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Una storia di AlessiaC

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Il Piccolo Principe incontra se stesso

Pubblicato il 05 novembre 2017

Capitolo I

A otto settimane e poco più di due mesi, il Piccolo Principe, pesava circa tre grammi ed era grande più o meno come un fagiolo. Gli occhi e le palpebre del Piccolo Principe silenziosamente iniziavano a distinguersi anche se sarebbero rimaste chiuse ancora per un po’; il naso e le orecchie diventavano già più visibili, lo stomaco, il fegato e il pancreas stavano emergendo e il suo cuoricino batteva fortissimo.

All’ottava settimana, il Piccolo Principe, ancora non lo sapeva chi era, non conosceva ancora quale sarebbe stato il suo posto nel mondo, ma lentamente, iniziava a farsi spazio nel pancione di cui era il Re.

Si guardava attorno, si girava un po’ a destra, tendeva la testa a sinistra, gli capitava di scalciare involontariamente perché si sentiva un po’ stretto e iniziava a notare che gli organi, che gli erano attorno, si spostavano e si allontanavano, adattandosi alla nuova situazione.

- Ma perché vi allontanate? Dov’è che andate? – chiese il Piccolo Principe.

- In poco più di qualche settimana hai occupato il nostro posto, sei arrivato e ti sei comportato da re. Adesso, se non vogliamo essere schiacciati, dobbiamo spostarci.– risposero gli organi in coro.

- Io, un re? –

- Sì, tu un re, nel nostro territorio! -

- Ma che cos’è un re?- domandò incuriosito il Piccolo Principe.

- E’ un capo che dà degli ordini, che tutti devono rispettare anche se alcune volte non vogliono .-

- Ma il re, è cattivo? – si preoccupò il Piccolo Principe.

- Dipende, ogni re è diverso. – risposero gli organi.

- E io sono un re cattivo? -

- No, no, certo che no! Sei un re inconsapevole, non ti accorgi di star governando e sei un re temporaneo e ciò vuol dire che tra poco ci lascerai e te ne andrai e noi ritorneremo esattamente nella nostra solita posizione. -

- Ma io non voglio andar via, qui mi sento così bene e poi, dopo, dove mai dovrei andare? -

- Scoprirai il mondo e tutte le sue cose belle, e alcune volte ci saranno anche cose un po’ meno belle, ma ti accorgerai che ciò che di migliore potrai mai fare è vivere. -

Capitolo II

A sei anni e un metro e sette centimetri di altezza, il Piccolo Principe correva spensierato, non si occupava di altro che non di se stesso, non aveva altri pensieri che riguardassero qualcosa oltre la sua esistenza, viveva nel suo piccolo mondo, un mondo meraviglioso, fatto di poche cose ma tutte importanti. Era curioso, grintoso e pieno di coraggio, e aveva una caratteristica importante, guardava non con gli occhi, ma con il cuore e questo faceva in modo che il Piccolo Principe si stupisse di tutto, riempisse di domande gli adulti, domande a cui lui non sapeva ancora rispondere ma le cui risposte dei grandi, non sempre lo soddisfacevano. Ecco perché, spesso, con addosso i suoi sei anni e uno zainetto, andava in giro a cercar risposte. Qualsiasi cosa facesse, in qualsiasi attività si cimentasse, il Piccolo Principe si impegnava parecchio.

Durante l’autunno, nella scuola del Piccolo Principe, si iniziò con l’organizzare uno spettacolo teatrale di Natale.

Al Piccolo Principe fu affidato il ruolo del lampionaio.

- Maestra, ma chi è il lampionaio? Io non l’ho mai visto, e cosa dovrei fare di preciso? - si interrogò titubante il Piccolo Principe.

- Il lampionaio si occupa dei lampioni e così, anche tu, sarai responsabile del lampione sul palcoscenico del teatro. Sarai tu a doverlo accendere nel momento giusto per far iniziare una scena e sarai tu a doverlo spegnere ogni volta che una scena finisce. È un compito molto importante. -

- Non mi sembra molto difficile. – notò il Piccolo Principe.

- In realtà, un po’ lo è, non puoi distrarti molto e devi essere sempre attento – disse la maestra e sussurrando aggiunse: - infatti ho scelto te perché mi fido tanto e perché non mi deludi mai. -

Il Piccolo Principe aveva gli occhi grandi e luminosi, come fari notturni che splendono nel mare. Si disse che la sua, sarebbe stata una bella occupazione e si sentiva capace di poter dar vita alle cose, di poter svegliare il teatro, di illuminare le lunghe quinte nere e le soffici poltrone rosse, di poter guidare i suoi compagni per non farli sbagliare mai e, infine di poter accompagnare fino al sonno, anche il più piccolo attrezzo, in quel luogo tanto grande.

