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Una storia di StefaniaCastella

E tu aspettami sempre

Ed io resterò sempre

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Pubblicato il 21 agosto 2018 in Storie d’amore

Tags: amoreper sempre estate ricordi adolescenza

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Mi sveglio, non so se mi sveglio. So che è come quella cosa, quella cosa strana che, come funziona? Prima il corpo, poi il cervello, apri gli occhi e tutto il resto di te non risponde, credi di aver urlato e fatto casino e invece niente. Non devo aver detto niente, perché sento che intorno a me tutto è rimasto immobile, tranne il rumore costante che sento, forse è nella mia testa. Cerco a fatica di muovere la testa, di guardarmi intorno, sento ogni parte del corpo distante, pesante, faccio fatica, provo a sollevarmi, mi siedo, allungo le gambe, sento che i piedi rispondono al comando, scendo dal letto, il pavimento è freddo, mi tocco un fianco un po' brucia, e il rumore nella testa è costante. Intorno non c’è molto, tutto bianco, solo bianco, cammino piano, mi reggo sfiorando quello che sembra un muro liscio, pulito, attraverso una porta, passo un corridoio vuoto, scivolano stanze, vedo ombre ma sono distanti. Sono distante. Una figura, la intravedo in una camera da parte, mi avvicino, scorgo solo una sagoma, un lenzuolo, cerco di allungare la mano, e una mano mi afferra: “Non dorresti stare qui” la voce è severa, la mano una stretta forte, mi spinge fuori, mi trascina quasi di peso, mi ritrovo al punto di prima, e ho sonno, mentre il suono passa nella testa da una pare all'altra, forse sono stanco, forse dovrei dormire, sono al punto di prima, cerco di capire e ricordare.

L’estate che sento addosso, che bella l’estate dei miei quindici anni, mi viene incontro, il mare che luccica, l’odore pungente della mattina, e poi quello forte di quando il sole è pieno e brucia l’asfalto, e le gomme delle bici si attaccano come il sudore sulla pelle. E i suoi capelli ondeggiano davanti alla finestra assonnata. Le tre del pomeriggio, di tutti i pomeriggi che ti viene sonno, e ti fai forza, perché sai che passerà per andare al mare, corri alla finestra perché il rosa delle sue guance spezzi il bianco delle case intorno. Il sonno, quel sonno, adesso, ho sonno.

Lei scompare nell'acqua, sembra una magia, il suo corpo perfetto scivola piano e il mare la ingoia, e io lo invidio perché può abbracciarla e lei perdercisi, mentre a me non rimane che restare a spiare i suoi capelli dorati aprirsi varchi nell'azzurro delle onde. Ogni giorno da quando l’ho vista. In verità anche lo scorso anno la vedevo passare, e l’anno prima, e neanche le ho mai chiesto – Come ti chiami? – L’ho chiesto a mia cugina Marisa, lei è femmina, di femmine, ci capisce di più, magari ci può fare amicizia. Quest’anno quando è scesa al paese coi suoi, mi sono detto, "questo è l’anno che dico a Marisa di darmi una mano con la tipa senza nome" che io credo di amarla. Credo che la amo proprio. Che mi porto il suo odore di mandorle addosso fino a tutto l’inverno, fino a che arriva l’estate di nuovo, e quest’anno siamo grandi ormai, abbiamo quindici anni, io a settembre quasi sedici, non voglio perdere un’altra estate. “Scrivi una lettera, scrivi quello che le vuoi dire, e poi troviamo un modo per fargliela avere”. Che magari posso lasciare un momento la trattoria, e mamma e papà non se ne accorgono e posso stare un po' di più in spiaggia, aspettare di vederla da sola, mentre legge la lettera. Magari…

Se il rumore smettesse, potrei concentrarmi, cercare di ricordare.

Se il rumore smettesse, potrei sentire, capire le voci lontane, ma è come stare in una grotta e il mare che si arrabbia fuori, il rumore delle onde che sbattono qua e là rimbomba, non riesco a pensare. Se è una grotta, avrà un’uscita, quindi tanto vale cercare di uscire, e fuori le rocce sembrano modellarsi via via, il mare a due passi potrebbe strappare ogni cosa. Resto in bilico in mezzo al deserto che mi si forma intorno.Un deserto di roccia.


