di loro proprietà. Hai visto cosa succede a fare le cose di nascosto?’’

Julian era impietrito. Quasi voleva scoppiare in lacrime.

‘‘ La prossima volta invece di buttare il tuo tempo studia di più, solo così potrai diventare un vero uomo, colto e responsabile.’’

A quel punto il padre alzò il figlio per un braccio, calciò via i lavoretti in legno e lo trascinò su per le scale fino in camera sua.

Julian, ammutolito, chiuse la porta, si mise sul letto rannicchiato di fianco al suo pupazzo azzurro e si asciugò qualche lacrima che gli aveva rigato il viso. A differenza delle altre volte, si rese conto di non essere poi così dispiaciuto. Quella mattina aveva capito che non voleva davvero diventare un uomo colto e responsabile se questo comportava diventare come il padre.

Non voleva neanche più stupirlo.

Qualcosa in lui cambiò.

Il giorno seguente, al risveglio, Julian non era più nel suo letto.

II.

C’era una strada , nel quartiere ebraico di Vienna, che Julian, quando era piccolo, percorreva spesso mano nella mano con sua madre, Sophia, per raggiungere il canale del Danubio.

Sophia amava passare intere mattinate all’aria aperta assieme al figlio. Era una donna che osservava ogni dettaglio, ti parlava con dolcezza e ti raccontava ogni suo pensiero.

La notte che Julian andò via di casa, raggiunse quella strada, con un po’ di malinconia.

Non ci aveva mai passeggiato a quell’orario, e gli parve quasi irriconoscibile. La sua luce era diversa. Non c’era ad illuminarla il sole, come nei suoi ricordi, che creava giochi di ombre con la vegetazione che la costeggiava. Riconobbe però quegli altissimi pali che, uno di fronte all’altro, si estendevano lungo tutto il viale.

Li ricordava bene perché li contava, uno per uno, ogni volta che ci passava, chiedendo aiuto alla mamma dopo il numero 10 perché, a quell’età, non aveva ancora studiato bene la matematica.

I pali , quella notte, brillavano.

Non usciva mai di sera, il vialetto di casa sua era una deviazione di una strada brulla, un po’ fuori porta, e non aveva pali brillanti.

Julian infatti, aveva un po’ paura della città. Ci veniva solo per andare a scuola o, da piccolo, con sua madre per passeggiare. Ne conosceva però tutte le strade, perché a casa, per giocare, gli piaceva far scorrere l’indice sulla cartina che illustrava le strade di Vienna, fino a tracciare un percorso, ogni volta diverso, che ritornasse sempre al suo vialetto di casa.

Per fortuna, il brillare delle lucine sulla punta di ogni palo lo divertiva, e mentre era distratto, naso all’insù, sentì un rumore. D’improvviso, in fondo alla strada , un’altra lucina si aggiunse. Un po’ spaventato, ma soprattutto incuriosito, arrivò fino alla fine del viale dove intravide un uomo, bassino, con una lunga scala in mano.

Stupito , non potette fare a meno di chiedergli:

‘ Cosa sta facendo con quella scala, signore? ’

Egli risposte:

‘ Caro ragazzino, sto accendendo i lampioni, non vedi? ’

‘Lampioni! Ecco come si chiamano! Credo di averlo già letto in qualche libro. Però non li avevo mai visti accesi, Illuminano tutta la strada! Io, poi, odio il buio… forse per questo mi affascinano tanto’.

Si zittì per qualche secondo, poi aggiunse: ‘Lei è felice di illuminare?’

L’uomo scoppiò a ridere.

‘Illuminare? Io li accendo semplicemente. Prendo la scala, salgo, accendo, riscendo e così fino a che non finiscono. Purtroppo lo devo fare, è noioso, ma è il mio mestiere. Ho un piccolo ometto come te a casa, porto a termine il mio lavoro e la mattina torno da lui, giusto in tempo per portarlo a scuola. Poi solo alla fine di tutto, vado a dormire.’’

Julian era stupito.

‘Lei accompagna suo figlio a scuola? E poi… poi, dorme di mattina e non di notte? Non ho mai sentito nulla di più strano. Mio padre ha degli orari ben precisi, dorme di notte e non ha tempo per portarmi a scuola’.