Era un lampionaio e si sentiva come il guerriero protettore e sostenitore della luce e un po’, anche della vita.

Capitolo III

Davanti allo specchio, alla soglia dei suoi vent’anni, il Piccolo Principe si guardava, si osservava, cercava di studiarsi e di comprendersi, di tradurre i suoi cambiamenti e le sue nuove palpitazioni e d’improvviso la testa iniziò a girargli e dovette tenersi ben stretto al suo riflesso per non cadere.

Si sentiva come ubriaco, ebbro d’amore.

Fissò negli occhi i suoi occhi e senza aprir bocca, senza proferir parola, chiese a se stesso cosa gli stesse accadendo.

- Sono innamorato? Come mi sentirò quando sarò innamorato? –

Cercò la risposta ovunque dentro di se. Chiese al suo cervello, esplorò i suoi ricordi, tentò di indovinare il futuro e si rivolse persino al cuore, e ad una risposta arrivò.

- Essere innamorato mi rivoluzionerà lo sguardo, cambierà il mio modo di vedere, di percepire, di sentire. Inconsapevolmente cambierà l’andatura dei miei passi, la scansione temporale dei miei sorrisi, il mio modo di vedermi, il mio modo di accettarmi.

Vedrò Parigi, Londra, Berlino in un solo bacio e ad occhi chiusi.

Sentirò l’odore di fiori primaverili tra le braccia di chi mi stringerà.

Ascolterò parole cosi profonde che penserò di star esplorando fondali oceanici.

E sarà passione dirompente, amore folle.

Ritroverò la sua voce in ogni autobus, il suo odore all’improvviso, il desiderio che avrò di lei nella stanza. Mi riscoprirò diverso, davanti al solito specchio, con il mio solito essere, sarò sempre io ma con qualcosa in più. Qualcuno lo noterà, qualcuno me lo dirà e forse sorriderò arrossendo.

Quando sarò innamorato ricorderò tutto, i dettagli di ogni sera, le parole, anche quelle maledette e rimangiate, i gelati a mezzanotte e il vino caldo, la salsedine sulle labbra che i baci cancelleranno via e le corse contro il tempo.

Impazzirò per nulla, per un niente, per un abbraccio in meno e per una parola in più, per un piatto fuori posto e un appuntamento dimenticato. Ma per star meglio non basterà poi molto, per fare la pace, intendo. Giusto qualche sguardo per spiegare ogni cosa, per rimettere i piatti e gli abbracci nel loro posto, nella dispensa e nelle sue braccia. E più di tutto ricorderò le sensazioni, le emozioni.

E quando andrà bene, starò benissimo ma quando andrà male, starò malissimo.

Essere innamorati non avrà mezze misure.

O tutto o niente.

E senza pensarci troppo, senza i se e senza i ma, amerò qualcuno e prima di amare qualcuno amerò l’amore, amerò la vita. -

Il Piccolo Principe non lo capii in quel momento esatto, non lo capii neanche nell’attimo successivo, gli ci volle molto più tempo del previsto per accettare la verità. Nel lungo labirinto dei suoi pensieri, dietro ogni sua parola, ad accompagnare ogni suo battito c’era un viso ben specifico, c’erano corti e buffi capelli vermigli, c’era un collo con il disegno di un cratere lunare, c’era lei, Rose.

Il Piccolo Principe si sentiva ubriaco, ebbro d’amore e innamorato, e per la prima volta, davanti allo specchio, scoprì una nuova parte di se.

Capitolo IV

Nel giorno del suo quarantaquattresimo compleanno, era successa una cosa stranamente ovvia, al Piccolo Principe, si era sentito solo, ed era, letteralmente, solo nell’universo.

Avrebbe voluto fare una chiamata. Avrebbe voluto chiamarLa.

Risentire la sua voce, dirle che stava bene ma che si sarebbe sentito meglio se ci fosse stata lei accanto a lui, avrebbe voluto descriverle le stelle, raccontarle della luna che dalla loro finestra era grande quanto una moneta e che adesso invece, sembrava lui, ad essersi rimpicciolito.

Il Piccolo Principe non era mai stato un “uomo serio”, non si era mai voluto realmente dedicare agli affari, aveva sempre fatto ciò che lo rendeva felice, e per questo motivo, adesso, si ritrovava ad essere un astronauta, a fluttuare nello spazio e a guardare la Terra come se fosse, quasi, un alieno.

