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Una storia di CuorDiPolvere

Questa storia è presente nel magazine LeFou

Gwaldir della razza dei Duatha

Pubblicato il 19 marzo 2018 in Avventura

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I.

Aveva dimenticato le sue prime parole, e anche quando aveva imparato a leggere e scrivere. Si cercava nelle meraviglie dei boschi sul pendio orientale dell'isola, dove crescevano certe piante da pipa che fumava alla sera, discorrendo delle stelle. Se l'era cresciuto il rumore delle cascate, e la terra cruda gli aveva insegnato a costruire vasi di carbone, nei quali metteva fiori dai profumi e colori esotici. Certe mattine riusciva a sentire il gorgoglio distratto delle fiamme nel Sole, e la natura tutta gli raccontava filastrocche innocenti di vita primordiale.

Alla sera gli si apriva la mente, perché parlava tanto, e spiegava ai suoi cari le sentenze dei secoli che non era concesso sapere. Aveva studiato le radici delle piante, scavando con le mani, e aveva scoperto donde veniva la vita sulla terra. Il suo era un popolo di saggi, perché venivano dalle prime luci del Sole sul mondo, e la gente di fuori si riempiva la bocca di favole su di loro, gliele raccontava ai figli e tutti ne avevano paura e rispetto.

Avevano insegnato i numeri e le lettere all'uomo prima del cataclisma; avevano portato nei loro peregrinaggi l'industria dell'ingegno, dalla musica all'agricoltura, prima di scomparire dai ricordi del mondo e diventare i sogni degli uomini.

Nacquero racconti e canzoni, perché tutti ricordavano il loro nome e li chiamavano Duatha.

Fu all'alba incandescente di un giorno d'estate che Gwaldir pianse. Tutta la notte aveva ascoltato un canto lontano che parlava di malinconia, e dietro ogni nota si nascondeva il segreto dei pesi e delle misure. Venne trascinato lontano, là dove le vite s'aggrovigliano e si cercano, senza risposta, fino alla morte. Pianse perché, di ritorno, aveva avvertito la stessa malinconia; ripensò a tutti quei posti che non aveva mai vissuto e godette della cordialità di quella gente che forse non era mai esistita. Certe maree si agitarono dentro i suoi pensieri e, sorpreso di sentirsi annoiato e solo, tanto lontano da quel silenzio caro alla vita dei boschi e della sua razza, pianse insieme alle nebbie tutt'attorno, e si scoprì umano e fragile.

Fu quando sorse il sole dal biancore degli oceani all'orizzonte che decise di partire per sempre.

II.

Qualcuno aveva preso a raccontare di un Duatha scappato dall'isola delle nebbie: l'avevano scorto tra la folla nella città grigia di Iruband, dove la gente ne aveva riconosciuto l'aspetto insolito. Leggende si mischiarono a verità, e in breve i sovrani di quelle terre desiderarono di rubargli i segreti. Bande di gente armata fino ai denti cominciarono a braccarlo, e Gwaldir cercò rifugio in quelle foreste che non conoscevano il suo nome, ma che gli cedettero la corona al passaggio. Imparò a diffidare degli uomini, perché le bestie gli avevano spiegato che erano malvagi ed avidi; cercò risposte fra gli acquazzoni dei tropici e sulle cime innevate dei monti a occidente, dove il popolo non riusciva ad arrivare, ma perse la pace e la speranza. Un serpente gli aveva raccontato del suo dolore, che era grande e senza nome, che veniva da lontano e toccava solo quei poeti che s'erano consumati le nocche a furia di bussare alla porta della memoria. Gli narrò che erano impazziti e s'erano tolti la vita, perché non riuscivano a sopportare quel supplizio, e lo ammonì che la risposta si trovava negli abissi della parola amore.

Gwaldir si scoprì confuso, perché conosceva a malapena quella parola; decise quindi di scoprirlo, e scese lungo le braccia dei monti, dove il fumo che si levava dai villaggi incastonati nelle colline si faceva fitto. Costruivano case di paglia dai colori sgargianti, e ne fu deliziato.

Fu mentre passeggiava lungo i bordi dei fiumi di cristallo che incontrò gli uomini armati. Erano dieci, e pieni di acciaio. Lo minacciarono, gli puntarono addosso le scimitarre ed ebbe paura. Invocò la protezione di quegli antichi Venti scolpiti nelle rocce e sulle sabbie, quegli dei che avevano abbandonato il mondo tanto tempo fa e le cui forme erano impresse nelle fiamme.

Gli legarono le mani, perché avevano paura dei gesti e della voce, quindi lo scortarono lungo le scale in pietra alla reggia del loro sovrano. Il mondo divenne grigio, e le guglie del bastione sorsero lungo il profilo della collina.

Tornò spesso alla memoria della sua dolce isola, pieno di dolore, e pensò ai suoi cari disperati. Gli aveva scritto lettere nere su pergamena, prima di sparire: diceva di non cercarlo, che le melodie maledette dell'altrove gli avevano rubato l'anima, e l'avevano costretto a cercarsi nei tormenti degli uomini.

III.

Gli aveva raccontato la storia del folle, che aveva rubato di notte i segreti della poesia alle luci ambrate del mattino, e venne trascinato dall'altra parte del mondo. Disse che era un Trovatore delle isole a sud del continente, dove il sole brucia la pelle e racconta storie di sabbia e polvere, che una sera la luna chiamò a sé una marea furiosa.

Dalla burrasca sugli scogli gli apparve una sirena: cantava di un abisso cieco e sordo, se ne lamentava con la lirica stregata, perché non ascoltava le sue poesie e non godeva della sua bellezza.