“Dai muoviti che poi ce la lascio io da qualche parte” Marisa ha una pesca che sbuccia lentissima, l’ultimo boccone sparisce tra le labbra, le gonfia la faccia e io scrivo, mentre il caldo intontisce e le frustate dei grilli chiudono i pensieri. Il riverbero di un bianco infinito ci imprigiona nel cortile di casa, che bello che Marisa ci viene a trovare d'estate, che bello restare a guardarla mentre si scervella con le parole crociate, o soffia aliti che sanno di granita alla menta sulle unghie di smalto. Guardo lei e immagino di avere davanti la mia visione bellissima, la mia bella senza nome, ne immagino le ciglia perfette quando socchiude gli occhi, i sorrisi improvvisi, starei a guardarla per tutta la vita, quando alle tre non si lavora, e finché non si riapre si può correre al mare, la mia senza nome me la posso guardare un pochino prima che Marisa mi costringa a tuffarmi e correre a prendere granite e riviste cretine da sfogliare in mezzo alla sabbia. Quando lei dopo il bagno è già un’ombra lontana. A volte quando il tempo non regge e le giornate sono più grigie la spiaggia è più vuota, mi sembra quasi vicina, sento l’eco di chi la chiama è così che scopro il suo nome: Rosa si chiama, il nome più bello del mondo.

“Ti muovi che poi c’ho da fare” E io scrivo.

“Ti ho vista tante volte che neanche le conto, ogni estate ti vedo tornare, certe volte ho paura che quando vai via poi non ritorni, e ogni inverno mi sembra lunghissimo. Chissà dove vivi, e con chi aspetti che passano i giorni fino all'estate. Io mi chiamo Gaetano a settembre faccio sedici anni, sono inscritto all'alberghiero, in verità ero già a un’altra scuola, ma c’erano troppi scemi che facevano gli scemi e così ho cambiato scuola e non mi scocciano più. Almeno a scuola. Ogni tanto li incontro per strada e cambio la strada. Ma questo non c’entra con quello che ti volevo dire. Ti volevo dire che mi chiamo Gaetano, per gli amici (pochi veramente) solo Tano, lavoro con mio padre e mia madre nella taverna che affaccia sullo stradone che porta alla spiaggia, d’estate lavoro tutti i giorni, quasi tutto il giorno ma quando ti vedo passare per andare al mare io corro sempre da te. Io ti posso dire che penso che mi piaci, vorrei sapere se ti piaccio un poco, se vuoi venire a fare un giro in bici qualche volta... Se vuoi io ti aspetto o ti vengo a prendere. Mi piaci tanto che certe volte ho pensato che pure se non sapevo nemmeno il nome, io magari tra qualche anno ti potevo pure sposare. Solo se vuoi pure tu intendo! Fammi sapere, non per sposarci, va bene pure solo che andiamo a bere una coca. Vedi che mia cugina, una ragazza coi capelli rossi lunghi, ti darà questa lettera e se vorrai puoi darla a lei una lettera per rispondermi tanto lei sta sempre lì in spiaggia.

Tuo Gaetano, Tano se vuoi.”

Ci ho fatto un cuore sotto se si capisce.

“Si capisce, anzi solo quello si capisce. Ma come scrivi Tano? Che dobbiamo tenere pure la parte che la vuoi sposare? Ok, ho capito, Madonna mia. Mi tocca correggere un po' e te la provo a portare domani mattina quando scendo alla spiaggia”.

“No domani no, adesso è ancora presto, dacci un’occhiata, e portala adesso, io prima che torno alla taverna ti seguo da lontano, voglio vedere che dice…”

“E vuoi rovinare tutto il piano?”

“No, non mi faccio vedere giuro, aspetto dietro allo scoglio, voglio vedere solo che fa, come si muove, se dice qualcosa”

“Vediamo, mo’ aspetta che asciugo lo smalto”. Sentivo che il cuore stava scoppiando nel petto, quel rumore nelle orecchie, un rumore sordo e sottile che rimbombava nella testa, come adesso. Adesso che non smette. Non smette.