Prima di iniziare questa sua avventura aveva letto da qualche parte che la luna era l’anima dell’uomo, il suo modo di vivere le emozioni, i desideri, i sogni e la Terra era la realtà, il luogo in cui lottare con i rimpianti e le delusioni. Il Piccolo Principe scappava dai rimpianti ed evitava le delusioni, correva soltanto verso i suoi sogni. Ritrovò nella luna, una fedele e silenziosa compagna e dunque nel sessantunesimo giorno, lontano migliaia e migliaia di anni luce da casa sua, il Piccolo Principe, che era stato sempre molto curioso e indagatore, fece una domanda persino alla luna.

- Luna, molti ti desiderano, da lontano ti guardano e vorrebbero averti, ma tu, invece, cosa desideri? -.

- Piccolo Principe, tu sai cos’è il vero desiderare? -.

- Insegnamelo tu, Luna. -

- Desiderare significa, letteralmente, “mancanza di stelle”, nel senso di “avvertire, sentire, sperimentare la mancanza delle stelle”, dunque una sorta di mancanza delle buone notizie, dei buoni auspici. Per estensione, esprimendo la mancanza di qualcosa, la si desidera. Io vivo qui, con le mie fasi lunari e con i miei mutamenti, con il silenzio e la quiete, potrei sembrare sola eppure non lo sono, non ho nulla da desiderare, apprezzo e gioisco della mia condizione. E guardando tutti voi uomini da qua su, so che, le domande che ponete a me, in realtà sono domande che dovreste porre a voi stessi, quindi Piccolo Principe, tu cosa desideri? -.

Il Piccolo Principe, disteso sul suolo lunare, non dovette pesarci molto e prima che si accorgesse di star pronunciando quelle parole, tutto d’un fiato disse: - E’ lei a mancarmi, è la mia vita con Rose che rivoglio. -

Il suo sogno, per degli anni che sembravano essere stati infiniti, era stato la luna, ma solo ora si accorse che il tempo aveva ridefinito l’ordine delle sue necessità, aveva capito che cosa significasse sul serio prendersi cura di qualcuno o qualcosa e quanto ciò fosse lontano dalla semplice idea di possesso, aveva trovato una consolazione alla solitudine, malattia che squarciava il suo animo, aveva finalmente capito il reale valore dei sentimenti, le sue vere volontà, l’impercettibile peso delle emozioni.

Era pronto per tornare a casa.

Capitolo V

A settant’anni il Piccolo Principe non si sentiva triste e neppure invisibile e non era affatto vecchio, certo, il suo viso presentava delle rughe e le sue gambe si muovevano un po’ più lentamente, i suoi capelli iniziavano ad ingrigirsi e la sua schiena era un po’ più curva, ma questo non bastava a fermare il Piccolo Principe. Seduto davanti al tramonto il Piccolo Principe venne raggiunto da un ragazzo dal viso giovane ma un po’ pesante, un piccolo sorriso e gli occhi un po’ spenti.

- Nonno, io ho paura. - Esordì così suo nipote.

Il Piccolo Principe lo osservò per qualche istante, giusto il tempo di far arrossire il giovane ragazzo seduto accanto a lui, in cui rivedeva se stesso.

- Che nome ha la tua paura? - Chiese.

- Si chiama Tristezza. Ho paura di diventare infelice e tutto d’un tratto, infinitamente triste. – Rispose il giovane.

Il Piccolo Principe pensò che i più tristi di tutti, forse, erano quelli che vivevano in attesa, di qualcuno o di qualcosa, senza sapere con certezza se qualcosa che valeva la pena aspettare, esistesse realmente. Il Piccolo Principe, pensò agli immobili. A coloro che avevano barattato il desiderio di vivere, di scoprire, di innamorarsi, di perdersi e di ritrovarsi, con la staticità dell’attesa. A chi, chiuso all’intero di una gabbia invisibile, riviveva paure e rimpianti, occasioni perse e pregiudizi, pigrizia e disillusioni.

- Non molto tempo fa, sono stato un geografo. Dopo essermi avventurato nell’universo, dopo aver esplorato lo spazio, conosciuto la luna e le stelle, mi sono ritrovato, quasi imprigionato, in una stanza tra migliaia di fogli e di carte geografiche, tra disegni di mari e grandi libri che raccontavano di montagne.

