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Una storia di AnnalisaDolgetto

Non caderci mai più

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Pubblicato il 06 giugno 2018 in Storie d’amore

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Non riesco a dormire. Ormai il mio è un appuntamento fisso con l’insonnia. Non importa quanto io ne abbia bisogno in questo momento: il massimo che riesco a fare è di scivolare in un leggero dormiveglia dal quale basta pochissimo per ridestarmi. Sono davvero stanco. Affronto le giornate con una pesantezza sulle spalle assurda. Le voci delle persone sembrano arrivarmi da molto lontano ed è davvero dura prestar loro la giusta attenzione. Faccio una fatica immensa a tenere gli occhi aperti e temo che le mie percezioni siano troppo insonnolite per permettermi di distinguere il vero dal falso. Nel dubbio, un diffidente cronico come me finisce col non fidarsi di nessuno, meno che mai di se stesso.

Giacomo dorme tranquillo nel letto accanto al mio. E’ incredibile quanto ci somigliamo nei colori e nei lineamenti. Se non fosse per gli occhi e per il fatto che sono più alto di lui ci prenderebbero per gemelli. A volte è anche capitato ora che ci penso. Buon per lui che ha trentadue anni, un po’ meno per me che ne ho ventinove. La differenza sostanziale in questo momento è che lui ha un’espressione serena. Forse sta sognando o semplicemente si gode le ore del suo legittimo riposo dopo una sfiancante giornata di lavoro al commissariato. Credo di non averlo mai invidiato così tanto. Come faccio a seguire il suo esempio? Ad abbassare il volume dei miei pensieri? Ad incanalare nella direzione giusta tutta questa stanchezza fisica ed emotiva che dovrebbe farmi dormire, non dico tanto, ma almeno sei ore per notte?

Immagino che nemmeno stavolta troverò le risposte soporifere di cui ho bisogno. Continuare a rigirarmi nel letto come in preda alle convulsioni mi rende ancora più insofferente.

Ma che ore saranno? Le 3. Sono ancora le 3.

Domani farò un salto in farmacia… Ci deve essere un rimedio naturale che mi permetta finalmente di spegnere il cervello e di battere il cinque a Morfeo.

Adesso mi vesto e vado a farmi un giro. Inutile restare a contemplare Giacomo mentre russa o, peggio ancora, fare la conta di ciò che non è andato bene nella mia vita. Un tempo avrei contato le pecore, come tutti i comuni mortali che non si piangono addosso, non sempre almeno. Come si cambia nella vita… Come si peggiora più che altro… Ecco, ci risiamo. Meglio che esca a prendere un po’ d’aria. La versione assonnata di me stesso è molto peggio di quanto potessi immaginare.

Chiamerei qualcuno se non fosse così tardi… No, sto mentendo. Conoscendomi troverei mille motivi per non chiedere l’aiuto di nessuno neanche in pieno giorno. Non sia mai che io mi senta in debito di riconoscenza con un altro essere umano.

Sono fatto così. Ne bene ne male. “Senza infamia e senza lode”. E’ così che Erika mi definì una volta. Non pensavo che avrebbe rimarcato il concetto che avevo espresso con una tale leggerezza poiché due perfetti sconosciuti possono permettersi una buona dose di ipocrisia senza sentirsi troppo in colpa. Mi aspettavo dicesse qualcosa di carino, magari poco sentito pur di smorzare i toni, attenendosi alla linea guida di quella che era, fino a prova contraria, soltanto una battuta. La sua gentilezza mi aveva fatto sentire in una botte di ferro. Sarebbe bastato un convenevole qualsiasi, una bugia a fin di bene pur di non correre il rischio di entrare in contrasto così presto e, quindi, di cominciare col piede sbagliato. E invece no. Non si sentì di contraddirmi perché questo avrebbe voluto dire esprimere un giudizio senza avere gli elementi per poterlo fare. Preferì darmi ragione e di farlo con una certa classe, come per dire “io per adesso non ho la più pallida idea di chi tu sia ma se lo dici tu, probabilmente, sarà vero.”

Io che a stento ricordo come mi chiamo questa cosa stranamente non l’ho mai dimenticata.

