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Una storia di MirianaKuntz

D'amore non si muore

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Pubblicato il 19 giugno 2018 in Storie d’amore

Tags: amore dolore storie

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Ci sono stati momenti davvero bui, momenti in cui anche solo parlare mi costava uno sforzo enorme. Me ne stavo lì con la testa tra le mani, rannicchiata sulle ginocchia, a guardare il tempo passare. Qualcuno, quelli che pensavano di essere – più forti di me- mi dicevano gridando che d’amore – non si muore- senza contare che l’amore non è un sentimento che ingoi e lasci lì sullo scaffale, ma è qualcosa che entra in contatto con i vari aspetti della tua vita: coi tuoi amici, con il tuo lavoro, coi posti che frequenti, coi cibi che adori mangiare, con le fermate degli autobus, con il colore delle lenzuola che metti sul letto, con le date e con i festeggiamenti, con i profumi e i vestiti.

Se l’amore, entra dentro tutte queste cose, togli l’ingrediente principale, e vieni privata un po’ di tutto. Forse basterebbe solo un po’ di equilibrio, ma con la bilancia, almeno io, non sono mai stata brava. Così, come i dolci che a volte preparo hanno la bellezza dell’improvvisazione, così, anche i miei amori, non sono calcolati per nulla.

Io sono morta per amore. Non nel senso pratico del termine, se ancora ho il respiro per scrivere, ma nel senso lato, e il senso lato, a volte è ancora più devastante del primo. Quando muori, chiudi gli occhi, cala il sipario, il cuore si ferma e il corpo si disfa. Boom, finito, platea che si dilegua. Ma quando muori senza morire, è come morire cento volte in una.

Gli occhi restano sbarrati, il sipario non si cala, ma la musica è spenta, la gente ride di te, il cuore impazzisce, il corpo prima diventa solido, e poi morbido come burro, e boom, finito, platea che si dilegua.

In un modo o nell’altro resti comunque solo con te stesso.

Per molto tempo ho pensato di essere – il problema- Quella che per una serie di ragioni, non avrebbe mai voluto nessuno.

Ho pensato prima che nessuno mi avrebbe mai presentato ai suoi genitori, perché troppo poco carina, o troppo poco istruita, troppo – povera- o troppo maldestra, troppo nullafacente, troppo piccola, troppo di qualcosa, o forse troppo poco.

Ho raccolto le foto di una persona che – otteneva tutto- al contrario di me, e le ho guardate per ore intere, esaminandone l’aspetto fisico nei minimi dettagli, l’incurvatura del naso, la gradazione colorata degli occhi, la forma dei denti, l’attaccatura dei capelli, le braccia, i vestiti, ne ho pure immaginato il profumo. Ho ascoltato la sua voce e ho pensato che -fosse poco bella- ma che piaceva più della mia. Ho letto qualche suo discorso, e ho pensato – fosse poco dolce- ma che piacevano più dei miei, forse al contrario, troppo dolci. Ho poi decretato che lei fosse migliore, non in quanto persona, perché forse non corrisponde al vero, ma solo come persona in rapporto – a lui- lei per lui vinceva su ogni fronte, a mio dispetto, ed io avevo accettato, dopo molto tempo, con tanta fatica, sudore e lacrime, che fosse proprio così.

Ho cancellato quelle foto dolorose, e ho formattato il computer. Speravo che insieme a tanti file inutili potessero svanire anche i miei dolori.

Ho fatto a pugni coi divieti, mi sono sentita dire tante volte di -no- ho dovuto accettare vacanze in cui non c’ero, elettrodomestici da comprare, l’arrivo di cose belle, i natali arrivare, le chiamate finire di colpo, o per causa di forza maggiore. Mi sono sentita dire che non andavo bene, e che non solo fossi una persona con problemi, ma anche che nella – sua vita- fossi un problema.

Sono stata a tanto così da farla finita. Mi sono sempre detta che se una persona che ti ha amata per anni, arriva a dirti cose del genere, forse è proprio perché non vali niente, ed io non voglio -non valere niente- Ho sempre pensato che è importante valere per sé stessi, ma che è importante anche valere per quelli che ami. In qualche maniera entrambe le cose ti saziano a dismisura. Se viene a mancare una, l’altra traballa, come una gamba zoppa.

Poi mi sono detta che anche se zoppa, una gamba è una gamba. E ho camminato, forse male, forse qualcuno ha riso di me, ma ho camminato comunque.