Chiudo gli occhi li riapro, pareti bianchissime e odore sconosciuto. Non sento l’odore dei panni di casa, quello che mamma lascia dappertutto quando stende il bucato e dopo pure negli armadi si sente ancora il profumo bellissimo di fiori che inonda anche gli occhi. Sento un odore che non riconosco. Non so dove sono. Apro, chiudo gli occhi, strofino le palpebre, sento la voce di mia madre in cortile.

“Che fate lì? Avanti tu, se vuoi fare il bagno al mare vacci ora che stasera c’abbiamo da fare”.

Vedo i capelli di Marisa che ondeggiano sul foglio di carta, stringe tra le dita quel pezzo sgualcito e prezioso, sorride, mi strizza un occhio. Corro in casa mi guardo allo specchio, mi tocco la faccia, mi strofino la barba che sta per spuntare, sento che Marisa si sta preparando, infila i suoi sandali, inforca la bici, mi guarda mentre svolta. “Ci vediamo lì” prendo le cuffiette, metto la radiolina nella tasca, prendo la mia bici, la seguo più distante. Mi sembra che il tempo abbia aspettato a piovere, che voleva piovere e adesso mi guarda e aspetta. Le nuvole scure stanno in attesa del tempo migliore per sfogare un po' il pianto, guardo, mi fermo:“Piovete domani, che oggi è un gran giorno” Penso ad alta voce, e vedo passare quel gruppo che conosco bene, sono i soliti che rompono, che sfottono che meglio evitare, mi passano davanti coi motorini rumorosi, mi guardano un attimo, li guardo schifato, si fermano, svoltano, li perdo di vista. Seguo la stradina che porta alla spiaggia. Fermo la bici davanti al baretto, non vedo i capelli rossastri di Marisa, ma più lontano scorgo la bici a due passi dagli scogli. Lascio la mia mi incammino raso raso, così da non farmi vedere. Potrebbe esser lì la mia Rosa, e magari ha già letto la lettera. Mi infilo in un’ansa creata da un muretto al limite della spiaggia, sento vociare, è pomeriggio assonnato di un giorno di fine estate, il tempo inclemente ha diradato la folla, non c’è quasi nessuno in spiaggia, sento vociare più forte, mi faccio più avanti, li vedo, sono quei tre o quattro e in mezzo a loro vedo due facce, capelli scomposti, sembrano Marisa, e l’altra mi sembra sia Rosa, sento risate, poi vedo spintoni, forse hanno bisogno di aiuto, passa una bottiglia davanti alla mia faccia si infrange su uno scoglio in mille pezzi, la guardo fissando quel volo che sarebbe potuto finire sulla mia testa, Mi spingo avanti, si voltano mi guardano si fermano, vedo le ragazze piangere, le mani sugli occhi, mi sento intontito.

“Che cazzo vuoi tu?” Il più grosso si stacca dal gruppo.

“Lasciatele stare” li sento che ridono, li vedo tutti venirmi incontro, sento una spinta alla spalla sinistra, sbando sono più grandi, più grossi, sento gridare Marisa, mi dice “Corri, chiama qualcuno che questi ci ammazzano” erano tre o quattro, sembrano dieci di più, ne vedo due tenere le ragazze, due venirmi incontro “Lasciatele stare” urlo più forte, ma la risposta è una risata che mi sputa in faccia Mariano, lui è il più grande di tutti, stavamo in classe insieme alle medie, bocciato tre volte, già lì lo sapevamo tutti che era uno da tenere alla larga. “Maria’ è mia cugina lasciala stare” Dico, provo a parlare con calma.

