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Una storia di Nikolay

Il dispiacere della secondogenita

Ma fatene uno solo che è meglio!

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Storia sponsorizzata

Pubblicato il 09 giugno 2018 in Humor

Tags: dispiacere fratello infanzia nascita sorella

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Era, all'apparenza, ‘na mattinata di giugno come tante.

Nell’enorme ascensore della “clinica Tasso”, o almeno così recitava l’insegna di colore blu elettrico all’esterno, si percepiva un’afa tremenda.

Papà non aveva smesso manco un secondo di stringermi la mano. Vedevo la sua faccia rispecchiata nella lastra di fronte, con una luce forte che gli esaltava il luccichio nelle pupille.

Paura, felicità, ansia, soddisfazione, un poco tutto insieme. Non l'avevo mai visto così.

E ahimé, non mi sento capace di descriverlo meglio.

Pure perché, voglio dire, non mi è mai capitato di avere ‘na moglie incinta, a differenza sua.

“Ma da domani mammina non tiene più la pancia?”.

“No, da domani si toglie tutto”.

“Ma come si fa a rimanere incinta?”.

Si voltò, sbarrando gli occhi. L’avevo spiazzato, pure perché teneva la testa tra le nuvole volta ad un pensiero fisso, e sperava di salvarsi con risposte vaghe.

“Ehhh...diciamo che bisogna stare vicini. Mooolto vicini”.

“Ja papà, in che senso?”

“Ue mo' non è il momento, poi ti fai grande e capisci”.

Così fu.

Le porte si aprirono, e ci apparì davanti un corridoio che pareva senza fine.

Infermiere coi camici scollati, dottori con le penne stilografiche nei taschini che so’ belle assai ma secondo me non scrivono, un via vai di gente pazzesco.

Papà ogni dieci secondi aumentava il passo, a tal punto che a momenti non riuscivo a stargli appresso. E più camminava, più mi dava l’impressione che si stava innervosendo, forse perché non si ricordava bene il posto.

Strizzando gli occhi, scrutava dalla lontananza i numeri delle camere, ma a giudicare dall'espressione non riusciva proprio a trovare quello giusto.

Fortuna che ci venne in aiuto una voce.

“Franco! Stiamo qua”.

Era nonna Rafilina, che sbracciandosi attirò la nostra attenzione.

Fu così che entrammo, e già lì ebbi un assaggio di come la mia esistenza sarebbe cambiata da quel giorno.

Ero abituato fin troppo bene da poter dire, tranquillamente, di essere quantomeno nella "top3" dei nipoti preferiti di famiglia.

Ma la considerazione di me, da parte della stessa, cambiò di botto a partire da quella mattina.

Al mio arrivo in stanza infatti, non ci furono gemiti di stupore, bacetti sulle guance, vocine da deficiente fatte apposta per rendersi ridicoli agli occhi di un infante.

Niente, niente di tutto ciò.

Niente di tutto quello che per anni avevo sempre odiato e che, da quel giorno, avrei però rimpianto poiché indice dei miei "tempi d'oro".

Insomma, eri appena uscita fuori e mi avevi già fottuto la scena, facendomi passare in un attimo da protagonista a comparsa, in questo film che è la vita.

Papà mi lasciò la mano per la prima volta da quando eravamo scesi dalla macchina.

Ed a fatica riuscì, nella lunga calca creatasi vicino al letto dove la mamma giaceva ancora dolorante, a ritagliarsi uno spazio per raggiungerti.

Nel mentre, la parentela numerosa cominciava a litigare cercando di stabilire a chi somigliasse di più il nascituro.

Immancabili anche i commenti sui meriti della procreazione stessa.

"Un applauso alla mamma, che già è il secondo!".

"Ueue ma quello è il papà ha fatto tutto, che dici?", con tanto di risata fragorosa a seguito.

Frattanto io, lasciato in balia di me stesso, ero rimasto all'entrata della stanza, senza ricevere consenso alcuno.

Poi d’un tratto papà si voltò, scostandosi dalla folla circostante.

Era riuscito a prenderti in braccio, e fu così che ti vidi per la prima volta.

Tenevi gli occhi socchiusi, come se la luce fosse per te quasi un motivo di sofferenza. Un principio di capelli biondi coprivano ‘na testa piccola e tonda, che faticava a muoversi, mentre il resto del corpo si dimenava non poco, a partire dalle gambe che si piegavano e distendevano a mo' di pedalata di bicicletta, con un movimento quasi perfettamente sincronizzato.

Piangevi, piangevi assai.

“Vabbè, che sarà mai…”, pensai.

“Cosa potrebbe fare di male, in fondo?”, continuavo a convincermi.

Ma la mia considerazione di te cambiò giusto cinque secondi dopo, appena nostro padre aprì bocca.

“Questa è tua sorella. Ora potrai dividere tutto con lei. Bella eh?”.

Bella sì, pure troppo. Di una bellezza che, anche negli anni a seguire, mi avrebbe fatto fesso fin troppe volte.

Bella da non farmi rendere conto, a primo impatto, di ciò che avevo appena sentito. Tant'è che sorrisi, e tuo padre fece altrettanto.

Quando però, in un secondo momento, ripensai nella mente alle sue parole, rimasi sconvolto.

Cioè, ma scusate, in che senso dividere?

Ma qualcuno me ne ha parlato prima? Che io sappia, a me nessuno mi ha chiesto niente.

Dividere la camera, il gelato, la coca cola, gli affetti? Gli abbracci e le patatine? I regali a Natale e le uova di Pasqua? Le polpette di nonna?

Ma dico io, era andato tutto così bene, mo’ bell'e buono dobbiamo dividere?

A me non mi sembra giusto, uno fa tanto per crearsi 'na posizione, e cambiate le carte in tavola senza preavviso?

Fu in quell'istante che mi resi conto che avresti sconvolto gerarchie ed equilibri di un'intera famiglia.

E fu sempre in quell'istante che mi resi conto che, almeno inizialmente, non potevo volerti bene.

**(lungo sospiro pensieroso e faccia di pacienza assai)**

Mo' normalmente la storia l'avrei fatta finire con questa frase ad effetto, che spezza assai, e la gente non se lo aspetta.

Solo che poi fa brutto, che immagine diamo? Manco un poco di happy ending, stile famiglia del Mulino Bianco? Allora senti, facciamo finta che un finale vero non l'abbia mai scritto.

Pure se mo' dobbiamo dividere l'appartamento ed i risparmi in banca di papà e mammà che, in alternativa, sarebbero stati tutti per me.

Io a sta cosa cerco di non pensarci, anzi, non mi spiego proprio come mi sia venuta in mente.

Dici la verità, mica ti sei offesa?

Ma fai sempre questo? Chiagni e fotti, non ci sta niente da fare.

Ja, non ci pensare più.

Lo faccio pure io, ogni volta che facciamo tarantelle e puntualmente mi metti con la testa dentro il sacco, ormai regolarmente da vent'anni a questa parte.

Sennò ci sta solo da pigliarsi collera, dico bene?

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