Non era lì per compiacermi o impressionarmi. Era lì e basta, con i suoi ventisei anni da poco compiuti, i capelli mossi, il suo vestito leggero, un accenno di abbronzatura a darle un’aria riposata, calma ma tutt’altro che piatta. Era lì e c’era con tutta se stessa.

Per me ormai gli appuntamenti erano diventati delle noiose partite di poker in cui non venivano premiati il talento e la fortuna ma bensì la capacità di bluffare. Ritrovarmi davanti a qualcuno in grado di puntare tutto ciò che aveva mi scaraventò in una realtà che avevo completamente scordato.

Mi sarebbe piaciuto essere lì con lei allo stesso modo senza la fastidiosa sensazione di tenere le emozioni avvolte nel cellofan. Non mi riusciva di fare altrimenti. Le sorridevo, certo, difficile non farlo quando i miei occhi incontravano i suoi. Erano di una dolcezza disarmante con delle strane venature malinconiche, come non le avevo mai viste prima d’ora che, invece, di spegnerle lo sguardo finivano col renderlo magnetico. Ecco perché cercavo di volgere frettolosamente lo sguardo altrove. Non volevo ritrovarmi impigliato in una situazione che non avrei saputo gestire. Non mi andava di perdere il controllo. Le facevo silenziosamente la guerra senza che lei se ne rendesse conto ma, conoscendola, dubito che avrebbe risposto al fuoco col fuoco.

Dopotutto le lunghe lotte di supremazia che facevo con l’altro sesso non portavano a nulla di concreto. Di tanto in tanto infrangevo qualche cuore ma per lo più il mio nome finiva nella lista di quelli che avrebbero fatto tutte a meno di incontrare perché non avevo nessun merito a parte quello di essermi tolto dai piedi

Se adesso la chiamassi per dirle che non dormo da giorni sono certo che si mobiliterebbe alla ricerca di una soluzione.

Lei è fatta così: non riesce a rimanere sorda ad una richiesta d’aiuto, esplicita o meno che sia. Inizialmente pensai avesse la sindrome da crocerossina e che, quindi, questo suo prodigarsi per gli altri fosse un modo perbenista di nutrire il suo ego. Il brutto dell’essere cinici è che si tende a gettare fango anche su chi non se lo merita. Era assurdo per me incontrare qualcuno disposto a dare senza pretendere nulla in cambio. Non ho mai avuto una gran considerazione delle persone. Credevo e, in fondo, un po’ lo credo tutt’ora che a pensar male non ci si allontani così tanto dalla verità. Mi basta guardarmi allo specchio per capire quanto il dolore, a volte, sia capace di corromperci irrimediabilmente facendo di noi dei mostri con soltanto le sembianze da essere umano.

Forse esagero col definirmi in questo modo. Dopotutto non ho mai ammazzato nessuno ne, tanto meno, ho pensato di farlo nonostante i motivi non mancassero. Non sono uno stinco di santo, ecco tutto. E per una breve frazione di secondo ho pensato che lei potesse salvarmi dal buio che mi porto dentro e che mi fa incasinare tutto ogni volta.

Forse avrebbe potuto essere davvero il mio angelo custode se solo avessi fatto lo sforzo di meritare la protezione che mi offriva. Una volta, per gioco, glielo chiesi se le sarebbe piaciuto diventarlo. Era un modo come un altro di flirtare al quale non credevo avrebbe dato chissà quale importanza. Onestamente non so nemmeno come mi passò per la testa, troppo sdolcinato per i miei standard. Forse era l’unica espressione con la quale poter sintetizzare la sua gentilezza disarmante. E, invece, si fece subito seria, come se questa faccenda degli angeli fosse davvero importante per lei e, quindi, ci fosse ben poco da scherzare.

-Sei una persona che vale la pena custodire?

Ecco cosa mi disse dopo essersi schiarita la voce.

Mi spiazzò la sua risposta. Che poi non era una risposta ma una domanda, l’unica che avrei dovuto pormi dopo tutti questi anni passati a guardare il mondo con sospetto.