E mi sono sentito triste. Perché non facevo altro che aspettare, ogni giorno e per molte ore. Ed era l’attesa che lenta e silenziosa mi consumava. – Confessò il Piccolo Principe.

- E cosa hai fatto dopo? -

- Ho preso la mia voglia di vivere e sono andato via da lì. -

- Ci vuole molto coraggio... – Pronunciarono sovrappensiero le labbra del ragazzo dai capelli biondi.

- Sì, e ti accorgerai ben presto che il coraggio ti servirà sempre. Ti servirà quando deciderai di aprirti agli altri, di farti leggere e scoprire da occhi estranei, già sapendo quanto potrebbe farti male, dopo, ricucirti da solo, ma coraggiosamente ti darai l’opportunità di conoscere poiché sarai convinto che l’arricchimento derivante dall’altro sarà più grande del possibile dolore.

Se c’è qualcosa che ho imparato nel corso di questi anni è che, non dovrai mai rinunciare all’innocenza dello sguardo che avevi da bambino, dovrai sorridere incondizionatamente poiché, per stare bene con te stesso non devi essere troppo serio. Ti capiterà di sbagliare, ma tu perdonati, perché sei tu il punto di partenza per trovare la felicità. Parti, scopri, cerca, vivi e non ti fermare mai finché non sarà il tuo cuore a dirti di fermarti. Ascoltalo, perché ricorda, non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. – Concluse il Piccolo Principe.

Capitolo VI

A volte, mi capita di perdermi in ricordi lontani, in passate frazioni temporali, in un attimo che non si rivivrà. Io sono nel bel mezzo di un'azione abituale che non ha niente di speciale mettiamo, per esempio, che io stia sfogliando un giornale e improvvisamente germogliano in me ricordi passati come fiori di notte.

Ricordo me, da bambino, che amavo fare il bagno e che giocavo con un piccolo aereo arancione. Ricordo dei pranzi a casa dei miei nonni, arrivavo sfinito dopo aver fatto le scale di corsa, entravo ‘piccolo come un topolino e pestifero come un uragano’, diceva mio nonno. Entravo e davo un bacio a mia nonna, salutavo Ruga la tartaruga e mio cugino e mi facevo stringere da mio nonno, lavavo le mani e mi sedevo a tavola con loro. Mio cugino mi rubava le patatine fritte più grandi, io le polpette più gustose e mia nonna alla fine ci dava dei pezzetti di cioccolato e quando se ne dimenticava noi li cercavamo per tutta casa, quasi ci sembrava che li nascondesse di proposito. Mi ricordo di tutte le storie che mio nonno mi raccontava a fine pranzo, un giorno mi disse che nella sua vita era stato un re, poi si era sentito come un ubriacone dopo aver conosciuto la nonna, era diventato anche un esploratore dello spazio e infine un geografo e che mai invece era stato un serio uomo d’affari e che da sempre lo chiamavano ‘ Il Piccolo Principe’. Ricordo anche la sensazione di calore dei suoi abbracci, i suoi capelli grigi che mi facevano venire in mente il colore argenteo delle stelle, le sue grandi mani mentre accarezzava la mia piccola guancia, la vista che c’era quando mi prendeva sulle sue spalle per farmi vedere lontano.

Mio nonno mi voleva un sacco bene, e io lo credevo immortale.

Poi sono cresciuto e lui con me. Mia nonna, mio cugino, i miei zii a mano a mano se ne sono andati, erano ospiti eccezionali, ed eravamo rimasti io e lui, la casa, i pranzi e le storie erano solo per noi. Abbiamo condiviso qualsiasi tipo di esistenza, insieme, fino a quando lui non ha lasciato la casa.

Il nonno è partito.

Lo so che non torna, che non lo posso più sentire ne vedere, ne contraddire o abbracciare.

Lo so che non è in viaggio.

Ma mi piace credere così, mi piace immaginare che il mio Piccolo Principe stia vivendo altre avventure, stia vivendo altre realtà. Mi piace immaginarmelo nei panni di altre persone, mi piace pensare che magari è lui che si nasconde dietro il controllore che sale sul treno ogni mattina e mi saluta, o il mercante che mi consiglia la merce migliore, o il libraio che mi regala ogni volta un segnalibro diverso.

Io lo so che il nonno non può più tornare ma sento la sua esistenza attorcigliata alla mia e la sera, prima di addormentarmi, lo invito sempre a farmi visita, non si sa mai che mi senta e che mi porti in dono una stella o un fiore.

Le persone vanno via continuamente ma il modo in cui hanno amato, resta sempre.

Ovunque tu sia, buon viaggio nonno.

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