‘Ragazzino. Io faccio solo il mio dovere, di lampionaio, e di padre. Ora, scusami, ma devo affrettarmi o non farò in tempo per domattina.’

Julian, a quel punto, si allontanò. Ripercorse il viale, questa volta a testa bassa, ripensando ai due doveri dell’uomo appena incontrato. Lui non era mai stato tra i doveri del padre, come il figlio del lampionaio. E il lavoro di ‘Illuminatore’ gli sembrava un bell’incarico, tutto sommato.

Arrivò al canale del Danubio, si mise su una panchina e tirò fuori una coperta.

Si addormentò cercando di immaginare la mamma Sophia stesa accanto a lui.

III.

Julian si risvegliò alle prime luci del mattino. Era quasi iniziata la primavera, e quella mattina il sole albeggiava accompagnato da un clima quasi tiepido. Non aveva molto con sé. Uno zaino sulle spalle con dentro una coperta, una giacca, e qualche spicciolo.

I soldi, che aveva preso furtivamente prima di scappare, non erano molti.

Il suo primo pensiero, al risveglio, fu la scuola, ma ovviamente non poteva andare o il padre lo avrebbe riportato a casa, e lui non voleva assolutamente vederlo, né tornare indietro.

Decise di incamminarsi nel parco cittadino, Il Prater. Tutti i luoghi più speciali della città erano i ricordi che aveva con la mamma Sophia. Nel breve tempo che la mamma era potuta stargli accanto, gli aveva fatto fare tutte le esperienze più belle che ricordava fino ad allora. Gli aveva insegnato ad essere curioso e a sapersi divertire, e lui non aveva mai smesso di farlo, lo aveva promesso, anche se era dura da quando lei non c’era più. Raggiunto il Prater Julian fu assalito da forti emozioni. Era tanto, forse troppo che non veniva al parco cittadino. Avrebbe potuto chiedere ad Astrid di accompagnarlo in una noiosa domenica, ma sapeva che non sarebbe mai stato speciale com’era andarci con la mamma .

Scorgere la maestosa ruota panoramica lo elettrizzava, e l’aria di festa che si respirava quotidianamente, tra una caffetteria e una giostra, lì non svaniva mai. Il parco aveva aperto da poco ed era ancora semi-vuoto. Corse verso la sua giostra preferita, i seggiolini volanti, e, poco più alto del bancone, il faccino di Julian si sporse per chiedere il costo di un giro.

‘3 scellini’ .

Andata!

Fece uno dei giri più belli della sua vita; chiuse gli occhi concentrandosi sullo scagliarsi del vento in faccia, sorrise forte, perché gli sembrava ancora di volare, come quando ci saliva a sei anni e cercava di aggrapparsi alla seggiolina della mamma. Quando stava per fermarsi, riaprì gli occhi, si guardò attorno e scorse una giostra mai vista prima. Sembrava un castello, un po’ buffo, ma affascinante.

Si avvicinò, e il nome all’entrata lo incuriosì ancora di più: ‘‘Il regno delle maschere’’.

Decise di entrare.

All’interno era pieno di colori, suoni e giochi di tutti i tipi. Ogni stanza lungo il percorso era la dimora di una maschera: C’era la maschera delle piume, la maschera dei diamanti, la maschera delle caramelle, la maschera della notte, della neve, del fuoco e tante altre. Julian era incantato dalla bellezza di ogni stanza che creava l’atmosfera giusta per i personaggi travestiti. In cima al castello c’era un corridoio,

Il più appariscente di tutti, illuminato con lanterne di tutti i colori e pavimentato in oro. Julian lo percorse fino in fondo, a passo svelto, ansioso di vedere quella che doveva essere la maschera più bella di tutto il castello. Entrò in una stanza coloratissima, così piena di ragazzi che riuscì appena a leggere, al di sopra di una carrozza finta posizionata al centro della stanza, una targa in oro con su scritto: ‘La maschera grandiosa’. Incapace di attendere ancora, si accovacciò, e passando sotto le gambe della folla si fece avanti.