Forse no. Forse non sono una persona che merita protezione ma questo non significa che io non ne abbia un disperato bisogno. Ecco, avrei dovuto risponderle più o meno così dimostrando che quando mi ci metto so essere sincero anche io.

-Lo scoprirai presto.

Fu la cosa meno bugiarda che riuscì a dire. E, infatti, non le ci volle molto per capire che avrebbe fatto meglio a starmi alla larga.

Ho preso dall’armadio un paio di jeans facendo un rumore infernale. Vorrei poter dire di non averlo fatto di proposito ma purtroppo non è così, non del tutto almeno. Diciamo che mi sarebbe piaciuto disturbare il sonno di mio fratello, fargli provare solo una piccola parte di quella che ormai è diventata la mia routine notturna, ragion per cui, confesso il mio peccato, non ho fatto molta attenzione. Lo so, sono uno stronzo. Uno stronzo paraculo. In mia difesa posso soltanto dire che a Giacomo non lo svegliano nemmeno le cannonate quindi il mio slancio di pura “cazzimma”, quasi fisiologico, è caduto nel vuoto più totale. Non riesco a dormire. Non sono capace nemmeno di svegliare lui… Quand’è che sono diventato così inutile?

Che mi è successo?

Afferro le chiavi dell’auto messe sul tavolo della cucina per poi richiudermi, stavolta con delicatezza, la porta blindata di casa mia alle spalle. Non voglio che si sveglino i miei dando modo loro di preoccuparsi. Hanno già fin troppi motivi per farlo.

Mi fiondo in auto con un’ingiustificata fretta visto che non so dove andare a quest’ora.

Metto in moto, do leggermente gas al motore e parto. Vorrei che questo vecchio rottame avesse un’anima ma mi accontenterei anche del pilota automatico. Qualsiasi cosa pur di non costringermi a guidare in direzione di una meta che, in fondo, non ho il coraggio di raggiungere.

Non è da me sgattaiolare fuori di casa nel cuore della notte ma la mancanza di sonno perdurata nel tempo ha reso tutto alquanto relativo.

Il mio vaneggiare mi ha condotto a Portici. Ho semplicemente seguito la strada dissestata di San Giovanni dando le spalle a Napoli la cui bellezza mi avrebbe fatto rimpiangere ancora di più il fatto di non avere nessuno con cui condividerla.

C’è un silenzio irreale che mi fa guardare questa città con occhi diversi. E’ come se la vedessi per la prima volta dimenticando gli anni della scuola, passati così in fretta e che vorrei tanto mi venissero restituiti.

Visto che sono qui tanto vale fare due passi sul lungomare, il famoso “Granatello”. Non ha nulla a che vedere con quello di Napoli, è una sua copia rimpicciolita e venuta anche molto male ma a noi del Sud il mare ci basta anche solo intravederlo da lontano per ritrovare un po’ di pace. Forse è proprio questo che mi manca: la pace di una vita normale, a tratti noiosa, che mi permetta di scivolare a tempo debito nel mondo dei sogni. E invece sono qui, a sognare ad occhi aperti visto che sembro aver dimenticato come si faccia a tenerli chiusi.

Stavolta, però, non sono solo: c’è una coppia che si bacia con una certa energia alla fine del pontile, motivo più che sufficiente per mantenere le distanze di sicurezza: il mare lo vedo benissimo anche da qui.

Non mi piacciono le effusioni in pubblico ma non credo che una sola persona, in questo caso io, possa essere definita pubblico. Va bene il mio ego titanico ma lo troverei un tantino esagerato persino per uno come me. Nemmeno si saranno accorti della mia presenza, hanno il loro bel da fare dopotutto. Sembrano innamorati o, semplicemente, mi piace pensare che qualcuno su questa terra sia ancora in grado di provare qualcosa. Non che me ne intenda… E’ passato troppo tempo da quando ho creduto di essere io quello innamorato.

Viviana. Mi fa strano pronunciare il suo nome. No, non mi fa strano, non solo. Mi fa male. Ecco, mi fa strano che mi faccia ancora così male. Eppure ha un suono così dolce il suo nome... Dolce e spietato. Come il modo in cui un giorno decise di spezzarmi il cuore.

