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Una storia di LuigiMaiello

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La vita come un film

La vita rivissuta attraverso i ricordi che ci legano ai nostri film preferiti

Pubblicato il 31 agosto 2015

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Da piccolo guardavo sempre i film western con mio padre.Con lui credo di aver visto tutti i film di Sergio Leone con protagonisti Cleant Eastwood e Lee Von Cleef: da Per un pugno di dollari, a Per qualche dollaro in più passando per Il buono, il brutto, il cattivo, ma anche molti altri.

Ho sempe amato quei film in cui c'erano personaggi più furbi e scaltri di altri.

Quelle storie in cui l'intelligenza si erge a protagonista. Quelle storie avevano un ritmo lento, ma la mente dei protagonisti andava veloce, anche più veloce dei proiettili sparati nei tanti duelli.

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Da piccola, ricordo di aver visto per la prima volta la pubblicità del film di Indiana Jones e i Predatori dell'Arca Perduta. Certamente non era la prima volta che davano quel film in tv, ma io non l'avevo mai visto. Il volto affascinante e sfottente di Harrison Ford mi lasciò impressa un'immagine in mente che non ho più dimenticato. Chiesi a mia madre se fosse possibile registrare il film su videocassetta (ero proprio piccola...) per poterlo vedere con tranquillità il giorno dopo, dato che probabilmente durante la diretta del film avrei dormito. Mia madre acconsentì. E il giorno dopo, guardai per la prima volta le avventure di Indiana Jones, innamorandomi perdutamente del suo mestiere... e di lui. Mi immedesimavo nei panni di Marion, la sua compagna di avventure goffa e imbranata, innamorata di lui sin da bambina e delusa dal suo comportamento sfuggente. Mi persi con lui nel deserto, in cerca dell'Arca Perduta, fuggendo a cavallo dai nazisti e sognando i misteri contenuti all'interno di quell'oggetto magico. Sbalordendo, all'epilogo finale, in cui l'Arca Perduta viene conservata in una scatola di legno, perduta assieme a centinaia di altri manufatti, all'interno di un magazzino di cui non si saprà mai nulla piuttosto che in un museo, per la delusione del povero Dottor Jones. Nessun film mi ha mai rapita e fatto sognare, come questo...

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Come diventare dei gentiluomini

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L'idea che avevo fissa in testa da bambina era crescere abbastanza in fretta per diventare Arsène Lupin. Da me lo chiamavano Arsenio. "Da me" inteso come "dalla mia parte di mondo". Non mi preoccupava il fatto che io fossi una femmina e lui un maschio, quindi inattuabile, a preoccuparmi erano gli anni che sapevo dover ancora attendere. Abile prestigiatore, stratega infallibile, elegante, amante del gioco e del bel vivere, distante dalla violenza fisica, romantico adulatore. Per giunta simpatico. Lui non era il fidanzato dei miei sogni, era ciò in cui avrei voluto trasformarmi. Una bambina capace di vivere come Lupin. Lo dissi a mia madre, un pomeriggio che addentavo una fetta di pane con marmellata alla fragola.

-Da grande sarò come lui..., avevo gli occhi incollati allo schermo.

-Come lei vorrai dire, rispose mia madre indicando Fujiko. Stirava e piegava le mutande di mio padre.

Era da tempo che mi chiedevo come mai si stirassero le mutande, la trovavo una cosa inutile.

-No no, hai capito bene. Sarò come Lupin.

Mi guardò ridendo.

Non sarebbe valso a nulla spiegarle che di lui mi affascinava l'arte di vivere, essere al contempo ladro e investigatore, collezionare vie di fuga inaccessibili e concederne il passo soltanto ai meritevoli, coloro che se ne guadagnavano una senza alzare la voce. Per lei io ero una bambina amorevole, a cui insegnare il miglior modo di piegare gli indumenti e riporli nell'armadio col profumatore alla lavanda.

A distanza di anni, sono stata combattuta. A chi dei due credere, se a lei o a un garbato ladro.

Metto i guanti di velluto prima di impugnae l'arma dell'ironia e vivere la vita. Da Arséne ho imparato a sfidare gli eventi.

Da mia madre a tenere tutti i sogni fuori dal cassetto. Altrimenti non resta posto per le mutande.

Resto Lupin nell'anima.

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Entrai a piedini leggeri nell'enorme sala. Mi piacque subito la sedia di legno lucida con il sedile pieghevole che mi faceva salire e scendere come un'altalena per quanto ero leggera. Mio fratello mi si era raccomandato: Ti porto al cinema solo se non fai capricci.

E non avevo intenzione di farli, volevo proprio vederla Biancaneve che papà mi raccontava tutte le sere e io portavo l'indice a carezzare le figure su quel libro che tutt'e due sapevamo a memoria. Nel buio la magia del cinema mi catturò, le figure si muovevano, parlavano. Mio fratello era orgoglioso della sua buona sorellina e le signore gli facevano i complimenti. Finchè i miei strilli non riempirono la sala e non ci fu nient'altro che la mia voce. La strega si era materializzata e io mi ero incastrata sotto il sedile ma strillavo, strillavo a squaciagola. Mio fratello non riusciva a calmarmi. Ci ritrovammo sotto l'arcata del cinema, l'odore di salsedine penetrava a tratti attraverso il mocciolo e con il petto ancora scosso dai singhiozzi, affidai la mia nella sua mano. Zitti zitti fino a casa.

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Avevo 16 anni... e andavo pazza per i film d'animazione, non quelli realizzati interamente in computer grafica, ma quelli disegnati con la matita per poi essere passati a china ed infine colorati... e nelle sale cinematografiche italiane proiettavano l'ultimo film della Disney, "La Bella e la Bestia".

Desideravo tanto vedere questo film al cinema: per la prima volta veniva utilizzata l'animazione dei volumi al computer, per realizzare una delle sequenze più belle, la scena del ballo, in cui la prospettiva ruotava intorno ai protagonisti, come se danzasse con loro...

Avevo 16 anni... e tanta timidezza: nessuna compagnia per andare al cinema... ed io volevo tanto andarci!

Mi accompagnò lui, ed è stata una serata bellissima... Custodirò per sempre, nel mio cuore, il ricordo di quella sera, la sera in cui , per la prima volta, andai al cinema con un uomo: il mio Papà...

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