Alla vista della maschera scoppiò a ridere. Non era proprio come se l’aspettava. Il naso della maschera era aguzzo, gli occhi erano marcati con linee scure, le scintille dorate che cospargevano tutto il costume risultavano eccessivamente appariscenti. Si posizionò di fronte l’uomo travestito e disse:

‘’E perché lei sarebbe la ‘maschera grandiosa’ ?’’

‘‘ Perché vengono a visitarmi ogni giorno milioni di ammiratori’’

Julian lo fissava ammutolito.

La maschera, insoddisfatta, continuò:

‘‘Sai, non solo i bambini come te amano la mia stanza, che è la più bella e la più colorata, ma vengono persone da tutto il mondo per ammirare la mia bellezza e incantarsi davanti alla fantastica manifattura del mio costume.’’

‘‘ Però in tutte le altre stanze si gioca e ci si diverte di più! ’’ Disse impulsivamente Julian.

‘‘Qui entrano solo per complimentarsi.. per rifarsi gli occhi’’ rispose fiera la maschera distogliendo lo sguardo e mettendosi in posa.

‘‘A me lei sembra la maschera più buffa di tutto il castello ’’ ribattè Julian.

A quel punto la maschera, completamente distratta, abbandonò la conversazione, e tornò a farsi adulare dalla folla di bambini in estasi, senza curarsi minimamente di ciò che gli aveva appena detto Julian.

Non era la maschera più bella, né la più grandiosa. Era come tutte le altre, se non più monotona.

Andando via, Julian tirò fuori un cioccolatino ricevuto alla fine dei giochi fatti con la maschera di piume, per lui una delle più belle. Era impacchettato in una carta rossa con sopra scritto ‘MozartKugeln’. Lo aprì, lo assaggiò e gli piacque da morire. Con una faccia compiaciuta, mentre si godeva il dolcetto, pensò che la maschera di piume era decisamente la sua preferita.

IV.

Costeggiando il Danubio a piedi si possono incontrare delle aree verdi, incolte, dove il canale del fiume incontra la riva ancora naturalmente, senza costruzioni o ponti artificiali.

Julian ci passeggiava con la mamma Sophia e, solitamente, dopo le lunghe camminate per la città si stendevano sull’erba a guardare il cielo, con le mani intrecciate. Sceglievano quasi sempre uno spazio con un grande albero sempreverde sotto cui si mettevano, al riparo dal sole, a leggere qualche storia.

La mamma di Julian gli aveva insegnato a leggere ancor prima che andasse a scuola; infatti, la sua passione per i libri nacque proprio dai primi, lunghi racconti letti insieme sotto le chiome verdi.

Mentre si allontanava dal parco cittadino scorse una di quelle macchioline verdi di fianco al Danubio. Voleva rilassarsi sotto un albero per poi pensare al da farsi. Quando si era ormai addentrato nell’area verde, scoprì con grande stupore che l’albero era occupato. C’erano quattro ragazzi, sulla ventina, a fare un Picnik.

Ridevano tra di loro animatamente, bevevano vino e mangiavano. Uno di loro si era accorto di Julian e, dopo aver fatto un tentativo malriuscito per alzarsi , lo chiamò per invitarlo a mangiare qualcosa: ‘‘Vieni qui piccoletto, ti facciamo vedere quanto è divertente la vita quando hai vent’anni. Abbiamo tanto da mangiare, puoi averne un po’ se vuoi’’.

Julian era un po’ intimorito, ma quei ragazzi gli sembravano troppo allegri per fargli del male. Inoltre, stava morendo di fame e non aveva molti soldi con lui.

Si avvicino a passo deciso e si sedette di fianco al ragazzo che lo aveva chiamato , sorridendo disse:

‘‘Mi chiamo Julian’’

Il ragazzo, scompigliandogli i capelli affettuosamente, rispose: ‘‘Ciao, io sono Noah, e loro sono i miei tre migliori amici Stefan, Jakob e Daniel’’

Poi continuò : ‘‘Vuoi mangiare qualcosa?’’

‘‘Sto morendo di fame!’’ Esclamò Julian.

A quel punto i ragazzi lo incitarono in coro, con modi un po’ chiassosi, a mangiare mentre loro continuarono a bere a raccontarsi storie che parlavano di donne, di bar, di nottate.