Sono passati cinque anni dall’ultima volta che l’ho vista. Era una sera di primavera, di quale mese proprio non me lo ricordo, forse inizio aprile a giudicare da come stringevo le spalle nel mio giubbotto di pelle. Si respirava un’aria strana che sembrava provenire direttamente dai polmoni di lei che, irrequieta, non smetteva di sbuffare. Credevo si annoiasse o che ce l’avesse semplicemente con me per qualcosa che (non) avevo fatto. La verità è che cercava un modo per spingermi via senza che ci fossero grandi conseguenze. Sembrava un elefante in una cristalleria. Si muoveva con un’insolita goffaggine.

“Che hai?” le chiesi stanco della sua irrequietudine ma anche un po’ preoccupato.

“Dobbiamo parlare ma non so da che parte cominciare.” rispose con un tono di voce che nemmeno sembrava il suo.

E’ così che si consumano le più grandi tragedie o, almeno, è così che si consumò la mia. Sapevo che quel preambolo non prometteva nulla di buono e che la tempesta che balenava nei suoi occhi ben presto avrebbe coinvolto anche i miei.

“Sono incinta ma il bambino non è tuo.”

Netta. Come uno sparo. E meno male che non sapeva cosa dire. Ha sempre padroneggiato bene l’arte della sintesi e nemmeno in una circostanza così paradossale aveva vacillato.

Non volli sentire altro per ovvie ragioni. Non mi aveva soltanto tradito, forse quello avrei potuto anche accettarlo con un bel po’ di fatica. Mi aveva spinto fuori dalla sua vita così, senza alcun preavviso. Sì, perché il fatto che non facessimo l’amore da mesi e che ci ringhiassimo contro le peggiori cose non potevo considerarlo il suo modo per prepararmi a incassare un colpo così basso. Pensai che eravamo in crisi e che, sì, forse non ne saremmo usciti insieme ma mai mi era passato per la testa che potessimo distruggere tutto, persino l’idea che avremmo conservato nel tempo l’uno dell’altro.

Ricordo che continuò a parlare tra le lacrime ma ormai non l’ascoltavo più. Non so nemmeno perché fosse scoppiata a piangere, forse temeva una mia reazione spropositata o, semplicemente, non seppe gestire il peso dei suoi sensi di colpa.

Quella fu l’ultima volta che l’ho vista. L’ho anche incontrata dopo quella sera, dopotutto abbiamo continuato a frequentare gli stessi posti, io per testardaggine, lei per ripicca o per qualsiasi altro motivo che ora come ora sfugge alla mia comprensione, ma i miei occhi le passavano attraverso. Avvertivo la sua presenza perché l’aria tornava a farsi irrespirabile come quella sera ma se anche mi fossi sforzato a guardare nella sua direzione quello che sarei riuscito a vedere sarebbe stato soltanto una persona che un tempo, sepolto in un angolo remoto del mio cuore, avevo creduto di conoscere e di amare.

Non penso abbia mai capito quanto fosse importante per me. Forse io stesso non ne ero pienamente consapevole. L’ho capito quando mi sono ritrovato da solo tra quelle macerie che continuano a perseguitarmi. Ho il cuore pericolante che porta ancora il suo nome. Non come una dedica ma come un marchio impossibile da cancellare. Viviana.

Non ho saputo dimostrarle il mio amore quando potevo farlo.

Io che non sono un tipo romantico. Io che non le ho mai detto di amarla. Io che arrivavo sempre tardi. Io che sapevo perdere l’occasione per stare zitto. Io che dimenticavo gli anniversari. Io che sono quello che sono ma è stata lei a prendermi così, a farmi credere che le andasse bene… Io… Che non ho mai pensato di tradirla perché tanto ci avrebbe pensato lei per tutti e due.

Viviana. Occhi verdi, come il mare di quella Sardegna che ci fece incontrare un’estate di tanti anni fa, lo stesso dentro il quale avrei voluto annegare per non fare più i conti con il suo tradimento.

