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Una storia di TEPLA

UNA SOLA E BREVE VITA

Pubblicato il 05 febbraio 2018 in Altro

Tags: dolore donna esperienza malattia vita

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Un adagio poco mosso pare questa tiepida giornata di maggio, ravvivata da un vento insolente, che costringe a ballare le chiome degli alberi e mi schiaffeggia la faccia obbligandomi a chiudere gli occhi, rendendomi della stessa consistenza dell’aria: trasparente, leggerissima e vitale. Oggi sono così lenta, svogliata, ma ingorda nel rimanere immobile, piacevolmente avvolta da un ovattato torpore che distacca le mie membra quel tanto che basta dalla realtà, rendendomi incorporea ed annientando il dolore. Vorrei coltivare questa indolenza, lasciare che si impossessi di me donandomi un pacifico oblio. Tutto là fuori vive, ha un suono ed io qui, in un’ insolita apatia, a bruciare anche questo giorno, unico, della mia sola e breve vita.

Sorrido per lo sforzo con cui devo concentrarmi nel dare la giusta collocazione spazio – tempo a quelli che sembrano istanti, eppure sono già trentanove anni!

Non rimpiango la mia infanzia impregnata di solitudine. Ne è stata la penna che mi ha permesso di scrivere, con le parole della immaginazione, il mio inizio, colmando assenze fisiche ed affettive.

Piacevole rileggere, con gli occhi della memoria, la mia adolescenza scossa dai brividi perenni dell'idealismo e di un malsano senso di immortalità.

Quale adrenalinico tormento, nella ricerca di me stessa, sono stati i miei vent’ anni.

Come mi fiutavo e mi inebriavo di quel sapore salato di lacrime, più volte versate per la fatica nel raggiungere mete prefissate. Mi sentivo così intatta. Mi percepivo tutta. Era così appagante. Poi ho affrontato i dolori più grandi che di colpo mi hanno fatta maturare, smettendo maschere indossate per accontentare o non deludere le persone a me più care, mendicando il loro amore.

Oggi, alla soglia degli anta, torno nella tua casa papà, ritrovo oggetti dal solo valore dell’uso che ne facevi. È sporca, puzza di chiuso, tutto è immobile, un po’ più vecchio, ma intatto.

Mi appoggio col petto ad un muro del corridoio, distendo le braccia allargando le dita.

Mi pare di toccarti. Socchiudo gli occhi accostando anche una guancia. Il freddo iniziale della parete diventa tiepido, poi come il caldo buono della tua pelle che assorbivo quando mi abbracciavi.

Quanto manchi. Mancano i giorni che non ci sono stati concessi di vivere, le parole non dette e solo, poi, più volte immaginate. Oggi potremmo parlare in modo diverso, apprezzarci in modo diverso. Chissà quanto manca a te, la tua di vita.

Mi siedo di fronte allo specchio dello studio e scruto i miei occhi riflessi che appaiono come la mappa del mio passato. Nulla in loro è stato cancellato.

Guardo il mio seno facendomi violenza. Proprio li sei nata mia immonda bestia! Da li ti sei diffusa a tutti i miei visceri e ti stai saziando con la mia carne. Non ti ho voluta, ma ora dipendo da te. Tu decidi il tutto!

Mi concedi solo poche ore senza dolore. Nelle restanti mi fai contorcere nella sofferenza. Vuoi attenzioni, sei capricciosa.

Morirai! E’ l’unica parola che sai dirmi? Si, lo deciderai tu, sorprendendomi.

E allora, stupiscimi!

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