Trasecolò e ne volle baciare gli occhi di smeraldo, ma lei batté la coda e tornò in mare. Dai flutti parve brillare uno scintillio lontano, forse di mostri forse di luna: passò la notte a cercarla in mare, in quegli abissi senza fine che riempiono l'oceano, ma non la trovò e pianse.

Il trovatore fece un patto con gli dei del mare: che gli restituissero la sirena in cambio di eterna devozione. La creatura apparve e gli dei, senza garbo, in cambio si presero l'anima dell'uomo. Vissero in attesa dell'amore, e quando questi gli spiegò che la natura non concede agli uomini certi tipi di desideri, lei si tolse la vita e venne catturata per sempre dalle onde.

Il folle pianse di collina in foresta, temendo il mare e i suoi numi, e si rifugiò sulla montagna più alta del mondo dove, all'interno di una roccia, aveva scritto il segreto del tormento prima di morire.

Il re, che aveva mandato un drappello di guerrieri alla ricerca della roccia, ne aveva scovato i suoi tesori: nel cuore della pietra vera scritto soltanto un nome.

I suoi maghi avevano letto, e non avevano capito. Essendo destinato alla prigionia, al Duatha venne offerta la libertà in cambio della risposta, ma fu un tentativo vano perché i segreti delle parole nascondono abissi di potere e tormento, e Gwaldir non volle parlare. Era una roccia nera, perché gliel'avevano mostrata, e subito ebbe premura di partire, di cercare il centro di quel nome, la radice della foresta intera, perché era il nome del suo tormento.

Riuscì a fuggire aiutato da una donna dai lunghi capelli color del fumo, e della quale sera piano piano innamorato perché se ne prendeva cura durante il suo soggiorno in cella; ma non riuscì più a rivederla, perché le notizie corsero in fretta e in men che non si dica le tolsero la vita.

Gwaldir fuggì, e perse la ragione.

IV.

Si ripeteva spesso il proprio nome affinché non dimenticasse, e quando divenne un peso troppo grande se ne liberò. Aveva smesso di parlare coi boschi perché lo imploravano di cercare, contagiati dallo stesso morbo: quel nome che un folle aveva scritto sopra un sasso secoli prima. Certe nuvole che passavano di la lo raccolsero e bevvero lo spirito delle acque scure giacché, quando scese la sera coi suoi venti e la notte col suo buio, il cielo gl'indicò la strada coi fulmini e la grandine.

Smarrì le pergamene che portava con sé, perché errava e pensava alla perdizione come l'ultima frontiera della libertà, e sospirò al divino per le beffe che ne faceva delle vite umane. Quella sera venne posseduto dai diavoli della nostalgia: gli dicevano col solletico nei pensieri che era un codardo, che il coraggio l'aveva lasciato alla sua amata tra le mura del castello, conoscendone gli esiti infausti; e la pazzia gli consigliò di tornare sui suoi passi verso casa, dove le nebbie gli avrebbero restituito l'anima tra le selve e i corsi d'acqua. Confessò ch'era scappato per sentire la mancanza della sua vita precente, per diventare umano e ritornare divino e infelice alla sua patria.

La rivedeva in sogno, perché ormaifantasticava solo di essa e la pensava con adorazione ma, quando vogò verso di essa, nessuna nebbia fu li ad aspettarlo, e nessuna terra. Pianse perché l'aveva persa per sempre, ignaro di quelle leggi che regolano la ruota della saggezza, e sentì il cuore frantumarglisi in petto.

Vagava nel chiaroscurodi una foresta senza nome quando un albero, il più vecchio e forte, s'accorse di lui. L'antico ne ebbe pietà: aveva conosciuto la sua razza prima, e da essa era stato benedetto quando ancora erano i giardinieri della terra.

Gwaldir ne sentì la voce dai rami, venne trascinato come un fanciullo in sonno. L'antico lo accolse tra le rughe delle sue cortecce, gli fece posto aprendosi larghe ferite e il Duatha trovò conforto nel sapore della resina, nel profumo delle foglie e della terra bagnata.

L'Antico gli narrò i segreti proibiti della sua razza, che era corrotta da quando le maree s'erano alzate per inghiottire il mondo, e che la loro vita era un sogno più lungo di quello degli uomini, niente di più. Che i loro tormenti erano differenti e che si avvicinavano al divino solo nelle ore giovani della sera, quando venivano rapiti e morivano secoli appresso. Parlarono e mutarono le stagioni, sognando: le due voci divennero una soltanto, le ossa gli si tramutarono in legno, perché il rituale era compiuto e l'elfo dimenticò la fatica, la noia e la paura.

Giunsero gli uomini in quella foresta, ed abbatterono gli alberi. Ne trovarono uno che aveva le fattezze di una creatura intelligente che s'allungava coi rami verso il cielo, e quando tirava il vento qualcuno sentiva certe parole uscire dalle radici. Gli Osservatori ne ebbero cura, gli costruirono un tempio intorno e presero ad adorarlo.

Cadde l'impero e la gente lo abbandonò: smisero di pregare e scapparono parlando della paura e della guerra. Rimase da solo, e tornarono i suoi fratelli tra le brecce nel terreno. Crebbe una nuova foresta rigogliosa, si mossero le acque e scoppiarono terremoti come alle prime luci del cosmo. Il volto del mondo fu sfregiato per sempre: il bosco divenne isola e scesero le nebbie della lupa attorno ad essa. Fu in tal modo che Gwaldir, sognando nelle vecchie ossa di un albero, morì e fece ritorno a casa.

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