Mi piacevano i suoi occhi ma, ancora di più, amavo l’uso che riusciva a farne. Viviana non si limitava soltanto a guardarti: ti perquisiva. Detta così può sembrare una cosa inquietante e, chissà, magari lo era. Io, però, non riuscivo a fare a meno di quell’inquietudine. Mi piaceva che i suoi occhi mi rivoltassero come un calzino, all’epoca non avevo nulla da nascondere, tenevo le mani e il cuore in bella vista, ma l’idea che lei continuasse comunque a cercare mi faceva sentire al centro del suo mondo. Ci sono voluti molti anni e una buona dose di delusione irrimediabile per capire che chi cerca a tutti i costi la prova di un presunto inganno è semplicemente abituato a mentire e non saprebbe vivere altrimenti.

Adesso non so più sostenere uno sguardo per più di trenta secondi e l’idea che qualcuno se ne stia lì a guardarmi mi innervosisce. O forse dovrei dire che mi innervosiva.

Erika ha cambiato buona parte delle regole del gioco, lo stesso che ho l’illusione di condurre da anni con l’unico risultato di ritrovarmi, partita dopo partita, sempre più solo.

Ha gli occhi scuri ma luminosi. Chiedono quasi il permesso prima di guardarti, immagino che nemmeno sappiano cosa significhi perquisire l’anima di qualcuno ma, in compenso, sa benissimo come accarezzarla. Ecco perché, ad una come lei, l’anima gliela mostri senza che debba chiedertela. Non importa quanto tu abbia sofferto in passato. Non puoi fare a meno di abbassare la guardia con lei.

I suoi occhi hanno visto cose terribili dalle quali non tutti hanno la fortuna di ritornare. Erika, invece, è stata capace di non andarsene mai, nonostante il dolore, nonostante la vita, nonostante la morte. Ha stretto i denti ma soltanto per sorridere più forte ed è rimasta in sé.

Erika ti sorride e basta, senza aspettarsi nulla in cambio, perché forse non c’è niente che tu possa darle che lei non abbia già trovato per conto suo.

Ti sorride come chi ha lottato a lungo e sa di non aver ancora vinto.

E tu a quel sorriso rispondi meglio che puoi, cerchi di esserne degno.

Io ci ho provato ma il massimo che sono stato in grado di fare è stato quello di incasinare tutto, di aggiungere buio al suo buio.

Mi sono lanciato davanti alla sua auto in corsa perché volevo che si accorgesse di me ma non ero pronto. L’ho sempre saputo eppure questo non mi ha impedito di tagliarle la strada costringendola a rallentare. Sono stato un egoista, avrei dovuto lasciarla andare sin da subito ma, quando l’ho vista, ho capito di averla aspettata a lungo e non sono riuscito a rassegnarmi all’idea che fosse capitata nella mia vita in un momento impraticabile.

Ho raccontato a me stesso che potevo gestire la cosa anche se la verità era ben diversa.

La malattia di mia madre mi aveva paralizzato davanti all’unica persona con cui avrei voluto lasciarmi andare.

Sono settimane che non ho sue notizie. Non mi ha più cercato. Saggia decisione la sua. Chissà se ancora occupo un posto tra i suoi pensieri. Vorrei togliermela dalla testa e, conoscendomi, ci riuscirò, non sono tanto sentimentale, mi butto velocemente le persone alle spalle senza guardarmi più indietro. Andrò avanti, uscirò con altre persone però stavolta credo che mi volterò a guardarla.

Per la prima volta sento di aver perso un’occasione. L’occasione di guarire dal mio passato contorto, di tornare ad essere quello che ero un tempo, almeno un po’.

Immagino non lo saprò mai… E che in fondo sia giusto così…

Non sono fatto per le storie serie, lei avrebbe richiesto uno sforzo che non sarei stato in grado di fare fino in fondo. Mi conosco, lascio tutto in sospeso e con lei non ho fatto eccezioni. Se me ne sono pentito? Forse sì.

Forse è questo il motivo per il quale non dormo da giorni. Penso a lei e non prendo sonno. Se mi addormentassi finirei per dimenticarla e una parte di me non vuole.