Ho desiderato essere presa per mano tra la folla, mangiare una pizza su un muretto, addormentarmi in macchina sul suo petto, raccontare di – noi- senza dover aggiungere la parte riguardo i -ma- Ho festeggiato compleanni da sola senza chiamate, ho atteso messaggi senza poterne inviare, ho visto famiglie sorridere senza problemi, e le notti insonni ammucchiarsi sulle mie spalle. Ho dormito tante volte solo all’alba, con i lividi sulle braccia, gli scavi sotto agli occhi, e le pupille rossastre.

Mi sono autoconvinta di essere -il nulla- e di non essere la scelta di nessuno.

Ho guardato le stelle ed ho espresso desideri senza che si avessero mai.

Ho fatto l’amore e sono stata costretta a fuggire subito dopo, per il poco tempo rimasto.

Sono stata insultata e derisa, perché – amavo troppo- -piangevo troppo- e – soffrivo troppo.-

Mi sono sentita dire che non c’era tempo per me, e che – ci si ama anche senza sentire il bisogno di dirsi buonanotte, buongiorno, e come stai.-

Mi sono sentita dire vattene, e qualche volta l’ho detto anche io, perché stavo troppo male.

Mi è stato detto basta, perché non servivo più, perché facevo troppa paura.

E poi – torna- quando non esisteva quasi più niente di me.

Ho visto i piani di altri, che non erano i miei, avverarsi di continuo, diventare realtà taglienti.

Ho guardato aerei partire, senza salirci, o senza avere la possibilità di un saluto.

Mi sono fatta bastare trentotto minuti d’amore, come se fosse una vita intera.

Ho pianto anche l’anima, fino a non averla più.

Ho tremato per ore intere, senza raccontarlo a nessuno, non lamentarmi di niente, e fingere che tutto andasse bene, poi scoppiare e gridare, per ribadire ovvietà umane.

Mi sono sentita dire troppe volte -aspetta- e mai – puoi passare.-

Ho sempre ascoltato: che - non ho coraggio- che ho fatto poco.

Ho pianto fragorosamente, e ho ascoltato uno -sbuffare continuo- di chi è stanco di te e delle tue richieste.

Ho smesso di chiedere, perché tanto il mio male non contava, e mi sono spenta a fiati tenui, come candele spezzate nel mezzo, che ancora sembrano bruciare, ma che annaspano dentro la loro stessa cera.

Sono stata messaggi cancellati, chiamate di nascosto, segreti da mantenere, e regali senza faccia, sono stata telefoni attaccati di colpo, sbadigli di noia, grida di rabbia, schiaffi sul cuore, sono stata – tutti i no del mondo- sono stata un desiderio senza desideri, sono stata caldo e freddo, sono stata meno di tutti, sono stata messaggi d’amore senza amore, messaggi – che non ha senso spedire, perché le cose le sai già-sono stata mattine senza buongiorno, e notti senza carezze, sono stata sesso veloce, amore ammaccato, sono stata vile verità, e bugia imbavagliata, sono stata i – non rinuncio per farti felice, se non rende felice me- sono stata le proibizioni e le accuse, sono stata notti senza cuscino, dove due dormivano più vicini, e i sabati con i litri di birra per dormire per prima. Sono stata cicatrici nascoste, piatti lasciati intatti, volontà inesaudite, sbagli che -non dovevano essere compiuti- Sono stata ripensamenti e porte sbattute, sono stata i -meglio di niente- Sono stata la fonte di tanti giorni stressanti, le volte che era – meglio lavorare- i giorni senza mare, sono stata i – facciamo finta di…- mentre per me non c’erano storie da inventare. Sono stata le botte, le cucchiaiate amare da ingoiare, i – sapevi che era così, se sei voluta restare, sono cose tue-

Perché il mio -amore- è negli occhi dei miei amici, raccontato da me, è nel lavoro che vorrei fare, è intrecciato nelle insegne dei posti che frequento, nel retrogusto dei cibi che amo mangiare, è nelle fermate degli autobus presi insieme, nella trama geometrica del mio piumone invernale, è segnato nel sottotitolo delle date più importanti, è nella fragranza del mio profumo preferito, messo solo una volta, e nei vestiti che ho scelto ogni volta, uno diverso, per ogni volta che ci si baciava.

E alla fine, sono stata i – non si muore per amore-

Quando alla fine si è scoperto di sì.

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