Julian non ci capiva molto, ma si divertiva. Sembravano tutti molto spensierati e i loro aneddoti erano infiniti e avvincenti. Passò tutto il pomeriggio ad ascoltarli e a ridere, finché non si addormentarono tutti. Noah fu l’unico a rimanere sveglio e, barcollante, si alzò e si piazzò davanti a Julian accovacciato.

‘‘Ti sei divertito con noi?’’ Gli chiese con aria affaticata.

‘‘Si, da morire! ’’ Rispose Julian ‘‘Anche se non ho mai visto nessuno bere tanto, ogni bicchiere che bevevate vi rendeva più buffi e scoordinati’’.

‘‘Sai ragazzino, quando cala questo silenzio io non lo sopporto.’’ Lo interruppe bruscamente Noah.

‘‘Vorrei sentire nelle mie orecchie le risate riecheggiare senza sosta. Ho paura di momenti come questo, mi fanno sentire solo. ’’ Mentre pronunciava con difficoltà queste parole Noah lasciava scivolare, lentamente, altro vino nel suo bicchiere con lo sguardo fisso sullo scorrere di quel.

Julian avrebbe giurato che quei quattro amici fossero dei ragazzi molto felici, uniti, ma forse, non era così.

Noah finì in un sorso il bicchiere appena riempito e guardò Julian. I suoi occhi erano persi, afflitti.

‘‘Questo bicchiere non ti fa più ridere?’’ Chiese Julian, dispiaciuto ma spaventato dal cambiamento improvviso.

‘‘ No, questo mi anestetizza.’’ E scoppiò a piangere.

Julian si allontanò silenziosamente, fin quando non sentì più singhiozzi in lontananza.

Si chiese che cosa mancava a quel ragazzo, e non si sapeva dare una risposta.

V.

Quella sera Julian aveva cambiato umore.

La tristezza aveva preso il sopravvento, e non aveva freni. Il posto che chiamava casa non lo sentiva come tale da quando non c’era più sua mamma. Almeno però lì aveva un letto dove dormire e un luogo in cui tornare. Pensò brevemente di tornare indietro, ma neanche questo lo convinse.

Non c’era modo di spiegare al padre le motivazioni per cui aveva deciso di andarsene , nessuno lo avrebbe capito, e la sua vita sarebbe andata avanti ancor peggio di prima.

Anche i ricordi della mamma quella sera erano affievoliti. Era troppo stanco per pensare a qualsiasi cosa e nulla riusciva a scaldargli il cuore.

Forse si sentiva solo come Noah.

O forse era stato troppo cattivo, troppo egoista a scappare via così e si sentiva in colpa.

Vagava per le strade della città senza una meta, con tante domande che gli giravano in testa, fin quando non incappò in una bottega in chiusura. Il proprietario, indaffarato a mettere a posto non potette fare a meno di notare Julian, infreddolito e con la testa tra le nuvole.

‘‘RAGAZZINO!’’

Julian fece un salto, i pensieri in cui era immerso forse da ore si frantumarono in un secondo.

‘‘Che stai facendo?’’ continuò il proprietario.

Basito, non sapeva bene cosa rispondere. Si schiarì la voce per sembrare più sicuro.

‘‘Faccio due passi per mettere in ordine i pensieri’’

‘‘Insomma sei uno di quei perditempo.. vai in giro a ciondolare, gironzoli per le botteghe del quartiere e magari fai anche qualche bravata!’’ Esclamò. ‘‘Voi ragazzini pensate solamente a divertirvi e a vagabondare! Se avessi un figlio io, lo farei lavorare da subito, senza fargli perdere un minuto!’’ Quasi gli cadevano tutte le scatole per parlare mentre continuava a mettere in ordine.

‘‘Io non sono quel tipo di ragazzino lì’’ rispose irritato Julian.

‘‘Ah no? ’’ Disse il proprietario buttando un secchio acqua e sapone davanti la bottega

‘‘E allora perché perdi il tuo tempo a non fare nulla? Io sono sempre a lavoro. Soddisfo tutti i miei clienti con ogni richiesta. Rispetto le consegne, non li faccio mai attendere. Porto ogni lavoro a termine nei tempi giusti, e lo faccio da solo, perché non ho nessun garzone che mi aiuta.’’