Non sono innamorato, non mi sono dato questa possibilità. Erika, però, qualcosa è riuscita a farmela comunque. Mi ha dimostrato che mi sono raccontato un mucchio di stronzate in questi anni, che l’amore esiste davvero e che, se lo difendi, può durare per sempre. L’ho visto nei suoi occhi, quelli nei quali mi ha invitato più volte ad entrare. Calmi solo in apparenza ma che fanno un casino tremendo con tutto l’amore che ancora riflettono.

Vorrei chiamarla, sentire la sua voce, ma non credo sarebbe una buona idea. Per dirle cosa poi? Che mi manca? Non sono il tipo da dire certe cose e lei non è il tipo da credermi senza battere ciglio. Non le basterebbe un “mi manchi”. Magari sto qui a credere di aver fatto chissà quali danni nella sua vita quando in realtà, ancora una volta, sono riuscito a far del male soltanto a me stesso. Allontanandomi da lei sento di essermi allontanato anche dalla vita, per l’ennesima volta perché io non so fare altrimenti.

Prendo e scappo lontano, convinto che basti alzare muri e barriere per mantenere il controllo di se stessi.

"Non mischiare la tua carne con me perché

Non sai neanche nuotare

Sei troppo pura e delicata per uno come me

Prometti di non cadere"

Sono sotto casa tua, Erika. Sono bastati meno di dieci minuti in macchina partendo da Portici per venire a parcheggiare a pochi passi dai tuoi sogni. Si, perché spero che almeno tu riesca a dormire serena. Non busserò e questa sarà una delle tante cose che racconterò alla notte e alla notte soltanto. I miei amici riderebbero di me. Mia madre comincerebbe a credere che c’è ancora speranza e che, forse, un giorno anche io le darò dei nipotini. Meglio non si faccia troppe illusioni. Ciò che, però, conta di più è che non sia tu a fartele. Crederai di non aver fatto la differenza nella mia vita e non posso biasimarti. Chiunque al tuo posto lo penserebbe. A volte, però, bisogna andare semplicemente oltre le apparenze, cosa in cui tu sembri essere sicuramente più brava di me. Tu sei andata oltre e ti aspettavi che venissi con te. Mi dispiace averti delusa ma, ancora di più, mi dispiace aver deluso me stesso dimostrandomi così debole.

La vita ci prende spesso contropiede. Non ero alla ricerca di una storia seria quando ci siamo incontrati la prima volta. Sapevo, però, che con una come te avrei dovuto inventarmi qualcosa, il solito copione non avrebbe funzionato e, a dirla tutta, non mi andava nemmeno di recitarlo. Quando poi ho realizzato cosa avrebbe potuto succedere ho avuto paura. Mi sono nascosto dietro la malattia di mia madre sperando bastasse a tenerti buona, a farmi guadagnare tempo, e so di averti fatto un grave torto con tutte le cose che hai passato. Spero che un giorno riuscirai a perdonarmi.

"Non caderci mai più

Non caderci mai più

Non caderci mai più

Non caderci mai più

Non caderci mai più

Non caderci mai più

Non caderci mai più

Non caderci mai più

Non cadere nelle braccia di un trentenne alcolizzato

Non caderci mai più

Non caderci mai più

Non cadere nella notte se te l'hanno sconsigliato

Non caderci mai più

Non caderci mai più

Non cadere nelle braccia di un trentenne alcolizzato

Non caderci mai più

Non caderci mai più

Non cadere nella notte se te l'hanno sconsigliato"

Non faccio per te. Non cadere nelle trappole che, per indole, potrei tenderti, persino contro la mia volontà. Non cadere in quel sorriso che ti piace tanto, nei nostri baci così lunghi, nella possibilità di una vita che non saprei comunque darti.

Non cadere, non per colpa mia. Resta in te. Resta senza di me.

Non cadere, Erika.

Scappa finchè sei in tempo.

Il buio lascialo a quelli come me che hanno troppa paura di guardare in direzione del sole.

Non fare come le stelle cadenti. Non sacrificarti per i desideri degli altri.

Splendi e basta. Più in alto che puoi.

(Annalisa Dolgetto

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