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Una storia di Lyuba

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Un torto riparato

(dopo tanti anni..)

Pubblicato il 24 luglio 2017

Ultimamente mi è accaduta una cosa che mi ha insegnato molto e mi fa piacere condividere.

E' venuto a mancare un grandissimo amico di mio padre, scomparso purtroppo diciassette anni fa, e, nonostante fossi stanca morta, distrutta dal lavoro e dal caldo, alle tre e mezza mi sono recata al funerale di questa persona, la mia coscienza non avrebbe tollerato altrimenti.

Di fronte all'entrata della chiesa un capannello di gente, tra cui un altro collega, caro amico di papà.

E qui la memoria ha riportato a galla un episodio spiacevole che, mi sono resa conto in quel momento, non mi aveva mai abbandonato.

Poco prima che mio padre morisse, egli venne attaccato verbalmente da questo collega, ed ebbero un violento litigio. Mio padre non mi disse nulla, ma seppi da altri che il motivo del litigio ero io, per motivi di lavoro che non sto qui a raccontarvi e che, avendo appreso da altri, non so nemmeno quanto siano veri. In ogni caso, dopo l'alterco, i due non si parlarono più.

E, anche volendo, non ebbero più l'occasione di fare pace perché mio padre morì pochi giorni dopo, improvvisamente, stroncato da un infarto.

Il giorno del funerale di mio padre (persona molto stimata, apprezzata ed amata) ricordo una schiera di colleghi, amici, parenti, all'entrata della chiesa e questo collega, quello con cui papà aveva litigato, fermo, immobile, dall'altra parte della strada.

Nonostante tutto, erano stati grandi amici, e lui aveva voluto essere lì, per l'ultimo saluto.

Probabilmente temeva di non essere accettato, dopo ciò che era accaduto, ed io, frastornata dagli eventi, pur comprendendo che avrei dovuto attraversare la strada e invitarlo ad unirsi a noi, non seppi far altro che guardarlo negli occhi senza parlare.

<div>Forse lui interpretò il mio sguardo come una conferma del fatto che non lo volessi lì.</div>

Non lo vidi più.

Ma il ricordo di quello sguardo tra noi non mi ha più lasciato.

Quando l'ho visto, di nuovo, dopo diciassette anni, ho capito che lui si sentiva ancora così, perché, vedendomi, ha abbassato lo sguardo, evidentemente imbarazzato.

In quel momento ho capito che dovevo rimediare, gli sono andata incontro sorridendo e porgendogli la mano, e lui mi ha accolto, un po' sorpreso, con un grande sorriso.

Mi ha chiesto cosa facessi ora, mi ha lodato per i miei successi in campo lavorativo, mi ha raccontato di come sia in pena per sua figlia, al lavoro in una città lontana.

Ha ribadito il bene che voleva a mio padre.

Gli ho raccontato del mio ricordo di quel giorno, di come mi fossi resa conto che avrei dovuto comportarmi diversamente, che non l'avevo fatto di proposito, per fargli del male, ma solo perché in quei momenti, con i sensi e l'intelletto offuscati dal dolore per quella morte assurda e improvvisa, non ne ero stata capace. E che, ancora oggi, ne ero dispiaciuta.

Una riconciliazione, avvenuta dopo diciassette lunghissimi anni, che mi ha lasciato un grande senso di pace. E mi ha insegnato che, finché si è in tempo, si può e si deve rimediare agli errori.

Il sorriso e la velata commozione negli occhi di questa persona che, dopo la cerimonia funebre, mi ha salutato dicendomi "Ciao Pa'!" con una confidenza che non avevamo mai avuto, mi ha dato la conferma di aver fatto bene.

E credo che anche papà, ovunque si trovi, ne sarà stato felice.

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