A quel punto a Julian venne un’idea.

‘‘Potrei diventare il suo garzone! A me servirebbe qualche soldo, e in più lei potrebbe aver meno lavoro da svolgere tutto solo e più tempo libero.’’

Il proprietario a quelle parole si fermò di colpo, in una mano due scatole e nell’altra il secchio e la scopa.

Guardò il ragazzino. Poi la bottega.

‘‘Non saprei che farmene del tempo che mi rimarrebbe!’’

‘‘Cosa?’’ Julian era stupito. ‘‘ Qualunque lavoratore vorrebbe del tempo libero! Io saprei cosa farne.. ad esempio..’’.

La porta della bottega si chiuse sbattendo, prima che Julian potesse finire di parlare. Il proprietario era rientrato, borbottando forse qualcosa sulla perdita di tempo che gli aveva procurato quest’incontro.

Julian si rendeva sempre più conto che tutto quello che gli aveva tramandato la madre era molto lontano dal mondo reale. Sembrava che a nessuno importasse di prendersi del tempo per se. Per fare una semplice passeggiata. Per parlarsi. Per aiutarsi. Per sorridersi. Per fermarsi un attimo e guardare la vita attorno che scorre ed essere felice di poterla capire, osservare , amare, proprio come faceva Sophia.

VI.

Fu una notte gelida.

La primavera sembrava tirarsi improvvisamente indietro.

La bottega di scarpe aveva acceso in Julian un barlume di speranza per poter dormire al caldo, ma alla fine aveva ricevuto una porta in faccia.

Non voleva dormire al freddo. Non voleva tornare a casa.

Non avrebbe voluto che tutto andasse così.

Non avrebbe voluto quel padre. Sempre più assente.

Non avrebbe voluto quella madre. Che prima gli regala il mondo e poi scompare.

Non aveva mai scavato fino in fondo come quella notte. Aveva sempre canalizzato tutte le sue tristezze nei libri di lettura, nei compiti a casa, nella scuola, nella solitudine di quando costruiva qualcosa, inventava nuovi giochi e scopriva come poteva il mondo, anche dopo che se lo era visto strappare dalle mani.

Si sdraiò crollando a terra, sfinito, vicino un piccolo muretto che lo proteggeva dalla strada, dopo aver camminato per tante ore durante la notte in cerca di qualcosa. Il freddo aumentava.

Crollò in un sonno profondo e sognò milioni di cose.

Sognò il padre che scriveva concentrato sulla sua piccola agenda, che portava sempre con se, e teneva più vicina di quanto tenesse il figlio.

Sognò la maschera grandiosa che danzava, senza bisogno di ammiratori, in compagnia di Noah e i suoi tre amici, allegri anche senza i loro bicchieri.

Sognò il lampionaio e il Proprietario della bottega che passeggiavano assieme, fianco a fianco, senza dirsi molto, con le mani giunte dietro la schiena, il passo cauto ma lo sguardo vispo di chi sa osservare.

Sognò il verde acceso degli alberi, il blu scuro del Danubio, l’odore della fabbrica del legno del padre.

Sognò i suoi libri, le sue cartine di Vienna, i suoi lavoretti in legno che valevano più dell’oro per la dedizione che ci aveva messo nel farli.

Sognò Astrid che spegneva la luce e il padre che tornava e la riaccendeva per un sorriso ed una ‘‘buonanotte’’.

Sognò la paura e la rabbia per questo mondo troppo diverso da Julian.. e da Sophia. Ma sognò anche la felicità di essere Julian e di aver avuto al fianco, anche se per poco, la sua mamma .

Il freddo a quel punto era diventato insopportabile.

Poi venne la calma.

Aprì gli occhi. C’era il sole. L’aria era pulita, quieta. La schiena di Julian era adagiata su un letto morbido, la testa su un cuscino.

La riconobbe: La sua stanza, non la vedeva da qualche giorno eppure sembrava un’eternità. Sospirò sereno. La porta della camera si aprì.

Era mamma Sophia, dietro il padre con un sorriso che non si vedeva sul suo viso da tempo.

‘‘Buongiorno Julian!’’.

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