“Perché, fammi capire, a te che te ne fotte? Te la vuoi fare tu per caso?” Ridono di suoni sguaiati, sento la puzza di vino che avranno bevuto, sghignazzi, spintoni, inciampo nella sabbia durissima, sembra cemento, eppure è la stessa di sempre, quella in cui affondo i piedi per correre al mare, ora sembra nemica, come io un nemico da abbattere “Sient’ a me, fai finta che non ci hai visto, noi ci divertiamo un poco e poi le riportiamo a casa ok? Tu gira al largo e non fare casino anzi mettiti là che magari ti impari qualcosa” Ridono tutti, lui è il capo indiscusso, slaccia un bottone del jeans scolorito, mentre vedo qualcuno tenere i capelli di Rosa tra le mani e mi si annebbia la vista, mi sollevo per spingerlo a terra, mollo un cazzotto alla cieca, non realizzo, sono troppi, sento solo le urla, sento passi intorno alla faccia e qualcuno mi si infrange sopra la faccia, vedo con la testa affondata sulla sabbia qualcosa che mi viene addosso, una cosa grossa, indefinita mi prende in pieno mentre cerco di rialzarmi e ad un tratto si annebbia la vista, mi tengo con una mano mentre vacillo, vedo la maglia macchiarsi di sangue, metto una mano sul naso “Mi hai rotto il naso” urlo forte, mi fischia un orecchio, mi guardo intorno cercando una mano che nessuno mi dà, vedo qualcosa brillare mentre il sapore dolciastro del sangue mi infonde la nausea, prendo un sasso che ho affianco, lo afferro faccio per lanciarlo, ma resto a mezz'aria, qualcosa mi brucia, sembra una sigaretta piantata in un fianco, vedo soltanto sangue, il rumore del mare assordante, la sabbia davanti agli occhi, i piedi che si intrecciano. le voci lontane.

Non ho mai visto tanto sangue, tanto sangue che un essere umano non sapevo che tenesse dentro tanto sangue.


Allungo una mano vedo correre da ogni parte, vedo un pezzo di carta in mezzo alla sabbia e mi ricordo che quella era la lettera che dovevo darle. Rosa. La mia lettera, la mia lettera.

Se il rumore assordante smettesse un momento, potrei concentrarmi ma il mare non smette di urlare, Rimbomba. E non smette.


“Non dovrebbe stare qui. Signora non dovrebbe stare qui.”

“Mi scusi, mi scusi, è mio figlio. Quello è mio figlio.”

La donna dall'aria disfatta si stacca a fatica dal letto, reggendosi al braccio dell'uomo vestito di bianco.


Devo cercare, la devo cercare, ho perso la lettera. Non l’ho più vista, l’avrà ingoiata il mare,


“Come, cosa, ora che gli succede?. Adesso cosa succede?”

“Signora, ha perso troppo sangue. Abbiamo fatto il possibile”

Il rumore smette di avere il suo ritmo, diventa un suono sottile, penetrante, lunghissimo. Poi smette. Il buio ora ingoia e il silenzio lo affianca.


“Non puoi stare qui, non è il tuo posto”.

Cammino e sono al punto in cui ero, passo il corridoio, intravedo la stanza, non mi vede nessuno, mi avvicino al lenzuolo, lo sollevo, qualcuno mi afferra, mi stringe più forte. “Vieni non è questo il tuo posto”. Guardo il mio corpo che sembra dormire. E seguo la mano, Forse sa dov'è finita la mia lettera

Smette il rumore assordante, adesso forse posso cercare la mia lettera.


“Come sta la ragazza?”

“Stanno bene tutt'e due, per fortuna. Parleranno con le psicologhe del reparto, andrà tutto bene. Signora, mi dispiace. Abbiamo fatto il possibile”


“Vengo non c’è bisogno di tirare, vengo, ma devo passare per la spiaggia, devo prendere la lettera, devo prendere la lettera”.

Vedo un viso sorridere e sento che potrei svenire per come mi sento leggero, non sento rumori e non sento più niente, non sento il dolore e a stento ricordo chi sono. Cammino, forse svengo, cammino.


“Questa è tua te l’ha scritta mio cugino. Mi dispiace tanto”.

“…E se vuoi ci puoi dare una lettera di risposta a mia cugina tanto lei sta sempre sulla spiaggia”

E pure io adesso. E ti aspetto lì. Sempre.

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